Mi ha lasciato giusto dieci anni fa. Era una donna meravigliosa, forte nella sua semplicità, irripetibile nella sua forza, determinata come nessuna a garantirmi la vita. Combattente della mia felicità, rivoluzionaria del mio destino di sofferenza. Ha saputo indirizzare la mia esistenza verso la speranza. Nonostante tutto. Mia mamma, si chiamava Renata. Mi manca. A me più di tutti, ma anche a tutti quelli che oggi hanno ancora la fortuna di ricordarne la dolcezza: “… Grazie per quel che sono. Grazie per tutte le cose che non sono. Perdonami per le parole che non ho detto. Per i momenti che ho dimenticato“.
Archivio per Ottobre, 2009
Uno spazio in più di condivisione, abbattendo le barriere infrastrutturali dei media, e facendo crossmedialità davvero, senza gabbie. Dal web 2.0 alla radio e ritorno. “In diretta dai profili di Facebook: una trasmissione alla radio. Può essere?” Questa l’idea-sondaggio, lanciata sul mio profilo di Facebook, che in poche ore ha fatto registrare una cinquantina di adesioni e la disponibilità già di quattro radio toscane a inserire il programma nel proprio palinsesto. Il testo della nota, che avevo lanciato, era questo: “Che ne pensate? Quasi quasi ci facciamo una trasmissione in radio, da pubblicare poi on line su intoscana.it. Con i commenti, gli spunti, le idee dai profili di Facebook; con la musica - tanta bella musica - dai profili di FB. Con chi è disponibile, con preventiva autorizzazione a pescare qua e là. Ovviamente mica i fatti privati. Le radio ci sarebbero anche. La voglia anche. Che ne pensate?” In tre ore hanno risposto già in cinquanta. Saranno i componenti del nucleo di partenza di un’idea che vogliamo concretizzare rapidamente. All’insegna della condivisione, della partecipazione, della libera circolazione delle idee e delle emozioni. In fondo l’aria del web 2.0 non è mica poi così differente da quel vento frizzante e fantasioso che accompagnò l’avvento delle radio libere, qualche tempo fa.
Ho ritrovato su You Tube, andando in cerca di parole non inutili - come dovrebbe sempre essere la poesia - una poesia dolorosa, triste, quasi sconfitta di Mario Luzi. “Ignominiosamente” è il canto disperato di un grande toscano del nostro tempo, che si accorge del declino di un mondo, di un tempo, e tenta un ultimo sussulto di esortazione. E’ una poesia del 1978, anni bui, anni di piombo, l’anno del sequestro Moro. Eppure sembra oggi.
Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.
Nel video, Luzi legge un’altra poesia: Ottobre. Ed è paradossalmente questa lirica, con quel richiamo alle nostre vendemmie, ai nostri anziani - “la furbizia dei vecchi scintilla tra le grinze” - a ridare speranza di tempi migliori.
l ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ieri ha dichiarato: «Non credo che la mobilità di per sè sia un valore. Penso che in strutture sociali come la nostra, il posto fisso sia la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia. La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità - ha aggiunto il ministro - per alcuni sono un valore in sè, per me onestamente no». Quindi, adesso cambierà tutto. Adesso il Ministro dell’Economia farà il suo mestiere impostando la politica del Paese verso l’obiettivo del posto fisso. Cioè si smetterà con il ricatto dei contratti a termine per i giovani: ne ho conosciuti alcuni che sono arrivati a 40 anni senza accorgersene. Si smetterà con la pratica dei falsi stage per coprire le ferie. Si farà finita di stipare centinaia di ragazze dentro le scatole dei call center per 700 euro al mese. Si farà anche in modo che non vengano più assunti solo i raccomandati, gli amici degli amici, di chi è al potere e si è scordato di quando era giovane. Attento solo a garantire il potere personale, proprio con il diritto all’assunzione di questo o quel giovane, piluccando come se fossero chicchi di uva.
Dopo le dichiarazioni di Tremonti il Governo opererà in modo concreto perchè le giovani coppie possano prendere mutui per la casa perchè hanno un lavoro certo e non uno straccio di foglio che scade a giorni. Lo ha detto il Ministro che per organizzare il proprio progetto di vita, il posto fisso è necessario. E allora agirà da subito, da stamani, per rispettare questo sacrosanto principio e garantire il diritto ai giovani ad un’esistenza vera e non precaria.
