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Al Mercato dell’altro mondo

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Stamani avevo fortissimamente bisogno di trattarmi bene. Così ho deciso di prepararmi un’orata al forno. E per il gusto, anche, di fare la spesa in un’atmosfera piacevole e colorata, sono andato al Mercato in San Lorenzo. Ho girato tutti i banchi del pesce e su tutte le orate era riportata -correttamente - la provenienza. Erano tutte orate greche. Ora, non che io abbia nulla contro la Grecia, ma ho deciso di spostarmi su un altro prodotto, perchè visto che siamo un Paese inzuppato nel mare, non dico di avere a portata di mano orate made in Tuscany, ma perlomeno italiane. Così ho provato con il tonno: belli a vedersi, nei tranci che parevano bistecche. Ma su tutti, campeggiava il cartellino: “pinna gialla”. Sapevo che voleva dire, ma -ancora correttamente - il gestore di uno dei banchi del pesce mi ha precisato: “Roba dell’Oceano eh… il pinna azzurro e chi lo vede più?”. Bene, insomma, la mia voglia di pesce nostrano si è scontrata con questo Mercato dell’altro mondo, che purtroppo e ovviamente fa breccia anche in San Lorenzo. Mentalmente ho inscenato una protesta contro la globalizzazione alimentare e ho boicottato i prodotti non made in Italy. Abbandonata l’idea del pesce e ormai votato alla filiera corta, mi sono spostato sulla bistecca disossata. E stavolta era roba di casa nostra davvero. Ho aggiunto un paio di pomodori: “Puzzano ancora d’orto, stia tranquillo” mi ha detto il fruttivendolo. Insomma, ce l’ho fatta a trattarmi bene con prodotti di casa nostra. La bistecca era meravigliosa e i pomodori spettacolari, da non metterci nemmeno il sale. Domani vado al mare, in Maremma, e se trovo un’orata greca, la ributto in mare dentro una bottiglia, con un bigliettino: “Orate e buoi dei paesi tuoi”.

L’invisibile in mostra, che ti scruta dentro

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Tra i cento dipinti esposti a Palazzo Strozzi, a Firenze, per la mostra “Uno sguardo nell’invisibile”, rassegna generosa e suggestiva della pittura metafisica da De Chirico a Balthus, passando per Magritte e Max Ernst, ce ne sono almeno quattro che a me hanno particolarmente colpito. Forse perchè rappresentano al meglio quel senso di inquietudine, di fissità dell’attesa, di malinconia, che aleggia in tutta l’esposizione. La percezione del sogno, tra le sale allestite, è più simbolo di un vuoto che ti scruta dentro e ti provoca un po’ di inquietudine, che non l’esaltazione della bellezza che fa sognare, congeniale ad altri artisti. E già quella frase riportata in uno degli autoritratti di De Chirico - “Cosa amerò se non l’enigma?” - a inizio della mostra, finisce per accompagnarti e condizionarti durante la visita, e ti costringe più a farti domande, che non a trovare delle risposte nelle opere esposte.
I quattro dipinti della mia personalissima classifica della mostra sono: “Il trovatore” di De Chirico, “La vita segreta del vicolo” di Balthus, “Il senso della notte” di Magritte e “La nave smarrita” di Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico.
Il quadro di De Chirico, rivisitazione di quel manichino che è simbolo e presenza costante dello stesso artista, mi ha colpito soprattutto per la pioggia di colori, decisi, quasi rinascimentali, inusuali - mi è parso - per l’artista.
“La vita segreta del vicolo” fissa un momento di quotidinanità a Parigi, tra bambine che giocano e uomini che vanno a casa con la baguette sotto braccio: di ognuno di loro pare di cogliere angosce e speranze venate di malinconia.
Ne “Il senso della notte” ho ritrovato la figura tipica di Magritte, ricorrente in tante sue opere: l’uomo con la bombetta. Un uomo cioè, formalmente rigoroso, impeccabile nello stile borghese dell’epoca, cappotto nero e bombetta nera. Ma che proprio nella dimensione onirica, nel senso della notte, per esempio, si libera di ogni indumento, di ogni costrizione o convenzione, e ritrova, appunto la possibilità liberatoria del sogno.
Infine, l’ultima delle opere che mi hanno colpito, “La nave smarrita” (nella foto dal sito della mostra), di Savinio, mi è apparsa una sorta di ideale caravanserraglio di tutte le emozioni di una vita, affastellate sulla tolda di una specie di vascello della fantasia, strabordanti dalla stiva e pronte a misurarsi con tutti i mari invisibili che ci portiamo dentro.

