venerdì 20 settembre 2019   | intoscana.it
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La mia estate del ‘69

C’è freddo che arriva da un maledetto spiffero tagliente e non mi fa dormire. Sono giorni che mi dico che l’aggiusterò ma poi, da coglione quale sono, me ne dimentico sempre. Così rimango a tremare con la pelle di gallina che mi fa sembrare più un piccione spennato pronto per essere cucinato che semplicemente quel che sono, un bischero in mutande davanti ad una finestra umida. Guardo fuori mentre Bryan Adams canta Summer of 69 dentro YouTube, che lo stereo di una volta non va più di moda nemmeno a casa mia.

Faccio scorrere un finto plettro su una finta stratocaster che credo di avere tra le mani. Ma mimo soltanto. Eppure mi pare di sentirla vibrare mentre canto a squarciagola una canzone che miliardi di volte mi ha accompagnato in auto sulle strade della notte. D’improvviso, quando la canzone finisce e la carica di adrenalina svanisce, galleggiano i ricordi. E penso a YouTube, all’Iphone, alla musica sul cellulare. Musica come vuoi, quando vuoi e per quanto tempo desideri. Wow mi verrebbe da dire ma poi, riflettendoci su mi è tornato alla mente quando, da ragazzino, stavo a ore con il dito premuto sul rec dello stereo per registrare una canzone appena uscita alla radio. E in quegli anni la musica per me era come una ragazza alla quale ancora non hai dato il primo bacio.  Non vedevi l’ora di ascoltarla quella canzone, perché non ti bastava canticchiarla solitario, la volevi sentire. E quando scorrevi tutte le frequenze AM ed FM e la beccavi all’inizio della prima nota, era il top. Potevi registrarla e ascoltartela milioni di volte, ancor prima che uscisse il disco. Troppo più bello, non c’è che dire.

In quegli anni accadeva spesso che andassi al negozio di dischi sotto casa di mia nonna. Dentro c’era un simpatico ragazzo dai capelli rossi. A lui canticchiavo qualche pezzo sentito in radio e del quale non ricordavo il titolo. Uscivo sempre dal negozio con un 45 giri e un 33. Ero soddisfatto, soprattutto quando nel long playing, c’era una bella copertina con tutti i testi. La musica, allora, era più magica. O forse sono solo io che sono vecchio, con la pelle rattrappita dal freddo ed una finestra rotta che mi congela la ghiandola del buonumore.

Ci penso quando, sempre dal famigerato YouTube parte Vasco. Canta “Odio il lunedì”. E la mia donna balla, davanti al computer. Mi sorride ed ho voglia di lei. Mi sento uno scemo del duemila. In boxer. Riprendo la mia finta stratocaster in mano e mando al diavolo tutti i ragionamenti sconclusionati degli ultimi venticinque minuti. “Chi troppo pensa poco vive” – rimugino ancora filosofeggiando prima di mandare tutto al diavolo e cantare la mia estate del 69. Anche senza premere il Rec.

Calcio, tv e sconfitte. Quando “non ci resta che piangere”

Se ne tornò a casa mesto, in una domenica pomeriggio di quelle che ti viene il magone e non va né su né giù. Aprì la porta di casa silenziosamente, strusciò due o tre volte le scarpe al tappetino, come se volesse chiedere redenzione, per tutte le volte che invece, con le suole sporche aveva camminato sul marmo pulito, senza pensarci troppo su.

Non proferì parola. Appoggiò la sciarpa viola sul divano, piegandola a modo. Si guardò allo specchio. Aveva ancora indosso la maglia delle grandi vittorie. Quella che aveva portato fortuna negli anni e che aveva indossato in alcune occasioni particolari. Provò a ricordarle tutte quante. La prima fu nella stagione 1988/89, oltre vent’anni fa,  quando Stefano Borgonovo, su cross di Baggio, segnò il goal vittoria contro la Juve.  Indimenticabile. L’altra fu quando Batistuta zittì il Camp Nou, con una rete strepitosa davanti ad ottantamila tifosi catalani.  Rabbrividì, mentre l’azione gli passò davanti agli occhi. Violinto pensò  tra sé e sé che quel momento non l’avrebbe mai dimenticato nella vita e lo mise nella lista dei migliori. Non mancò di inserire anche la vittoria della Coppa Italia nel 2001 e la risalita in seria A con il Mondo, nel 2005, dopo gli anni della C2. Quel giorno pianse, pianse come non aveva mai fatto in tutta la vita. Abbracciò tutti quelli che si trovavano vicino a lui, come se fossero stati fratelli che non rivedeva da decenni.

