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La cittadella del business: e il calcio dov’è?

scudetto68-69

Mio padre Cecchino era fuori dal bar Marisa e io, come ogni pomeriggio,sono passato a salutarlo. Sono venticinque anni che è in pensione. E non c’è stato un giorno in cui, alle tre e mezza in punto, non si sia messo a discutere di Fiorentina insieme ad altri quattro vecchi come lui. Io li chiamo “Le suocere del calcio”. Si inerpicano in discussioni babeliche dalle durata di ore, fin quando il sole cala e gli ricorda che è l’ora di cena. E’ un pazzo lo so. Tanto che mi ha chiamato Violinto. “Questo nome l’ho sognato la notte prima che tu nascessi – rammenta sempre– è bellissimo, sembra il nome di un goleador brasiliano”.
Quel giorno, fuori dal bar Marisa, non mi sono tolto neppure il casco. “Vieni babbo, si prende un caffè veloce, c’ho furia”.  L’ho portato davanti al bancone. Non sapevo come dirglielo. Gli avrei dato una coltellata al cuore, come se avessi dovuto confessare un tradimento. Ho ingurgitato il caffè velocemente, in silenzio.
“Ma a te, di preciso ti garba più Mutu o Gilardino?” – mi ha chiesto come se mi avesse tirato un missile da fuori area.
“Oh babbo, a me garba Quagliarella”.
“Ma quello è del Napoli. Non ti far sentire, bischero!”.
Mi ha preso per un braccio, portandomi di nuovo fuori. “Ce li hai cinque minuti?”
Con l’indice destro ho indicato il casco ancora sulla testa. “Devo andare”.
“Facciamo il giro dello Stadio a piedi, prenditi una pausa”. E si è incamminato senza nemmeno aspettare la mia risposta.

Quando ci siamo trovati davanti alla Curva Fiesole stavo quasi per dirglielo ma le parole mi si sono fermate nella gola. E sono rimaste lì, incancrenite dalla paura.
“Quest’anno si fa la Champions. Ci vai a Monaco?”.
“No babbo, non ci vado”. Mi sono inventato una storia sui biglietti che non si trovavano, sul fatto che forse dovevo lavorare e che comunque, per scaramanzia, avrei preferito non andarci.
“Vieni qua” – ha detto, tirandomi il piumino. Mi ha portato fuori dall’entrata della Maratona.
“Lo vedi quel pennone?”.

“Oh babbo, ancora non sono cieco. Lo vedo, lo vedo. Ma cos’hai oggi? Il giro dello stadio, il pennone della Maratona, ci manca solo che mi porti ai campini a vedere l’allenamento”.
“Lì sotto quel pennone, ti ho portato a vedere le prime partite. Eri piccolo, piccolo. Sbagliavi tutti gli attacchi dei cori, la bandiera era più grande di te. Ma quando facevamo goal strillavi come una checca impazzita. E tua madre, quando tornavamo a casa, mi rimproverava. Ogni volta perdevi la voce”.
Si èstrofinato la mano sopra agli occhi, guardando in alto, la Maratona. Poi ha preso  il portafogli. Lo ha aperto e mi dato un biglietto. “Champions League”.  Bayern Monaco – Fiorentina.
E’ stato lì che mi è venuto da piangere. Finalmente ho sputato fuori  tutto quello che non gli avevo ancora confessato.
“Babbo, stai zitto cinque minuti per favore. Babbo, ho perso la fede”.
“E che vuoi che sia. Io non l’ho mai avuta!”.
“La fede per la Fiorentina, babbo”.
“Violinto oggi sei parecchio strano, ma sei sicuro di stare bene?”.
Lo sapevo che non avrebbe capito. Lui che tutti i pomeriggi se ne stava davanti un bar a parlare di Baggio e Batistuta, di Chiarugi e Montuori, di Pontello e Cecchi Gori, non avrebbe mai potuto capire.
“Babbo, io sotto il pennone della Maratona ci ho lasciato il cuore. L’ho lasciato in quella Curva che guarda Fiesole e mi ha fatto innamorare tante volte. Ho pianto babbo, sai quante volte ho pianto? Quando abbiamo vinto, quando abbiamo perso, quando ci hanno buttato in C e contavo le stagioni della risalita, quando il Mondo ci ha riportato in A. Ma ora, babbo, non piango più”.
Lui mi guardava attento. In silenzio. Immobile come una statua di sale.

