martedì 18 giugno 2013   | intoscana.it
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Archivio per la categoria 'curiosita''

Il Centro espositivo della cantieristica navale e del canottaggio.

È stato ideato da alcuni Carpentieri per ricordare la tradizione navale del Paese di Limite; in effetti, dopo il trasferimento  dei Cantieri in località vicine al mare e la completa cessazione della maggiore attività del Paese, questi Carpentieri in accordo con l’Amministrazione Comunale e la Società Canottieri di Limite hanno raccolto il materiale necessario per l’allestimento del Centro Espositivo. Il Centro si prefigge lo scopo di mantenere vive e ricordare le antiche tradizioni del Paese. All’interno dei locali si possono ammirare, oltre a fotografie storiche, modellini di barche fluviali e non, costruiti dai carpentieri con le proprie mani;  ogni tipo di  attrezzatura (arnesi) dei Calafati, dei Maestri d’Ascia e dei Carpentieri e vari modelli che dimostrano come veniva “messa su” una barca di legno, con i vari sistemi di fasciatura dello scafo. Gli incaricati stanno ancora raccogliendo progetti di barche che sono state costruite a Limite nel corso degli anni, con l’intento di digitalizzare i disegni e metterli a disposizione delle scuole tecniche. Un settore è interamente dedicato a “Paganello” un artigiano che oltre ai modelli degli scafi preparava con le sue mani i vari pezzi dei motori a scoppio. Il Centro è gestito da volontari della Società Canottieri di Limite ed è visitabile su appuntamento. Presso il centro sono disponibili copie del libro “Maestri d’Ascia, Calafati e Carpentieri di Limite” curato dal Sig. Mario Pucci che ripercorre con grande dettaglio la storia della marineria Limitese dalle origini ai giorni d’oggi.

I Cantieri di Limite

A Limite Sull’Arno, hanno operato i seguenti Cantieri Navali:
Cantiere Picchiotti fondato nel tardo 1600, dal 1944 trasferito a Viareggio.
Cantiere Navale Serafini dal 1909; attività cessata nel 1944.
Cooperativa Carpentieri dal 1909; attività cessata nel 1922.
Cantiere Navale Cantinelli e Cinotti dal 1910; attività cessata nel 1916.
Cantiere Cantinelli dal 1916; attività cessata nel 1936.
Cantiere Navale Arno dal 1907, ancora in attività, trasferito a Pisa nel 2000,era stato fondato come Cantiere Navale Giuseppe Picchiotti e figli.
Cooperativa Artieri dal 1944; dal 1956 produce mobili da cucina Copart.
Cantiere Salani dal 1949 attualmente produce barche da canottaggio.
Cantiere Innocenti e Maggini dal 1949; attività cessata nel 1960.
Cantieri di Pisa dal 1955, trasferito a Pisa. Fondato come Cantiere Navale Porta a Mare.
Officina Navale BCS dal 1955, ancora in attività come Twin Disc.
Cantiere Navale COSCA dal 1960 ancora in attività.
Cantiere Maggini Mario dal 1960 negli anni 90 ha collaborato con Ferretti Craft.
Altri Cantieri Navali sono stati fondati da carpentieri Limitesi in varie località:
Canados di Ostia nato nel 1945 come Cooperativa Carpentieri.
Bianchi e Cecchi di Cogoleto non più operante.
Artigialnautica di Fiumicino, fa capo alla famiglia Porcelli.
Cantiere San Lorenzo fondato a Viareggio nel 1958 dai F.lli Cecchi.
Versil Craft fondato a Viareggio da Maggini Antonio.
Overmarine fondato a Viareggio da Balducci Giuseppe.

I mestieri sull’acqua: il Navicellaio, il Navalestro e il Reanaiolo

Il Navicellaio

È colui che guida e governa il navicello, la barca tipica del fiume Arno che aveva diversi tipi di propulsione: a vela quadra o triangolare (chiamata pollaccone), oppure con i paglioli che alzati verticalmente al fondo dello scafo servivano da vela.
A stanga (lunga pertica di legno con una punta protetta da un ferro appuntito detto “polzo”) che serviva per muoversi negli spazi ristretti.
A remi: tutti i navicelli erano provvisti di due robusti remi che venivano usati per lunghi tratti in assenza di vento.
Ad alzaio: un sistema di traino in assenza di vento e controcorrente. L’Alzaiolo poteva essere il Navicellaio stesso oppure una terza persona oppure un quadrupedi.
Trattasi di un sistema di traino da terra (dalla via alzaia) con una lunga corda: gli addetti trainavano la barca mentre una persona (di solito la moglie del Navicellaio) teneva il diaci (la barra del timone) in maniera tale da non far andare la prua verso terra.

