Io non so se dipendesse dal fatto che ciò che non vedevi e dovevi quindi solo immaginare, dava più emozione di ciò che oggi è rappresentato e anzi fatto vedere in tutte le salse con abbondanza di moviola. O se pure è proprio il mezzo stesso, la radio, che a me fa questo effetto: certo è che “Tutto il calcio minuto per minuto”, che compie 50 anni, per me è ciò che meglio si avvicina alla poesia del calcio.
Oggi con i canali satellitari, le partite della domenica ce le abbiamo dentro il salotto di casa. I calciatori segnano gol vivisezionati da tutte le angolazioni: i cascatori di professione vengono sbeffeggiati in un secondo e l’errore dell’arbitro non è più un mistero, da subito.
Eppure ciò che è così totalmente rappresentato ha un gusto decisamente più metallico del sapore antico di quelle mini-radiocronache che erano - anzi, che sono! - i collegamenti di Tutto il calcio minuto per minuto. Perchè ciò che immaginavi attraverso quei racconti, era probabilmente più reale della inflazionata realtà televisiva di oggi. Il calcio, allora, era come un bicchiere di vino raffinato da gustare centellinando dal bicchiere goccia a goccia. Un calcio che attraverso quella trasmissione radiofonica ti accompagnava nel mondo degli eroi del pallone, che poi vedevi, a sera, in bianco e nero alla Domenica Sportiva basata sul calcio e non sulle chiacchiere. Insomma, “Tutto il calcio minuto minuto” era - è… - un po’ come la Loren che si spogliava davanti a Marcello Mastroianni, annunciando e facendo sognare una bellezza poetica, mentre il calcio sui canali satellitari è un po’ come le spogliarelliste della lap dance. Altra roba.
Sì, allora tutto sembrava poesia: e così quell’urlo di Sandro Ciotti, “clamoroso al Cibali”, per la vittoria del Catania sull’Inter, anche per sentito dire, ti entrava dentro l’anima. Indimenticabile resta quella domenica in cui noi ragazzi, si giocava nel campino accanto alla Virtus - oggi ucciso da una colata di cemento - ascoltando Tutto il calcio minuto per minuto. E ci arrivò la notizia che il Verona aveva battuto il Milan 5-3. Allora pensammo che tutto sarebbe stato possibile, anche nelle nostre vite.
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Sarà tre volte Natale, nel 2010, e… senza grandi disturbi qualcuno sparirà: saranno i troppo furbi e i cretini di ogni età. Non sono parole mie, ma di Lucio Dalla da “L’anno che verrà”. Banale riproporle in queste ultime ore del 2009, per salutare, appunto, l’anno che verrà? Sì, probabile. Banale. Però mi piacerebbe davvero che, banalmente, i cretini e i troppo furbi rimanessero tutti confinati nel 2009.
Via, a chi non piacerebbe? Di entrambi faremmo volentieri a meno. Il problema è che i cretini e i troppo furbi abbondano, esondano molto più delle acque che in questi giorni turbano le festività di tanti toscani. E la cosa ancora più sconvolgente è che tanti cretini e tanti troppo furbi, sempre di più, sono nei posti in cui possono far danno non solo a se stessi, ma a tanti di noi. A ognuno che si trovasse a leggere queste parole, sono convinto, verranno in mente almeno quattro o cinque nomi - ma forse di più… - vicini e lontani.
E allora l’auspicio del 2010 è che ognuno di noi si impegni per smascherare i cretini e i troppo furbi che ci circondano. Che bello sarebbe! Impegnarsi tutti per questo straordinario obiettivo del 2010, mettendosi in gioco, rischiando in proprio, combattendo ognuno per quanto può e a tutti i livelli. Siccome, tra l’altro, il mio oroscopo del 2010, è strepitoso (Leone, seconda decade), chiederò aiuto anche alle stelle per assistermi.
Solo che, realisticamente, la possibilità di vincere, la speranza di farcela, nel 2010, contro i troppo furbi e i cretini di ogni età, ho l’impressione che abbia le stesse probabilità dell’altra circostanza metaforica citata da Lucio Dalla nella sua canzone: e cioè, che sarà tre volte Natale.