Sorrise, ripensando alle trasferte, ai cori nei pulman insieme ai fiaschi di Chianti, ai pomeriggi passati ai campini del Campo di Marte quando, uscito dal lavoro, si ritrovava a far due chiacchiere da bar.  “Non so come mai  ma allo stadio  c’era sempre il sole – ricordò – sedendosi sul divano, vicino alla sua sciarpa viola”.

Quel giorno il primo freddo di fine ottobre gli aveva congelato le dita dei piedi e le estremità delle mani. Le strusciò l’una contro l’altra mentre in tv commentavano i risultati della domenica. Fiorentina ultima, sola, fanalino di coda per i viola di Mihajlovic – dicevano i giornalisti nei titoli di apertura. Provò a cambiare canale ma il calcio fa da padrona, si sa. Palloni ovunque.  Pensò che era rimasto uno dei pochi a prender freddo sui gradoni, perdere e tornare a casa con la coda tra le gambe.  I suoi amici, già da tempo, la partita preferivano vederla alla tv. Lui no. Da quarant’anni aveva l’abbonamento in Fiesole, in alto e al centro, che il campo lo si vede meglio. Era il posto che occupava anche suo padre, il posto dove aveva cantato le prime volte, dove si era fumato la prima sigaretta, dove aveva più volte perso la voce.

“Mi chiamo Violinto – uno con un nome così non può vedere la partita in tv – borbottò con se stesso mentre si toglieva le scarpe spingendo contro il calcagno per scalzarle. Andrò al Franchi fin quando le gambe mi ci porteranno, lo farò almeno per la buonanima di mio padre. Lo disse anche se il calcio degli ultimi anni non gli piaceva più. Quello spettacolarizzato della tv, dei primi piani da effetti speciali, delle telecamere che zummano prepotenti sul sudore, sui muscoli tirati dei giocatori. Primi piani, rallenty, replay. Regia perfetta. Da film. Appunto, da film. Ma il calcio è un’altra cosa. “Vuoi mettere vedere la Fiesole tutta viola, sentire i cori che rimbalzano da un orecchio all’altro, cantare, esultare. E a volte, perché no, piangere” – rimuginò ancora Violinto  – in preda ad un ragionamento dove a controbattere non c’era nessuno se non la tv e quella sciarpa che si trovava ad accarezzare come se fossero le mani di una donna.

Appoggiò la testa al cuscino. Guardò il soffitto. Ripensò alla sconfitta di quella domenica maledetta. E le parole dei giornalisti tornarono a fargli eco nella mente. “Fiorentina ultima in classifica. Fanalino di coda”. Il silenzio gli devastò l’anima, corse giù in fondo allo stomaco, come un sommergibile che sgancia bombe in mezzo al mare. Il “giochino” dei Della Valle si è rotto  – pensò. La storia del grande progetto, della mentalità vincente da imprenditori, della Cittadella. Alle parole bisogna dare concretezza.  Ad oggi non abbiamo vinto niente.  L’unica gioia è stato il tornare in Serie A. Ma il grande merito di quell’impresa che pareva impossibile è stato di quell’allenatore lombardo con il giglio stampato sul cuore, di una squadra con giocatori dei quali Violinto stentava a ricordare il nome.  Poi pensò agli ultimi campioni che gli avevano provocato l’accelerazione dei battiti, la tachicardia, l’adrenalina che correva come un velocista nelle vene.

Quei giocatori erano Omar Gabriel Batistuta e Manuel Rui Costa. Li aveva portati a Firenze un tale Vittorio Cecchi Gori, a suon di miliardi. Lui forse non aveva la mentalità dell’imprenditore vincente, ma qualcosa, l’ha pur  vinto  – soppesò Violinto valutando i pro e i contro della vecchia e della nuova Fiorentina.  E poi Vittorio si alzava in piedi sulla balaustra ad ogni goal, faceva colore – ricordò ancora sorridendo.

Chiuse gli occhi, si addormentò.  Non prima di aver avvolto la sciarpa viola di lana al collo. Quel tardo pomeriggio sognò una Fiorentina in bianco e nero, con lo stadio fitto di gente, poche telecamere e un biglietto in mano da strappare. Sognò il calcio. Quello che adesso non sentiva più così vicino. Tirò su con il naso, si rannicchiò, attorcigliando anche i pensieri. Nominò più volte e in più riprese Chiarugi e Montuori. Poi nominò suo padre  che invece, in più riprese si era rigirato nella tomba. E di viola gli era rimasta solo l’imbottitura in raso della cassa da morto.  Quando si svegliò penso di aver vissuto solo un brutto incubo. Dopo il caffè uscì di casa.  Fu il titolo, a caratteri cubitali, del Corriere dello Sport a ricordargli che quell’ultimo posto in classifica era vero, verissimo. Più delle promesse sventolate negli ultimi sette anni. Mannaggia al diavolo, imprecò. Poi non disse nient’altro. Il freddo di ottobre gli mangiò cuore e pensieri, stretti anche loro inesorabilmente all’ultimo posto della classifica.