Il Navalestro

Era colui che guidava la nave (veniva chiamata “nave” la barca che serviva per il passaggio del fiume da sponda a sponda). Sulla nave azionata con una corda stesa fra riva e riva potevano salire oltre alle persone anche i carri carichi di merce. Il servizio della nave a Limite è durato fino ai primi anni ‘70.

Il Renaiolo

E’ colui che, provvisto di apposita imbarcazione detta “barchetto o becolino” con forma particolare, estraeva la rena da costruzione dal greto del fiume. L’estrazione era controllata ed ogni renaiolo poteva estrarre soltanto un metro cubo di sabbia al giorno.

I mestieri di Limite: Il calafato

Con il suo lavoro doveva rendere lo scafo “stagno” cioè doveva rendere impermeabile la barca, operazione che richiedeva la preparazione di matasse di stoppa, che venivano srotolate e incatramate passandole su un tegolo (laterizio semicircolare usato per la copertura dei tetti) cosparso di pece liquida, che veniva appoggiato per comodità sul ginocchio da chi eseguiva l’operazione. Su questo tegolo la stoppa si impregnava di pece e la si ritorceva fino a farle assumere la consistenza di una cordicella. La stoppa così trattata veniva poi inserita nelle sconnessure (dette comenti) tra tavola e tavola dello scafo con la parella ed il maglio. La parella era una specie di scalpello non tagliente sul quale si picchiava col mazzuolo (specie di martello) o col maglio (martello dalla testa particolare con due fessure dall’anima in ferro e le estremità in legno). Per fare una buona calafatatura, veniva messo un doppio filo di stoppa o anche uno di cordino di cotone detto comando ed uno di stoppa in ciascun comento. C’era anche un modo di dire che diceva: “Se il lavoro è fatto bene “il maglio canta!” Infatti, le fessure della testa del maglio emettevano un suono dal quale si capiva il buon esito dell’operazione. Dopo l’inserimento della stoppa, si passava poi a dare la pece all’imbarcazione. La pece ben riscaldata, veniva spalmata con lo strofolo (un arnese composto da un manico alla cui estremità era avvolta e fissata della pelle lanosa di pecora o di agnello) sul fondo e sui fianchi esterni dell’imbarcazione per tutto il suo pescaggio. Le tavole dello scafo a contatto con l’acqua si ingrossavano e pressavano la stoppa rendendo impermeabile la barca. All’interno, invece, per proteggere il legno veniva impiegato il catrame.

I mestieri legati al fiume a Limite sull’Arno.

A Limite sull’Arno, piccolo Paese sulle rive del fiume omonimo tra Firenze e Pisa, esiste da secoli una tradizione “marinara” legata al fiume, tradizione che si è sviluppata nel corso dei secoli fino a far definire il piccolo centro toscano “La Patria della Nautica Italiana”, come attestato dal riconoscimento che nel maggio 2005, fu consegnato alla comunità Limitese dall’UCINA (l’Unione Cantieri Industrie Nautiche e Affini). L’attività cantieristica ebbe inizio nel tardo 1600 per merito di una famiglia che iniziò il proprio lavoro con la riparazione e poi la costruzione di imbarcazioni fluviali. Limite era in quel periodo un nodo importante per la navigazione fluviale da Firenze per Pisa e Livorno e viceversa. Dalla riparazione delle imbarcazioni di passaggio, si passò ben presto alla costruzione dei battelli fluviali. La riparazione, che all’epoca fu la prima attività “cantieristica”, inizia con la concia degli scafi, che consiste in un’operazione per togliere la stoppa, deteriorata dall’uso, che si trova tra le tavole del fasciame o del fondo delle imbarcazioni. La seconda fase della riparazione era il calafataggio che rende impermeabile lo scafo, operazione opposta alla concia, con in più l’applicazione della pece sulla nuova stoppa. Nelle nuove imbarcazioni, dopo la costruzione dello scafo, la prima operazione è il calafataggio. Le imbarcazioni costruite a Limite servivano, oltre che per il trasporto di cose e persone da e per il mare, anche per l’estrazione dell’argilla dal fiume. L’argilla era indispensabile  nelle fornaci di terracotta e ceramica presenti sul territorio (basti pensare alla zona di Capraia Fiorentina e Montelupo Fiorentino), era, inoltre, importante per la pesca (il fiume è sempre stato molto pescoso) ed ancora, e per la raccolta della rena per le costruzioni edili, per il trasporto di cose e persone da un sponda all’altra del fiume ed altri usi ancora. Da tutte queste attività, nacquero i mestieri caratteristici della zona.

