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Archivio per la categoria 'artigianato'

Il tramonto dei cantieri navali di Limite

Purtroppo a Limite non esistono più Cantieri Navali, l’ultimo fu trasferito a Pisa sul Canale dei Navicelli nel settembre 2000 e l’unico rimasto è un Cantiere che costruisce imbarcazioni da Canottaggio. Vari sono i motivi che hanno contribuito alla cessazione di questa secolare attività caratteristica del Paese di Limite. Innanzitutto la viabilità. L’ultima barca trasportata al mare via Arno, fu costruita a Limite a metà degli anni ‘50. Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60 nel tratto di fiume davanti al Paese iniziarono ad operare le draghe con estrazione indiscriminata della rena dal letto del fiume. Questa estrazione poco controllata causò l’abbassamento dell’alveo del fiume (fu calcolato un abbassamento medio di 5/6 metri) causando in alcuni tratti la scomparsa quasi totale dell’acqua e rendendo l’Arno un rigagnolo: venne a mancare così quel bellissimo specchio d’acqua che aveva caratterizzato il Paese e che aveva permesso da secoli l’attività cantieristica, che usava il fiume per il trasporto al mare delle barche ed anche per le prove in acqua. Anche i Canottieri dovettero trasferirsi a monte del Paese per trovare uno specchio d’acqua sufficiente alla voga. Iniziò così il trasporto delle imbarcazioni realizzate, via terra, che proseguì fino al 2000.
Il trasporto via terra, specialmente negli ultimi anni, causava dei veri e propri disagi alla circolazione: percorrere 80/90 Km con carichi lunghi oltre 20 metri era molto difficoltoso. Bisognava attraversare i paesi, bloccare completamente le strade,  passare sotto i cavi dell’alta tensione, ai passaggi a livello togliere la corrente elettrica alla linea ferroviaria e  superare altri tipi di difficoltà perchè il viaggio durava una giornata intera.
Con il trasporto via terra la misura massima delle barche poteva essere di 24 metri: quando il mercato iniziò a richiedere imbarcazioni più grandi, i cantieri di Limite dovettero adattarsi a queste esigenze e, non potendo costruire a Limite barche più lunghe, per lavorare dovettero trasferirsi vicino al mare. Un’altra causa del trasferimento dei cantieri Limitesi, è stata la diffusione degli scafi in vetroresina. A Limite non esistono stamperie di questo prodotto, che invece sono presenti nei luoghi vicini al mare, per cui lo scafo stampato doveva essere trasportato a Limite per l’assemblaggio e appena finita, la barca doveva essere riportata al mare, raddoppiando costi e disagi.

RICONOSCIMENTI
L’UCINA (Unione Cantieri Industrie Nautiche e Affini) ha conferito il riconoscimento “Pioniere della Nautica” a sette Limitesi manager e maestranze:
1988 – Picchiotti Nicodemo – manager
1988 – Pucci Arturo (detto Garfagnoli) – maestranze (padre del relatore di questo articolo)
1990 – Sostegni Antonio – manager
1996 – Picchiotti Nello – manager
1999 – Maggini Giuseppe – maestranze
2002 – Cecchi Fulvio – maestranze
2003 – Cecchi Mario (di Nannino) – maestranze
Alla Comunità di Limite sull’Arno, l’UCINA, nel 2005, ha inoltre conferito il premio speciale “ASCIA d’ORO” in riconoscimento della perizia e laboriosità delle sue maestranze.

Le costruzioni dei cantieri

Oltre ai navicelli nei cantieri di Limite sono stati costruiti altri tipi di imbarcazioni: barchetti, velieri (dal 1840 al 1930 ne furono costruiti 900 esemplari), barche da guerra, i famosi MAS della prima e della seconda guerra mondiale celebrati da D’Annunzio, barche militari in genere, motovedette, barche da diporto ed altre ancora.
Nel 1932 a Limite fu costruita anche una barca particolare: la motonave “Fiorenza”, di circa 15 metri destinata a navigare nell’ Arno a Firenze. Questa barca doveva servire da ristorante, da sala da ballo e per gite al tramonto e venne varata sul Lungarno Serristori,dopo essere stata costruita nel Cantiere Picchiotti e montata a Firenze dai Carpentieri Limitesi. Fino alla metà degli anni ‘90 le barche venivano trasportate verso mare quasi tutte per via fluviale fino a quando il fiume non divenne più navigabile fino al mare.

I mestieri di Limite: il Maestro d’ascia.

