Pare che qualcuno dei guerrieri dalle armature imponenti, della splendida Sala della Cavalcata nel Museo Stibbert di Firenze, se ne sia sceso da cavallo e, approfittando delle ombre della notte, si sia imbucato nella Sala della Limonaia, affascinato dalla bellezza senza tempo di Elenoire Casalegno. Potrebbe essere, in fondo, perchè non crederci. Tanto è apparsa magica l’atmosfera di questa notte della musica e del museo, che una storia così potrebbe anche starci. Sì, perchè tra le tante cose belle della serata, la bellezza di Elenoire Casalegno, ristagliava su tutto. Altissima, bellissima, lievissima, si potrebbe dire parafrasando un noto tormentone. E attenta a cogliere il senso della serata: “Sono per tutte le contaminazioni di arte e creatività - ha commentato davanti ad un succo di arancia, visto che il bar era rigorosasmente no alcool - e quello di stasera mi sembra davvero un bel cocktail”. Parole simili quelle del dj Albertino, poco prima, quando si è messo a fianco dell’araldo che apre la cavalcata dei guerrieri: “Stasera - ha detto introducendo la prima delle tante visite dei giovani che arrivavano dalla limonaia fin dentro il museo - mi sento davvero un apripista. Bella idea, da replicare”. E l’assessore Paolo Cocchi, pensando a quel 78% dei 640 giovani che si erano registrati per la serata, che ha detto sì senza se e senza ma ai musei, purchè siando sdoganati dalla polvere dell’ufficialità ossequiosa che tiene tutti distanti, ha avuto di che essere soddisfatto. In una giornata, tradizionalmente deputata al dibattito chiuso tra addetti ai lavori quale è la Confrenza regionale della cultura e del turismo, ha centrato l’obiettivo di riaprire la splendida Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, e di portare 600 giovani al Museo Stibbert, in una notte di musica, a far compagnia ai maestosi cavalieri, risvegliati dal loro antico sonno.
Di questi tempi dove ti giri e dove senti scindere il mondo in due. Non più nel tradizionale “buoni e cattivi”, che almeno qualche parametro oggettivo lo si poteva trovare - a cominciare, magari dalla fedina penale… - ma in ciò che è “figo” e ciò che non lo è. E a decidere ciò che lo è, cioè ciò che è trendy, moderno, futuribile, alla moda o anzi anticipatore della moda, è sempre di più una ristretta casta di ipertecnologi comunicatori, talvolta poco attenti ai congiuntivi, ma in grado di dettare, appunto, il decalogo del “figo”.
Tutto questo accade in nome dei più semplici elementi dell’aristocrazia oligarchica del sapere. Chi sa di più, sottomette gli altri. E’ roba che diceva Gramsci, mica io. E allora, oggi, chi sa di più di Rete, di tecnologie, di orizzonti futuri del progresso - difficilmente percepibili, soprattutto sul fronte del capire se il mondo sarà peggiore o migliore di questo - può imporre anche lo staus di “figo”. E lo fa, quasi sempre, escludendo gli altri che non capiscono, che non ci arrivano: così facendo, scatenando una specie di effetto a catena. Perchè, mettiamo che io non capisca quell’evento, o quella cosa, o quell’idea, ma sia già stato lanciato l’input che invece è senz’altro “figo”, ho solo due alternative: o mi accodo, e quindi faccio parte della casta di chi decide ciò che è figo, oppure sono irrimediabilmente escluso, vecchio da rottamare, quasi arcaico. Così va il mondo. Mentre io, invece, il 12 dicembre vado a San Donnino, alla festa della ribollita e del lampredotto. Fregandomene se il lampredotto sia “figo” oppure no. Senz’altro mangerò con più gusto che a certi aperitivi molto ma molto “fighi”.
Mi arriva un libro da Parigi, accompagnato da una bellissima cartolina. E’ uno scorcio di Montmartre nel gennaio del 1935, sotto la neve. Una cartolina che parla, piena di suggestioni, di atmosfere, di poesia. Nel retro, poche righe, scritte con una calligrafia gentile, che dicono così: “Bois Colombes, 17.11.09 Gentile Daniele Magrini, mi sono occupata di far pubblicare gli aforismi di mio marito, affinchè siano letti e forse apprezzati. Ecco la mia missione! Le auguro una buona lettura, Jocelyne Magrini“. Non siamo parenti nonostante il cognome. Non conosco la signora Jocelyne, nè suo marito Bruno, scomparso nel 2003 all’età di 60 anni. Ma mi piace tanto questo gesto di amore che la signora compie nei confronti del suo uomo, e che mi arriva da Parigi, dove Bruno Magrini, si legge nella biografia riportata sul libro, “negli ultimi dieci anni della sua vita ha potuto consacrarsi pienamente alla sua ragione di vita, la scrittura“. E allora voglio contribuire in qualche modo, a lasciar traccia del bel gesto della signora Jocelyne.
