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Ballerini, morire per una passione

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Se hai conosciuto una persona, sia pure per poche ore condivise qualche anno fa a chiacchierare di ciclismo antico, e se questa persona era Franco Ballerini, l’effetto della sua morte in una stradina di campagna durante un rally automobilistico, ti colpisce come un pugno allo stomaco. A me fa questo effetto. E fa anche un po’ inquietare il fatto che i Tg nazionali abbiano dato poco risalto alla tragedia che si è consumata ieri nel Pistoiese. Messa in coda perfino al congresso dell’Italia dei valori. Eppure, ieri, se ne è andato un eroe semplice. Era nel fango della Parigi-Roubaix che aveva esaltato le sue doti di lottatore. Nel fango di Casa al Vento, schiacciato contro un muro, ha trovato la morte. Rincorrendo - e questo è il dato che più mi emoziona - una passione. Aveva vinto tutto nel ciclismo, da atleta e da Commissario Tecnico della Nazionale. Era uno pulito, rispettato, amatissimo dagli atleti e dal suo predecessore, quell’Alfredo Martini che lo aveva indicato per la successione senza se e senza ma. E che ora lo piange, rimbrottandolo un po’, con grande amore, per quella pericolosa passione tardiva dell’automobile.
Morire per una passione è quanto di più ingiusto possa accadere. Perchè senza passioni la vita è solo una circostanza più o meno incidentale. Le passioni, per il rally, per lo sport, per il proprio lavoro, per una donna, per un cane, per la musica, per qualsiasi cosa, sono l’antidoto contro il rischio di esistenze piatte e uniformi. Un valore aggiunto che regala adrenalina ed emozioni. E che a volte, però, chiede in cambio troppo. Perfino la vita.

“La prima cosa bella” ti scava dentro

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Secondo me “La prima cosa bella” non è un film da tempi come quelli in cui viviamo. Falsi fino al midollo, tutta apparenza e niente sostanza. Inondati di tecnologia inutile, nuova religione dei sacerdoti del futuribile, che ammantano le nostre esistenze di presunte necessità affatto necessarie. Invece il film di Paolo Virzì è talmente vero che sembra un assedio. Premessa personale: ero prevenuto. La storia di una mamma particolare, ma che comunque muore nelle braccia dei suoi figli, era per me una sorta di esame. Da affrontare, ma con paura. E infatti mi sono sentito assalito più volte dalle immagini che scorrevano sullo schermo. Scosso nella mia emotività che ogni giorno, come tutti, trasporto come un fardello con cui fare i conti, ogni tanto. Altissimo il rischio di commuoversi nella sala piena. E allora? Chi se ne frega. Il film di Paolo Virzì è così bello che non lascia respirare. Sì’, ci sono attimi in cui si può perfino sorridere, ma in realtà io, come tanti intorno a me, questo film l’ho vissuto in apnea. Aggrappandomi al bracciolo della sedia del cinema, per non perdere di dignità. Virzì riesce a scuotere nell’anima, insieme al suo cast di non attori. La stratosferica Ramazzotti, la meravigliosa Sandrelli che non recita mai, un gigantesco Mastrandrea, una Pandolfi che meglio non poteva. E poi, gli altri: un tenero Marco Messeri innamorato per sempre e nell’ultimo istante; un Bobo Rondelli balbuziente e timoroso del proprio sentimento. Così’ come gli attori non erano attori, la colonna sonora non è un semplice contrappunto musicale delle scene, ma ti accompagna più che all’interno della splendida sceneggiatura del film, nei cassetti segreti della tua anima. E scardina ogni serratura. Virzì scuote nel profondo, fa capire che l’amore è, prima di tutto, amare la vita. “La prima cosa bella” non sale mai in cattedra. Non ti impone niente, nè messaggì, ne dogmi. Lascia tracce in tutta umiltà, fino a farti coraggiosamente sperare che perfino la morte, di fronte all’amore della vita, non sia che un episodio.

