Il Palio di Siena è l’emozione della vita per ogni senese. Difficile comprenderlo al di fuori della città, anche se ormai il Palio è patrimonio universale non fosse che per la conoscenza mediatica. Raramente, però, da senese, ho percepito così tanta emozione nel misurarsi con il Palio, come con Giuliano Ghelli, l’artista fiorentino al quale è stata affidata la realizzazione del drappellone del 16 agosto. Emozione e rispetto, ma anche profonda gioia nel realizzare un’opera che Ghelli sognava da tanti anni: “Fare il Palio era il mio sogno”, mi ha detto quando sono andato a trovarlo nella sua splendida casa nelle campagne di San Casciano, dove ha dipinto il drappellone. Una visita fatta per realizzare una videointervista per intoscana.it (il video allegato in questo post), ma all’indomani della consegna del “Cencio”, tanto per non cadere in tentazione…
Si capisce subito l’empatia naturale tra Ghelli e la festa senese, a cominciare dal cavallo. Ce ne sono, di barberi, in tanti quadri che affollano lo studio, nel delizioso “Piccolo acrilico fertile”, pieno di azzurro splendente, per esempio, o in “Viaggi del tempo immobile” in omaggio al libro di Roberto Vecchioni. E il cavallo non potrà non esserci nel drappellone di un pittore fiorentino che vive nel Chianti, ma che ha imparato ad amare Siena e a guardare con ammirazione all’emozione dei senesi per la propria Contrada.
Altri artisti fiorentini hanno dipinto il Palio di Siena: Luca Alinari, Sandro Chia, Luciano Schifano, Antonio Bueno e quel Marco Borgianni, che insieme a Ghelli (e con Sauro Amegli, Marco Cipolli e Alfio Rapisardi ) esporrà a Siena dal 5 agosto alla Galleria Piaggia della Morte, a due passi da Piazza del Campo. Ma il legame di Ghelli con la città del Palio appare agevolato da alcune circostanze: la famiglia senese della compagna, in primo luogo. Le memorie della casa in via del Casato dove Sandra Stanghellini, battezzata nella Tartuca, trascorreva tanti giorni delle sue estati dell’infanzia, il nonno Metello – “l’uomo più bello che abbia mai visto “ scrive lei in una sue poesia – appaiono il trait d’union naturale tra Siena e Giuliano Ghelli. Ma il legame è già nella stessa poetica pittorica dell’artista, così connaturata al sogno. E non c’è nulla di più simbolico del drappellone, per i sogni dei senesi: “I quadri di Ghelli sono ritornelli, quadri limpidi come stornelli”, ha scritto Vincenzo Mollica. E i sogni dei senesi nei giorni di Palio, le ansie delle ore della vigilia, sono tutte punteggiate da stornelli, pieni di fierezza, ma anche di malinconia e di speranza di vittoria. Colorata di mille tinte. Come un quadro di Giuliano Ghelli. Come un sogno.
Archivio per Luglio, 2009
Montepulciano è una cittadina splendida, non conosciuta a sufficienza per come meriterebbe. Incastonata in quella parte della provincia di Siena che guarda all’Amiata e alla Val d’Orcia della vicina Pienza. Città ricca di bellezze storiche e artistiche, che ogni estate trova nel Cantiere Internazionale d’Arte, una rassegna musicale e di cultura, in grado di concentrare l’attenzione mediatica su questo luogo, altrimenti lontano dalle luci della ribalta. Quest’anno, in un’edizione che brilla per i riferimenti danteschi e per la prima italiana dell’opera di Brecht “La linea di condotta”, spicca la presenza di Luciano Violante con la sua “Cantata per bambini morti di mafia”. L’ex presidente della Camera, in questi giorni presente in molti giornali per le sue memorie antimafia, ha recitato un testo da lui scritto, che ha avuto anche una rappresentazione teatrale, e musicato dal compositore contemporaneo Cifariello Ciardi. L’esecuzione è stata affidata all’Ensemble Algoritmo, diretto da Marco Angius. L’impatto è stato forte, come si può vedere anche dal video di www.intoscana.it. Un impatto che va al di là anche dell’aspetto artistico della performance, che si è tenuta lunedì 27 luglio, e che richiama ad una ferita ancora profondamente aperta, una delle tante del nostro Paese. Un problema che assilla ancora la Sicilia e non solo,viste le infiltrazioni anche nella nostra regione. Un problema enorme che non è… il traffico - come nella metafora del film di Benigni - ma la mafia e i suoi delitti, i suoi traffici. La “Cantata” di Violante è stato un urlo contro la mafia che ha toccato chiunque l’abbia ascoltata.
