Per decenni - almeno tre - mi hanno sempre detto che ero un giornalista nato. Che avevo il fiuto delle notizie, siccome anche avevo avuto qualche maestro di quelli di provincia, tutta sostanza e per niente effimeri. Per anni ho seguito la strada maestra del giornalismo, per come l’avevo imparata. Compromessi zero e “legge del fruttivendolo”, ovvero, se il fruttivendolo sotto casa capisce quello che scrivi, vuol dire che ti fai capire. Altrimenti sei uno che usa il giornale per sfoggiare la propria erudizione e i suoi commenti forbiti, ma non sei un giornalista. Poi, improvvisamente arriva Internet: per anni fai finta di niente, poi cerchi di capire. E capisci che ogni certezza è finita, ogni gerarchia può essere sovvertita nella gestione della cosiddetta “notizia”, perchè la Rete “concede” a chiunque titolo di realizzare contenuti. In mezzo al guado, cerchi vie di mezzo in una sorta di laguna degli orizzonti perduti, o comunque indefiniti. La retta via della nuova informazione, è comunque da ridefinire. Beato Humprey Bogart e le sue certezze. 1952, nel film “L’ultima minaccia”, Humprey che vestiva i panni del direttore di giornali perfetti, sillaba nel fumo di una sigaretta, la famosa frase: “E’ la stampa, bellezza”. E ora, bellezza, che dire? Se ne è parlato, di crossmedialità ed altro, al Festival della Creatività . Perchè, un modello, nuovo, innovativo, è da trovare. E gli steccati, le sicurezze anestetizzanti, non ci sono più: “E la crossmedialità , bellezza..” verrebbe di dire. Ma nessun produttore, oggi, fa più film sui giornalisti. Chissà perchè.
La prima cosa che ti viene in mente, mentre la senti parlare di viaggi, della mente e delle emozioni, sul Palco del Festival della Creatività , è che non vorresti che smettesse di parlare. La seconda è: perchè la Rai non abbia trovato il modo di valorizzare al meglio una professionista di questo livello. Ma a parte questo, Carmen Lasorella ha cercato di assaporare questo Festival, ha passeggiato da sola sulla ghiaia, in mezzo ai padiglioni, ha ascoltato i commenti dei giovani, della gente comune. Invece di lasciarsi andare a sentenze sommarie come altri hanno fatto - Oliviero Toscani, per esempio, ha inserito anche il Festival tra gli oggetti dei suoi strali - da giornalista vera, Carmen Lasorella, ha cercato prima di tutto di capire. Solo dopo ha espresso alcuni giudizi, che si possono ascoltare nell’intervista video che ci ha rilasciato. Rispettiamo tutte le opinioni, sempre, compresa quella di Toscani. Preferiamo l’approccio e l’analisi di Carmen Lasorella.
 Io non so chi abbia ragione tra Sarkozy e il Governo italiano intorno alle questioni del clima e delle emissioni inquinanti che ne stanno stravolgendo ritmi e cadenze. Solo che è accaduta una cosa, durante la fatidica pausa pranzo, che mi ha fatto riflettere. Stamani avevo distrattamente letto solo i titoli della polemica. Dopo, invece, mi è venuto voglia di informarmi un po’ meglio. Il fatto è che intorno alle 14,30 a Firenze, in Piazza della Repubblica, faceva un caldo incredibile. Turisti e non solo giravano in magliette a maniche corte. La temperatura veniva data a 27 gradi, ma la percezione era ben più alta. Nel bel mezzo di questa sorta di giornata agostana di fine ottobre, che conferma ancora i luoghi comuni metereologici sempre più in voga - non ci sono più le mezze stagioni… - mi sono voltato verso l’entrata della Rinascente ed ho visto due splendidi alberi di Natale, già muniti di lampadine fluorescenti. Che c’entra con le mutazioni climatiche? Beh, secondo me c’entra.
Ron Geesin ha iniziato a saltellare per il terzo corridoio degli Uffizi, incurante dello sguardo perplesso del gruppo marmoreo del Laoconte in restauro. Poi, dopo un duetto a suon di fischi con la folta platea, è iniziata la vera performance musicale, l’incontro tra i Pink Floyd e Bach, nella suggestiva atmosfera degli Uffizi. I puristi e i musicofili esperti forse avranno avuto di che storcere la bocca, ma sentire “Atom Heart Mother”, lunedì sera, rivisitata per l’occasione dell’anteprima del Festival della Creatività , a me ha trasmesso emozioni e sensazioni positive. Un’altra riprova che la musica non teme contaminazioni o riproposizioni fuori contesto. Basta essere ben disposti e la memoria corre da sè, lungo un sentiero ben tracciato. Le foto che Geesin ha fatto scorrere sugli schermi, che riguardavano i momenti in cui la composizione fu creata, ben 38 anni fa, hanno mostrato i volti ancora presenti dei Pink Floyd. Effetto nostalgia? Sì, può darsi, ma Ron Geesin è stato dissacrante quanto basta per non cedere granchè campo a noi reduci degli anni Settanta.