Il libro di Bruno Magrini, “Il pungiglione indiscreto”, edito da “L’autore Libri Firenze”, è una raccolta di aforismi, evidentemente messi insieme con l’esperienza di una vita. Alcuni, in particolare, mi hanno colpito, forse perchè li condivido: “Il destino programma tutto per ognuno di noi, perfino la stupidità di crederci”. E ancora: “Il vero amore è dedizione e sacrificio”. Un altro aforisma di Bruno Magrini: “Si potrebbe amare tutta la vita la stessa persona con i suoi pregi e i suoi difetti, se il tempo che scorre non rimpicciolisse i primi, per accrescere i secondi”. Un altro ancora: “Quando un uomo è costretto a mettersi in ginocchio, o ha perduto un bottone, oppure la dignità”. Fino all’ultimo pensiero, riportato sulla quarta di copertina: “Non mi dispiacerebbe che un ubriaco scrivesse sulla mia tomba: qui giace un vero ateo che visse come un vero cristiano”.
Finisce qui il mio piccolo contributo alla missione della signora Jocelyne, e alla memoria del suo uomo, che finì il percorso della sua vita a Parigi, scrivendo.
L’immagine, dall’album di Ilhan Gendron, è all’indirizzo http://www.flickr.com/photos/ilhangendron/3247066004
Ridateci la speranza, ridateci la possibilità e la voglia di sognare. Non costringeteci alla precarietà, vogliamo, davvero, avere tutta la vita davanti. E costruircela con le nostre mani, come avete fatto voi. Non è solo questo, l’appello dei giovani toscani lanciato a Filigrane, la due giorni in corso al Saschall, perché l’appello è articolato, è una piattaforma di lavoro per la politica e le istituzioni. Ma è anche questo. Un emozionato ed emozionante urlo che colpisce al cuore la società fragile, in caduta libera, arida ed egoista proprio verso i giovani, nella quale stiamo vivendo.
I ragazzi toscani chiedono il diritto al sogno, distinguendo tra l’utopia e la speranza. Però si torna a parlare, finalmente, di sogno, di speranza, di utopia.E’ troppo? E’, appunto, un’utopia? Chissà. Certo è che nella due giorni organizzata dalla Regione, proprio l’urlo dei ragazzi è stata la cosa più bella e coinvolgente. Che ci obbliga a chiederci, a interrogarci, a dubitare e immaginare, anche senza avere risposte e scenari pronti. Ora l’istituzione ha un solo dovere: raccogliere e meditare, costruire politiche conseguenti, appostare finanziamenti su valori e non solo su documenti. Il cammino è già cominciato, non si parte da zero. Ma il viaggio è lungo e siamo tutti Sulla strada. Dobbiamo esserci con la stessa passione smarrita di Sal Paradise-Jack Kerouac, che dice insieme a Dean Morierty:
“Dove andiamo?”
“Non lo so ma dobbiamo andare”.
“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati».
La sezione lavoro del Tribunale di Firenze ha emesso una sentenza importante, che sa di civiltà, di buon senso: discutendo in merito al ricorso di una coppia verso l’Inps - lo racconta bene oggi Repubblica, anche in prima pagia e su Repubblica.it - viene sancito il diritto del padre al congedo di maternità anche nei due mesi antecedenti al parto, come la mamma, e non solo nei tre mesi successivi.
E’ una bella decisione, perchè non c’è nulla di più pieno, da assaporare fino in fondo, come il momento in cui si diventa padre. E ogni sentenza che consenta di godere fino in fondo di un figlio che nasce, è un atto di civiltà. Nessun momento è come quello, perchè da quel momento diventerai per sempre babbo, genitore. E’ uno status ineludibile, che cambia la vita e la rende migliore, proprio da qule momento in poi. Grazie ai giudici di Firenze e peccato che non sia possibile una retroattività, per riavere quel tempo in più per stare con mia figlia.
Mi immergo in una Londra appena appena battuta da una pioggerellina impalpabile, profondamente intriso di rispetto. E’ il “Remembrance day”, il giorno del ricordo e del riconoscimento, che la gente dei paesi del Commonwealth dedica ai veterani caduti nelle guerre. Hanno scelto un papavero come simbolo della giornata. Ed è facile, allora, accorgersi che qui il papavero, la coccarda rossa, ce l’hanno tutti. Ma proprio tutti. Non la ostentano, partecipano. E’ un muro di folla, quello che vuole esserci alla cerimonia che arriva da Trafalgar Square al Parlamento. Silenzioso, tremendamente silenzioso, quando scatta il momento del raccoglimento. Sto per montare sulla grande ruota dell’occhio di Londra, sul Tamigi, quando improvvisamente vedo irrigidirsi le ragazze che controllano la salita. La ruota si ferma. La gente che fa jogging si ferma. Tutti stanno a capo chino. Il silenzio è vero, mica come da noi. E dopo poche ore, allo Stamford Bridge, emozionato fino al collo per poter assistere a Chelsea-Manchester, quando arriva il momento del silenzio per il Remembrance day, si avverte la commozione della gente, davvero. Mica per finta e fra gli urlacci degli ultras, come da noi. Insomma, in poche ore mi sono innamorato di Londra, per rispetto, prima ancora di conoscerla davvero. E non è questione di militarismo, di reducismo: io sono contro la guerra. Sempre. Ma a Londra, oggi, si avvertiva la riconoscenza della gente dei nostri giorni, verso coloro che hanno scritto la storia in altre epoche. Era un legame vero, che aveva il sapore dell’identità condivisa di un popolo consapevole di se stesso. Mica come da noi.
