Papa Ratzinger ha scelto il Camerun per pronunciare, dall’aereo che stava per atterrare in uno dei Paesi a più alta diffusione di Aids, le sue parole contro l’uso dei preservativi, che non risolverebbero, anzi “aumenterebbero il problema della diffusione dell’Hiv”. Non entro nel merito delle questioni etiche e morali che stanno dietro a questa frase, che rispetto in ogni caso - anche se non fossero i convincimenti del Pontefice - ma resto alla tematica della prevenzione sanitaria del problema. I volontari cattaolici che si trovano ad operare in Africa e soprattutto nell’Africa subsahariana invitano - lo hanno fatto fino ad oggi, spero lo faranno ancora - le popolazione martoriate dall’Aids a usare il preservativo, unica possibile barriera contro il male terribile. L’invito alla castità e ai rapporti monogami non rappresentano che un input di ordine morale, ma non sono un presidio di prevenzione sanitaria. Le parole del Pontefice sconcertano ancora di più, se solo si scorrono i dati ufficiali dell’Unicef sulla diffusione dell’Hiv. Eccoli, tratti dal sito ufficiale:
“La diffusione dell’HIV/AIDS non è più limitata all’Africa subsahariana, come siamo stati abituati a pensare nel corso degli anni Novanta. In quest’ultimo periodo della nostra storia, l’epidemia si è espansa in tutte le aree del mondo in via di sviluppo, con tassi di diffusione particolarmente allarmanti in America Centrale, nei Caraibi, in Europa orientale e in alcune regioni asiatiche. Al contrario, in Europa, America settentrionale e negli altri paesi ad alto reddito l’epidemia è stata contenuta grazie ai progressi della ricerca farmaceutica e all’efficienza dei servizi di monitoraggio e prevenzione.  Qui il pericolo principale è rappresentato da un abbassamento della guardia che potrebbe facilitare il ritorno in auge di comportamenti a rischio, soprattutto fra i giovani che non beneficiassero di un’efficace azione di informazione e sensibilizzazione.Â
Africa subsahariana
È tuttora la regione maggiormente colpita dalla pandemia di HIV/AIDS: qui vivono 30 milioni di soggetti portatori di HIV (pari a tre quarti dei sieropositivi del mondo) e addirittura il 90% dei bambini infetti dal virus. In questa parte del mondo l’AIDS è rapidamente divenuta a prima causa di morte, superando in negativo mali atavici come la malaria o la tubercolosi.
In 12 Stati africani il tasso di diffusione del virus nella popolazione adulta (15-49 anni) supera il 10%, ossia dieci volte la soglia oltre la quale l’epidemia si considera generalizzata.
La tragedia assume proporzioni spaventose in alcuni paesi dell’Africa australe, come il Botswana o lo Swaziland, dove un adulto su tre ha già contratto il virus e gli epidemiologi stimano che per un quindicenne di oggi vi siano più probabilità (60%) di ammalarsi che non di arrivare sano all’età adulta.Â
Asia meridionale e orientale
L’epidemia è considerata di tipo generalizzato in Cambogia, Thailandia e Myanmar, mentre in Indonesia, Nepal e Vietnam i tassi di diffusione fra i giovani inducono a prevedere scenari analoghi nel giro di pochissimi anni.
Massimo allarme destano però i due giganti del continente, Cina e India, dove si concentra un quarto della popolazione mondiale e dunque anche un lieve aumento del tasso di diffusione si tradurrebbe in milioni di contagi. In numerose province cinesi si è già raggiunto un livello di epidemia concentrata, nonostante il tentativo del governo di Pechino di minimizzare le dimensioni del fenomeno.Â
Europa orientale e Asia centraleÂ
In questi ultimi anni, i territori dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa orientale fanno registrare tassi di diffusione dell’HIV/AIDS più rapidi di qualsiasi altra area del mondo, Africa inclusa.
Ciò avviene a causa del collasso economico e sociale di queste realtà , dove una liberalizzazione selvaggia ha gettato nella miseria larghi strati della popolazione e la qualità dei servizi sanitari di base è precipitata a livelli da Terzo Mondo o ha raggiunto costi inarrivabili per la maggior parte della popolazione.