“Formiche rosse”, al libero scambio della creatività

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Io c’ero nella notte della fantasia, a Siena, per la conclusione della decima edizione del Premio nazionale “Formiche rosse” per racconti brevi, organizzato dall’Arci. Lo dico con orgoglio, ma soprattutto perchè felice d’essere stato tra i partecipanti di una serata magica in cui le parole, le idee, la creatività, la musica, la pittura, la danza, hanno dato l’impressione di avere una forza tale da poter scardinare ogni stereotipo, ogni falsa poltiglia culturale che abili agit-prop ti propinano come cultura d’èlite.
Al Circolo della Tuberosa, nel cuore del centro storico di Siena, non meno di 150 persone hanno partecipato alla serata in onore dei dieci vincitori. Per loro, scelti tra circa duecento in concorso, il premio è stata la lettura di alcuni brani dei loro racconti e la pubblicazione di una raccolta edita da Betti editrice. Belli tutti, i racconti premiati. Gli autori: Jean Gasperi, Carla Arduini, Katia Brentani, Antonio Dell’Aiuto, Sandra Frenguelli, Gianni Gianotti, Pieri Luigi Lemmi, Peppe Lomonaco, Sergio Marzocchi, Diego Perucci. Ogni premiato è stato introdotto dalla lettura di un brano del proprio racconto, da parte di uno degli ospiti della serata. Io ho scelto Bogarte, di Jean Gasperi, affascinato da una storia che ruota tutto intorno all’impermeabile di Humprey Bogart in Casablanca.
Ginevra Di Marco ha sparso emozione pura su una serata già di per sè intensa. Prima ha letto con grande partecipazione il testo del toscano Pier Luigi Lemmi, raffinata storia di una latente omosessualità in un Paese arabo. Poi ha regalato una bellissima interpretazione di “Montesole” - la canzone scritta nel 2003 con Giovanni Lindo Ferretti - accompagnata da Francesco Magnelli. Una pioggia di pura adrenalina sulla sala, pure già toccata dai pezzi musicali eseguiti in diretta da Salvatore De Siena, Nicola Costanti e Luca Lanzi.
Comunque tutti impegnatissimi gli ospiti, per rendere al meglio il lavoro dei “loro” autori, e poi per regalare una propria performance: Rosanna Cieri della Compagnia Motus Danza, Nicola Costanti e Marco Brogi con la loro trascinante “Sorella Toscana”, Salvatore De Siena del Parto delle Nuvole Pesanti accompagnato da una giovane e bravissima musicista ungherese, Tommaso Innocenti dell’Associazione teatrale Straligut, Alessandro Grazi, pittore, che ha realizzato in diretta un quadro ispirato al racconto La mosca tung tung, letto magistralmente dalla moglie Rita, Luca Lanzi voce de La Casa del Vento.
Grazie all’invito del direttore del Premio, Adriano Scarpelli, per quanto mi riguarda dopo aver letto l’inizio del racconto di Gaspari, prima ho letto un pezzo da “L’ultima trasmissione della notte”, e poi per la prima volta un brano del mio prossimo libro, accompagnato al pianoforte da Nicola Costanti. E’ stata una gran bella emozione.
Così come riascoltare tanti brani di De Andrè interpretati dal gruppo dei Latrousse. A chiudere una serata che, se non ci fosse stata, bisognava inventarla così. In semplicità, con tante idee, musica e fantasia, all’insegna del libero scambio di creatività.

Tutto il calcio, poesia per poesia

Io non so se dipendesse dal fatto che ciò che non vedevi e dovevi quindi solo immaginare, dava più emozione di ciò che oggi è rappresentato e anzi fatto vedere in tutte le salse con abbondanza di moviola. O se pure è proprio il mezzo stesso, la radio, che a me fa questo effetto: certo è che “Tutto il calcio minuto per minuto”, che compie 50 anni, per me è ciò che meglio si avvicina alla poesia del calcio.
Oggi con i canali satellitari, le partite della domenica ce le abbiamo dentro il salotto di casa. I calciatori segnano gol vivisezionati da tutte le angolazioni: i cascatori di professione vengono sbeffeggiati in un secondo e l’errore dell’arbitro non è più un mistero, da subito.
Eppure ciò che è così totalmente rappresentato ha un gusto decisamente più metallico del sapore antico di quelle mini-radiocronache che erano - anzi, che sono! - i collegamenti di Tutto il calcio minuto per minuto. Perchè ciò che immaginavi attraverso quei racconti, era probabilmente più reale della inflazionata realtà televisiva di oggi. Il calcio, allora, era come un bicchiere di vino raffinato da gustare centellinando dal bicchiere goccia a goccia. Un calcio che attraverso quella trasmissione radiofonica ti accompagnava nel mondo degli eroi del pallone, che poi vedevi, a sera, in bianco e nero alla Domenica Sportiva basata sul calcio e non sulle chiacchiere. Insomma, “Tutto il calcio minuto minuto” era - è… - un po’ come la Loren che si spogliava davanti a Marcello Mastroianni, annunciando e facendo sognare una bellezza poetica, mentre il calcio sui canali satellitari è un po’ come le spogliarelliste della lap dance. Altra roba.
Sì, allora tutto sembrava poesia: e così quell’urlo di Sandro Ciotti, “clamoroso al Cibali”, per la vittoria del Catania sull’Inter, anche per sentito dire, ti entrava dentro l’anima. Indimenticabile resta quella domenica in cui noi ragazzi, si giocava nel campino accanto alla Virtus - oggi ucciso da una colata di cemento - ascoltando Tutto il calcio minuto per minuto. E ci arrivò la notizia che il Verona aveva battuto il Milan 5-3. Allora pensammo che tutto sarebbe stato possibile, anche nelle nostre vite.