L’ascia era lo strumento principale per l’attività di costruzione delle imbarcazioni e chi la sapeva usare veniva chiamato “maestro” per l’abilità nell’usarla. Per il lavoro di sgrossatura e di rifinitura del legno, il maestro (in assenza di macchinari adeguati)  riusciva a dare con questo strumento ogni forma allo scafo ed ai suoi componenti (chiglia, ruota di prua e ruota di poppa, tavole per il fasciame, matili ecc.) ed infine finiva il lavoro  levigando sia le tavole della carena e del fondo sia quelle della coperta, vale a dire tutto lo scafo. Il lavoro era molto difficile, pericoloso e faticoso. C’era anche un detto popolare che diceva: “Il ferro dell’ascia va sentito con l’alluce”. Infatti, il punto del tronco o della tavola a cui il maestro doveva arrivare con il suo strumento veniva indicato proprio con l’alluce. In senso figurativo veniva definito Maestro d’Ascia colui che riusciva a fare (con l’ascia) la barba ad un altro uomo. Con il tempo, però,  il Maestro d’Ascia diventò una qualifica, riconosciuta dalla Marina, che serviva al costruttore per gestire un cantiere e per firmare progetti.

La Pietraforte

È una pietra arenaria a grana fine con cemento carbonatico e si chiama così perché è dura, non geliva e non si sfalda come spesso avviene per la pietra serena, della quale ha un carico di rottura doppio. In più, rispetto alle altre pietre contiene una notevole percentuale di ossido di ferro: circa lo 0,35%. Proprio per questo, quando invecchia, prende il colore marrone-avana opaco, per ossidazione della pietra. Contiene anche ossido di calcio per circa il 24% e ossido di alluminio per circa il 6%. Assume anche linee di convoluzione enfatizzate dall’ossido di ferro.
La pietraforte non si sfalda né si deteriora, infatti tutti i rivestimenti dei palazzi costruiti nei secoli passati a Firenze, così come in gran parte dell’edilizia storica fiorentina, come Palazzo Vecchio, Ponte alla Carraia (distrutto nell’ultima guerra e ricostruito proprio con la Pietraforte di Riscaggio), le Rampe del piazzale Michelangelo, Palazzo Pitti,  furono costruiti con questo tipo di pietra estratta dal Giardino di Boboli (proprio dove adesso si trova il famoso anfiteatro ) ed hanno mantenuto negli anni la loro bellezza e resistenza.
Anche il Ponte Vecchio, il Ponte Santa Trinita, il Bargello, la chiesa di San Lorenzo e le mura di Firenze vennero costruite con questa pietra. Mentre la biblioteca Nazionale, il Centro Tecnico di Coverciano ed il sottopassaggio della stazione di S. Maria Novella, proprio con la pietra delle cave di Riscaggio. Almeno fino ai primi anni del ventesimo secolo, molti palazzi e ville per civile abitazione furono costruiti in  Pietraforte, sicuramente con costi di realizzazione maggiori rispetto ad altri materiali, ma con una quasi totale assenza di manutenzione negli anni a venire. Secondo le analisi di resistenza all’abrasione (EN102 Resistenza all’Abrasione¬ Norme C.E.E.), la Pietraforte presenta una resistenza all’usura uguale o maggiore a quella del gres ceramico.

Le cave di Pietraforte

A nessuno, passando per le strade del centro di Firenze, viene in mente, osservando i meravigliosi palazzi antichi come Palazzo Vecchio, Palazzo Pitti, e le strade stesse, che la pietra che è stata usata per il rivestimento, sia di un tipo particolare, chiamata Pietraforte.

Questo nome risale almeno all’ XI secolo e tale pietra veniva usata per costruzioni civili, religiose e per lastricati stradali ed altro. Perfino vicino a Palazzo Vecchio, durante scavi recenti, sono emerse strutture di un teatro romano costruito proprio in Pietraforte. Le principali cave di estrazione di questo tipo di pietra, caratterizzata da un colore marrone-avana con a volte macchie grigio-azzurre e venature, furono inizialmente nel Giardino di Boboli, alla Costa San Giorgio, Monteripaldi, alle Campore, Greve in Chianti e Riscaggio, tutte nell’area fiorentina. Parleremo della cava di Riscaggio, praticamente l’ultima ancora in attività, e quindi l’unica in grado di fornire ancora la pietra per nuovi lavori e soprattutto  per sostituire e restaurare le pietre presenti nei più importanti palazzi, strade e chiese rinascimentali. La cava si trova lungo la statale 69, a 7 km da Pontassieve in direzione di Arezzo, nel comune di Reggello, frazione ex Chelli, dal nome della famiglia che risiedeva in un  edificio vicino alla cava e che ancora oggi esiste e vive a Rignano.