Le elezioni degli eletti sicuri

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Un quotidiano, oggi, il Corriere Fiorentino, oltre ad aver dato conto delle liste e dei candidati in pista per le prossime elezioni regionali del 28 e 29 marzo, ha pubblicato anche la lista del probabile futuro Consiglio Regionale della Toscana. Perchè tra preferenze, listino regionale, posti assegnati nelle liste provinciali, è già  possibile oggi - ad un mese dal voto - avere un quadro più che attendibile degli eletti. Il ruolo decisionale del popolo, nella scelta dei rappresentanti del Consiglio Regionale della Toscana, è limitato all’esercizio delle primarie che ci sono state il 13 dicembre, ma è stata un’opportunità  utilizzata solo dal Pd e da Sinistra e Libertà. E comunque, in ogni caso, non si possono affatto contrabbandare le primarie - anche per via di tutti i meccanismi interni di regolamentazione - come un momento realmente incisivo nella determinazione dei candidati, da parte dei cittadini.
Il nodo di fondo è: queste elezioni degli eletti sicuri, contribuiscono ad aumentare o meno il controllo della popolazione toscana sui futuri atti di governo? Sono un freno o un volano per un maggiore dinamismo di tutto il sistema regionale? Rappresentano un’opportunità  o meno per una gestione della cosa pubblica più aperta, trasparente ed in grado di produrre risultati veri e non virtuali, in ogni azione di governo? E ancora: queste elezioni degli eletti sicuri, consentono un reale confronto approfondito durante la campagna elettorale in cui tutti i candidati siano protagonisti, senza che ci sia in giro un esercito di comparse e un drappello di eletti a prescindere? La mia convinzione personale è che tutte queste domande abbiano risposte tali da dover indurre a ripristinare quanto prima le preferenze. Dice: ma ai tempi delle preferenze c’era chi sperperava soldi avuti da più parti, per farsi largo. Dovendo poi rendere il favore… Bene: si faccia una legge che impedisca o punisca drasticamente il malcostume dei cacciatori di preferenze. Ma non si può, a causa degli eccessi di qualche aspirante eletto, arginare drasticamente il potere degli elettori. Così diminuisce sempre di più la credibilità della politica, che rischia di essere scambiata per esercizio di potere. Sia da parte degli eletti sicuri, che degli elettori dimezzati.

Il valore senza tempo del lavoro

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“In sala mensa, alla Pignone, c’era un fiore in tavola. E io mi sentivo a casa, anche perchè a casa non avevo un fiore sulla tavola”. Alessio Gramolati, segretario della Cgil toscana, riportando questa testimonianza raccolta da un operaio della storica azienda fiorentina, è riuscito a dare il senso di quel rapporto stretto tra lavoro ed esistenza personale, che oggi, ai tempi del precariato, si fa fatica ad identificare ancora come un valore. Gramolati è stato tra i protagonisti del dialogo intorno alle tematiche del lavoro, alla Casa della Creatività, a Firenze, che ha rappresentato il momento del battesimo per “Il lavoro raccontato”, il nuovo blog su intoscana.it, frutto della collaborazione tra Fondazione Sistema Toscana e i Maestri del lavoro. Un lavoro prezioso, quello effettuato da chi, per anni, ha contrassegnato la propria vita con i valori del lavoro e della fatica, ora approdato al web grazie all’impegno di Adriana De Cesare e Paola Carta di Fondazione Sistema Toscana.
Il bel video realizzato da Simona Bellocci della redazione di intoscana.it, con il montaggio di Daniele Drovandi, è riuscito a raccontare in pochi minuti il tratto distintivo di quel rapporto stretto tra lavoro e identità di un territorio, che caratterizza la Toscana. Ma al di là della cronaca del dibattito di stamani e del varo del blog, a me ha emozionato soprattutto vedere riuniti così tante persone che, appartenenti ad altre generazioni, avevano comunque voglia di trasmettere il segno del lavoro come valore irrinunciabile.
Vanni Santoni, giovane scrittore e testimone attento del mondo del precariato, ha sottolineato amaramente. “I giovani non hanno neppure tempo di imparare, i loro contratti finiscono troppo in fretta”. I protagonisti del suo prossimo romanzo sarano due giovani sotto la trentina che meditano di lasciare la Toscana: “E’ quello che non deve accadere - ha sottolineato Gramolati - perchè la Toscana è terra di saperi del lavoro da trasmettere e di qualità della vita, di una vita sostenibile da preservare”. E Giampiero Nigro, docente alla facoltà di Economia all’Università di Firenze, ha invitato a rifettere in modo nuovo “senza dogmi o preconcetti sul tema della flessibilità, che non può essere solo uno strumento di sfruttamento”.
Insomma, un bel momento di dialogo a tutto tondo sul tema del lavoro, asse portante di tante esistenze, caratterizzate dalla fatica e dal sacrificio. Mi pareva di scorgere stamattina, proprio questi tratti identitari irrinunciabili - appunto, la fatica e il sacrificio - in tanti di coloro che hanno voluto parecipare alla creazione di un blog che è anche un ponte tra generazioni, tra linguaggi diversi e uno strumento in più per non disperdere saperi e conoscenze. Per non dissipare, nel caos della contemporaneità, il valore senza tempo del lavoro.

