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Calcio, tv e sconfitte. Quando “non ci resta che piangere”

Se ne tornò a casa mesto, in una domenica pomeriggio di quelle che ti viene il magone e non va né su né giù. Aprì la porta di casa silenziosamente, strusciò due o tre volte le scarpe al tappetino, come se volesse chiedere redenzione, per tutte le volte che invece, con le suole sporche aveva camminato sul marmo pulito, senza pensarci troppo su.

Non proferì parola. Appoggiò la sciarpa viola sul divano, piegandola a modo. Si guardò allo specchio. Aveva ancora indosso la maglia delle grandi vittorie. Quella che aveva portato fortuna negli anni e che aveva indossato in alcune occasioni particolari. Provò a ricordarle tutte quante. La prima fu nella stagione 1988/89, oltre vent’anni fa,  quando Stefano Borgonovo, su cross di Baggio, segnò il goal vittoria contro la Juve.  Indimenticabile. L’altra fu quando Batistuta zittì il Camp Nou, con una rete strepitosa davanti ad ottantamila tifosi catalani.  Rabbrividì, mentre l’azione gli passò davanti agli occhi. Violinto pensò  tra sé e sé che quel momento non l’avrebbe mai dimenticato nella vita e lo mise nella lista dei migliori. Non mancò di inserire anche la vittoria della Coppa Italia nel 2001 e la risalita in seria A con il Mondo, nel 2005, dopo gli anni della C2. Quel giorno pianse, pianse come non aveva mai fatto in tutta la vita. Abbracciò tutti quelli che si trovavano vicino a lui, come se fossero stati fratelli che non rivedeva da decenni.

Sorrise, ripensando alle trasferte, ai cori nei pulman insieme ai fiaschi di Chianti, ai pomeriggi passati ai campini del Campo di Marte quando, uscito dal lavoro, si ritrovava a far due chiacchiere da bar.  “Non so come mai  ma allo stadio  c’era sempre il sole – ricordò – sedendosi sul divano, vicino alla sua sciarpa viola”.

Quel giorno il primo freddo di fine ottobre gli aveva congelato le dita dei piedi e le estremità delle mani. Le strusciò l’una contro l’altra mentre in tv commentavano i risultati della domenica. Fiorentina ultima, sola, fanalino di coda per i viola di Mihajlovic – dicevano i giornalisti nei titoli di apertura. Provò a cambiare canale ma il calcio fa da padrona, si sa. Palloni ovunque.  Pensò che era rimasto uno dei pochi a prender freddo sui gradoni, perdere e tornare a casa con la coda tra le gambe.  I suoi amici, già da tempo, la partita preferivano vederla alla tv. Lui no. Da quarant’anni aveva l’abbonamento in Fiesole, in alto e al centro, che il campo lo si vede meglio. Era il posto che occupava anche suo padre, il posto dove aveva cantato le prime volte, dove si era fumato la prima sigaretta, dove aveva più volte perso la voce.

“Mi chiamo Violinto – uno con un nome così non può vedere la partita in tv – borbottò con se stesso mentre si toglieva le scarpe spingendo contro il calcagno per scalzarle. Andrò al Franchi fin quando le gambe mi ci porteranno, lo farò almeno per la buonanima di mio padre. Lo disse anche se il calcio degli ultimi anni non gli piaceva più. Quello spettacolarizzato della tv, dei primi piani da effetti speciali, delle telecamere che zummano prepotenti sul sudore, sui muscoli tirati dei giocatori. Primi piani, rallenty, replay. Regia perfetta. Da film. Appunto, da film. Ma il calcio è un’altra cosa. “Vuoi mettere vedere la Fiesole tutta viola, sentire i cori che rimbalzano da un orecchio all’altro, cantare, esultare. E a volte, perché no, piangere” – rimuginò ancora Violinto  – in preda ad un ragionamento dove a controbattere non c’era nessuno se non la tv e quella sciarpa che si trovava ad accarezzare come se fossero le mani di una donna.

Appoggiò la testa al cuscino. Guardò il soffitto. Ripensò alla sconfitta di quella domenica maledetta. E le parole dei giornalisti tornarono a fargli eco nella mente. “Fiorentina ultima in classifica. Fanalino di coda”. Il silenzio gli devastò l’anima, corse giù in fondo allo stomaco, come un sommergibile che sgancia bombe in mezzo al mare. Il “giochino” dei Della Valle si è rotto  – pensò. La storia del grande progetto, della mentalità vincente da imprenditori, della Cittadella. Alle parole bisogna dare concretezza.  Ad oggi non abbiamo vinto niente.  L’unica gioia è stato il tornare in Serie A. Ma il grande merito di quell’impresa che pareva impossibile è stato di quell’allenatore lombardo con il giglio stampato sul cuore, di una squadra con giocatori dei quali Violinto stentava a ricordare il nome.  Poi pensò agli ultimi campioni che gli avevano provocato l’accelerazione dei battiti, la tachicardia, l’adrenalina che correva come un velocista nelle vene.

Quei giocatori erano Omar Gabriel Batistuta e Manuel Rui Costa. Li aveva portati a Firenze un tale Vittorio Cecchi Gori, a suon di miliardi. Lui forse non aveva la mentalità dell’imprenditore vincente, ma qualcosa, l’ha pur  vinto  – soppesò Violinto valutando i pro e i contro della vecchia e della nuova Fiorentina.  E poi Vittorio si alzava in piedi sulla balaustra ad ogni goal, faceva colore – ricordò ancora sorridendo.

Chiuse gli occhi, si addormentò.  Non prima di aver avvolto la sciarpa viola di lana al collo. Quel tardo pomeriggio sognò una Fiorentina in bianco e nero, con lo stadio fitto di gente, poche telecamere e un biglietto in mano da strappare. Sognò il calcio. Quello che adesso non sentiva più così vicino. Tirò su con il naso, si rannicchiò, attorcigliando anche i pensieri. Nominò più volte e in più riprese Chiarugi e Montuori. Poi nominò suo padre  che invece, in più riprese si era rigirato nella tomba. E di viola gli era rimasta solo l’imbottitura in raso della cassa da morto.  Quando si svegliò penso di aver vissuto solo un brutto incubo. Dopo il caffè uscì di casa.  Fu il titolo, a caratteri cubitali, del Corriere dello Sport a ricordargli che quell’ultimo posto in classifica era vero, verissimo. Più delle promesse sventolate negli ultimi sette anni. Mannaggia al diavolo, imprecò. Poi non disse nient’altro. Il freddo di ottobre gli mangiò cuore e pensieri, stretti anche loro inesorabilmente all’ultimo posto della classifica.

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