La Compagnia Portuale racconta: dal secondo dopoguerra agli anni novanta.

Si riporta qui di seguito la storia del lavoro portuale a Livorno trasmessaci dalla Compagnia Portuale  Livorno:

““I  difficili anni del dopoguerra si contraddistinguono anche per scelte politiche coraggiose e oculate che dirigenti e lavoratori portano avanti. La Compagnia aveva compreso che per favorire lo sviluppo dei traffici commerciali era opportuno evitare la privatizzazione di alcune aree strategiche da destinare ad attività industriali. Forti di questa visione, nuovi investimenti vengono impiegati per la costruzione di banchine, fra le quali l’Alto Fondale, e successivamente la Darsena Toscana. Negli anni Sessanta i portuali, primi in Italia, avvertono i nuovi cambiamenti in corso, prevenendo l’avvento del contenitore che di lì a poco avrebbe rivoluzionato il sistema del trasporto merci. Il porto di Livorno dai 12 mila TEUs (Twenty-foot Equivalent Units) movimentati nel 1966,  passa ai 300 mila nel 1979, raggiungendo nel 1986 il primato nel Mediterraneo con 580 mila TEUs. Nel frattempo, con la scomparsa del Console Vasco Jacoponi, avvenuta nel 1963, subentra alla guida dei Portuali Livornesi Italo Piccini, rieletto alle scadenze biennali fino al 1989, anno in cui la CPL fu commissariata dal Ministro Prandini. Interpretando le nuove esigenze dei traffici che facevano capo allo scalo toscano e comprendendo l’importanza di puntare sulla diversificazione delle merci, negli anni ‘70 la Compagnia favorisce ed attua nuovi investimenti. Viene così pianificata la costruzione di magazzini, piazzali e l’acquisto di mezzi di sollevamento all’avanguardia, puntando contemporaneamente allo sviluppo delle risorse umane attraverso la formazione delle professionalità necessarie alle nuove esigenze. Tutti interventi che contribuiscono a dare nuova linfa in un periodo di congiuntura internazionale messo a dura prova dalla crisi petrolifera. Importanti risultati si hanno anche sul piano dell’occupazione che permette l’assunzione diretta di nuovo personale. Con l’avvio del processo di riforma del lavoro nei porti, introdotto dal Governo con l’applicazione dei Decreti Prandini (1989), inizia una fase di conflittualità sociale all’interno di molti scali italiani. A Livorno tale fase è caratterizzata da scioperi sulle banchine e dal commissariamento del porto e si conclude, nel giugno dell’89, quando il timone passa nelle mani di Roberto Piccini. La fine degli anni ’80 e l’inizio dei ‘90 segna un periodo di grandi cambiamenti per le Compagnie Italiane che, prima con le modifiche al Codice della Navigazione, successivamente con l’entrata in vigore della Legge di Riforma 84 del 28 gennaio 1994, vedono stravolgere la normativa che regolava il lavoro portuale ed i soggetti titolati a compierlo. Il tutto al fine di ridimensionare il ruolo delle Compagnie all’interno dei porti, cambiando l’organizzazione del ciclo delle operazioni portuali.

L’evoluzione delle attività portuali.

Il Porto di Livorno nell’estate del 1943 è quasi totalmente distrutto a causa dei  numerosi e disastrosi  bombardamenti effettuati dalle forze alleate, e non può più svolgere nessuna attività. L’autorità marittima decide, dunque, lo scioglimento e la liquidazione delle organizzazioni dei lavoratori, riservandosi di  favorire  la ripresa del porto nel momento in cui la guerra fosse cessata. Da notare che prima della guerra l’apparato industriale livornese raggiungeva i 40.227 addetti. Contemporaneamente, nell’area portuale-industriale si fermò totalmente la produzione industriale e le truppe alleate requisirono ed occuparono quasi tutti gli stabilimenti attivi prima della guerra.