C’è un delizioso video su You Tube, che si intitola “Trippaio Tour of Florence” realizzato da Michael Bernosky per Apple & Olive, che accompagna in un tour tra panini al lampredotto e trippa, fra i vari trippai fiorentini. Da via dei Cimatori a San Frediano, via via chiunque apprezzi il video, in lingua inglese, finisce per appassionarsi a questa specialità che fa parte dell’identità fiorentina. Michael chiede di bere qualcosa, ad un certo punto e non ha dubbi: un bicchiere di Chianti. Perchè dividere il lampredotto dal bicchiere di vino non si può. E’ vero. Ho visto qualche giapponese chiedere la Coca Cola. Tanti anni fa, in vacanza, per stare con una bella ragazza genovese, confesso anche io di aver bevuto Coca Cola con la trippa (quella in scatola, per giunta, ma a quei tempi non è che fosse così facile l’approccio, ci si doveva sacrificare…). Ma non si può, proprio non si può…
Non è solo per una questione di gusto, del rispetto del giusto abbinamento tra un vino e un cibo - che pure fa parte della cultura del mangiare - che la misura arrivata dall’Europa, che vieta la vendita di vino anche nelle ore diurne, per le strade, appare anacronostica e inaccettabile. Significa che quelle teste d’uovo dell’alta burocrazia comunitaria, non hanno mai provato il giusto di mangiarsi un panino per strada, ma nemmeno di gustare un sacchetto di fish and chips in Inghilterra, dove pure il vino sarà meno necessario, ma da noi è indispensabile.
Non è solo una questione di trippa, o lampredotto, c’è molto di più. Nella misura arrivata dall’Europa si avverte il cattivo retrogusto della globalizzazione che si abbatte sulle identità locali senza il minimo buon senso, oltre che senza rispetto. C’è l’incultura della non conoscenza delle tradizioni peculiari di un popolo, di una comunità. E di tante tradizioni di cibo di strada, non solo forentine, ma presenti in tutta Europa. C’è il rischio dell’appiattimento selvaggio, che finisce per avere come riflesso indotto, il fatto di favorire chi omologa tutto, anche il cibo, proponendo a New York come a Firenze la stessa minestra, o meglio lo stesso hot dog. O meglio ancora: la stessa bibita dalla ricetta misteriosa. Insomma, non è solo questione di trippa. Io, comunque, il 29 luglio - quando la direttiva entra in vigore - andrò dal trippaio di via Cimatori e chiederò un panino col lampredotto e un bicchiere di vino. Perchè l’identità europea è un valore da alimentare grazie al rispetto dei simboli delle tante identità locali cariche di storia e tradizioni, di abitudini radicate e consolidate. Come un panino al lampredotto accompagnato da un bicchiere di Chianti.
Se un carcere diventa un palcoscenico, si fa fatica a capire - venendo da fuori - quanto sia profondo e impegnativo il processo che porta dei detenuti a diventare attori. Si capisce appena che ciò che viene rappresentato, va ben oltre la portata scenica. Mi è successo ieri a Volterra, per la prima dello spettacolo di Armando Punzo, “Alice nel Paese delle meraviglie”. Uno spettacolo intenso, coinvolgente anche per gli spazi senza confine fra attori e pubblico. La processione finale, ritmata dalla melodia di una musica struggente, guidata da Armando Punzo, autore e regista, “regina della notte” in abito quasi talare, ha rappresentato il momento di massima suggestione dello spettacolo della Compagnia della Fortezza, allestito dentro il carcere di Volterra. Un mesto pellegrinaggio, è sembrato, di conigli parlanti e Alici in un paese senza più meraviglie, seguiti, quasi incalzati, da personaggi in travestimenti volutamente eccessivi, o fantasmi sbiancati alle prese con l’oppressione di se stessi più che delle mura in cui sono costretti. Dentro il carcere, lo spettacolo, si allestisce e si frantuma di continuo. I 200 spettatori vagano in un corridoio cupo e angusto, del tutto ricoperto da enormi fogli di carta vergati a mano dai detenuti, pieni di massime, di testi teatrali, di invettive. E’ soprattutto il coniglio, altissimo, che invita a defluire lungo il corridoio, su cui si aprono sei celle trasformate in piccole ribalte. E’ all’interno di questi spazi, che i detenuti-attori declamano i loro monologhi, infarciti di ciprie e colori, di piume e stravaganze, personaggi impossibili da decifrare, destinati ad apparire e scomparire lungo il corridoio che fa da ribalta e palcoscenico. Ballano anche i personaggi, costretti nello spazio lasciato dal pubblico, fino alla processione finale, che si apre all’esterno, verso il cortile dove i detenuti passeggiano, ogni giorno, nell’ora d’aria. “Saggio sulla fine di una civiltà”, il sottitolo dell’opera, inquietante e vero in tutta la sua durezza, che quella processione riusciva a rappresentare più di tante parole.
