martedì 21 maggio 2013   | intoscana.it
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Archivio per la categoria 'le acque minerali'

L’imbottigliamento dell’acqua

L’imbottigliamento è definito quel complesso di operazioni che subisce un liquido al fine di renderlo atto alla distribuzione ed al consumo.

Si definisce perciò linea di imbottigliamento l’insieme di macchine che consente di conseguire il condizionamento dei liquidi ed il confezionamento del prodotto condizionato.

L’imbottigliamento delle acque minerali sia “lisce” che “gassate” iniziò nell’800, come già citato, e principalmente con le attività termali per uso terapeutico e nella seconda metà dell’800 ebbe inizio la produzione vera e propria e la commercializzazione come acqua da tavola e idropinica (assunzione di acqua minerale a scopo terapeutico).

In questo periodo furono protagoniste anche sorgenti della Toscana che ritroviamo ancora attive nel 1943.

Nel 1943 fu sospesa l’attività produttiva per gli eventi bellici. Nel dopoguerra, già dal 1946 al 1956, gran parte delle sorgenti esistenti ripresero l’attività produttiva mentre altre nuove iniziarono da quel periodo.

Gli imballaggi per l’imbottigliamento furono gli stessi già utilizzati in precedenza e cioè: Bottiglia o Bottiglione da lt2; Bottiglia da lt1; Bottiglia da lt1/2.

Il Bottiglione da 2litri fu anche una bottiglia tradizionale rimasta in uso soltanto in Toscana e nel Lazio. In alcune zone della Toscana rappresentava anche il 60% delle vendite di una sorgente. Oltre ad essere una bottiglia tradizionale era anche economicamente conveniente come acqua da tavola per famiglie numerose, anche se in tavola era scomoda per le sue dimensioni.

Questo formato di bottiglia mise in difficoltà anche i costruttori dei macchinari per l’imbottigliamento che dovettero adeguarli a questo formato per poter vendere gli impianti in Toscana e nel Lazio.

Era una bottiglia di vetro verde scuro resistente anche alle alte pressioni di gassatura con imboccatura per tappo corona gigante. Tale bottiglia era prodotta in Toscana principalmente dalla Vetreria Balzaretti Modigliani di Livorno e successivamente anche dalla vetreria Del Vivo di Empoli.

Le cassette per contenere tali bottiglie erano di legno; la cassetta per la bottiglia da litri 2 inizialmente ne conteneva 10 e successivamente 8. Le cassette per le bottiglie da 1 litro e ½ litro ne contenevano 25 (16 in piedi e 9 capovolte), ovviamente cambiavano le dimensioni delle cassette. La più pesante con 25 bottiglie da un litro pesava circa 48 kg.

La commercializzazione avveniva con “vuoti a rendere” (contenitori più volte utilizzabili). Dalla maggior parte delle sorgenti l’acqua minerale veniva venduta franco sorgente e con il cauzionamento degli imballaggi. Di solito il valore cauzionale era superiore al valore di acquisto per vincolarne la restituzione. Anche il consumatore versando una modesta cauzione pagava soltanto quel che beveva.

Lo scarico degli automezzi avveniva a mano ed il carico ugualmente, ma con doppio personale per la pesantezza delle cassette.

Fatta questa panoramica sulla movimentazione degli imballaggi per l’imbottigliamento vediamo le procedure per arrivare a rendere commerciabile il prodotto delle cui caratteristiche è già stato parlato in precedenza. Nel periodo “post-empirico”, ma utilizzando sempre le attrezzature “empiriche”, dal 1946 al 1956, una sorgente, per imbottigliare poco più di mille bottiglie l’ora, aveva necessità di almeno 20 operai ed un falegname per riparare le cassette di legno.