L’onomastico

Che l’onomastico fosse un giorno da tenere bene a mente e soprattuto da festeggiare l’ho imparato solo adesso, a trentacinque anni suonati. Credo di aver accantonato la faccenda onomastico all’età di sette od otto anni quando ho scoperto che il calendario riportava diecimila nomi di donna, tranne il mio. C’erano S’Anna, Santa Cristina o Santa Monica tanto per citare i più comuni ma, vicino a questi, non mancavano i nomi di Sante Donne fuori dal comune come Zemira, Aldesira o ancora Gerolama o Pasqualina, che mi ricordava più una torta che una santa. Il mio no, non compariva. C’era San Simone, ma Simona niente. Forse non ci tenevo nemmeno da piccola a passare per santa.

Comunque, a parte la questione calendario, dicevo che solo da qualche giorno ho scoperto che in alcune zone d’Italia (ma non in Toscana), l’onomastico è ben più sentito del compleanno. Chi me l’ha detto, ha asserito che la data del compleanno in realtà la conoscono in pochi (anche se adesso con Facebook questa teoria sarebbe da accontonare che ti fa gli auguri anche il gatto di tua cugina) mentre è assodato che il tuo nome lo conoscano tutti quelli che ti conoscono (bel gioco di parole) e questo comporta che tutti possano festeggiarti.

Sta  di fatto che io questi ragionamenti non li ho fatti e mi sono dimenticata di fare gli auguri di buon onomastico al Santo” in questione. Colpa della tradizioni diffenti da regione a regione che mi hanno condotto in errore.

 E allora oggi che devo fare? Mi devo segnare nell’agenda del  cellulare, riunioni, appuntamenti, bollette da pagare, compleanni, visite dal dentista, lista della spesa, persone da chiamare e devo pure ricordarmi di mettere l’avviso sonoro dell’onomastico? Forse dovrei, la tradizione è tradizione. O  forse potrei fare un fischio a Mark Zuckerberg e ricordagli di inserire su Facebook accanto a “mio compleanno”, pure “mio onomastico”, magari mi fanno gli auguri anche il cane di mio nonno, la tartaruga del mio ragazzo e qualche lucciola, là nel mio giardino, sempre se – per le pari opportunità – tanto invocate negli ultimi anni, non decidano di inserire Santa Simona. Io aspetto fiduciosa perchè “un si sà mai”, magari arriva un miracolo, “rottamano” S.Simone e lasciano la poltrona a me. Sempre se ho qualche Santo in Paradiso…

L’altalena


All’ultima fila di ombrelloni, vicino al tavolino da ping pong, ci sono le altalene. Mio nonno mi ci porta sempre. Mi solleva, mi aggiusta sulla seduta di legno corroso di mare. Io afferro le catene, strette strette, come mi dice sempre lui. “Non lasciarle mai, per nessun motivo”- si raccomanda. Ha il cappello in testa, le merit infilate nel costume.

“Sei pronta?” – mi chiede.

“Sì, nonno. Fammi volare!”.

Lui si porta dietro le mie spalle strette di bambina, cotte di sole. Prende le catene tra le mani. Cigolano. Sento che mi porta indietro, per darmi la rincorsa. Poi mi lascia andare. E io volo. Dapprima piano, poi sempre più forte. Fletto le ginocchia, come mi ha insegnato il nonno, così riesco a tagliare l’aria ed andare sempre più alto. Arrivare lontano mi piace. Quando l’altalena fa sempre più rumore e vedo gli altri bambini in fila ad aspettare il loro turno. Sono più piccoli di me. A loro è vietato volare così alto. Io invece riesco a rasentare il cartellone pubblicitario della Coca Cola, in cima all’altalena.  Fletto le ginocchia sempre meno, per rallentare la velocità e pian piano, fermarmi. La sabbia brucia, come l’acqua di mare negli occhi. E allora, mano nella mano con il nonno, salto da un ombra all’altra, salto file di ombrelloni, fino ad arrivare al mio. In prima fila.