Perchè se queste cose le dice l’opposizione - e in questo momento viene fatto poco e male, quantomeno non con la convizione dovuta - si può pensare che siano intenzioni per futuri atti di governo. Ma se le afferma chi governa, allora non c’è che da passare agli atti concreti di governo. Detto e fatto. Se no è una presa in giro degli italiani - un’altra! - e in questo caso di quei giovani che sono i più presi in giro da un’organizzazione sociale vecchia, miope, arida, gerontocratica, crudele proprio verso gli unici che avrebbero titolo per avere un futuro garantito. E con il posto fisso.
Qualche anno fa, all’inizio del primo decennio del terzo millennio, chiesi a Enzo Biagi, quanto e come Internet avrebbe potuto cambiare il mondo. Mi rispose: “Fate voi, è roba per voialtri”. Eppure avrebbe potuto rispondermi: “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi”, magari aggiungendo: “cambiatelo voialtri il mondo che io la mia parte l’ho fatta”. Ci ho pensato in questo ore in cui il Festival della Creatività chiude i battenti, portandosi dietro i suoi futuri prossimi di città diverse, i suoi talenti da non deprimere, l’innovazione ancora di salvezza contro la crisi, la Rete che può trasmettere idee e contaminare come una epidemia benefica. Ho pensato a Enzo Biagi e ai miei nonni, che si chiamavano Riguardo e Provino. Nomi antichi. Nacquero nell’ultimo anno dell’Ottocento, fecero la guerra da bambini, tremando sempre, poi, negli anni successivi, quando arrivava l’inverno, anche con il termosifone in casa. Crebbero famiglie che non si contavano sulle dita di una mano, abbandonarono la fatica dei campi per raggiungere città sconosciute, comprandosi perfino la televisione e il frigorifero. Probabilmente a loro non spetta la qualifica di talenti, di creativi, di innovatori. Eppure loro - e quegli altri come loro - il mondo lo hanno cambiato. Se lo sono fatto migliore. Hanno avuto il coraggio. Ecco la parola che è sempre necessaria, in ogni circostanza in cui la fede messianica nell’innovazione affranca dal dovere della responsabilità personale. Il coraggio della sfida, il coraggio di essere creativi perseguendo l’unico fine oggi comprensibile e condivisibile: cambiare il mondo. Cambiarlo a partire da quello circoscritto al proprio pianerottolo, o da un Paese diventato ridicolo come il nostro. Cambiarlo a partire dalla memoria, dalla consapevolezza di come eravamo, prima di addentrarsi nelle lusinghe del futuro. Cambiarlo facendo leva sul genio dei semplici, quelli che già da dopodomani, dal 21 del mese, continueranno a vedere i propri soldi finire. Quelli che con genialità hanno mantenuto i propri figli a scuola, rinunciando al cinema, quando ci si andava ancora. Quelli che il coraggio lo hanno avuto. E quelli che lo hanno oggi, assillati da contratti precari, pensioni da fame e mutui irraggiungibili. Ecco il tema, la traccia che il Festival lascia dopo le giornate alla Fortezza: se la creatività incontra il coraggio, quello vero, che immagina senza certezze e prefigura senza garanzie; quello visionario, tutto teso a migliorare lo stato di vita delle persone, allora si ha il dovere di credere che parole e idee possano ancora cambiare il mondo. Altrimenti, se il coraggio non fa squadra con la creatività, si può salutare il Festival perfino con nostalgia, spengere le luci, e tornare alla normalità. Che serve solo ai potenti, ed a chi ha paura dei propri sogni.

In questi giorni di creatività annunciata, diffusa e declinata in mille modi, tra le antiche mure della Fortezza da Basso, io il genio creativo l’ho incontrato. Ognuno ha le sue sensibilità: la rincorre - la creatività -dietro le evoluzioni sempre più ardite della tecnologia applicata al web: nelle illuminanti affermazioni di architetti che prefigurano scenari e dissertano sull’immaginifico prossimo venturo; nelle sicure enunciazioni dei professionisti del futuro, che a volte danno l’impressione di poco curarsi del presente; nelle elucubrazioni degli intellettuali racchiusi a casta, tanto per non mettersi in discussione. Oppure nei sinceri voli della fantasia di tanti giovani, fuori da ogni schema ingombrante, che al Festival si sentono almeno un po’ a casa propria. Fa parte del gioco: la creatività è come uno specchio che riflette i sogni di chi vuol sognare. E ognuno sogna come gli pare.