Mestieri artistici? Ai giovani resta l’arte di arrangiarsi

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C’erano una volta i talenti. Non quelli dei talent show, per carità. No, il talento vero. La capacità di mettere a frutto un proprio dono naturale, per lasciare un segno. L’estro, la fantasia, la creatività, sfociavano senza paura in un mestiere, nel lavoro di una vita. Questo erano gli antichi mestieri artigiani e lo sono ancora, ma senza grandi prospettive di ricambio. Un’indagine della Fondazione di Firenze per l’Artigianato, in collaborazione con la Camera di Commercio, attesta che solo il 3% dei titolari di aziende di artigianato artistico ha sotto i 30 anni, mentre la metà degli artigiani artistici supera i 50 anni (46,6%). Accade a Firenze, ma ho l’impressione che i dati siano semmai peggiori in altre parti della Toscana. Ed è un peccato. Perchè dipingere, realizzare sculture, restaurare un’opera d’arte, fare insomma qualcosa di bello con le proprie mani, deve essere un’esperienza meravigliosa. E se i giovani non continuano una tradizione che è tra l’altro parte del dna della Toscana non è colpa loro. Mancano le condizioni per farlo. E’ il sistema complessivamente che non consente ai giovani di basare la propria vita sulla creatività. E la paura di non riuscire a mettere insieme quanto è necessario per vivere. Molti avrebbero preferito, piuttosto che ammuffire in un ufficio, decorare pareti o anche vetrine. Ma con quali prospettive? Ogni volta che si ha a che fare con il rapporto tra giovani e lavoro le cose non tornano. A mio parere quasi mai è colpa loro. Che studiano, magari studiano e lavorano, si avvicinano alla laurea mentre vendono magliette o valigie per non gravare sulle famiglie. E invece, magari quando sono al crocevia di un momento importante della vita, ecco che il datore di lavoro in un mese li sbatte fuori. Disoccupati da un giorno all’altro. E cosa accade? Niente. Si ricomincia a cercare, guardandosi in giro, sprecando gli anni migliori in cerca di certezze che non ci sono. Così la creatività diventa arte sì, ma di arrangiarsi. Per andare avanti. E concentrarsi tutti su queste cose, invece che disquisire per ore, in tv, sulla ruffianata del principino a Sanremo?