Zia Tina fa l’uncinetto. Mia nonna si unge, che il sole così attacca meglio. Io sto sulla sdraio, seduta. Aspetto la mia merenda. La focaccia del mare è la più buona del mondo, sa di sale ed è morbida di olio. La nonna la compra all’alimentari del Lido, sulla strada che taglia l’Italica, ne strappa un pezzo da bambini e me la porge. Io la finisco veloce, perché la rivoglio sempre due volte. Le bibite si bevono con la cannuccia, nelle bottiglie di vetro che ci soffi dentro e gonfiano come l’acqua della pasta quando bolle.  Quando faccio merenda i miei mi dicono di stare all’ombra. E la sabbia, all’ombra, diventa buona. Sarà per questo che la mamma mi distende l’asciugamano a terra e io, accovacciata di lato, allungo le mani per toccarla, per sentirla fresca, sulla pelle.

La mia estate profuma. Quando dalla città, prepariamo l’auto per andare al mare io riesco già a sentirne l’odore. Sa di legna, appoggiata sulla battigia, di coltellacci a riva, di telline da tirare su con la rastrelliera. E sa di more, quelle da raccogliere sulle Muretta, nei giorni che non si va sulla spiaggia. Io e Nicola ci arrampichiamo per prenderle, riempiamo i ciottoli di latta, le laviamo con l’acqua ghiaccia di Camaiore. E le mangiamo, seduti in una poltrona in due, davanti alla tv. Dalla zia Jone, al mare, si beve l’acqua dal ramaiolo. E’ ammaccato dal tempo, appoggiato al muro, sul lavabo di marmo. Io voglio sempre bere per prima che non mi giovo degli altri. E allora corro veloce, faccio scendere presto l’acqua, giù, a fontana. Fin quando, fredda da far rabbrividire lo stomaco, merita di essere bevuta. Mia mamma, quando mi vede fare così urla. Dice che mi un giorno o l’altro mi verrà una congestione. A me non interessa. Che può farmi un po’ di acqua tirata giù veloce?

Niente, in fondo io posso fare tutto. Posso correre, dalla chiesa, fino all’arco del Comune. Segnare quadrati a terra, sul cemento, con i sassi  e giocare zoppino. Arrivare fino alla casa delle due sorelle pazze, che la mamma mi ha detto di non avvicinarmi neppure se mi salutano. Fare i primi tre scalini esterni che conducono al portone e poi, con Nicola, scappare a gambe levate. Con il cuore in gola, che batte. Batte e ancora batte. A Camaiore sembra che ci sia racchiuso il mondo.

C’è il profumo della vita, il sole che alle due del pomeriggio ti toglie le forze e ti fa arrancare. C’è Macò, il down rinchiuso che urla, dalla finestra di camera sua e lo senti in tutto il paese. C’è ombra e luce.

L’ombra di Via Vittorio Emanuele, là dove c’è la chiesa, espongono i morti e ho paura solo a passarci. Là dove c’è la Misericordia, che anche quando ha il bandone ammezzato, ci si vedono le bare. Allora chiudo gli occhi e chiedo alla mamma. “Lo abbiamo sorpassato? Posso aprirli?”.  Le Muretta invece sono il sole, il cielo che lo guardi e ti viene di respirarlo tutto quanto. Sono le Apuane, che in certi giorni ti sembra di poterle toccare. Sono la mia famiglia, in posa, fuori casa che si stringe per fare la foto di gruppo con la polaroid.

Sono i miei ricordi. Oggi  così vicini da desiderare di poterli toccare di nuovo.

Il sapore della felicità

Le barche erano intrise di salmastro, strisce d’azzurro corrose dal sole . Il legno si bagnava di mare nei punti dove il bianco smaltato aveva ceduto. Io me ne stavo disteso in quella conchiglia allungata che dondolava tra le onde, ancorata al piccolo porticciolo naturale di fronte al castello. Correvo lì al mattino presto, quando ancora i taxi di mare non partivano. Così potevo starmene accovacciato nell’umidità del giorno che arrivava, con le gambe che cercavano spazio tra i remi appoggiati nel pagliolo. Portavo le braccia incrociate dietro la testa, all’altezza della nuca, a mò di cuscino. Guardavo il cielo e, poco più in là, il Castello Aragonese. Così grande, massiccio che pure i flutti di mare potevano farsi male quando si infrangevano ai suoi piedi. Da lì potevo ascoltare il mondo. Con una musica che mai più ho avuto modo di sentire. I gozzi che sciaguattavano come lavandaie nei fiumi, le finestre che si aprivano cigolando di mattino presto, i primi passi, strusciando sull’asfalto del ponte erano dolci suoni per le mie orecchie di bambino. Ogni tanto chiudevo gli occhi per sentirli meglio. Mi concentravo e riuscivo ad avvertire anche il battito d’ali dei gabbiani che planavano dall’ala est del Castello, volavano in mare. Pescavano. A volte scappavo dal letto della nonna e correvo nella notte al porticciolo. Volevo vedere le stelle cadere nel mare. Quando tutto è buio, così buio che mi faceva timore. E il mare era nero. Ma in più punti le luci lo facevano tremolare, come quando la luce elettrica ci abbandonava improvvisa ed a casa accendevamo le candele. Le mura tremolavano anche loro. Io mi divertivo, mi eccitavo, l’adrenalina saliva potente. Le candele erano il gioco inaspettato che cambiava faccia alla noia della notte. Fatta per dormire anche quando non ne hai voglia. E la faccia della mamma diventava arancio e se passavo le mani vicino alla fiamma, l’ombra delle dita diveniva gigante. La notte al porticciolo le stelle facevano oscillare l’acqua.

