
Se hai conosciuto una persona, sia pure per poche ore condivise qualche anno fa a chiacchierare di ciclismo antico, e se questa persona era Franco Ballerini, l’effetto della sua morte in una stradina di campagna durante un rally automobilistico, ti colpisce come un pugno allo stomaco. A me fa questo effetto. E fa anche un po’ inquietare il fatto che i Tg nazionali abbiano dato poco risalto alla tragedia che si è consumata ieri nel Pistoiese. Messa in coda perfino al congresso dell’Italia dei valori. Eppure, ieri, se ne è andato un eroe semplice. Era nel fango della Parigi-Roubaix che aveva esaltato le sue doti di lottatore. Nel fango di Casa al Vento, schiacciato contro un muro, ha trovato la morte. Rincorrendo - e questo è il dato che più mi emoziona - una passione. Aveva vinto tutto nel ciclismo, da atleta e da Commissario Tecnico della Nazionale. Era uno pulito, rispettato, amatissimo dagli atleti e dal suo predecessore, quell’Alfredo Martini che lo aveva indicato per la successione senza se e senza ma. E che ora lo piange, rimbrottandolo un po’, con grande amore, per quella pericolosa passione tardiva dell’automobile.
Morire per una passione è quanto di più ingiusto possa accadere. Perchè senza passioni la vita è solo una circostanza più o meno incidentale. Le passioni, per il rally, per lo sport, per il proprio lavoro, per una donna, per un cane, per la musica, per qualsiasi cosa, sono l’antidoto contro il rischio di esistenze piatte e uniformi. Un valore aggiunto che regala adrenalina ed emozioni. E che a volte, però, chiede in cambio troppo. Perfino la vita.










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