L’arte topiaria

L’arte topiaria è un’arte nata nell’antica Roma  che consiste nel far crescere (talvolta con l’aiuto di supporti metallici) e potare alberi ed arbusti modellandoli per dar loro una forma diversa da quella che la pianta assumerebbe in natura.
Vengono così realizzate forme geometriche, tipiche delle siepi nei giardini “all’Italiana” oppure forme di animali, oggetti, persone, ecc. che la fantasia del giardiniere-artista suggerisce.
Per ottenere queste vere e proprie “sculture” vegetali vengono generalmente utilizzate piante sempreverdi a crescita contenuta quali il Bosso (Buxus sempervirens), il Tasso (Taxus baccata), l’alloro (Laurus nobilis), il cipresso (Cupressus)  e simili.

La modernizzazione dei vivai

Dagli anni ’80 ad oggi l’attività ha avuto una trasformazione abbastanza veloce specialmente negli ultimi anni con l’impiego di macchinari sempre più sofisticati, che hanno portato un radicale cambiamento delle lavorazioni nei vivai.
Concimazione e Aratura: la preparazione del terreno avviene concimandolo, con  un carro trainato da un trattore, munito di una macchina rotante che spande automaticamente il letame in modo uniforme. L’aratura avviene come nel passato, solo che l’aratro è normalmente del tipo multilama trainato da un trattore, mentre la vangatura manuale è diventata evento eccezionale.
Livellamento del terreno: non viene più utilizzato l’erpice, ma una “pala livellante” agganciata al trattore che, collegata ad un laser sistemato ai bordi del campo, sposta il terreno fino a farlo diventare pari come un tavolo.
Formazione di porche e gorai: per la squadratura del terreno viene adoperato “l’assolcatore”, trainato da un mezzo meccanico, che provvede a formare i gorai di scolo delle acque.
Messa a dimora delle piante o piantagione: viene fatta con la “trapiantatrice” meccanica che pianta le piantine automaticamente. Le piante più grosse vengono portate direttamente sul posto dell’impianto con un “carro attrezzato” per la messa in opera; le piante vengono sistemate in modo distanziato come previsto, collocandole con il carro nelle buche predisposte. Comunque ancora oggi molti trapianti vengono fatti manualmente con la vanga e la “fermatura” delle piante, in linea di massima avviene con gli stessi metodi del passato. Gli spazi all’interno del vivaio, definiti “sesti d’impianto”, sono molto più larghi di prima per permettere alle macchine operatrici di entrare nei campi ed operare.
Controllo delle erbe infestanti: non vengono più estirpate manualmente con il sarchio, ma eliminate con diserbanti “ecologici” assieme a antigerminativi che distruggono la flora infestante e non ne permettono la rinascita.
Irrigazione delle piante: per ottimizzare l’impiego dell’acqua, l’irrigazione è generalmente con impianti “goccia a goccia” cioè vicino ad ogni pianta passa un tubo che ha una valvola detta “gocciolatore” per far uscire in modo continuo delle gocce d’acqua e permettere l’annaffiatura senza dispersione. Dai pozzi l’acqua viene convogliata nel vivaio attraverso un impianto fisso di tubi di polietilene che percorrono in modo permanente tutto il vivaio; il sistema è computerizzato in modo da far irrigare solo i settori interessati versando a ridosso delle  piante, secondo la tipologia,  da 2 a 10 litri d’acqua l’ora, a orari prestabiliti.
Preparazione delle zolle: la confezione delle piante viene fatta direttamente nel campo utilizzando un semovente sul quale è installata una macchina che ha due bracci rivestiti di gomma che si stringono attorno alla pianta e con un moto circolare rotatorio, rilasciano una corda che si avvolge attorno alle fronde della pianta racchiudendone all’interno i rami, che vengono così bloccati sul tronco, per  proteggerli nel trasporto; questa macchina consente di lavorare piante alte fino a 7 metri. Poi la zolla viene formata con un’altra macchina detta “zollatrice”, dotata di una lama tagliente di forma circolare simile ad una mezza luna, di diverse misure secondo la dimensione della zolla da realizzare, la cui lama, appoggiata vicino alla pianta da estirpare, penetra nel terreno, compiendo una rotazione di 180° e taglia in modo netto tutte le radici;  contemporaneamente la pianta viene estratta dalla buca, con un sistema di sollevamento, e depositata su un telo di iuta, già predisposto sul terreno. Gli operai provvedono ad avvolgere la zolla con il telo e sopra a questo mettono una rete a maglie larghe di ferro ricotto, tirandola con un uncino in modo da stringerla alla zolla.
Spedizione delle piante: le piante, così preparate, vengono  portate dal campo, con un  mezzo meccanico munito di gru, in un apposito piazzale e poi, caricate su grossi Tir, raggiungono i clienti sparsi in mezzo mondo.