Ci mancava anche questa. L’emulazione da set hard fatto in casa. Ti pareva che non facesse scuola un caso come quello di Marrazzo, peraltro dopo le abbondanti rivelazioni con registrazioni annesse da parte delle leggiadre frequentatrici delle feste da Berlusconi. Così, ecco i “copioni” dei carabinieri (o chi per loro…) di via Gradoli: loro hanno ripreso un presidente di Regione in mutande beccato a domicilio di un trans? E a Pisa ecco un’altra impresa similare e peraltro in chiave multirazziale: un cingalese viene ripreso da una banda di albanesi, mentre ha un rapporto sessuale con una giovane cinese, peraltro - pare - complice dei filmaker, visto anche che le riprese via cellulare sono state fatte dentro l’appartamento Scatta il ricatto: o 10mila euro, o il video viene subito consegnato alla polizia. Ma il cingalese fa prima, e si rivolge lui alla polizia. La banda dei voyer tecnologici e la complice cinese vengono arrestati. Morale: prima i guardoni erano meno multimediali e si aggiravano in boschetti e parchi di periferia. Ora irrompono negli appartamenti e ricattano a tutto spiano. E quando non trovano un politico nella zona, si accontentano di un venditore ambulante. Se intanto le tv smettessero di contendersi i trans come fossero stelle del cinema, anche l’effetto di emulazione dei guardoni tecnologici ricattatori, comincerebbe a scemare. Tempi duri.
Nel raccontare su www.intoscana.it la presentazione del documentario realizzato da Erasmo d’Angelis, “Angeli nel fango, l’alluvione mai vista”, che si è svolta stamani a Palazzo Vecchio, Ilaria Giannini accenna alla storia di un “angelo”, morto o ferito, nel fango della città sepolta dalla furia dell’Arno. Un “angelo” ancora senza nome. E’ una vicenda drammatica, terribile nella sua dinamica che per 43 anni è rimasta senza sbocchi di speranza. Un giovane militare precipita, in quei giorni del 1966, da un’impalcatura tra via Giampaolo Orsini e via Benedetto Fortini. Viene soccorso ma non si sa ancora, 43 anni dopo, se si sia salvato o meno. Uno dei soccorritori, Maurizio Mannelli, ha ricordato stamani di essere stato tra i primi a prestare aiuto a quel ragazzo. Ma di averne poi perso le tracce. E’ il primo, oggi, a domandarsi se sia ancora vivo. Quale fosse il suo nome, e soprattutto se la sua vita si sia fermata o meno, 43 anni fa, nel fango della Firenze devastata. Adesso, grazie anche al documentario, si cercherà di ritirare i fili di questa storia, di dare un’identità , un volto e un nome a quel ragazzo perduto nel cuore di una Firenze in ginocchio. Se fosse vivo sarebbe bello, perchè gli angeli - anche nel fango - non dovrebbero mai morire. La foto, fornita da Erasmo D’Angelis, fissa proprio il momento in cu il giovane senza nome viene portato via a braccia. Fra i soccorritori c’è anche Mannelli.
Non c’è più rispetto per niente. Nè per la morte, nè per un processo in attesa di fare giustizia. Nè per un amore finito nel sangue, con lei ammazzata e lui accusato - con tanti, tantissimi dubbi - di averla uccisa. Come per Chiara Poggi e Alberto Stasi. E mentre ancora si sta cercando il colpevole, mentre i genitori di Chiara attendono di conoscere il nome del carnefice, mentre circostanze incredibili rendono fragili e poco attendibili le cosiddette prove usate contro Stasi, ecco l’ineffabile ruolo dell’informazione che viene intepretato nel modo più voyeristico: si pubblicano gli sms di due innamorati. Cioè, proprio Chiara e Alberto. Sms normalissimi, ora teneri, ora appassionati, perfino “osè”, come è giusto che sia nell’intimità di due persone che condividono un amore. Perchè pubblicare quelle tracce di un amore finito così? Che senso ha? Ma non si indigna più nessuno in questo schifo di Paese? Questa non è libertà di stampa: è un’offesa a tutti coloro che fanno giornalismo pulito, lontano dai riflettori.
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