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Archivio per Novembre, 2008

Nell’orrore di Mumbay, il ruolo delle nuove tecnologie

Nell’orrore dell’assalto terrorista a Mumbay, spiccano due storie toscane di segno opposto: il dramma di Antonio Di Lorenzo, imprenditore livornese ucciso dall’esplosione di una granata praticamente sotto gli occhi del figlio, che si è salvato. La liberazione, dopo lunghe ore di angoscia di Angelica Bucalossi e del suo compagno Fulvio Tesoro, titolari di un noto albergo nel centro di Firenze. Entrambe queste due storie sono state segnate, oltre che dal dolore della famiglia Di Lorenzo e dalla paura dei Bucalossi, dal ruolo delle nuove tecnologie. Massimiliano, il figlio di Antonio Di Lorenzo, ha cercato contatti all’esterno dell’albergo in cui era asserragliato, inviando messaggi disperati al forum del Bracco Italiano. E via via i suoi post erano sempre più angoscianti, sempre più segnati dall’impossibilità di sapere che fine avesse fatto suo padre, mentre al di fuori del suo nascondiglio esplodevano bombe e colpi di arma da fuoco. Poi, dopo avere appreso proprio dal Forum, la notizia della morte del padre che nel frattempo era stata diffusa dalla agenzie di stampa, Massimiliano ha affidato il suo primo sfogo a Facebook. Ha scritto: “Spari ovunque, uomini che cadevano, urla, codardi di merda. Non e’ stata una bomba a portarmi via mio padre ma un colpo di un codardo schifoso”.
Di segno opposto la vicenda della famiglia Bucalossi. Mentre Angelica Bucalossi e il suo compagno si erano nascosti detro una camera dell’hotel preso di mira dai terroristi, era la sorella, da Firenze, che attaccata alla tv, raccontava alla sorella prigioniera gli sviluppi di quanto accadeva oltre la porta che per la signora Angelica era l’ultima frontiera di speranza di vita.
La Rete ed un cellulare, di fronte all’assedio dei terroristi a migliaia di chilometri di distanza, sono riusciti a far comunicare le persone assediate con i propri cari, con i propri amici, consentendo a chi era prigioniero di capire anche come evolveva la battagia che si svolgeva a pochi passi da loro. Come accadeva per gli ostaggi del terzo aereo dei terroristi dell’11 settembre, che comunicavano con i propri familiari annunciando la morte imminente.

Testamento biologico, o meglio…

Una troupe televisiva non meglio identificata mi ferma in piena Fienze, soprattutto in pieno turbinìo di mille pensieri di altro tipo. La domanda è a bruciapelo: “Che cosa è il testamento biologico?”; la risposta per tagliar corto: “Guardi non so bene, so di che si parla ma…”. Figuraccia certa: come quando a scuola ti interrogavano, sapevi la cosa ma non la sapevi esprimere. E poi, quella parola, “biologico”: viene da aggiungergi subito,  “o meglio”, le disposizioni di chi, in piena consapevolezza, lascia detto di volere o non volere determinate terapie in caso di punto di morte. A telecamere spente, vengo comunque informato che nei pressi c’è un notaio che al costo simbolico di un euro raccoglie appunto i “testamenti biologici”. Io non so se sia giusto: mi chiedo soltanto perchè, anche di fronte alla morte, alla scelta di essere curato o meno in caso di prossimità alla morte, ci sia bisogno di un terzo incomodo, appunto un notaio, per lasciarci andare incontro al nostro destino.

Firenze anticipa l’elezione di Obama: facce di speranza

Rientrare dopo un breve periodo di ferie… nel mondo, proprio all’indomani dell’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è un po’ come entrare in un mondo divenuto nuovo. Perchè l’elezione di Obama non è l’ascesa alla Casa Bianca di un qualsiasi politico, di un qualsiasi Democratico. Non di rado, nelle elezioni americane, si è avuta la sensazione che non fosse poi così abissale la diversità di proposta tra il candidato repubblicano e quello democratico. Stavolta ben al di là dei contenuti dei programmi politici, l’elezione di Obama è nello stesso tempo metafora e contenuto dell’ipotesi - speranza - di un mondo nuovo. Il primo afroamericano presidente, il primo nero, ma anche il primo ad aver scelto come elemento cardine della propria campagna elettorale, la prateria di Internet. Il primo ad aver inviato un sms di ringraziamento ad elezione certa, prima ancora del discorso della notte del trionfo. Il primo ad essere stato acclamato presidente in più continenti, in Kenya con la gente stretta attorno alla nonna in lacrime; in Indonesia dove Obama ha vissuto. E quindi, già nelle premesse, il primo presidente americano “globale”, leader probabile della nuova era della globalizzazione. Il primo, forse questa è la cosa più importante, a scommettere sulla speranza di cambiamento: “change” e “we can”, le semplici, chiare e nette parole chiave della sua proposta.
A Firenze, nelle facce dei ragazzi riuniti al Saschall dall’associazione Italia-Usa nell’election hight - viste su intoscana.it da lontano - la speranza si leggeva ben evidente. E la loro speranza era, in fondo, la speranza di tutti noi.
Nella miriade di servizi mandati in onda - spesso a sproposito - dalle tv italiane, compreso uno su Canale 5 che conteneva un incredibile turpiloquio in sottofondo subito “beccato” da Striscia, ho visto anche la faccia di Jesse Jackson, il predicatore nero, leader dei Diritti Civili, che negli anni Ottanta tentò di ottenere la nomination dei Democratici. Non ce la fece, nonostante le alternative prescelte non brillassero certo di appeal: nel 1984 i Democratici scelsero Mondale invece di Jacson; nel 1988 Dukakis. Quest’ultimo perse poi con Geroge Bush padre e Mondale contro Reagan. Jackson, probabilmente, era migliore sia di Mondale che di Dukakis. Ricordo di essermene occupato nel mio saggio di esame per l’iscrizione all’albo dei giornalisti professionisti. Scrissi che Jackson era un candidato troppo “contro” e che avrebbero dovuto passare degli anni prima che un nero potesse diventare un candidato “per”. Sono passati vent’anni, ora Obama è presidente degli Stati Uniti. Il mondo attende di cambiare.