Il Castello sembrava affondare nel buio. Sprofondare nel mare. Avevo così tanta paura delle mie fantasie che aspettavo con ansia l’arrivo del giorno. Il cielo tinto di rosa, striato di blu cobalto e poi il sole. Rimanevo disteso fin quando non avvertivo l’odore del pane uscire dal forno del Boccia. Tutti, dal porto al ponte, facevano lunghe file per il filone da un chilo. Io mi presentavo quando ancora la bottega non era aperta. Mi affacciavo al laboratorio e il Boccia passava la mano infarinata sui miei capelli. Mi porgeva un panino che scottava come il sole di Ferragosto ed io, solo ringraziando con un gesto della testa, correvo via. Forte, fortissimo. Come se nelle mani avessi nascosto il tesoro di Sant’Anna. Come se i fantasmi delle Clarisse del Castello mi inseguissero per i vicoli del borgo. Le gambe mi portavano fin quando il fiato teneva. Le salite di Cartaromana non mi intimorivano. Arrivavo in alto, là dove potevo riposarmi nel verde, guardando il mare divenuto piatto come una tavola. Calmo. Il mio cuore invece saltava come un canguro impazzito. Le mani rosse stringevano ancora il panino del Boccia. Mi sedevo, su una pietra che rinfrescava i pensieri, addentando il primo boccone del giorno. Sapeva di farina buona e di sale. L’aria era quella dell’isola. Corsi verso casa prima che la nonna si svegliasse. Prima che i taxi di mare portassero i turisti a vedere i sassi multiformi spuntare dal mare come magiche ninfe.

Il giornalaio in piazza aggiustava le locandine. Passai dal retro del piccolo giardino dove la nonna aveva piantato due alberi. Un arancio e un limone che, come diceva sempre lei, non potevano mancare in una casa dell’isola verde. Dormiva. I capelli raccolti, le rughe appoggiate morbide sul viso. Lasciai i vestiti salati sulla sedia, dove li avevo riposti la sera prima. Andai a letto vestito solo delle mutande bianche di cotone che mi lasciavano il segno perché erano strette. Quel giorno mi addormentai pensando che da grande avrei vissuto così. Respirando a pieni polmoni le cose semplici della vita. Provando ad udire passi, battiti d’ali, penne biro su fogli a quadretti, ascoltando il rumore della carta dell’ortolano quando c’infila a forza il chilo e mezzo di pesche. Innamorato del suono della mattina, di spiragli di sole appoggiati sul pavimento. Di odore di bucato e profumo d’acqua ghiaccia sul viso. Di pane caldo e di farina sui capelli che spesso attaccavo al cuscino.

E stanotte mi addormento, con l’azzurro delle barche del porticciolo negli occhi, in una città del centro Italia, così rumorosa da non avvertire neppure un suono diverso dall’altro. Penso che domani partirò, mi dico. Nella tasca della mia giacca ho sempre un biglietto del treno, pronto per essere obliterato anche se oggi non serve più.

Posso partire, ripeto. Un gozzo, là nel mare forse mi aspetta ancora.

La notte

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La notte. Mi piace quella buia, con poca luce ma nella quale puoi vedere il mondo. Quella che cala e ti accarezza una spalla, scende lieve sugli occhi, schiude le palpebre. La notte che non ti fa venire voglia di andare a dormire. Quando piuttosto prenderesti l’auto e non vorresti altro che un cd nel lettore, con la musica che ti penetra l’anima. Di notte. Nella notte. E la strada è più fluida, senza traffico. E gli alberi ti accompagnano lo sguardo, dritti, in fila l’uno dopo l’altro. Cammini sull’olio. Prima, seconda, terza. Un semaforo rosso. Perchè di notte anche i semafori rossi sono belli. Perché quando diventa buio è emozionante anche fermarsi. Lasciare sedimentare i pensieri, mentre appoggi la testa, metti la folle e aspetti il verde. Tutto è più lento. E il tempo sembra infinito. E quando vai a letto puoi finalmente sognare. Vicino, lontano. Sognare sul cuscino dove appoggi i pensieri, dove immagini momenti. Dove ti fermi a riflettere, guardando il soffitto buio. E arriva l’alba. Insieme a nuove parole.