L’impiego del personale, per lo più femminile, veniva maggiormente inserito nel reparto “lavaggio bottiglie” e nel reparto “confezionamento”. Il processo di lavaggio per fornire le bottiglie all’imbottigliamento era generalmente il seguente: per togliere le etichette dalle bottiglie veniva usato un maceratore che era una specie di tamburo di metallo a scomparti con appositi ripiani di legno ove venivano adagiate le bottiglie bloccate con appositi coperchi dotati di maniglie da togliere di volta in volta sia per il carico che per lo scarico delle bottiglie. Un motore elettrico con appositi ingranaggi faceva ruotare il tamburo all’interno di una vasca di cemento o altro materiale contenente una soluzione detergente a base di soda caustica alla temperatura di 50°C, riscaldata mediante caldaia con bruciatore ad olio combustibile. Oltre al distacco delle etichette le bottiglie subivano anche un sommario lavaggio interno ed esterno; talvolta, per rimuovere etichette più resistenti veniva fatto uso della lama di un coltello da parte di un’operaia preposta a tale lavoro. Successivamente le bottiglie passavano ad una spazzolatrice elettrica con fili d’acciaio per rimuovere eventuali corpi estranei rimasti aderenti all’interno delle bottiglie, ma lo spazzolamento non era idoneo per togliere il calcare aderente all’interno causato dai sedimenti di quelle acque con elevata durezza, rimaste inutilizzate da molto tempo. Per rimuovere queste incrostazioni doveva esser fatto uso di acido cloridrico tamponato sbattendolo a mano con pallini di piombo da caccia, per rimuovere i depositi anche dagli angoli interni del fondo delle bottiglie. Dopo questo trattamento acido le bottiglie venivano subito sciacquate con acqua a perdere, poiché i residui acidi rimasti all’interno avrebbero ridotto il potere caustico dei detergenti della lavatrice rotativa nella quale sarebbero state immesse successivamente per gli ultimi lavaggi.

La lavatrice rotativa era composta di due vasche, delle quali una per la soluzione di lavaggio e l’altra per il risciacquo tiepido a 40-45°C. In questa lavatrice il lavaggio avveniva con spruzzatura interna ed esterna con canne fisse dotate di ugelli spruzzatori. Al termine di queste operazioni di lavaggio, le bottiglie, abbondantemente risciacquate con la stessa acqua minerale da imbottigliare, venivano passate rapidamente all’imbottigliamento che, generalmente, si trova adiacente al reparto di lavaggio.

Dopo il riempimento, le bottiglie con tappatore a pedale venivano tappate il più rapidamente possibile con tappo a corona. Dopo la tappatura avveniva un controllo visivo facendo passare le bottiglie di fronte ad una specola con forte intensità di luce e da qui passavano all’etichettatura sempre manuale. Le etichette distese su apposite tavolette di legno poste su di un tavolo con diverse postazioni di lavoro, venivano “spennellate” con colla “fatta in casa” con la farina di grano come ingrediente principale. Sopra le etichette così spalmate di colla, si rotolavano le bottiglie per avvolgervi l’etichetta che poi veniva stirata a mano; e così pure avveniva per gli eventuali bollini e/o collarini.

Terminate queste laboriose operazioni venivano immesse nelle rispettive cassette, trasportate con nastro trasportatore a tapparelle e stivate in magazzino.

Nel 1960 erano già disponibili impianti completi di imbottigliamento automatico per lavorare anche le bottiglie da 2 litri oppure macchine singole da assemblare dall’imbottigliatore in base alle sue necessità.

Un impianto di imbottigliamento completo comprende:

  • Lavatrice a tunnel con 1-2 o più bagni.
  • Saturatore.
  • Monoblocco di riempimento e tappatura.
  • Etichettatrice per vari formati.
  • Bancali motorizzati per nastri trasportatori di bottiglie.
    • Catene di nastri trasportatori, con vaschette per liquido lubrificante, a cerniera in acciaio inox.
  • Piazzole di accumulo bottiglie con piani in acciaio inox.
  • Specole luminose per controllo bottiglie.

Contemporaneamente furono immessi in commercio i prodotti per La manutenzione degli impianti: detergenti, sanificanti, colle, lubrificanti per nastri trasportatori, ecc.

Successivamente vennero immesse in vendita apposite macchine pneumatiche per lavaggi con acidi disincrostanti del calcare.

Inizia l’uso dei pallet con carrelli elevatori modificando radicalmente la movimentazione dei materiali e velocizzando anche lo scarico ed il carico degli automezzi.

Verso il 1970, per il contenimento delle bottiglie, vengono prodotte le cassette in plastica che gradualmente sostituiscono quelle di legno.

Queste cassette sono impilabili fra loro con incastri che ne facilitano la sovrapposizione. Periodicamente vengono lavate in apposite lavatrici.