Specializzazione del personale e collaborazione tra vivaisti

Con l’ingrandirsi dei vivai fu  necessario assumere dei dipendenti che, in base alla specializzazione, erano suddivisi in varie categorie: gli operai avventizi a tempo determinato, cioè assunti per un certo numero di giornate, dichiarate in precedenza allo S.C.A.U. (Servizio Contributi Agricoli Unificati – ente che oggi non esiste più), se l’operaio era meritevole poteva anche venire assunto come salariato. Gli Operai comuni addetti alla manovalanza; gli perai qualificati esperti in alcuni settori di lavoro; gli operai specializzati esperti in più settori di lavoro ed, infine, l’operaio capo vivaista esperto in più settori di lavoro e responsabile del lavoro eseguito da squadre.
Le ditte che assumevano operai esterni generalmente erano iscritte alla Camera di Commercio, all’Unione Agricoltori, allo S.C.A.U., all’INPS, all’INAM, all’INAIL. Le piccole aziende a conduzione familiare che avevano trasformato il podere in vivaio erano generalmente solo iscritte allo S.C.A.U.
Le piccole aziende, inoltre, vendevano la loro produzione alle ditte più grosse, le quali anche se avevano la produzione in estensioni di territorio  piuttosto grandi, non potevano avere tutte le tipologie di piante richieste dal mercato (come pini, magnolie, cedri, cipressi nelle varie specie, ecc.). Successivamente, con l’aumento degli orticoltori, aumentò anche la concorrenza, non sempre leale e dignitosa; questo fu un altro momento caratterizzante del settore, ed i tempi della collaborazione e dell’aiuto vicendevole divennero un ricordo.

Attività vivaistica a pieno campo

La coltivazione in vivaio richiede una serie di operazioni colturali indispensabili per la buona riuscita del prodotto finale, operazioni che fino  agli anni ’80 erano  effettuate essenzialmente a mano.
Preparazione del terreno: L’appezzamento del terreno destinato alla coltivazione a vivaio, prima di essere utilizzato, veniva sottoposto ad una serie di operazioni.
Spargimento del letame: Per la concimazione veniva utilizzato lo stallatico distribuito  in modo uniforme sulla superficie da lavorare. Il concime veniva trasportato sul campo con carri agricoli o con barrocci, trainati da buoi o da cavalli e veniva scaricato nel campo in cumuli sparsi, allineati fra loro. Dopo, con il forcone  (attrezzo di metallo con tre o quattro rebbi ricurvi verso l’alto e un lungo manico di legno), veniva distribuito  manualmente sul terreno dagli operatori.
Vangatura o aratura del terreno: Dopo la concimazione, se il campo da lavorare era piccolo, veniva lavorato manualmente dagli operai con la “vanga pistoiese”, attrezzo tipico della zona con un lungo manico di legno, con ad una estremità una “staffa”, per l’appoggio del piede. Sotto la staffa c’era la “vanga”, una lama piana arrotondata per affondarla meglio: veniva impugnata e affondata nel terreno per circa 30 cm con la spinta del piede sulla staffa; poi facendo leva con il manico contro una gamba, si sollevava la zolla ribaltandola in avanti e lasciando libero uno spazio tra il terreno da lavorare e il lavorato, chiamato “taglio”. S e il campo da lavorare era grande, il terreno veniva lavorato con un aratro, trainato da buoi o da cavalli.
Livellamento del terreno: Dopo la vangatura o l’aratura il terreno veniva livellato con l’erpice,  un attrezzo di legno, di forma rettangolare con più file di lame verticali, atte a frangere le zolle del terreno smosso, trainato da buoi o cavalli.
Formazione delle porche e dei gorai: Il terreno spianato doveva essere squadrato, in rettangoli di diversa dimensione, secondo l’utilizzo previsto. La squadratura del terreno veniva fatta adoperando i badili, arnesi con un lungo manico di legno con, ad una estremità, una lama con la punta arrotondata, leggermente ricurva verso l’alto. Con il badile venivano praticati dei piccoli fossi, detti “gorai”; il terreno all’interno è chiamato “porca”, ed è in leggera pendenza per permettere lo scolo dell’acqua verso il goraio.
Messa a dimora delle piante o piantagione: Stesa una cordicella da un lato all’altro della porca, con un “sarchio”, attrezzo formato da un lungo manico di legno, alla cui  estremità era bloccata una lama rettangolare rivolta verso l’operatore, veniva  tracciato,  lungo la cordicella, un  piccolo  solco. Se si trattava di piccole piante tipo da “semenzaio”, oppure di piantine selvatiche fruttifere, o rose selvatiche, adatte per porta innesti, tutte con radici nude, con un “cavicchio” (un cilindro di legno duro con la cima appuntita lungo circa 40 cm) venivano fatti in terra dei buchi, dove veniva messa la piantina rincalzandola, sempre con il cavicchio, in modo che la terra aderisse bene alle radici. La piantagione veniva fatta mantenendo, tra una piantina e l’altra, una distanza di 15-20 cm.
Formazione dei filari: Se nella porca, di dimensioni più grandi, dovevano essere messe piante già sviluppate, veniva scavata una buca con la vanga, di misura adatta alla pianta da trapiantare, e secondo il tipo di essenza. Ad inizio e fine del filare, a intervalli regolari, venivano piantati dei pali di castagno sbucciati, alti circa 3,50 m. (il castagno contiene il tannino quindi il legno è meno putrescibile di altri), questa operazione veniva chiamata “palatura”; legati ai pali, a varie altezze, venivano stesi dei fili di ferro, ai quali erano legate le piante, per tenerle diritte e non farle piegare dal vento. Queste operazioni erano fatte nel periodo autunnale e primaverile.