Nel 2010 sarà tre volte Natale

Sarà tre volte Natale, nel 2010, e… senza grandi disturbi qualcuno sparirà: saranno i troppo furbi e i cretini di ogni età. Non sono parole mie, ma di Lucio Dalla da “L’anno che verrà”. Banale riproporle in queste ultime ore del 2009, per salutare, appunto, l’anno che verrà? Sì, probabile. Banale. Però mi piacerebbe davvero che, banalmente, i cretini e i troppo furbi rimanessero tutti confinati nel 2009.
Via, a chi non piacerebbe? Di entrambi faremmo volentieri a meno. Il problema è che i cretini e i troppo furbi abbondano, esondano molto più delle acque che in questi giorni turbano le festività di tanti toscani. E la cosa ancora più sconvolgente è che tanti cretini e tanti troppo furbi, sempre di più, sono nei posti in cui possono far danno non solo a se stessi, ma a tanti di noi. A ognuno che si trovasse a leggere queste parole, sono convinto, verranno in mente almeno quattro o cinque nomi - ma forse di più… - vicini e lontani.
E allora l’auspicio del 2010 è che ognuno di noi si impegni per smascherare i cretini e i troppo furbi che ci circondano. Che bello sarebbe! Impegnarsi tutti per questo straordinario obiettivo del 2010, mettendosi in gioco, rischiando in proprio, combattendo ognuno per quanto può e a tutti i livelli. Siccome, tra l’altro, il mio oroscopo del 2010, è strepitoso (Leone, seconda decade), chiederò aiuto anche alle stelle per assistermi.
Solo che, realisticamente, la possibilità di vincere, la speranza di farcela, nel 2010, contro i troppo furbi e i cretini di ogni età, ho l’impressione che abbia le stesse probabilità dell’altra circostanza metaforica citata da Lucio Dalla nella sua canzone: e cioè, che sarà tre volte Natale.
Vedi, caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare…

