È stato ideato da alcuni Carpentieri per ricordare la tradizione navale del Paese di Limite; in effetti, dopo il trasferimento dei Cantieri in località vicine al mare e la completa cessazione della maggiore attività del Paese, questi Carpentieri in accordo con l’Amministrazione Comunale e la Società Canottieri di Limite hanno raccolto il materiale necessario per l’allestimento del Centro Espositivo. Il Centro si prefigge lo scopo di mantenere vive e ricordare le antiche tradizioni del Paese. All’interno dei locali si possono ammirare, oltre a fotografie storiche, modellini di barche fluviali e non, costruiti dai carpentieri con le proprie mani; ogni tipo di attrezzatura (arnesi) dei Calafati, dei Maestri d’Ascia e dei Carpentieri e vari modelli che dimostrano come veniva “messa su” una barca di legno, con i vari sistemi di fasciatura dello scafo. Gli incaricati stanno ancora raccogliendo progetti di barche che sono state costruite a Limite nel corso degli anni, con l’intento di digitalizzare i disegni e metterli a disposizione delle scuole tecniche. Un settore è interamente dedicato a “Paganello” un artigiano che oltre ai modelli degli scafi preparava con le sue mani i vari pezzi dei motori a scoppio. Il Centro è gestito da volontari della Società Canottieri di Limite ed è visitabile su appuntamento. Presso il centro sono disponibili copie del libro “Maestri d’Ascia, Calafati e Carpentieri di Limite” curato dal Sig. Mario Pucci che ripercorre con grande dettaglio la storia della marineria Limitese dalle origini ai giorni d’oggi.
Purtroppo a Limite non esistono più Cantieri Navali, l’ultimo fu trasferito a Pisa sul Canale dei Navicelli nel settembre 2000 e l’unico rimasto è un Cantiere che costruisce imbarcazioni da Canottaggio. Vari sono i motivi che hanno contribuito alla cessazione di questa secolare attività caratteristica del Paese di Limite. Innanzitutto la viabilità. L’ultima barca trasportata al mare via Arno, fu costruita a Limite a metà degli anni ‘50. Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60 nel tratto di fiume davanti al Paese iniziarono ad operare le draghe con estrazione indiscriminata della rena dal letto del fiume. Questa estrazione poco controllata causò l’abbassamento dell’alveo del fiume (fu calcolato un abbassamento medio di 5/6 metri) causando in alcuni tratti la scomparsa quasi totale dell’acqua e rendendo l’Arno un rigagnolo: venne a mancare così quel bellissimo specchio d’acqua che aveva caratterizzato il Paese e che aveva permesso da secoli l’attività cantieristica, che usava il fiume per il trasporto al mare delle barche ed anche per le prove in acqua. Anche i Canottieri dovettero trasferirsi a monte del Paese per trovare uno specchio d’acqua sufficiente alla voga. Iniziò così il trasporto delle imbarcazioni realizzate, via terra, che proseguì fino al 2000.
Il trasporto via terra, specialmente negli ultimi anni, causava dei veri e propri disagi alla circolazione: percorrere 80/90 Km con carichi lunghi oltre 20 metri era molto difficoltoso. Bisognava attraversare i paesi, bloccare completamente le strade, passare sotto i cavi dell’alta tensione, ai passaggi a livello togliere la corrente elettrica alla linea ferroviaria e superare altri tipi di difficoltà perchè il viaggio durava una giornata intera.
Con il trasporto via terra la misura massima delle barche poteva essere di 24 metri: quando il mercato iniziò a richiedere imbarcazioni più grandi, i cantieri di Limite dovettero adattarsi a queste esigenze e, non potendo costruire a Limite barche più lunghe, per lavorare dovettero trasferirsi vicino al mare. Un’altra causa del trasferimento dei cantieri Limitesi, è stata la diffusione degli scafi in vetroresina. A Limite non esistono stamperie di questo prodotto, che invece sono presenti nei luoghi vicini al mare, per cui lo scafo stampato doveva essere trasportato a Limite per l’assemblaggio e appena finita, la barca doveva essere riportata al mare, raddoppiando costi e disagi.
RICONOSCIMENTI
L’UCINA (Unione Cantieri Industrie Nautiche e Affini) ha conferito il riconoscimento “Pioniere della Nautica” a sette Limitesi manager e maestranze:
1988 – Picchiotti Nicodemo – manager
1988 – Pucci Arturo (detto Garfagnoli) – maestranze (padre del relatore di questo articolo)
1990 – Sostegni Antonio – manager
1996 – Picchiotti Nello – manager
1999 – Maggini Giuseppe – maestranze
2002 – Cecchi Fulvio – maestranze
2003 – Cecchi Mario (di Nannino) – maestranze
Alla Comunità di Limite sull’Arno, l’UCINA, nel 2005, ha inoltre conferito il premio speciale “ASCIA d’ORO” in riconoscimento della perizia e laboriosità delle sue maestranze.
A Limite Sull’Arno, hanno operato i seguenti Cantieri Navali:
Cantiere Picchiotti fondato nel tardo 1600, dal 1944 trasferito a Viareggio.