Io il genio creativo, in questi giorni, l’ho intravisto negli occhi di una bambina. Con le maniche tirate su fino ai gomiti, il visetto paffuto e l’aria indaffaratissima, sfornava formine di terriccio - mi è sembrato - alla Città bambina, nell’area kids del Festival. Pareva seguire suoi disegni, determinata, concentrata, geniale nella sua progettualità minimale. Fino a quando soddisfatta, le si è spalancato un sorriso. Il suo genio aveva fatto centro. Lei era felice. Che cosa serve, se non a questo, la creatività? Se non a togliere un po’ di infelicità dalle spalle degli uomini e delle donne di oggi e di domani?

E poi all’improvviso arriva il Festival della Creatività. E la Fortezza da Basso si riempie. Non c’è nemmeno un “visitatore”, neppure un “ospite”. Tutti sono “partecipanti”, link viventi di un grande episodio simile alla Rete. Nel primo pomeriggio, mentre è ancora in corso l’inaugurazione, ci sono già tante sale piene. A Supernova, tra padri storici della modalità 2.0 del web, e figli che sono già abbondantemente al 3 o al 4.0 (e non gli si sta dietro…); al Caffè Filosofico, dove le tazzine attendono che la gente, nella Sala della Scherma gremita si addentri lungo le strade dell’etica e della morale, della politica e della religione, come oggi non si fa mai, quasi che il pensiero debole fosse un obbligo, di questi tempi. Alla Sala grande del padiglione delle Nazioni, c’è ressa per seguire i dialoghi sulla mobilità che verrà e il nodo di Firenze viene rivoltato come un calzino; al Cavaniglia pienone per il futuro presente di Massini e Gifuni: applausi a scena aperta per Stefano Benni, che pure il Festival non l’ha capito; folla al Degustibooks, sospesi a metà fra gusto e lettura. Poi, a sera, quando comincia la notte, la Fortezza si riempie di giovani, soprattutto. Poco inclini ad ascoltare, seppure sul palco ci sia Patrick Wolf, tutti intenti invece a viverlo da protagonisti questo Festival che non ha spettatori, ma partecipanti.
Se la condivisione e la partecipazione, dalla Rete, dai mondi virtuali, da social network come FB, possono avere una rappresentazione reale, una trasposizione in un fatto ed in una circostanza da vivere, allora il Festival ci si avvicina molto. La gente ce n’è, tanta. Ma più che altro ci sono persone. Che ti fanno far tardi a caso. Che portano al Festival le loro facce, i loro sorrisi, la loro voglia di emozionarsi o discutere. Per questo non vale più la pena di contarli. Perchè non sono numeri.
Fra tre giorni - il 15 ottobre - saranno passati 42 anni dalla morte di Gigi Meroni. Per me, bambino di allora, l’ala destra del Torino, era la poesia del calcio e anche uno sberleffo al compassato potere della Juve e di Rivera. Meroni volava sulla fascia e i suoi dribbling erano un’anticipazione di quel vento di nuovo che fu il ‘68. Aveva lo sguardo triste, a rivederlo oggi, ma era un artista in campo e anche fuori. Disegnava i modelli dei suoi vestiti rivoluzionari, se ne andava a giro con una gallina. Si piegò però, per amore della Nazionale, quando Mondino Fabbri lo chiamò in azzurro e gli impose di tagliarsi i capelli, che teneva lunghi così come barba e basette. Lo additarono come uno degli artefici della disfatta nel disastroso Mondiale del ‘66. L’Italia bigotta e conservatrice di quegli anni ben volentieri se la prese col capelluto granata, ma Meroni, in realtà, non giocò neppure la partita del ko con la Corea del Nord.
Quella domenica maledetta, appunto il 15 ottobre 1967, appena battuta la Sampdoria per 4-2, Gigi Meroni attraversa Corso re Umberto, insieme al compagno di squadra Fabrizio Poletti. Un’auto gli piomba addosso, e a Meroni non riesce l’ultimo dribbling, quello più importante. Muore. Ucciso da un giovane che non solo era un suo accanito tifoso, ma che gli assomigliava così tanto da imitarlo nelle serate dei club granata. Come essere uccisi da se stessi. Attilio Romero, l’investitore, tanti anni dopo, sarà anche presidente del Torino. Gigi Meroni continua a sopravvivere alla sua morte. Continua a volare, sulla fascia, imprendibile, con i calzettoni tirati giù e l’aria di chi sfida il mondo, oltre che il terzino lì davanti. E’ sempre amato da chiunque ami il calcio più lbero e più vero, quello dove esistevano ancora i poeti del gol.