Vedi, caro amico, cosa si deve inventare, per poter riderci sopra, per continuare a sperare…
Io me li ricordo semplici i miei Natali preferiti. Cugini, zii, babbi, mamme, nonni, cani e gatti, tutti stipati in una casa. A tavola stretti, con la pasta fatta in casa e il ragù che era un profumo che iniziava alla vigilia e ci portava fino a dopo Santo Stefano. Tombole interminabili con il panettone avanzato dal pranzo, nel mezzo alla tavola. Appena più grandini, si cominciò a trasgredire con la “Bestia”, gioco infernale che parte dalla briscola e ti porta chissà dove. Ma il Natale era soprattutto stare insieme, appiccicati. Si rideva di poco, si parlava di tutto. E noi, più piccoli, ad ascoltare. Era un Natale semplice. Ma bellissimo. Ed è questo tipo di Natale che è il più sognato da tutti: me ne sono reso conto anche dai pensieri sul profilo di Faceradio, la trasmissione che faccio, insieme a Simona e Giovanni su Radio Toscana ogni giovedì - anche stasera! - dalle 20 alle 22. E ‘ il Natale della semplicità, in questo mondo così complicato, che mi piace di più.
Tempi difficili, in cui si fa fatica a stare al passo con cose di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ma bisogna correre, comunque. E complicarsi la vita, complicare la nostra vita, marcare sempre di più il distacco tra chi ha gli strumenti e la voglia di complicarsi la vita, e chi non ha nè gli strumenti nè la possibilità di partecipare a questa immensa complicazione delle nostre esistenze.
Mi viene di pensare a Gramsci, che ci ha lasciato in eredità il dovere e il diritto di istruirsi, per non essere succubi delle classi più agiate, che l’istruzione potevano pagarsela. La cultura era un modo per affrancarsi dal disagio e dalle povertà. Senza l’acquisizione di un minimo di cultura, di istruzione, era difficile emanciparsi dalla marginalità.
Ho l’impressione che oggi, se male applicate, se assunte a dogma, se non messe al centro di processi reali e diffusi di un nuova “istruzione di massa”, le nuove tecnologie possano ancora marcare la differenza tra una nuova casta iper-tecnologica e talvolta portatrice di una cultura aristocratica distante dalla gente, e il nuovo “proletariato” che non può, o non ce la fa, o non vuole “istruirsi” al nuovo verbo. Destinato, così, a rimanere marginale nei processi di innovazione e sviluppo. A volte troppo complicati e lontani dalla realtà per migliorare davvero la nostra vita. Che poi, dovrebbe essere il fine unico e ultimo di ogni innovazione.
Anche per questo, oggi, per il mio Natale, vorrei in regalo tanta semplicità, una valanga di semplicità. Cose semplici, per qualche giorno da vivere in semplicità. Per poi tornare nell’era della complicazione, almeno un po’ ossigenato. Buon Natale, e se volete, tanta semplicità a tutti voi!

Il premio Amerigo è un riconoscimento a chi, nell’attività giornalistica, opera per creare ponti e relazioni tra il nostro Pese e gli Stati Uniti. Essere fra i premiati, ovviamente, è stata una bella soddisfazione, che condivido con la mia redazione di www.intoscana.it.