Tra i ragazzi che hanno lavorato con i detenuti, venendo da “fuori”, ho visto lacrime di commozione, segno di un’intensità di rapporti che la differenza di condizione, rende ancora più coinvolgente. L’emozione, comunque, è stato il tratto caratteristico di questo evento. Emozione forte, perchè quando esci all’aria aperta, dopo essere passato dalle porte blindate che si aprono e chiudono elettricamente, la discesa che si apre appena tornati fuori, ti riconduce non solo nel dedalo di viuzze del centro storico di Volterra, ma nella tua condizione di uomo libero. Che ieri, mi è apparsa comunque un privilegio.
Nel gioco dei ricordi in bianco e nero, oggi così riemersi dalle celebrazioni del 40° della conquista della luna, hanno per me un significato particolare, quelli che mi riportano a mio babbo, scomparso quando avevo 14 anni. Era il 1974, inizio luglio. Quando senti pù forte il senso della mancanza, la memoria è un po’ come un antidolorifico: il male non lo cura, ma almeno hai la sensazione di soffrire un po’ meno. Così, oggi, ricordo bene la conquista della luna vissuta insieme, davanti alla tv della Pensione Teclini, in vacanza. E questo ricordo, attualizzato alla giornata di oggi 40 anni fa, mi fa tornare in mente, altre emozioni della mia infanzia, condivise alla tv in bianco e nero. Faccio una lista:
1) La notizia dell’omicidio di John Jennedy, appresa dal telegiornale dopo essere stati insieme - io, mio babbo e mia mamma - al cinema a vedere Il gattopardo.
2) Gli scontri del ‘68 a Parigi, tra i ragazzi delle Università e la polizia.
3) La strage di Piazza Fontana del dicembre del ‘69, attaccati alla tv entrambi - io e mio babbo - influenzati.
4) Italia-Germania 4-3, che non finivamo poi di raccontarsela, tornando nella casa in affitto al mare a Castiglione della Pescaia.
5) Allende, con l’elmetto in testa, costretto a fuggire per il colpo di Stato in Cile nel 1973. E mio babbo che imprecava contro Pinochet.
E poi, magari, tante altre cose, più private, intime, che nella giostra dei ricordi, fanno memoria. Mi farebbe piacere oggi, riflettere insieme a mio babbo su come il mondo sia cambiato in questi 35 anni. In meglio? In peggio? Come se lo era immaginato mio babbo? Come avevo sperato io? Come è continuata la storia, insomma, dopo quegli eventi vissuti insieme in bianco e nero alla tv.
Poi penso che mi basterebbe, al di là del dialogo sulle cose del mondo, poter dire a mio babbo - come facevamo quando mi insegnava a giocare a tennis - “Ehi, babbo, vuoi giocare un po’ con me?”. Ci è riuscito Kevin Costner, ma solo al cinema ne “L’uomo dei sogni”. Beato lui.
Qualche giorno fa in tv è stato riproposto “Sapore di mare”, il primo mitico film di inizio anni Ottanta, che raccontava un’estate in Versilia negli anni Sessanta. Mitica, bellissima Virna Lisi, ma bellissima anche la terra toscana in cui il film è ambientato. Mitica, bellissima La Capannina, con i suoi amori nati e rinati, oppure finiti. Nostalgia, sapore di estati forse diverse ma comunque dolci, da riassaporare soprattutto in questa estate segnata dal dramma di Viareggio.
La tragedia resterà indimenticabile, il dolore incancellabile. Ma la Versilia, Viareggio, restano comunque - oggi più che mai - simboli e metafore della vacanza perfetta. Anzi, proprio oggi, la Versilia offre ancora quel gusto un po’ retrò che piace a chi è un po’ più in là con gli anni. E a chi, magari, ha scoperto la Versilia di un tempo solo grazie a Sapore di mare.