Stavolta parliamo un po’ di noi, e delle sensazioni - diciamo pure dell’emozione - che avvertiamo a pochi giorni dall’inizio del Festival della Creatività . Per qualcuno è semplicemente un evento, per noi di intoscana.it è il momeno in cui tutto quello che cerchiamo di fare con il portale in termini di multimedialità , giunge alla prova del fuoco: circa 96 ore di spettacoli, convegni, performances in diretta; due edizioni di un Tg Festival che dal 23 al 26 ottobre racconterà tutto quello che accade alla Fortezza da Basso; una sorta di talk show che farà da collante, a fine pomeriggio, con gli eventi di spettacolo della serata. Per noi, della squadra di intoscana.it, è una grande sfida, della quale avvertiamo già tutti gli stimoli adrenalinici.
E’ in queste occasioni che si avvertono più che nell’ordinarietà , le opportunità della Rete. Grazie a Internet possiamo trasmettere in diretta in tutto il mondo, spettacoli e concerti, senza il bisogno di parabole, di satelliti e quanto altro. La barriera del “dove accade” una cosa, appare superabile tutto sommato con connessioni abbordabili, che consentono di sfruttare al meglio opportunità impensabili, attraverso lo strumento dello “streaming”. Poterlo fare per un Festival come quello della Creatività , è una bella occasione: un modo per liberare l’evento dalla circostanza obbligata del luogo in cui si svolge.
Si può dire? Lo dico: che nostalgia! Lo striscione che annuncia “scuola occupata” un po’ in tutti gli istituti fiorentini, dietro al contenuto della protesta, ai ragazzi impegnati a manifestare la propria opinione in difesa di una scuola che resti aperta e patrimonio di tutti, personalmente riporta alla mente analoghe situazioni di trent’anni fa. Assemblee, proteste, voglie e speranze di futuro migliore. Al “Bandini”, a Siena, decidemmo di continuare l’occupazione anche nelle ore notturne, con una specie di turnazione per difendere simbolicamente la “nostra” scuola, da chi voleva propinarci - anche allora - un’ “altra” scuola.
Ricordo anche momenti di svago, chitarre, cori _ imperava Venditti - e brace di salsiccia al chiaro di luna per reggere la nottata. C’era tanta adrenalina, tanti scambi, tanta volontà di contare qualcosa nella costruzione di una società migliore. Se i ragazzi, trent’anni dopo, sono costretti di nuovo a occupare, è segno che quella nostra voglia di crescita da qualche parte si è arenata. Dicono - i sociologi - che successe già a partire dagli anni Ottanta dello yuppismo e dell’edonismo personale, che annebbiarono gran parte di quelle visioni comuni che furono patrimonio anche della mia generazione.
Basta con la nostalgia, auguri ai ragazzi delle scuole occupate. Tra l’altro, sul fronte delle Università , mi sono fermato per qualche minuto a seguire una lezione in Piazza Tolomei a Siena. Si parlava di Papi e di influenza nella storia. Il docente, giovane, riusciva a catalizzare l’attenzione dei ragazzi seduti sulla scalinata della chiesa di San Cristoforo. Ho avuto la tentazione di sedermi anche io, poi ho tirato diritto: “Magari - ho riflettuto, pensando alla mia giacca e cravatta, e alla mia età non più da studente - mi prendono per uno della Digos…”
C’è un piccolo libro che è stato pubblicato a Siena da Francesco Dolcino. Autore ed editore, osservatore della vita, navigatore dell’esperienza, “apprendista” di cose vissute, Dolcino propone una raccolta di “Massime minime”, commentate e selezionate con cura. Fra tutte, quella che mi ha colpito di più è la seguente: “Iniziare è sempre positivo, più che arrivare”. Bellissima. Non è di un filosofo, ma di uno stilista, Giorgio Armani. Mi dispiace perfino un po’, eppure la frase riesce a connotare al meglio il sale della vita. Almeno per come la intendo io. Non c’è cosa più bella che cominciare una cosa e plasmarla piano piano secondo quello che sei. Parlo soprattutto del lavoro. Mi dicono sempre che sono “uno da start up”, nel senso che mi affascinano le nuove opportunità . Mi dicono anche che sono “inquieto”, visto che ho cambiato spesso e sempre volentieri negli ultimi 15 anni. Ringrazio Armani e Dolcino: ho capito meglio perchè mai mi sentirò di essere “arrivato”.