Sanremo bigotto, che manda a letto la grossetana 15enne

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A letto dopo Carosello. Ce lo siamo sentiti dire in tanti della nostra generazione. Ma non abbiamo mai cantato a Sanremo e ci siamo adeguati. Jessica Brando, invece, 15enne di Grosseto, canta e bene. Ed era in gara a Sanremo. Giovedì sera ha atteso 17 minuti oltre la mezzanotte il suo turno di salire in palcoscenico. Ma la valanga di ospiti le ha impedito di cantare prima che scoccasse, appunto, la fatidica mezzanotte. Così il suo sogno si è trasformato in zucca, o meglio in beffa. Le hanno spiegato che in Rai i minorenni non possono andare in scena oltre la mezzanotte, per una regola che è bigotta e fuori luogo. Se si accetta una ragazzina in gara a Sanremo, le si impongono le stesse regole che hanno gli altri. Se la si fa mettere a sedere a tavola con gli adulti, non la si può costringere a mangiare gli omogeneizzati. La Rai bigotta ha così trovato la fatidica via di mezzo, mandando in onda un ridicolo video delle prove. E’ bastato perchè la grossetana azzeccasse la finale. Meglio così. Il bello è che la regola vale anche per la finale e così, se la Brando, che stasera ha cantato per prima e quindi non ha rischiato un’altra “zucca”, avesse dovuto vincere, non avrebbe potuto ritirare il premio. Se non mandando in palcoscenico un avatar. Assurdo. Per il resto, tra i toscani al Festival, oltre alla professionalità consueta di Irene Grandi, colpiscono soprattutto i minatori di Santa Fiora - con tanto di sindaco e stemma della Provincia sul petto - che Simone Cristicchi si porta sul palco; un grintoso Marco Masini, non in gara ma accompagnatore di Povia. Black out per Pupo. E anche Marcello Lippi se la poteva risparmiare. La comparsata del principe, con la canzone sdolcinata di presunto amore all’Italia - si riguardi la storia della sua famiglia per vedere quanto hanno amato l’Italia i Savoia! - è da censura. E meno male che sono piovuti fischi a non finire. Un’ombra su un Festival che pare invece gradevole e senza le ridondanze delle precedenti edizioni. Però, quella ruffianata da sceneggiata napoletana proprio non ci stava. Soprattutto in mezzo a canzoni invece apprezzabili come quelle - in particolare, a mio gusto personale - di Enrico Ruggeri, Irene Fornaciari e Noemi, ma anche di Malika Ayane, Arisa e Valerio Scanu.
P.S. Sul Festival di Sanremo, ovviamente, abbondano i commenti sempre futuristicamente arguti e i risolini a mezzavoce dei modernisti all’avanguardia e degli intellettuali di professione. In anticipo ridiamo in faccia a questa nuova casta, ricordando la lezione che nell’intervista a Faceradio, ieri sera, ha riservato loro, parlando del Festival di Sanremo, un artista vero e unico come Roberto Vecchioni. La cultura è prima di tutto tolleranza verso i gusti della gente semplice.

Regione, 40 anni tra emozione e identità

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Quando Sandro Starnini, vicepresidente del Consiglio Regionale, mi ha chiamato pochi mesi fa, per parlare dell’idea di realizzare una mostra sui 40 anni della Regione Toscana, ho capito subito che non pensava ad una esposizione autoreferenziale, ad una parata di fine legislatura, ma ad un viaggio vero e proprio alle radici dell’identità civica della Regione: “Dobbiamo raccontare il cammino della nostra civiltà” mi disse Starnini. E io. “Almeno il titolo già c’è”. Neppure quattro mesi dopo, oggi, la mostra multimediale “La Regione in Toscana Un cammino di civiltà” ha aperto i battenti. Ed è stata per tutti noi una grande emozione. Starnini ha fatto bene a ricordare il percorso comune che abbiamo fatto in questi mesi, noi di Fondazione Sistema Toscana, insieme alla squadra appassionata composta da personale del Consiglio Regionale, con cui abbiamo lavorato fianco a fianco in un clima che abbiamo voluto perfino documentare con foto e clip, riuniti al tavolone della vicepresidenza. Non accade spesso. Forse stavolta tutto è stato reso più intenso dal contenuto della mostra. Ci siamo resi conto che stavamo viaggiando fin dentro la nostra identità più limpida: documenti, immagini, interventi, manifesti, video d’epoca, tutto era ammantato da un grande senso di appartenenza ad una unica identità civile, all’insegna di quelle quattro parole - diritti, valori, innovazione, sostenibilità - che nella sala multimediale della mostra abbiamo cercato di riassumere in quattro filmati identitari.
Oggi, e nei video delle testimonianze curati con passione da Enrico Zanchi, quando Lelio Lagorio, Ivo Butini e gli altri protagonisti dell’epoca, hanno in poche parole, con orgoglio, riassunto il valore politico e cuturale di quella stagione, con il carico degli anni ma ancora la forza del pensiero ben intatta, ho avvertito l’emozione che si avverte quando, dentro un cassetto, si trovano belle foto d’epoca: “Abbiamo fatto una dura lotta politica in quegli anni - ha detto Ivo Butini - ma non veniva lesa la civiltà dei rapporti”. E Lelio Lagorio, il primo presidente della Toscana: “Ho ancora la speranza che quei nostri valori diano forza al nostro futuro”. Tracce di una memoria civile che è bene tenere ben presente e che scaldano un po’ questi giorni freddi di prospettiva. Si fa fatica a emozionarsi per simboli e valori, per una politica davvero della gente semplice, per trovare segni identitari che uniscano. Noi, che abbiamo lavorato alla mostra, il senso pieno dell’identità comune - oltre che della “cosa” che stavamo realizzando - ce l’ha dato il portabandiera della Regione, quando in un pomeriggio di riunione, ha introdotto nell’ufficio una bandiera arrotolata e rinchiusa in una tela. L’ha tolta dall’involucro, l’ha srotolata e ce l’ha mostrata: era la prima bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale della Toscana. Davanti a noi c’era la nostra storia. Siamo rimasti in silenzio per una buona manciata di secondi. Perchè a volte la storia emoziona, se la storia siamo noi.