Il retrogusto che si prova, nel rivedere Sapore di mare, è insomma quello di una Versilia da amare. Oggi più che mai.
In questi giorni si sprecano le lodi e gli articoli, i servizi video e le interviste su Rinaldo Nocentini, il corridore di Montemarciano (Arezzo), che anche oggi è riuscito a mantenere la maglia gialla al Tour de France. Un’impresa che continua e che, a prescindere da come andrà alla fine, è già un successo di un ciclismo perfino inimmaginabile. Forse non c’è corsa più globale del Tour de France, non c’è competizione ciclistica che più del Tour abbia i riflettori accesi. Solitamente i campioni del Tour hanno perfino i nomi già adatti alla spettacolarizzazione: Armstrong, Contador, Evans, Menchov. Invece spunta un Rinaldini qualsiasi, che i telecronisti transalpini fanno perfino fatica a pronunciare, e conquista la maglia il 10 luglio. La tiene almeno fino a oggi e il 14 luglio non è un giorno qualsiasi in Francia: è la festa nazionale, la presa della Bastiglia. Nocentini, dunque, assurge al ruolo impensabile di eroe del ciclismo globale. Ma il sapore più vero e più profondo della sua impresa, lo si avverte solo guardando il video che gli ha dedicato Valdarno Channel. Il servizio di Alessandro Forni postato su You Tube, è quello che più degli altri trasmette emozioni vere, intense. Le parole spezzate dalle lacrime di fratelli ed amici, la rivalsa, la fatica che si legge in ogni frase. In poche immagini, mentre scorrono le sensazioni forti dei fratelli di Rinaldo Nocentini che non trattengono la commozione, l’eroe globale, torna condottiero locale. E la dimensione “glocal”, come sempre sui media del terzo millennio, trova così il suo equilibro migliore, intriso di umanità e tecnologia.
Tra una settimana sbarchiamo sulla Luna. Accadeva quarant’anni fa, nella notte di domenica 20 luglio 1969, anzi per essere precisi, alle 22,17 ora italiana. Ma è bello ripensare a quel momento, all’attesa soprattutto. Avevo dieci anni. Alla Pensione Teclini di Castiglione della Pescaia, già da qualche giorno avevano appeso un foglio con scritto a penna: “Sbarco sulla luna alla televisione in sala ristorante”. In effetti disposero i tavolini in modo da poter seguire la trasmissione alla Rai, in bianco e nero, ovviamente. A cena fecero un menù tutto d’occasione, tipo tagliatelle spaziali, sogliola lunare, gelato in astronave. O qualcosa del genere. Poi, quando la diretta cominciò, nella sala ristorante della Pensione Teclini si fece silenzio. Ricordo mio babbo, che mi volle vicino e nella sedia appena dietro, mia mamma. Come se la famiglia avesse dovuto rimanere unita di fronte a quell’evento, comunque imperscrutabile, dagli esiti impensabili. La diretta da via Teulada, con Tito Stagno piccato sul momento preciso dell’allunaggio del Lem, e Ruggero Orlando da Houston, piccato anche lui a dire che era avvenuto qualche secondo dopo. Ma al di là della colonna sonora, di quella notte, restano soprattutto le emozioni di un bambino, a cui pareva che da un momento all’altro potessero, finalmente, partire i primi autobus verso la luna. Ovviamente, transitando da casa mia, la fermata di Porta Pispini. La mattina dopo, in spiaggia, i nostri castelli abituali si trasformarono in crateri e astronavi. Fu facile passeggiare sul suolo sconosciuto, anche dal Bagno Balena di Castiglione della Pescaia, in quell’anno in cui durante le mie vacanze al mare sbarcammo un po’ tutti sulla luna.