Il regalo che aspetto? La semplicità

Io me li ricordo semplici i miei Natali preferiti. Cugini, zii, babbi, mamme, nonni, cani e gatti, tutti stipati in una casa. A tavola stretti, con la pasta fatta in casa e il ragù che era un profumo che iniziava alla vigilia e ci portava fino a dopo Santo Stefano. Tombole interminabili con il panettone avanzato dal pranzo, nel mezzo alla tavola. Appena più grandini, si cominciò a trasgredire con la “Bestia”, gioco infernale che parte dalla briscola e ti porta chissà dove. Ma il Natale era soprattutto stare insieme, appiccicati. Si rideva di poco, si parlava di tutto. E noi, più piccoli, ad ascoltare. Era un Natale semplice. Ma bellissimo. Ed è questo tipo di Natale che è il più sognato da tutti: me ne sono reso conto anche dai pensieri sul profilo di Faceradio, la trasmissione che faccio, insieme a Simona e Giovanni su Radio Toscana ogni giovedì - anche stasera! - dalle 20 alle 22. E ‘ il Natale della semplicità, in questo mondo così complicato, che mi piace di più.
Tempi difficili, in cui si fa fatica a stare al passo con cose di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ma bisogna correre, comunque. E complicarsi la vita, complicare la nostra vita, marcare sempre di più il distacco tra chi ha gli strumenti e la voglia di complicarsi la vita, e chi non ha nè gli strumenti nè la possibilità di partecipare a questa immensa complicazione delle nostre esistenze.
Mi viene di pensare a Gramsci, che ci ha lasciato in eredità il dovere e il diritto di istruirsi, per non essere succubi delle classi più agiate, che l’istruzione potevano pagarsela. La cultura era un modo per affrancarsi dal disagio e dalle povertà. Senza l’acquisizione di un minimo di cultura, di istruzione, era difficile emanciparsi dalla marginalità.
Ho l’impressione che oggi, se male applicate, se assunte a dogma, se non messe al centro di processi reali e diffusi di un nuova “istruzione di massa”, le nuove tecnologie possano ancora marcare la differenza tra una nuova casta iper-tecnologica e talvolta portatrice di una cultura aristocratica distante dalla gente, e il nuovo “proletariato” che non può, o non ce la fa, o non vuole “istruirsi” al nuovo verbo. Destinato, così, a rimanere marginale nei processi di innovazione e sviluppo. A volte troppo complicati e lontani dalla realtà per migliorare davvero la nostra vita. Che poi, dovrebbe essere il fine unico e ultimo di ogni innovazione.
Anche per questo, oggi, per il mio Natale, vorrei in regalo tanta semplicità, una valanga di semplicità. Cose semplici, per qualche giorno da vivere in semplicità. Per poi tornare nell’era della complicazione, almeno un po’ ossigenato. Buon Natale, e se volete, tanta semplicità a tutti voi!

La mia America

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Il premio Amerigo è un riconoscimento a chi, nell’attività giornalistica, opera per creare ponti e relazioni tra il nostro Pese e gli Stati Uniti. Essere fra i premiati, ovviamente, è stata una bella soddisfazione, che condivido con la mia redazione di www.intoscana.it.
Tra gli elementi di emozione, nel corso della cerimonia, a Firenze, nel bellissimo nuovo hotel L’orologio in Piazza Santa Maria Novella, anche il fatto di ricevere il premio dalle mani di Alessio Gramolati, il segretario della Cgil toscana, una delle persone con le quali, nel mio impegno di lavoro a Firenze ho sempre avuto visioni comuni e riflessioni condivise su Firenze e la Toscana. Ma la cerimonia è stata anche l’occasione di parlare della mia America. Di quel giorno del novembre del 1963, quando, appena tornati con mio babbo e mia mamma dal cinema dove avevamo vivsto “Il gattopardo”, il Tg in bianco e nero ci proiettò sulla scena di Dallas. Mia mamma chiese a mio babbo: “Ma ci sarà di nuovo la guerra?”. E lui. “La guerra fa paura a tutti”. La mia America è anche Bob Kennedy e Martin Luther King, è Kerouac e Scott Fitzgerald, Marlyn Monroe e “L’uomo dei sogni” con Kevin Costner. E’ tanti film che amo e quella colonna sonora, “The way we were”, in cui Barbra Streisand in “Come eravamo”, fissa le note di quella malinconia della memoria, un po’ tenera e un po’ pesante da sopportare, che accompagna tanti di noi. Ho parlato anche della mia America più recente, delle emozioni e delle speranze di Obama, alla base - insieme ad altro - del mio libro “L’ultima trasmissione della notte”. Ho parlato, insomma, della mia America, che in fondo è l’America come la vorremmo in tanti, paese di pace, di libertà, di opportunità. Senza tutto il resto.