Il numero dei sieropositivi in questa regione è prossimo ai due milioni, e sebbene l’infezione riguardi ancora in massima parte i gruppi a rischio (tossicodipendenti in primo luogo), il contagio per via sessuale sta dando all’epidemia un carattere quasi generalizzato.
L’età delle persone contagiate è sorprendentemente bassa: in Russia, ogni anno contraggono il virus migliaia di teen-ager del tutto ignari delle più elementari norme di prevenzione.
America Latina e Caraibi
Anche qui l’epidemia è prossima ad assumere carattere generalizzato, in verità già raggiunto nell’area caraibica con un tasso di prevalenza dell’HIV/AIDS del 2,3% fra gli adulti - il più alto al mondo dopo l’Africa. La modalità prevalente del contagio è stata finora quella dei rapporti omosessuali fra maschi, ma negli ultimi tempi il fatto che il maggior numero dei nuovi casi di infezione riguardi giovani donne fa ritenere che il virus abbia ormai valicato il confine dei gruppi a rischio.Â
Medio Oriente e Nord Africa
È la regione di cui si hanno i dati più incerti. Gli esperti indicano epidemie concentrate nel gruppo a rischio dei tossicodipendenti in metà dei paesi del Maghreb e del Medio Oriente, Iran incluso. Â
La modalità di trasmissione sessuale del virus è probabilmente rallentata da influenze culturali e religiose.Â
Paesi industrializzati
I paesi ad alto reddito sono gli unici nei quali le persone sieropositive hanno accesso ai farmaci antiretrovirali, che ritardano l’avvento della sindrome e migliorano la qualità della vita. Tuttavia, la malattia è tutt’altro che scomparsa: ogni anno quasi 80.000 persone contraggono il virus, e altre 25.000 circa muoiono per AIDS. In alcuni paesi i tassi di diffusione dell’HIV/AIDS hanno smesso di diminuire, fenomeno rivelatore di una minore attenzione nella prevenzione e in una sottovalutazione del rischio, probabilmente indotto dal successo dei farmaci antiretrovirali e dall’erronea opinione che l’HIV/AIDS sia ormai una malattia curabile.Â
In Italia i casi di AIDS accertati dall’inizio dell’epidemia (il primo caso registrato è del 1982) al 2004 sono stati circa 53.000, di cui oltre 33.000 con esito letale. Â
Il numero dei sieropositivi è stimato intorno ai 140.000, di cui circa un terzo donne. Ogni anno nel nostro paese dalle 3.500 alle 4.000 persone contraggono il virus dell’HIV, e circa metà entrano nella fase della malattia vera e propria. Desta preoccupazione il fatto che i casi di AIDS conclamato abbiano cessato di diminuire dal 2001 in poi”.
Io spero che i cattolici, in Africa, continuino a propagandare l’uso del preservativo. E che in ogni parte del mondo si usi il condom, per non rischiare di abbassare la guardia, come dicel’Unicef, contro l’Aids.
Iintanto, pochi minuti fa, il Vaticano ha trasmesso quella che viene annunciata come la risposta integrale del Papa ai giornalisti. Ma l’Ansa (come si legge sul sito di Rainews24 a questo link http://http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=111101 ) ha confrontato questa versione ufficiale con la registrazione della risposta del Pontefice, che evidentemente la Santa Sede ha ritenuto di correggere. Resta il fatto che il Vaticano, anche 24 ore dopo, conferma che “il preservativo non è la via”. “La Chiesa - si legge in una nota della Santa Sede in risposta alle polemiche sollevate dalle parole del Papa - concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore. A proposito degli echi suscitati da alcune parole del Papa sul problema dell’Aids - si legge nella nota - il direttore della sala stampa, P. Federico Lombardi, precisa che il Santo Padre ha ribadito le posizioni della Chiesa cattolica e le linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello dell’Aids: primo, con l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia; due: con la ricerca e l’applicazione delle cure efficaci dell’Aids e nel metterle a disposizione del più ampio numero di malati attraverso molte iniziative ed istituzioni sanitarie; tre: con l’assistenza umana e spirituale dei malati di Aids come di tutti i sofferenti, che da sempre sono nel cuore della Chiesa”. “Queste - conclude la nota - sono le direzioni in cui la Chiesa concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per contrastare il flagello dell’Aids e tutelare la vita umana”.
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