Il Meeting di San Rossore 2009, dedicato alle nuove frontiere della scienza si chiude senza ricette sicure e predeterminate, ma con una certezza: la ricerca scientifica per salvarci. Per uno sviluppo nuovo e sostenibile dell’umanità. Non è un’affermazione di principio millenarista o generica, ma una constatazione obbligata che, quanto agli atti di governo in Toscana, si traduce in un impegno preciso della Regione nel sostegno agli avamposti della ricerca in Toscana: le Università in primo luogo, il Cnr, il Sant’Anna, la Normale. Altro impegno: il sostegno alla lotta contro la dispersione degli ingegni e dei talenti, minacciati dalla persistente oppressione del precariato:
Non è un caso che sia arrivato da Edward De Bono - artefice della teoria del pensiero laterale, senza assiomi e certezze - la proposta di insediare proprio in Toscana, la “Casa del pensiero”, una sorta di Onu delle idee, per consolidare quella consuetudine al confronto che, in fondo, è la vera eredità di questi nove anni di Meeting, cominciati nel 2001, ancora con una concomitanza con un G8.
La staffetta tra il Meeting 2009 e il Meeting 2010, tra le nuove frontiere della scienza, e il futuro all’era di Internet, è il tema annunciato dal presidente della Regione Toscana, Claudio Martini: informazione e comunicazione ai tempi di Internet. Come cambia, come evolve la grande galassia mediatica alla luce della rivoluzione della Rete. E’ questo il tema del Meeting di San Rossore 2010: “E’ un tema che ne apre tanti altri - ha detto Martini - a cominciare dalle nuove possibilità di democrazia che muovono proprio dalle possibilità aperte dalle nuove tecnologie della comunicazione. In fondo, è anche una nuova sfida alla politica, perchè comprenda come dialogare con un mondo dei media cambiato alla radice. Sembrano temi enormi, lontani, ma tanto si sta muovendo su questo fronte anche in Toscana. Vorremmo far nascere il Meeting in modo aperto, anche nel confronto con gli operatori dei media, con i direttori delle grandi testate internazionali, per capire fino a quando reggerà il sistema basato sulla carta stampata. Uno spazio particolare - ha aggiunto Martini - sarà dedicato al giornalismo di pace, al lavoro di quei reporter che contribuiscono a raccontare il mondo, per come evolve nella ricerca di un equilibro di pace. Vorremmo anche la presenza di giornalisti di tutto il mondo, di Al Jazeera, per un dialogo che come è nella tradizione del Meeting, sia senza steccati. I media di oggi e del futuro: come possono essere strumenti di democrazia e di pace. E’ questo il tema dell’edizione 2010, che dunque comincia già da ora”.
Non si erano mai esibiti insieme, Nicola Piovani e Mauro Pagani. Ma è apparso subito chiaro a tutti i quattromila, entusiasti presenti al concerto del Meeting di San Rossore, ieri sera in Piazza Gambacorti a Pisa, che i due artisti parlano la stessa lingua. Quella della poesia. In musica. Due soli i pezzi che Piovani e Pagani hanno presentato insieme, al termine dell’esibizione di Piovani. Prima, l’omaggio a Roberto Benigni, con la musica de “La vita è bella”, impreziosita dall’interpretazione al flauto traverso di Mauro Pagani. Poi, la vera e propria “perla”, con l’affettuoso ricordo di Fabrizio De Andrè e del suo, “Il suonatore Jones”: “Suonare insieme è stato bello e impressionante”, hanno detto entrambi alla fine. La speranza è che trovino modo di dare un seguito, ogni tanto, alla “contaminazione” favorita dal Meeting, che anche quest’anno, considerando anche la serata di anteprima, con il concerto trascinante e coinvolgente degli Avion Travel, ha offerto belle pagine di musica non banale.
Nicola Piovani ha interpetato le sue musiche con grande passione, insieme al Quintetto di ottimi musicisti. Il tratto unificante tra Piovani e Pagani - la collaborazione con De Andrè - è stato evidente nella bella intepretazione offerta da Piovani nei brani tratti dagli album ai quali il musicista premio Oscar aveva collaborato, “Storia di un impiegato” e “Non al denaro non all’amore nè al cielo”.
Dopo l’esibizione in comune, Mauro Pagani è stato generoso come sempre, incastonando attimi di grande solismo, in un copione ricco e composito: dai Genesis ai King Crimson, all’omaggio agli Area e soprattutto a Demetrio Stratos. Poi, tre veri e propri picchi del concerto, con la piazza in visibilio: “Crouza de Ma”, interpretata con commossa partecipazione, “Impressioni di settembre” sul filo delle memoria, preceduta da “Domani”, la canzone che Pagani ha scritto per il sostegno alle iniziative di solidarietà verso la popolazione dell’Abruzzo colpita dal terremoto. Testimonianza contemporanea della coerenza poetica di un grande artista della musica.




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