Ballerini, morire per una passione

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Se hai conosciuto una persona, sia pure per poche ore condivise qualche anno fa a chiacchierare di ciclismo antico, e se questa persona era Franco Ballerini, l’effetto della sua morte in una stradina di campagna durante un rally automobilistico, ti colpisce come un pugno allo stomaco. A me fa questo effetto. E fa anche un po’ inquietare il fatto che i Tg nazionali abbiano dato poco risalto alla tragedia che si è consumata ieri nel Pistoiese. Messa in coda perfino al congresso dell’Italia dei valori. Eppure, ieri, se ne è andato un eroe semplice. Era nel fango della Parigi-Roubaix che aveva esaltato le sue doti di lottatore. Nel fango di Casa al Vento, schiacciato contro un muro, ha trovato la morte. Rincorrendo - e questo è il dato che più mi emoziona - una passione. Aveva vinto tutto nel ciclismo, da atleta e da Commissario Tecnico della Nazionale. Era uno pulito, rispettato, amatissimo dagli atleti e dal suo predecessore, quell’Alfredo Martini che lo aveva indicato per la successione senza se e senza ma. E che ora lo piange, rimbrottandolo un po’, con grande amore, per quella pericolosa passione tardiva dell’automobile.
Morire per una passione è quanto di più ingiusto possa accadere. Perchè senza passioni la vita è solo una circostanza più o meno incidentale. Le passioni, per il rally, per lo sport, per il proprio lavoro, per una donna, per un cane, per la musica, per qualsiasi cosa, sono l’antidoto contro il rischio di esistenze piatte e uniformi. Un valore aggiunto che regala adrenalina ed emozioni. E che a volte, però, chiede in cambio troppo. Perfino la vita.

“La prima cosa bella” ti scava dentro

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Secondo me “La prima cosa bella” non è un film da tempi come quelli in cui viviamo. Falsi fino al midollo, tutta apparenza e niente sostanza. Inondati di tecnologia inutile, nuova religione dei sacerdoti del futuribile, che ammantano le nostre esistenze di presunte necessità affatto necessarie. Invece il film di Paolo Virzì è talmente vero che sembra un assedio. Premessa personale: ero prevenuto. La storia di una mamma particolare, ma che comunque muore nelle braccia dei suoi figli, era per me una sorta di esame. Da affrontare, ma con paura. E infatti mi sono sentito assalito più volte dalle immagini che scorrevano sullo schermo. Scosso nella mia emotività che ogni giorno, come tutti, trasporto come un fardello con cui fare i conti, ogni tanto. Altissimo il rischio di commuoversi nella sala piena. E allora? Chi se ne frega. Il film di Paolo Virzì è così bello che non lascia respirare. Sì’, ci sono attimi in cui si può perfino sorridere, ma in realtà io, come tanti intorno a me, questo film l’ho vissuto in apnea. Aggrappandomi al bracciolo della sedia del cinema, per non perdere di dignità. Virzì riesce a scuotere nell’anima, insieme al suo cast di non attori. La stratosferica Ramazzotti, la meravigliosa Sandrelli che non recita mai, un gigantesco Mastrandrea, una Pandolfi che meglio non poteva. E poi, gli altri: un tenero Marco Messeri innamorato per sempre e nell’ultimo istante; un Bobo Rondelli balbuziente e timoroso del proprio sentimento. Così’ come gli attori non erano attori, la colonna sonora non è un semplice contrappunto musicale delle scene, ma ti accompagna più che all’interno della splendida sceneggiatura del film, nei cassetti segreti della tua anima. E scardina ogni serratura. Virzì scuote nel profondo, fa capire che l’amore è, prima di tutto, amare la vita. “La prima cosa bella” non sale mai in cattedra. Non ti impone niente, nè messaggì, ne dogmi. Lascia tracce in tutta umiltà, fino a farti coraggiosamente sperare che perfino la morte, di fronte all’amore della vita, non sia che un episodio.