Alla fine delle operazioni belliche alcuni imprenditori ed un comitato di lavoratori portuali decidono di unire le loro forze e costituiscono un consorzio cooperativistico del porto.  Il “Consorzio Portuali”, costituito nel settembre 1944,   si attiva al massimo per la ripresa funzionale del porto, ma  la situazione è disastrosa: porto distrutto, banchine inagibili, città bombardata. Il Consorzio, secondo lo Statuto, aveva durata fino al 31 dicembre 1980,  ma si trova in difficoltà ad affrontare i difficili momenti di quegli anni tumultuosi e dopo solo appena tre anni, nel 1947, viene soppiantato dalla Compagnia Lavoratori Portuali. Infatti,  i lavoratori Portuali guidati dal Console Vasco Jacoponi decidono di porre fine all’esperienza del Consorzio e di ricostituire la Compagnia Lavoratori Portuali, formata da soli lavoratori del porto. Oltre i due terzi dei soci del Consorzio confluiscono nella Compagnia. La città ed il porto dopo la guerra erano ridotti ad un cumulo di macerie. Da varie testimonianze risultano condizioni di lavoro di gran disagio. Non vi sono imposizioni a turnazioni, ma il personale si presta con abnegazione per varie  ragioni:  l’attaccamento al lavoro, la possibilità di ottenere una maggiore disponibilità economica,  la consapevolezza di rendersi utile per la ricostruzione  dello scalo labronico. Anche la  Compagnia   si è  evoluta ed ha assunto  una vena imprenditoriale interessandosi di investimenti, strutture, mezzi, know-how, formazione professionale. Con grandi sacrifici e difficoltà si realizza la ripresa dei traffici commerciali nel Mediterraneo: il porto  di Livorno riesce a riaffermarsi  e torna ad essere  uno dei più importanti porti commerciali del mondo .

Il lavoro nel porto di Livorno: breve storia della città.

La Cala Labrone nacque in una cala naturale a sud della foce dell’Arno, come un modesto villaggio di pescatori e verso il X secolo assunse il nome di Livorno. La costruzione del Mastio, fatto erigere nel 1100 dalla Contessa Matilde, lo rese un rifugio più sicuro e ben difeso. Tuttavia, la sua importanza commerciale  ebbe inizio solo dopo la distruzione del Porto Pisano operata dai Genovesi nel 1290, in seguito alla battaglia della Meloria del 1284 contro i Pisani.
Il Porto Pisano si trovava a nord dell’abitato labronico ed era così chiamato in quanto unico sbocco al mare della Repubblica di Pisa  (ma già conosciuto dagli Etruschi e dai Romani) e la sua fine fu causata dal  suo progressivo e naturale insabbiamento, che lo trasformò in una grande palude. Per questo motivo i Pisani favorirono la crescita dell’attracco labronico e  costruirono il faro “Fanale dei Pisani” ed una fortificazione a forma quadrata, la “Quadratura dei Pisani” che riuniva anche le precedenti strutture. Nel 1392, poi, la Repubblica Pisana fece innalzare una cinta muraria per permettere la difesa del villaggio. Con la caduta della Repubblica di Pisa, Livorno passò ai Visconti di Milano e ai Genovesi nel 1407. I Genovesi potenziarono il porto con la costruzione di una darsena interna, collegata mediante un canale al mare: si trattava del Porticciolo dei Genovesi, che si trovava nella zona dell’attuale Piazza Grande. Nel 1421 Livorno passò poi a Firenze per 100.000 fiorini d’oro pagati al doge di Genova. I mercanti fiorentini fecero costruire la torre del “Marzocco” nel 1439 e provvidero allo sviluppo della città e del porto.
La Signorìa dei Medici nel 1500 ebbe cure particolari per fare  del porto di Livorno uno dei più grandi porti del Mediterraneo. Si interessò particolarmente del suo ampliamento, della costruzione di un doppio molo e del Canale dei Navicelli tra Livorno e Pisa. Per combattere la pirateria , inoltre, venne istituito l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, la cui flotta aveva base nel porto di Livorno. Con l’avvento dei Medici si assiste anche all’esplosione commerciale e demografica di Livorno. Francesco I dette incarico ad  architetti ed artisti famosi (Alessandro Pieroni, Giovanni de’ Medici, Bernardo Buontalenti) di progettare la pianta della città  (infatti Livorno è una città progettata “a tavolino”). Ma quello che segnò definitivamente il destino di Livorno fu la sua proclamazione come porto franco e l’emanazione delle cosiddette “Leggi Livornine”. Le franchigie per il porto di Livorno già concesse alla fine del XIII secolo da Ugolino della Gherardesca, furono rinnovate dai Medici nell’intento di dare a Livorno una tipica impronta commerciale ed incrementare il traffico portuale.  Gli importatori trassero dei grossi vantaggi da questa concessione che permetteva loro di tenere la merce stoccata nei magazzini, senza pagare i diritti doganali.
Le “Leggi Livornine” sono frutto del grande intuito di Ferdinando I che sentiva la necessità di aumentare la popolazione della città; queste leggi richiamarono a Livorno genti provenienti da tanti paesi che, per varie ragioni, desideravano emigrare. Tuttavia la richiesta non era lasciata al caso, ma mirata a particolari specialità lavorative e quindi le persone dovevano rispondere a determinati requisiti ed avere particolari capacità operative, onde rispondere alle esigenze del Granduca.
“A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e senza, partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno…”.
Da Leggi Livornine, Ferdinando 1° Granduca di Toscana – 1591