Tra gli elementi di emozione, nel corso della cerimonia, a Firenze, nel bellissimo nuovo hotel L’orologio in Piazza Santa Maria Novella, anche il fatto di ricevere il premio dalle mani di Alessio Gramolati, il segretario della Cgil toscana, una delle persone con le quali, nel mio impegno di lavoro a Firenze ho sempre avuto visioni comuni e riflessioni condivise su Firenze e la Toscana. Ma la cerimonia è stata anche l’occasione di parlare della mia America. Di quel giorno del novembre del 1963, quando, appena tornati con mio babbo e mia mamma dal cinema dove avevamo vivsto “Il gattopardo”, il Tg in bianco e nero ci proiettò sulla scena di Dallas. Mia mamma chiese a mio babbo: “Ma ci sarà di nuovo la guerra?”. E lui. “La guerra fa paura a tutti”. La mia America è anche Bob Kennedy e Martin Luther King, è Kerouac e Scott Fitzgerald, Marlyn Monroe e “L’uomo dei sogni” con Kevin Costner. E’ tanti film che amo e quella colonna sonora, “The way we were”, in cui Barbra Streisand in “Come eravamo”, fissa le note di quella malinconia della memoria, un po’ tenera e un po’ pesante da sopportare, che accompagna tanti di noi. Ho parlato anche della mia America più recente, delle emozioni e delle speranze di Obama, alla base - insieme ad altro - del mio libro “L’ultima trasmissione della notte”. Ho parlato, insomma, della mia America, che in fondo è l’America come la vorremmo in tanti, paese di pace, di libertà, di opportunità. Senza tutto il resto.

E’ una inedita e suggestiva prospettiva quella che soprattutto Sergio Givone offre, all’iniziativa “Ripensando al Caffè filosofico davanti a un fiasco di vino”, che nell’ambito di Vignaioli e Vignerons, ha visto il Teatro del Sale riempirsi di tante persone, tutte richiamate dal fascino della riflessione su un tema:il rapporto tra vino e filosofia. E Givone ha offerto con semplicità, quasi con leggerezza, profonde chiavi di lettura: io bevo per ben pensare, diceva Socrate. Bevo per avere l’animo più libero di riflettere e discettare di filofosofia e per capire la vita. Come se l’ebrezza consentisse, allora come oggi, di avere l’animo meno ingombrato dai fardelli dell’esistenza: “Il vino non cura - ha detto Givone - ma rende sopportabili i mali e i dolori degli uomini”. Sembra dunque plausibile bere vino per curarsi l’anima, senza appesantirla, ovviamente, dal troppo bere. Oggi tutto sembra indicare che il bere è semmai la strada per dimenticare, per addentrarsi nell’oblio dei pensieri. E invece, ha aggiunto Givone, cosa altro è il vino da meditazione, se non uno strumento piacevole per meditare, appunto, riflettere, perfino filosofeggiare sulle nostre ambasce quotidiane.
E poi, ancora, il rapporto tra il produttore e la bottiglia del suo vino, ruolo che Givone intepreta anche in prima persona con un ottimo Chianti e poi con un vinsanto: “Stappare la bottiglia - ha detto Givone - significa incamminarsi sulla via della conoscenza. Gustare per capire quel vino, la fatica che c’è dentro, approfondire, appunto la conoscenza: il vino è la prova che della verità non si potrà mai fare a meno”. Una gran bella serata, con l’anfitrione Picchi, a offrire il meglio di sè con i suoi sformati, uno splendido lampredotto ed un’incantevole trippa. E, tra i vini gustati, la scoperta di un incredibile bianco, uno Sgiraz (non è un refuso…) fiorentino, che incanta per la sua naturalezza. E che fa ben pensare, almeno per stanotte.
Non è obbligo che ogni volta che un fatto grave, straordinariamente grave accade, ci sia sempre un vescovo che tira le orecchie ai media per come il fatto stesso viene trattato. Non è obbligo. I vescovi facciano il loro mestiere, i giornalisti fanno il loro. La riflessione mi sorge spontanea nell’apprendere che di fronte all’orrore dell’asilo lager di Pistoia, di fronte alle violenze insopportabili commesse dalla maestra carnefice con cattiveria e metodica incredibili, il vescovo di Pistoia abbia protestato per la diffusione del video. E invece no! Il video deve essere visto, da tutti, per rendersi conto di quale sia la portata disumana di quegli atti commessi su piccoli bambini. E la cosa che colpisce di più è che quelle violenze siano state commesse di fronte al gruppo schierato degli altri bambini. Attoniti, impauriti, impietriti e silenziosi. Vedere quelle immagini è l’unico modo per non restare nel dubbio e per vigilare che la giustizia italiana sappia applicare, almeno stavolta, pene esemplari di fronte a reati commessi in modo barbaro. Conoscere significa condannare con consapevolezza. E il video aiuta ad essere giusti nella condanna. Prima da parte della società e poi - speriamo! - dei tribunali. Il vescovo di Pistoia poteva dedicare la sua predica ad altro. Limitarsi a parole di affetto verso i genitori colpiti da tanto scempio sarebbe bastato. Lo avrà fatto senz’altro. Parole di solidarietà vera, di esortazione, magari, a non tentare di farsi giustizia da soli. Perchè, a me da babbo, questa sarebbe la prima cosa che sarebbe venuta in mente. Per tutta la vita. E non avrei saputo che farmene del sermone del vescovo contro i media.