Ieri a Faceradio il tema era portante della puntata è stata la notte: quando sono tornata a casa, in auto, un cd di venti canzoni mi ha accompagnato i pensieri. E oggi con queste poche righe ho voluto fermare quel momento. Che sa prepontemente di notte.

L’optional non compreso nel prezzo

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Prendo la bici appoggiata al lampione. E’ senza lucchetto perchè dove vivo io nessuno ruba biciclette. Al massimo possono arraffare arance nei campi, l’uva dai vigneti appoggiati sulle colline. La sella è dura ma ci sono abituato. Afferro il manubrio arcuato e gli porgo il volto vicino, così da diventare un tutt’uno con lei, con la mia bicicletta da corsa. L’ho vinta una notte fumosa, dopo aver giocato a biliardo. Mettendo a segno un rinterzo degno dello Scuro, facendo crollare uno ad uno i birilli.

Sono un campione e io non ci credo . Lo dicono gli altri ma io in realtà ho giocato solo per lei. Per quella bici da corsa azzurro cartazucchero, leggera come una piuma. Con lei scendo lungo la strada bianca, tra i sassi che rumoreggiano sotto le ruote. E mi fanno rimbalzare. Corro contro me stesso perchè la mia è una passione che non porta a competere con il mondo ma richiede il meglio da se stessi. Altro non voglio: se c’è un traguardo da raggiungere io ci devo arrivare, a costo di tagliare il nastro con le ruote bucate , con la catena che fuoriesce Ogni metro e mezzo di pedalate, con le mani incallite aggrappate al manubrio. E poi distendermi al suolo, stremato ma felice. E ‘vero, non ci sono trofei, non si vince niente ma il cuore esplode. La bici è come se corresse sull’olio, i pedali sono morbidi, il respiro profondo.

Non sono un campione, non lo sono mai stato. Né con la stecca in mano, nè in sella, mentre salgo e scendo lungo sentieri di pace. Non mi sentirò mai arrivato perché io sono nato per correre, fermarmi e ripartire. Non avrò mai un allievo perchè non sono un maestro, non vincerò mai niente perchè non amo vedere gli altri sconfitti. E per una volta Che vinci ce n’è sempre in Un’altra cui perdi. Ci sarà sempre uno con la steccata migliore della tua, con la giusta volata per la vittoria, con più fiato, più traiettoria, più qualcosa. E allora io gioco solo con me stesso. In un solitario nel quale vincere è solo un optional non compreso nel prezzo.

Per la foto ringrazio: “Il ventre della balena” – guarda il suo album su Flickr.com! – clicca qui

Volare

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  Ti ho avvicinato in un mattina di fine anno, quando tutto sembra andarsene e lasciare spazio a nuovi giorni, a nuovi orizzonti. Come quelli che vedevo confondersi con il mare, in una giornata tersa, limpida di emozioni. Con il profilo di Capri che si faceva notare, in lontananza. Con l’isola di Vivara, nitida. In primo piano. Tu non avevi paura. Ti lasciavi avvicinare, fotografare. Poi sei volato, abbagliato dal sole potente, lasciando alle spalle il Castello Aragonese. Un battito d’ali rumoroso, e via. A ridosso del mare, alla ricerca di aria, di danze nel cielo armoniose. Tu che tocchi terra, ti godi il panorama e poi riparti. Tu che ti sei lasciato osservare prima di spiccare il volo. Eri bello là, sul mare. Tu che viaggi senza prenotare, ti infili negli anfratti a me sconosciuti, tu che non hai tempo, nè giorni, nè ore. Tu che plani sulle teste dei pescatori al mattino, ti appoggi sulle barche di legno stantio e poi mi guardi. Vorrei volare con te, nella mia isola. Nel tuo mare del sud.

 

Oggi sono andata sul profilo di una delle mie “amiche” di Facebook ed ho visto alcune foto. Mi hanno riportato alla mente la mia isola e questo gabbiano che ho osservato, sognando, qualche mese fa. Da qui, questo breve post. Alla prossima!

Simona

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La cittadella del business: e il calcio dov’è?