Ho continuato, come un fiume in piena, come l’Arno che abbatte i livelli di guardia la stagione di pioggia. “Io andavo a lavorare d’estate per comprarmi l’abbonamento. Sacrificavo le mie uscite per seguire la Fiorentina in trasferta. Rompevo il salvadanaio per le partite extra, per la Coppa Italia. Per non lasciarla mai sola la mia Fiorentina. E babbo, io la Fiorentina l’ho sempre amata. Anche quando mi deluso. L’ho amata quando era bella e quando era brutta. In A, in B e in C2. Ho anche rubato dal tuo portafogli, per comprarmi la sciarpa nuova, per avere la maglietta del Bati. Ho rubato anche dalla cassettiera della nonna. Le ho preso diecimila lire nell’86 per andare a Torino, teneva i quattrini tra gli asciugamani e le mutande. Ho inventato balle alle mie fidanzate e poi sono volato allo stadio. Ma il calcio, babbo, era un’altra cosa. Sì, c’era il business anche prima. Ma c’era anche il pallone, c’erano i goal, c’erano gli stadi pieni, si correva intorno al Franchi per allenarsi. Di pomeriggio sotto al sole, potevi vederti gli allenamenti ai campini. La Fiorentina, per me, era roba di casa, babbo. Sai che ti dico? Io non voglio vincere per forza. Al diavolo la Cittadella, i mega centri economici, violachannel e la proprietà vincente, la Fiorentina non è un’impresa. La Fiorentina è amore, è passione pura. E’ sentimento. E’ musica per i miei orecchi. E’ scrosci di acqua fresca sul viso al mattino. E’ godimento. Babbo, ma ti ricordi quanta gente c’era allo stadio, come si stava fitti, fitti? D’inverno quell’essere così vicini ci aiutava a scaldarci. Io ero innamorato babbo, la Fiorentina l’amavo quasi quanto la mì donna. Ma adesso, adesso no. Quel brivido l’ho perso. La pelle delle scarpe dei Della Valle, babbo, non sarà mai viola. Capisci quel che voglio dire?”.
Lui mi guardava in silenzioso rispetto.
“La Fiorentina, Violinto. E’ come una moglie. Sai quante volte ti fa incazzare? Ma la ami lo stesso. Può calare la passione, puoi volgere l’occhio altrove, prenderti una cotta per una più bella, tradirla. Ma poi, la sera a casa, torni sempre da lei”.
“Innamorato sì, babbo. Ma bischero no. Il calcio adesso lo lascio alle tv, ai soldi facili, all’apparenza. Vado a vedere giocare Alessandro, al campino di Lastra a Signa. Scapoli contro Ammogliati. Almeno i goal, babbo, son tutti veri. Entro gratis, bevo una birra e guardo chi vince la Coppa del Nonno. Qualche sera ti invito, babbo”.
Poi l’ho abbracciato,velocemente. Ed ho guardato il pennone della Maratona. Nessuna bandiera viola sventolava lassù, in alto.

Mio padre non ha proferito parola. Ha semplicemente stracciato il biglietto, in quattro parti. Senza pensarci troppo su. Un biglietto da ottantacinque euro del settore ospiti.  Insieme ci siamo incamminati verso il Marisa. Là, ancora discutevano di chi fosse il miglior attaccante degli ultimi trent’anni.

6 Risposte a “La cittadella del business: e il calcio dov’è?”


  1. 1 Davide

    Bello, bello, bello…profuma veramente di un calcio che non c’è più. Commovente.

  2. 2 Grunge

    Da spedire subito all’Acf Fiorentina, ai “dottori” Della Valle e Mencucci…e anche a qualche sito web che esalta la proprietà !
    Bello, bellissimo…il post…ed era bellissimo cantare in curva quando sembrava tutto vero -anche se forse non lo era- ma almeno c’era sangue, c’era fiorentinità , c’era passione…
    No nemmeno io voglio vincere per forza…RIVOGLIO LA MIA FIORENTINA, quella provinciale, quella che ti riempiva il cuore, quella dei cazzotti dati e presi…quella VERA!
    Forza viola…sempre!
    Della Valle non sarà  mai il mio presidente!!!!!

  3. 3 Cristina

    Complimenti, era da tempo che non scrivevi così..con il cuore a pezzi per quella che era un dì la “tu bandiera!!!!!!!!!!!!!
    Bravissima

  4. 4 illorenzo

    Concordo in pieno. Se questo è il calcio che conta era meglio quando si stava peggio

    http://www.youtube.com/watch?v=3l0PIBdCJHo

  5. 5 Rosita

    La tua storia è così sorprendente che mi ha fatto ammutolire per un pò.Sono giovane e forse quel calcio di cui parli io non l’ho mai vissuto.Ho riconosciuto nella Fiorentina la squadra che mi rappresenta,lontana da Firenze,ho imparato ad amarla e a conoscerne la storia ogni giorno poco di più. Eppure questa Fiorentina,quella che non c’è più,mi ha reso completamente pazza di lei.Mi auguro che questo mondo sporco del calcio cambi,e che lo faccia presto,ma ancor di più mi auguro che quella bandiera sopra il pennone della Maratona possa continuare a sventolare.

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