Cantiere Navale Serafini dal 1909; attività cessata nel 1944.
Cooperativa Carpentieri dal 1909; attività cessata nel 1922.
Cantiere Navale Cantinelli e Cinotti dal 1910; attività cessata nel 1916.
Cantiere Cantinelli dal 1916; attività cessata nel 1936.
Cantiere Navale Arno dal 1907, ancora in attività, trasferito a Pisa nel 2000,era stato fondato come Cantiere Navale Giuseppe Picchiotti e figli.
Cooperativa Artieri dal 1944; dal 1956 produce mobili da cucina Copart.
Cantiere Salani dal 1949 attualmente produce barche da canottaggio.
Cantiere Innocenti e Maggini dal 1949; attività cessata nel 1960.
Cantieri di Pisa dal 1955, trasferito a Pisa. Fondato come Cantiere Navale Porta a Mare.
Officina Navale BCS dal 1955, ancora in attività come Twin Disc.
Cantiere Navale COSCA dal 1960 ancora in attività.
Cantiere Maggini Mario dal 1960 negli anni 90 ha collaborato con Ferretti Craft.
Altri Cantieri Navali sono stati fondati da carpentieri Limitesi in varie località:
Canados di Ostia nato nel 1945 come Cooperativa Carpentieri.
Bianchi e Cecchi di Cogoleto non più operante.
Artigialnautica di Fiumicino, fa capo alla famiglia Porcelli.
Cantiere San Lorenzo fondato a Viareggio nel 1958 dai F.lli Cecchi.
Versil Craft fondato a Viareggio da Maggini Antonio.
Overmarine fondato a Viareggio da Balducci Giuseppe.
Il Segantino
Il lavoro del Segantino era quello di sezionare i tronchi rendendoli tavole che servivano a fasciare lo scafo, oppure trasformandoli in travi che servivano per la chiglia. Il lavoro veniva eseguito con delle robuste seghe (segoni) azionate a braccia da due persone anche se per certi lavori veniva usata anche la scure. Il lavoro andava avanti dall’alba al tramonto ed era molto duro e faticoso.
Il Carpentiere navale
E’ colui che costruisce di sana pianta una barca. Deve saper leggere il disegno per poter poi tracciare l’imbarcazione (la tracciatura è quella operazione che porta il disegno in scala naturale). Dalla tracciatura il carpentiere deve preparare, facendo le sagome (garbi), tutti i pezzi relativi all’ossatura dello scafo (chiglia, matili, ruota di prua, ruota di poppa, sezione maestra). La figura del carpentiere è più moderna di quella del maestro d’ascia. Per impostare la barca e preparare i pezzi per la sua realizzazione, ora vengono usati macchinari e mezzi più moderni.
La persona addetta alla scelta del legname nei boschi limitrofi (che erano molto ricchi di essenze come quercia, rovere, leccio, olmo, acacia, pino, castagno ed altri ancora) segnava le piante in modo che fossero riconosciute dagli addetti del cantiere. La scelta consisteva nel cercare la migliore qualità di legno ed anche di trovare tronchi e rami modellati dalla natura in modo da poter essere usati per le varie forme dello scafo (le piante venivano , infatti, anche fatte crescere appositamente in modo da fornire i pezzi già modellati). Questo mestiere richiedeva, quindi, una buona specializzazione. I tronchi, accuratamente preparati venivano poi trasportati fuori dal bosco con il “carro matto”, un carro particolarissimo formato da due grandi ruote unite da un assale sul quale era bloccato l’estremo di una lunga trave, alla quale veniva legato il tronco con corde o catene. Il carro veniva, poi, trainato per brevi tratti dagli uomini e per lunghi tratti da cavalli o buoi. I tronchi, una volta in cantiere, venivano sezionati nella segheria.
L’ascia era lo strumento principale per l’attività di costruzione delle imbarcazioni e chi la sapeva usare veniva chiamato “maestro” per l’abilità nell’usarla. Per il lavoro di sgrossatura e di rifinitura del legno, il maestro (in assenza di macchinari adeguati) riusciva a dare con questo strumento ogni forma allo scafo ed ai suoi componenti (chiglia, ruota di prua e ruota di poppa, tavole per il fasciame, matili ecc.) ed infine finiva il lavoro levigando sia le tavole della carena e del fondo sia quelle della coperta, vale a dire tutto lo scafo. Il lavoro era molto difficile, pericoloso e faticoso. C’era anche un detto popolare che diceva: “Il ferro dell’ascia va sentito con l’alluce”. Infatti, il punto del tronco o della tavola a cui il maestro doveva arrivare con il suo strumento veniva indicato proprio con l’alluce. In senso figurativo veniva definito Maestro d’Ascia colui che riusciva a fare (con l’ascia) la barba ad un altro uomo. Con il tempo, però, il Maestro d’Ascia diventò una qualifica, riconosciuta dalla Marina, che serviva al costruttore per gestire un cantiere e per firmare progetti.





