Ilaria mi ha messo il libro di Daniele Pasquini sul tavolo: “Io volevo Ringo Starr”. Come fa tutte le cose, con nonchalance. E io ero già un po’ orgoglioso, perchè è il primo volume di Minimaliaweb, la collana trasversale a più editori, che ci siamo inventati a intoscana.it per dar spazio ai giovani autori, a partire da un nostro blog. “Intermezzi” pubblica questo libro e domani lo presentiamo al Pisa Book Festival. Dunque, ripeto, ero già un po’ orgoglioso. Poi, però, ho letto il libro, come si dovrebbe fare sempre se si accetta di presentare un libro. E ho letto la nota sull’autore che è nato nel 1988, nello stesso anno in cui sono diventato giornalista professionista. Ho avuto un po’ di vertigini: “Sei il solito temerario” mi sono detto, “che gli racconti domani su un libro scritto da un giovane autore che ha 30 anni meno di te???!!!”. Poi ho letto. Timoroso.E’ andata a finire che:
- a pagina 2 ero già coinvolto fino al collo perchè il cambio di palco tra l’area dibattiti della Festa di Liberazione con la “quindicina di anime”, comunque pulite, e la successiva esibizione di “rock sociale” degli Smugness, mi è sembrata una magistrale sintetica metafora della differenza generazionale, peraltro superabile. Vedasi pagina 13: “… la rivoluzione e la terza età brindavano con le nostre compagnie, e ognuno si lasciava prendere dalla musica”.
- poi mi ha fatto piacere l’ambientazione di questa scena a Scandicci, a cui da un po’ di tempo sono affezionato: così, ancora, paese pieno di valori e di conoscenze strette. Eppure già periferia.
- poi mi sono ricordato che anche il mio gruppo provava in una chiesa. Si chiamava “Orizzonti evanescenti”. Strano nome, eh, ma si era alla fine dei Settanta. Vero Beppe, vero Giancarlo? E anche noi abbiamo un Meyer da piangere.
- poi mi sono ricordato che anche a me qualcuno ha detto: “Ora sei tu l’omino di casa”:
- poi, a pagina 129 ho letto: “Presi dall’incanto delle cose, come accade agli inquieti, a tutti quelli in eterno movimento, avevamo bisogno di nuove definizioni. Anche se tardiamo a realizzarlo, il tempo puntuale, fa sempre il suo mestiere”. E ho sentito mia questa frase.
- Poi, infine, a pagina 171, ho letto: “E pensare che non ho più voglia di avere dubbi, ma che pieno di dubbi rimarrò vivo”. E’ una specie di legge, per me.
E allora, mi sono detto due cose:
- questo libro è bello.
- le differenze di età non contano niente.

Tra le cose che sono più abusate nel linguaggio dei media e degli addetti ai lavori, c’è questa frase: “la percezione della sicurezza”. Solitamente viene utilizzata per sottolineare che in realtà la sensazione di inscurezza dipende dalla percezione che la gente ha sul tema. Come a dire; le cose vanno meglio, non è così brutta la situazione, è la gente che si fascia la testa.
Beh, a volte la gente è costretta davvero a fasciarsi la testa: come il proprietario di una villa di Montelupo Fiorentino, che stanotte è riuscito a difendere la propria casa e la propria famiglia da tre banditi che erano penetrati nella sua abitazione. O come il senese di 35 anni, aggredito in pieno giorno e in pienissimo centro, da tre malviventi, anch’essi messi in fuga dalla sua reazione. Si è difesa con le unghie e con i denti, invece, ancora a Siena, una ragazzina di 20 anni, presa a calci in testa e sbattuta per terra, solo per essersi liberata dalla avances idiote di un gruppo di cretini già in là con l’alcol a inizio nottata. Insomma, la questione della sicurezza esiste eccome, anche dalle nostre partii. E non è un problema da affrontare con visioni di destra o di sinistra. La sicurezza non è una percezione. E’ un diritto dei cittadini.




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