Negli ultimi giorni mi sto imbattendo sempre di più in persone che scrivono libri, o in nuove case editrici: interessantissima “Intermezzi”, toscana, che si specializza in scritture di viaggio ed ha iniziato con “Slowtuscany” di Damiano Andreini, viaggio nella Toscana che non ti aspetti. Giovani donne, soprattutto, che sperano fortissimamente di pubblicare un libro, manoscritti che viaggiano carichi di sogni verso arcigne case editrici, blog in cui si scrivono racconti che sono già di per sè dei piccoli affascinanti libri. Io stesso che sto scrivendo un altro libro. Tutto questo è bello, soprattutto nell’era di Internet. Vuol dire che c’è ancora voglia di lasciare tracce, segni del proprio cammino, al di là delle chat, dei social network e di Facebook. Un libro ti obbliga a mostrarti ben oltre una password di accesso e non puoi fingere. E’ come e più di un blog: la verità di te stesso.
C’è la nuova canzone di Tiziano Ferro che imperversa su tutte le radio (il video è tratto da You Tube) e che ha un testo, per me - cinquantenne… - meraviglioso. Soprattutto in quella parte in cui la canzone dice suppergiù così: “ringrazio chi sa piangere di notte alla mia età ”. Ci vuole coraggio, ma ci vuole anche ancora la capacità di emozionarsi, di commuoversi, di mettere da parte ogni ruolo sociale, per “piangere di notte alla mia età ”. A tutte le età , ma alla mia in particolare. Ci vogliono sentimenti e dolori, gioie e sogni. Oppure ci vuole, come è capitato a me, una partita di calcio, nello stadio di Firenze, ieri sera. Pieno, denso di emozioni che trasudavano perfino dal video di Sky. E quando è apparso Stefano Borgonovo, con quegli occhi troppo grandi, il ricordo dei suoi gol in coppia con Baggio - che lo ha portato in carrozzina sotto la Fiesole - è stato più forte di ogni contegno. Perchè a volte, alla mia età , si ha paura di piangere anche da soli. Ieri sera, per Borgonovo, è stato fin troppo facile saper piangere ancora alla mia età . Anche per la consapevolezza piena di quanto la “Sla” abbia tolto ad un uomo che faceva gol e che avrebbe meritato di vivere anche dopo aver smesso di farne.
E’ molto più potente di un urlo, il silenzio durante il minuto di raccoglimento per i tre operai morti sul cantiere della Variante di Valico. In sala mensa, nel cuore del Mugello, l’assemblea dei lavoratori è uno squarcio terribile nella verità di un lavoro che non concede scampo. I lavoratori del cantiere mettono all’indice la fretta, i subappalti, la mancanza di controlli, i ritmi di lavoro terribili. Parlano, quasi tutti, con accenti meridionali, e dicono che gli straordinari, lavorare 12 anzichè 8 ore al giorno, è indispensabile per tornare prima a casa, al Sud. Nel piazzale soprattutto, dopo l’assemblea, con i tanti che rimangono a parlare, vengono fuori racconti di esistenze di fatica per pochi euro. Neppure se le immagina chi, come me, fino ad ora era salito fino a Barberino solo per comprare qualche golf all’Outlet, che è lì a fianco al cantiere. E’ soprattutto quella sequela di accenti meridionali che parla, più di tanti sociologi, chiarisce più di tanti economisti, quanto sia ancora enorme il dislivello fra chi è garantito e chi no. Tra chi deve lottare con i piloni della Variante, tornando a casa, al Sud, due volte al mese, e chi bestemmia per la coda tra Barberino e Firenze Nord. Guarda i video e leggi i servizi
Il dramma degli operai morti sulla Variante di Valico, porta a 44 il numero delle vittime del lavoro in Toscana, nel 2008. Terribile sintesi che induce a riflessioni e sgomento. Il primo pensiero è sulle modalità di quelle morti: la piattaforma che si stacca dal pilone e loro che piombano nel vuoto, mentre il quarto operaio riesce ad aggrapparsi ad un appoggio e si salva. 38 metri a strapiombo, con la probabile possibilità di rendersi conto che si sta precipitando nel vuoto, che si sta cominciando a morire e dopo pochi secondi tutto sarà finito. Un dolore in più per le famiglie, un dramma nel dramma.
Nella giornata più nera per la Toscana del lavoro, si aggiunge anche il quarto morto in ferrovia, con il carrello che si sfrena e travolge un uomo di 50 anni. Altra vita finita, ben più di un numero in più nelle statistiche. Per i giornalisti toscani si è aggiunta un’altra coincidenza: proprio ieri Autostrade per l’Italia aveva indetto “Cantieri aperti”, la giornata di trasparenza sulle attività dei cantieri autostradali in Toscana. E della Variante si era parlato, così come degli altri cantieri. Cifre, numeri, che avevano aiutato a capire e sui quali i giornalisti avevano avuto modo di lavorare. Cifre e numeri che ieri sera, quando anche nelle redazioni è arrivato il vento della morte nel cantiere del Mugello, sono apparsi ben poca cosa rispetto alla terribile oggettività di quelle morti.
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