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Mio padre Cecchino era fuori dal bar Marisa e io, come ogni pomeriggio,sono passato a salutarlo. Sono venticinque anni che è in pensione. E non c’è stato un giorno in cui, alle tre e mezza in punto, non si sia messo a discutere di Fiorentina insieme ad altri quattro vecchi come lui. Io li chiamo “Le suocere del calcio”. Si inerpicano in discussioni babeliche dalle durata di ore, fin quando il sole cala e gli ricorda che è l’ora di cena. E’ un pazzo lo so. Tanto che mi ha chiamato Violinto. “Questo nome l’ho sognato la notte prima che tu nascessi – rammenta sempre– è bellissimo, sembra il nome di un goleador brasiliano”.
Quel giorno, fuori dal bar Marisa, non mi sono tolto neppure il casco. “Vieni babbo, si prende un caffè veloce, c’ho furia”.  L’ho portato davanti al bancone. Non sapevo come dirglielo. Gli avrei dato una coltellata al cuore, come se avessi dovuto confessare un tradimento. Ho ingurgitato il caffè velocemente, in silenzio.
“Ma a te, di preciso ti garba più Mutu o Gilardino?” – mi ha chiesto come se mi avesse tirato un missile da fuori area.
“Oh babbo, a me garba Quagliarella”.
“Ma quello è del Napoli. Non ti far sentire, bischero!”.
Mi ha preso per un braccio, portandomi di nuovo fuori. “Ce li hai cinque minuti?”
Con l’indice destro ho indicato il casco ancora sulla testa. “Devo andare”.
“Facciamo il giro dello Stadio a piedi, prenditi una pausa”. E si è incamminato senza nemmeno aspettare la mia risposta.

Quando ci siamo trovati davanti alla Curva Fiesole stavo quasi per dirglielo ma le parole mi si sono fermate nella gola. E sono rimaste lì, incancrenite dalla paura.
“Quest’anno si fa la Champions. Ci vai a Monaco?”.
“No babbo, non ci vado”. Mi sono inventato una storia sui biglietti che non si trovavano, sul fatto che forse dovevo lavorare e che comunque, per scaramanzia, avrei preferito non andarci.
“Vieni qua” – ha detto, tirandomi il piumino. Mi ha portato fuori dall’entrata della Maratona.
“Lo vedi quel pennone?”.

“Oh babbo, ancora non sono cieco. Lo vedo, lo vedo. Ma cos’hai oggi? Il giro dello stadio, il pennone della Maratona, ci manca solo che mi porti ai campini a vedere l’allenamento”.
“Lì sotto quel pennone, ti ho portato a vedere le prime partite. Eri piccolo, piccolo. Sbagliavi tutti gli attacchi dei cori, la bandiera era più grande di te. Ma quando facevamo goal strillavi come una checca impazzita. E tua madre, quando tornavamo a casa, mi rimproverava. Ogni volta perdevi la voce”.
Si èstrofinato la mano sopra agli occhi, guardando in alto, la Maratona. Poi ha preso  il portafogli. Lo ha aperto e mi dato un biglietto. “Champions League”.  Bayern Monaco – Fiorentina.
E’ stato lì che mi è venuto da piangere. Finalmente ho sputato fuori  tutto quello che non gli avevo ancora confessato.
“Babbo, stai zitto cinque minuti per favore. Babbo, ho perso la fede”.
“E che vuoi che sia. Io non l’ho mai avuta!”.
“La fede per la Fiorentina, babbo”.
“Violinto oggi sei parecchio strano, ma sei sicuro di stare bene?”.
Lo sapevo che non avrebbe capito. Lui che tutti i pomeriggi se ne stava davanti un bar a parlare di Baggio e Batistuta, di Chiarugi e Montuori, di Pontello e Cecchi Gori, non avrebbe mai potuto capire.
“Babbo, io sotto il pennone della Maratona ci ho lasciato il cuore. L’ho lasciato in quella Curva che guarda Fiesole e mi ha fatto innamorare tante volte. Ho pianto babbo, sai quante volte ho pianto? Quando abbiamo vinto, quando abbiamo perso, quando ci hanno buttato in C e contavo le stagioni della risalita, quando il Mondo ci ha riportato in A. Ma ora, babbo, non piango più”.
Lui mi guardava attento. In silenzio. Immobile come una statua di sale.

