Le notizie certe sulla coltivazione dei giacimenti di marmo di Carrara risalgono all’inizio del I secolo a.C. quando la regione apuana era già da tempo sottomessa alla dominazione romana.
Allora il marmo era chiamato “marmor Lunense” in quanto il centro estrattivo apuano era identificato con la città di Luna, colonia romana fondata circa un secolo prima e dal cui porto salpavano alla volta di Roma le “naves lapidariae” cariche del prezioso materiale.
Le vestigia della città romana sono ancora visibili nella pianura dell’attuale Luni, a circa una decina di chilometri da Carrara.
Antiche testimonianze relative all’utilizzo del marmo lunense per costruzioni pubbliche e private di Roma, indicano che a quell’epoca l’estrazione del marmo doveva già avere un carattere industriale, ma è incerto se siano stati proprio i romani a scoprirne i giacimenti.
Forse anche i Liguri Apuani, il popolo che abitava la regione prima dell’invasione romana, o gli Etruschi, che ne occuparono certamente almeno la fascia costiera, avevano già fatto uso del marmo dei giacimenti apuani.
In ogni caso però, l’escavazione non aveva certamente la portata e l’importanza che la caratterizzarono durante il dominio di Roma.
Studi approfonditi hanno rilevato la presenza di numerose località che mostrano i segni di antiche “tagliate” attribuibili all’Epoca Romana.
A prova della conoscenza che i Romani avevano dell’estensione dei giacimenti apuani, sta il fatto che queste località, cui è ragionevole far corrispondere altrettante cave o gruppi di cave, sono omogeneamente distribuite nei tre bacini marmiferi attualmente in coltivazione e spesso corrispondono a cave ancora oggi in attività.
Ma le tagliate non sono i soli reperti rinvenuti: oltre a molti utensili utilizzati per lo scavo nelle zone di coltivazione sono state trovate anche iscrizioni, epigrafi, manufatti che testimoniano come l’attività estrattiva fosse strutturata secondo una organizzazione ben definita che per il tipo di operazioni da svolgere e per la suddivisione delle mansioni dei cavatori, mostra forti analogie con le tecniche di estrazione in uso nelle cave apuane fino a qualche decennio fa.