Il bello delle Oblate aperte di notte è il fatto che le Oblate siano aperte di notte. Nel cuore di Firenze, fino a mezzanotte, la grande biblioteca ieri sera mi è sembrata una sorta di “stazione di posta” della mente. Tanti giovani impegnati a leggere, a studiare. Altri, al piano di sopra, nel bar sulla terrazza che, davvero, offre una delle viste più belle di Firenze, sembravano appartenere ad una sorta di popolo in cammino, non statico, non fermo e ripiegato sulle ovvietà di un giovedì sera a Firenze.
Il semplice omaggio ad Alda Merini, con tanti fogli fotocopiati che offrivano poesie e pensieri della poetessa, mi è piaciuto per la sobrietà e la pienezza del messaggio. Poi, uscendo, il tragitto verso Piazza del Duomo vuota e come addormentata, e infine Piazza Santissima Annunziata, pur con il suo carico di barboni sotto i portici, mi è apparso come un percorso priviliegiato della Firenze dei valori, lontano dalla superficiale volgarità dei nostri giorni. Per cui, alle Oblate di notte, ci tornerò.

Pare che qualcuno dei guerrieri dalle armature imponenti, della splendida Sala della Cavalcata nel Museo Stibbert di Firenze, se ne sia sceso da cavallo e, approfittando delle ombre della notte, si sia imbucato nella Sala della Limonaia, affascinato dalla bellezza senza tempo di Elenoire Casalegno. Potrebbe essere, in fondo, perchè non crederci. Tanto è apparsa magica l’atmosfera di questa notte della musica e del museo, che una storia così potrebbe anche starci. Sì, perchè tra le tante cose belle della serata, la bellezza di Elenoire Casalegno, ristagliava su tutto. Altissima, bellissima, lievissima, si potrebbe dire parafrasando un noto tormentone. E attenta a cogliere il senso della serata: “Sono per tutte le contaminazioni di arte e creatività - ha commentato davanti ad un succo di arancia, visto che il bar era rigorosasmente no alcool - e quello di stasera mi sembra davvero un bel cocktail”. Parole simili quelle del dj Albertino, poco prima, quando si è messo a fianco dell’araldo che apre la cavalcata dei guerrieri: “Stasera - ha detto introducendo la prima delle tante visite dei giovani che arrivavano dalla limonaia fin dentro il museo - mi sento davvero un apripista. Bella idea, da replicare”. E l’assessore Paolo Cocchi, pensando a quel 78% dei 640 giovani che si erano registrati per la serata, che ha detto sì senza se e senza ma ai musei, purchè siando sdoganati dalla polvere dell’ufficialità ossequiosa che tiene tutti distanti, ha avuto di che essere soddisfatto. In una giornata, tradizionalmente deputata al dibattito chiuso tra addetti ai lavori quale è la Confrenza regionale della cultura e del turismo, ha centrato l’obiettivo di riaprire la splendida Gipsoteca dell’Istituto d’arte di Porta Romana, e di portare 600 giovani al Museo Stibbert, in una notte di musica, a far compagnia ai maestosi cavalieri, risvegliati dal loro antico sonno.