Ho continuato, come un fiume in piena, come l’Arno che abbatte i livelli di guardia la stagione di pioggia. “Io andavo a lavorare d’estate per comprarmi l’abbonamento. Sacrificavo le mie uscite per seguire la Fiorentina in trasferta. Rompevo il salvadanaio per le partite extra, per la Coppa Italia. Per non lasciarla mai sola la mia Fiorentina. E babbo, io la Fiorentina l’ho sempre amata. Anche quando mi deluso. L’ho amata quando era bella e quando era brutta. In A, in B e in C2. Ho anche rubato dal tuo portafogli, per comprarmi la sciarpa nuova, per avere la maglietta del Bati. Ho rubato anche dalla cassettiera della nonna. Le ho preso diecimila lire nell’86 per andare a Torino, teneva i quattrini tra gli asciugamani e le mutande. Ho inventato balle alle mie fidanzate e poi sono volato allo stadio. Ma il calcio, babbo, era un’altra cosa. Sì, c’era il business anche prima. Ma c’era anche il pallone, c’erano i goal, c’erano gli stadi pieni, si correva intorno al Franchi per allenarsi. Di pomeriggio sotto al sole, potevi vederti gli allenamenti ai campini. La Fiorentina, per me, era roba di casa, babbo. Sai che ti dico? Io non voglio vincere per forza. Al diavolo la Cittadella, i mega centri economici, violachannel e la proprietà vincente, la Fiorentina non è un’impresa. La Fiorentina è amore, è passione pura. E’ sentimento. E’ musica per i miei orecchi. E’ scrosci di acqua fresca sul viso al mattino. E’ godimento. Babbo, ma ti ricordi quanta gente c’era allo stadio, come si stava fitti, fitti? D’inverno quell’essere così vicini ci aiutava a scaldarci. Io ero innamorato babbo, la Fiorentina l’amavo quasi quanto la mì donna. Ma adesso, adesso no. Quel brivido l’ho perso. La pelle delle scarpe dei Della Valle, babbo, non sarà mai viola. Capisci quel che voglio dire?”.
Lui mi guardava in silenzioso rispetto.
“La Fiorentina, Violinto. E’ come una moglie. Sai quante volte ti fa incazzare? Ma la ami lo stesso. Può calare la passione, puoi volgere l’occhio altrove, prenderti una cotta per una più bella, tradirla. Ma poi, la sera a casa, torni sempre da lei”.
“Innamorato sì, babbo. Ma bischero no. Il calcio adesso lo lascio alle tv, ai soldi facili, all’apparenza. Vado a vedere giocare Alessandro, al campino di Lastra a Signa. Scapoli contro Ammogliati. Almeno i goal, babbo, son tutti veri. Entro gratis, bevo una birra e guardo chi vince la Coppa del Nonno. Qualche sera ti invito, babbo”.
Poi l’ho abbracciato,velocemente. Ed ho guardato il pennone della Maratona. Nessuna bandiera viola sventolava lassù, in alto.

Mio padre non ha proferito parola. Ha semplicemente stracciato il biglietto, in quattro parti. Senza pensarci troppo su. Un biglietto da ottantacinque euro del settore ospiti.  Insieme ci siamo incamminati verso il Marisa. Là, ancora discutevano di chi fosse il miglior attaccante degli ultimi trent’anni.

Il silenzio della stanza accanto

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Il silenzio a volte mi ha fatto paura, altre mi ha accompagnato come una dolce musica. Perché nel silenzio si può godere dei rumori di solito impercettibili, sconosciuti all’udito. Come mi è capitato in dei momenti, appoggiando l’orecchio sinistro al muro della stanza accanto. Per scoprire, nel silenzio, che mondo c’era al di là di camera mia, dell’ufficio, dell’aula del liceo. Il rumore del silenzio racconta tanti mondi. E a me sono sempre piaciuti tutti. Moltissimo. I mondi dei rumori che si avviano lenti dentro uno spazio, come se facessero fatica a camminare nel tempo: un rubinetto rugginoso che stenta ad aprirsi, mio padre che infila le chiavi nella toppa della porta di casa con quella flemma che solo lui può avere, i rumori di chi pulisce casa al mattino e cerca di non svegliare nessuno. Il silenzio, come la notte, è fatto di centinaia di migliaia di suoni che navigano a vista tra colori scuri, dentro le auto in sosta innamorate di baci, di respiri celati alla città. E chiudo gli occhi. E lascio solo spazio solo al silenzio. Lui, ogni giorno, riesce a riempirmi l’anima, dalla stanza accanto.

Per la foto ringrazio Lorenzo_T vai a vedere tutti i suoi scatti su Flickr, clicca qui!

Il post mi è stato ispirato invece dallo status di Pippo Russo, tra i miei amici di Facebook che scrive: “…E nella stanza accanto continua il silenzio”.  Così ho immaginato quanto potesse raccontare il silenzio ad una persona..ed ecco questo breve scritto!

Ovviamente vi invito a scrivermi e segnalarmi i vostri status su Facebook, come sapete bene diventeranno un racconto, spero di piacevole lettura.

A presto e buon 2010 a tutti voi! :)

Simona

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