“Formiche rosse”, al libero scambio della creatività

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Io c’ero nella notte della fantasia, a Siena, per la conclusione della decima edizione del Premio nazionale “Formiche rosse” per racconti brevi, organizzato dall’Arci. Lo dico con orgoglio, ma soprattutto perchè felice d’essere stato tra i partecipanti di una serata magica in cui le parole, le idee, la creatività, la musica, la pittura, la danza, hanno dato l’impressione di avere una forza tale da poter scardinare ogni stereotipo, ogni falsa poltiglia culturale che abili agit-prop ti propinano come cultura d’èlite.
Al Circolo della Tuberosa, nel cuore del centro storico di Siena, non meno di 150 persone hanno partecipato alla serata in onore dei dieci vincitori. Per loro, scelti tra circa duecento in concorso, il premio è stata la lettura di alcuni brani dei loro racconti e la pubblicazione di una raccolta edita da Betti editrice. Belli tutti, i racconti premiati. Gli autori: Jean Gasperi, Carla Arduini, Katia Brentani, Antonio Dell’Aiuto, Sandra Frenguelli, Gianni Gianotti, Pieri Luigi Lemmi, Peppe Lomonaco, Sergio Marzocchi, Diego Perucci. Ogni premiato è stato introdotto dalla lettura di un brano del proprio racconto, da parte di uno degli ospiti della serata. Io ho scelto Bogarte, di Jean Gasperi, affascinato da una storia che ruota tutto intorno all’impermeabile di Humprey Bogart in Casablanca.
Ginevra Di Marco ha sparso emozione pura su una serata già di per sè intensa. Prima ha letto con grande partecipazione il testo del toscano Pier Luigi Lemmi, raffinata storia di una latente omosessualità in un Paese arabo. Poi ha regalato una bellissima interpretazione di “Montesole” - la canzone scritta nel 2003 con Giovanni Lindo Ferretti - accompagnata da Francesco Magnelli. Una pioggia di pura adrenalina sulla sala, pure già toccata dai pezzi musicali eseguiti in diretta da Salvatore De Siena, Nicola Costanti e Luca Lanzi.
Comunque tutti impegnatissimi gli ospiti, per rendere al meglio il lavoro dei “loro” autori, e poi per regalare una propria performance: Rosanna Cieri della Compagnia Motus Danza, Nicola Costanti e Marco Brogi con la loro trascinante “Sorella Toscana”, Salvatore De Siena del Parto delle Nuvole Pesanti accompagnato da una giovane e bravissima musicista ungherese, Tommaso Innocenti dell’Associazione teatrale Straligut, Alessandro Grazi, pittore, che ha realizzato in diretta un quadro ispirato al racconto La mosca tung tung, letto magistralmente dalla moglie Rita, Luca Lanzi voce de La Casa del Vento.
Grazie all’invito del direttore del Premio, Adriano Scarpelli, per quanto mi riguarda dopo aver letto l’inizio del racconto di Gaspari, prima ho letto un pezzo da “L’ultima trasmissione della notte”, e poi per la prima volta un brano del mio prossimo libro, accompagnato al pianoforte da Nicola Costanti. E’ stata una gran bella emozione.
Così come riascoltare tanti brani di De Andrè interpretati dal gruppo dei Latrousse. A chiudere una serata che, se non ci fosse stata, bisognava inventarla così. In semplicità, con tante idee, musica e fantasia, all’insegna del libero scambio di creatività.