Estirpazione delle erbe infestanti: Nella tarda primavera tutti gli spazi liberi dalle piante, dentro le porche, venivano passati con il sarchio per eliminare le erbe infestanti.
Irrigazione delle piante: Altra operazione che veniva effettuata nello stesso periodo era la “allembatura”cioè venivano fatti con il sarchio vicino al filare delle piante dei piccoli argini per poter fare l’irrigazione a “scorrimento”, poiché le piante trapiantate hanno frequente bisogno di acqua. Tutti i vivaisti avevano pozzi dove prelevavano l’acqua per il vivaio con una pompa azionata prima a mano successivamente da un motore elettrico. Dal pozzo l’acqua veniva distribuita nel vivaio con tubi, ciascuno lungo 5-6 metri collegati tra loro a tenuta; in alternativa potevano essere usati tubi di tela, analoghi a quelli dei pompieri, i tubi erano mobili e terminavano all’inizio del filare. Poi l’acqua veniva fatta scorrere libera lungo il filare nel goraio annaffiando le piante.
Innesto delle piante: Le piante fruttifere e i rosai venivano innestati durante il periodo estivo e venivano “estirpati” l’autunno dell’anno successivo e venduti normalmente con le radici “scosse” nude, senza terra. L’operazione  di  innestatura  veniva  fatta  da  uno  specialista  detto  “innestino”, in molti casi persona esterna al vivaio, cioè chiamata per eseguire solo questa specifica operazione.

L’azienda vivaistica

È un’attività che si colloca come un’azienda agraria “classica” sia per obiettivi produttivi che per le particolari combinazioni ed entità di fattori combinati. Per obiettivi produttivi si fa riferimento da una parte a quelli relativi al materiale di produzione destinato a particolari “Aziende Agricole” (viticole, olivicole, frutticole, ecc.), dall’altro alla fornitura dei prodotti finiti di prima fase per attività ornamentale.
Le aziende sono organizzate, per esigenze produttive, su fondi dotati di tutti i manufatti stabilmente investiti sul suolo ed atti alle sequenze produttive e alle tecniche suggerite per determinate attività. Di conseguenza vi saranno piantagioni madri, piantagioni in attesa di maturazione commerciale, ampi spazi per la sosta di piante trasportabili già commercializzate, ampi fabbricati per ospitare piante in arrivo o in partenza. Vi potranno essere fabbricati per possibili salariati o coltivatori diretti, specie nelle aziende a conduzione familiare.
Riepilogando possiamo dire  che un’azienda vivaistica è un fondo costituito da terreni originari e da opere stabilmente investite. Tale fondo è derivato in parte da un fattore naturale ed in parte dall’azione dell’uomo determinato da fattori imprenditoriali di rendita .