Le macchine per la lavorazione

Il Frantumatore

Questo macchinario, come dice il nome, serve per frantumare le pietre. Queste vengono messe assieme alla terra di scarto dentro la tramoggia e da qui esce il materiale a misura per essere usato nelle massicciate stradali. In questa macchina vi sono tre nastri trasportatori: il primo separa la terra dal materiale frantumato, il secondo  trasporta il materiale frantumato al vaglio, che a sua volta si compone di due nastri: uno dove ci va il materiale più grosso, l’altro , più piccolo, che serve poi per fare le rifiniture delle massicciate stradali. Infine un terzo nastro che trasporta la terra, che viene poi riportata in cava per il consolidamento della medesima.

Il tagliablocchi

Ringraziamenti

Si ringraziano per la gentile collaborazione il sig. Guerri titolare della omonima ditta, tutto il personale della medesima ed in particolare il sig. Lorenzo; la signora Generini moglie di un ex dipendente, e la famiglia Chelli di Rignano per il prezioso contributo informativo dato per la stesura di questo articolo.

Gli utilizzi della Pietraforte

Dopo l’alluvione del ‘66, tutte le strade che furono  devastate  e i luoghi in cui esisteva la pietra come pavimentazione, vennero rifatti con la Pietraforte di Riscaggio che, mediante la lavorazione di scalpellini e macchine, fu utilizzata per ricostruire i blocchi per il rivestimento e i lastroni per la pavimentazione. Il pietrisco inoltre, veniva usato anche per fare le massicciate ferroviarie. Purtroppo però, si deve anche rilevare che questo tipo di lavoro, a causa delle polveri che si venivano a formare con il taglio e la lavorazione della pietra stessa, ha causato diverse morti premature a causa della silicosi.

Negli ultimi 40 anni, da quando la cava è stata rilevata dal Guerri, vi è stata una notevole evoluzione  dal punto di vista lavorativo. La pietra prima veniva scavata a mano e poi con grossi escavatori. Per quanto riguarda la lavorazione della pietra, gli scalpellini, che prima erano gli unici a lavorarla, sono stati affiancati da macchine speciali, così come è avvenuto per i blocchi di pietra, che prima venivano trasportati in città con carri trainati da asini o cavalli ed oggi con camion. L’utilità di questa cava e la sua attività purtroppo sono diminuite a causa della crisi finanziaria, poichè gli edifici vengono costruiti in cemento armato, sicuramente più economico,  ma  meno bello e, soprattutto, bisognoso  di manutenzione, cosa che non succede ai muri costruiti in Pietraforte, che non solo non hanno bisogno di particolare manutenzione, ma danno anche  un’immagine più bella e graziosa. Infatti, nel 1325, a Firenze, venne emessa una delibera che stabiliva che le case dovevano avere un paramento di pietra almeno fino all’altezza di 4 braccia (circa 2,35 metri), mentre nel 1389, per i palazzi più importanti, tale altezza veniva quadruplicata. Anche la  pavimentazione stradale, oggi solo in asfalto per praticità e per risparmio, era fatta in Pietraforte. Nonostante questo, però la cava di Riscaggio è rimasta attiva ed importante soprattutto perché è ancora molto legata alla sostituzione di tutto il materiale da rivestimento in pietra che attualmente ricopre i più importanti palazzi e strade del centro storico fiorentino (Palazzo Vecchio, Palazzo Pitti e tanti altri, così come molte strade del medesimo). Quindi, almeno per il momento, il suo utilizzo non sarà perso, sia per il pubblico che per il privato.