Vignaioli e vignerons, vino e filosofia

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E’ una inedita e suggestiva prospettiva quella che soprattutto Sergio Givone offre, all’iniziativa “Ripensando al Caffè filosofico davanti a un fiasco di vino”, che nell’ambito di Vignaioli e Vignerons, ha visto il Teatro del Sale riempirsi di tante persone, tutte richiamate dal fascino della riflessione su un tema:il rapporto tra vino e filosofia. E Givone ha offerto con semplicità, quasi con leggerezza, profonde chiavi di lettura: io bevo per ben pensare, diceva Socrate. Bevo per avere l’animo più libero di riflettere e discettare di filofosofia e per capire la vita. Come se l’ebrezza consentisse, allora come oggi, di avere l’animo meno ingombrato dai fardelli dell’esistenza: “Il vino non cura - ha detto Givone - ma rende sopportabili i mali e i dolori degli uomini”. Sembra dunque plausibile bere vino per curarsi l’anima, senza appesantirla, ovviamente, dal troppo bere. Oggi tutto sembra indicare che il bere è semmai la strada per dimenticare, per addentrarsi nell’oblio dei pensieri. E invece, ha aggiunto Givone, cosa altro è il vino da meditazione, se non uno strumento piacevole per meditare, appunto, riflettere, perfino filosofeggiare sulle nostre ambasce quotidiane.
E poi, ancora, il rapporto tra il produttore e la bottiglia del suo vino, ruolo che Givone intepreta anche in prima persona con un ottimo Chianti e poi con un vinsanto: “Stappare la bottiglia - ha detto Givone - significa incamminarsi sulla via della conoscenza. Gustare per capire quel vino, la fatica che c’è dentro, approfondire, appunto la conoscenza: il vino è la prova che della verità non si potrà mai fare a meno”. Una gran bella serata, con l’anfitrione Picchi, a offrire il meglio di sè con i suoi sformati, uno splendido lampredotto ed un’incantevole trippa. E, tra i vini gustati, la scoperta di un incredibile bianco, uno Sgiraz (non è un refuso…) fiorentino, che incanta per la sua naturalezza. E che fa ben pensare, almeno per stanotte.

L’asilo lager di Pistoia, i video e il vescovo inopportuno

Non è obbligo che ogni volta che un fatto grave, straordinariamente grave accade, ci sia sempre un vescovo che tira le orecchie ai media per come il fatto stesso viene trattato. Non è obbligo. I vescovi facciano il loro mestiere, i giornalisti fanno il loro. La riflessione mi sorge spontanea nell’apprendere che di fronte all’orrore dell’asilo lager di Pistoia, di fronte alle violenze insopportabili commesse dalla maestra carnefice con cattiveria e metodica incredibili, il vescovo di Pistoia abbia protestato per la diffusione del video. E invece no! Il video deve essere visto, da tutti, per rendersi conto di quale sia la portata disumana di quegli atti commessi su piccoli bambini. E la cosa che colpisce di più è che quelle violenze siano state commesse di fronte al gruppo schierato degli altri bambini. Attoniti, impauriti, impietriti e silenziosi. Vedere quelle immagini è l’unico modo per non restare nel dubbio e per vigilare che la giustizia italiana sappia applicare, almeno stavolta, pene esemplari di fronte a reati commessi in modo barbaro. Conoscere significa condannare con consapevolezza. E il video aiuta ad essere giusti nella condanna. Prima da parte della società e poi - speriamo! - dei tribunali. Il vescovo di Pistoia poteva dedicare la sua predica ad altro. Limitarsi a parole di affetto verso i genitori colpiti da tanto scempio sarebbe bastato. Lo avrà fatto senz’altro. Parole di solidarietà vera, di esortazione, magari, a non tentare di farsi giustizia da soli. Perchè, a me da babbo, questa sarebbe la prima cosa che sarebbe venuta in mente. Per tutta la vita. E non avrei saputo che farmene del sermone del vescovo contro i media.

Oblate aperte di notte, stazione di posta della mente

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Il bello delle Oblate aperte di notte è il fatto che le Oblate siano aperte di notte. Nel cuore di Firenze, fino a mezzanotte, la grande biblioteca ieri sera mi è sembrata una sorta di “stazione di posta” della mente. Tanti giovani impegnati a leggere, a studiare. Altri, al piano di sopra, nel bar sulla terrazza che, davvero, offre una delle viste più belle di Firenze, sembravano appartenere ad una sorta di popolo in cammino, non statico, non fermo e ripiegato sulle ovvietà  di un giovedì sera a Firenze.
Il semplice omaggio ad Alda Merini, con tanti fogli fotocopiati che offrivano poesie e pensieri della poetessa, mi è piaciuto per la sobrietà  e la pienezza del messaggio. Poi, uscendo, il tragitto verso Piazza del Duomo vuota e come addormentata, e infine Piazza Santissima Annunziata, pur con il suo carico di barboni sotto i portici, mi è apparso come un percorso priviliegiato della Firenze dei valori, lontano dalla superficiale volgarità dei nostri giorni. Per cui, alle Oblate di notte, ci tornerò.