Di questi tempi dove ti giri e dove senti scindere il mondo in due. Non più nel tradizionale “buoni e cattivi”, che almeno qualche parametro oggettivo lo si poteva trovare - a cominciare, magari dalla fedina penale… - ma in ciò che è “figo” e ciò che non lo è. E a decidere ciò che lo è, cioè ciò che è trendy, moderno, futuribile, alla moda o anzi anticipatore della moda, è sempre di più una ristretta casta di ipertecnologi comunicatori, talvolta poco attenti ai congiuntivi, ma in grado di dettare, appunto, il decalogo del “figo”.
Tutto questo accade in nome dei più semplici elementi dell’aristocrazia oligarchica del sapere. Chi sa di più, sottomette gli altri. E’ roba che diceva Gramsci, mica io. E allora, oggi, chi sa di più di Rete, di tecnologie, di orizzonti futuri del progresso - difficilmente percepibili, soprattutto sul fronte del capire se il mondo sarà peggiore o migliore di questo - può imporre anche lo staus di “figo”. E lo fa, quasi sempre, escludendo gli altri che non capiscono, che non ci arrivano: così facendo, scatenando una specie di effetto a catena. Perchè, mettiamo che io non capisca quell’evento, o quella cosa, o quell’idea, ma sia già stato lanciato l’input che invece è senz’altro “figo”, ho solo due alternative: o mi accodo, e quindi faccio parte della casta di chi decide ciò che è figo, oppure sono irrimediabilmente escluso, vecchio da rottamare, quasi arcaico. Così va il mondo. Mentre io, invece, il 12 dicembre vado a San Donnino, alla festa della ribollita e del lampredotto. Fregandomene se il lampredotto sia “figo” oppure no. Senz’altro mangerò con più gusto che a certi aperitivi molto ma molto “fighi”.

Mi arriva un libro da Parigi, accompagnato da una bellissima cartolina. E’ uno scorcio di Montmartre nel gennaio del 1935, sotto la neve. Una cartolina che parla, piena di suggestioni, di atmosfere, di poesia. Nel retro, poche righe, scritte con una calligrafia gentile, che dicono così: “Bois Colombes, 17.11.09 Gentile Daniele Magrini, mi sono occupata di far pubblicare gli aforismi di mio marito, affinchè siano letti e forse apprezzati. Ecco la mia missione! Le auguro una buona lettura, Jocelyne Magrini“. Non siamo parenti nonostante il cognome. Non conosco la signora Jocelyne, nè suo marito Bruno, scomparso nel 2003 all’età di 60 anni. Ma mi piace tanto questo gesto di amore che la signora compie nei confronti del suo uomo, e che mi arriva da Parigi, dove Bruno Magrini, si legge nella biografia riportata sul libro, “negli ultimi dieci anni della sua vita ha potuto consacrarsi pienamente alla sua ragione di vita, la scrittura“. E allora voglio contribuire in qualche modo, a lasciar traccia del bel gesto della signora Jocelyne.
Il libro di Bruno Magrini, “Il pungiglione indiscreto”, edito da “L’autore Libri Firenze”, è una raccolta di aforismi, evidentemente messi insieme con l’esperienza di una vita. Alcuni, in particolare, mi hanno colpito, forse perchè li condivido: “Il destino programma tutto per ognuno di noi, perfino la stupidità di crederci”. E ancora: “Il vero amore è dedizione e sacrificio”. Un altro aforisma di Bruno Magrini: “Si potrebbe amare tutta la vita la stessa persona con i suoi pregi e i suoi difetti, se il tempo che scorre non rimpicciolisse i primi, per accrescere i secondi”. Un altro ancora: “Quando un uomo è costretto a mettersi in ginocchio, o ha perduto un bottone, oppure la dignità”. Fino all’ultimo pensiero, riportato sulla quarta di copertina: “Non mi dispiacerebbe che un ubriaco scrivesse sulla mia tomba: qui giace un vero ateo che visse come un vero cristiano”.
Finisce qui il mio piccolo contributo alla missione della signora Jocelyne, e alla memoria del suo uomo, che finì il percorso della sua vita a Parigi, scrivendo.
L’immagine, dall’album di Ilhan Gendron, è all’indirizzo http://www.flickr.com/photos/ilhangendron/3247066004




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