Impianti ed attrezzature vengono continuamente aggiornati alle nuove tecnologie ed esigenze.

Vengono utilizzate scassettatrici ed incassettatrici automatiche per poi passare ai pallettizzatori semiautomatici ed automatici.

Verso il 1980 inizia l’era dell’imbottigliamento in plastica con i vari formati, prima in PVC ed attualmente in PET, materiale, questo, di alta qualità e resistente anche alle alte pressioni di gassatura.

La produzione di tali bottiglie avviene negli stessi stabilimenti di imbottigliamento.

Le grandi industrie dell’imbottigliamento generalmente producono le bottiglie in PET, partendo direttamente dal polimero, procedure che richiedono grandi investimenti, ma la maggior parte delle medie e piccole industrie dell’imbottigliamento produce le bottiglie partendo dalle preforme che acquistano dai vari fornitori.

L’imbottigliamento delle acque minerali, sia “lisce” che “gassate” in bottiglie di PET deve essere autorizzato dalle Regioni in base al tipo di materiale con cui viene realizzata la preforma. A tutela del consumatore, le Regioni controllano nel tempo la qualità delle bottiglie utilizzate richiedendo periodicamente, anche tre volte all’anno, i certificati delle analisi di controllo sulla migrazione globale e specifica effettuati sulle bottiglie prodotte.

Secondo le esigenze di mercato in cui il produttore opera, l’imbottigliamento in PET di solito avviene in fardelli in termoretraibile da 6 bottiglie per quasi tutti i formati, ma può avvenire anche in cartoni da 6 bottiglie, con manigliette di trasporto incorporate.

La produzione è affidata interamente ad un modernissimo complesso industriale completamente automatizzato, utilizzando le più moderne tecnologie.

Le bottiglie vengono utilizzate una sola volta. Metodologie analitiche di Controllo Qualità garantiscono perfetta purezza nel rispetto della genuinità del prodotto.

Il saturatore per la gassatura dell’acqua

Il nome generico di “saturatore” appartiene a quelle macchine ed apparecchiature che consentono di realizzare la carbonatazione (gassatura) delle acque minerali e dei vari liquidi.

I saturatori più in uso negli anni ’80 erano ad espansione diretta (vedi schema) che utilizzavano direttamente l’anidride carbonica alla pressione di carbonatazione, impiegati quasi universalmente per i molteplici pregi, di facile uso e di alta resa, di semplicità meccanica e di notevole sicurezza di funzionamento.

In questi saturatori l’acqua minerale da trattare era immessa attraverso una pompa (pompa di saturazione) in un serbatoio (colonna di carbonatazione) in cui regnava un’atmosfera di anidride carbonica (CO2) alla pressione corrispondente al grado di carbonatazione che si voleva conferire all’acqua minerale. La tubazione di adduzione alla colonna di carbonatazione è provvista di un tronco Venturi nella cui parte divergente è innestato un tubo per l’immissione di CO2.

Per effetto della depressione a valle della convergenza, che entro certi limiti può considerarsi proporzionale alla velocità dell’acqua minerale, viene richiamata la CO2 nella corrente del liquido. Essa tende a spostare l’aria o altri gas eventualmente presenti nell’acqua minerale.

L’acqua minerale attraverso un polverizzatore in acciaio inox situato nella parte alta della colonna viene finemente suddivisa in gocce del diametro medio di pochi decimi di mm onde aumentare il più possibile la superficie di assorbimento.

La velocità di caduta di tali gocce viene frenata da diaframmi forati opportunamente disposti o da uno strato più o meno spesso di anelli tipo Rashing per consentire un tempo di contatto sufficiente tra liquido e gas. L’acqua minerale in queste condizioni assorbe facilmente la CO2 e si raccoglie sul fondo della colonna dal quale è prelevata ed inviata, per mezzo di una pompa, alla riempitrice. Tale pompa, normalmente di tipo centrifugo, viene indicata impropriamente anche “pompa di sovrapressione”.

Tutte le parti del saturatore a contatto con il liquido sono costruite in materiali inossidabili, in particolare i corpi delle pompe e le tubazioni sono in acciaio inox AISI 304 o 316.

Gli anelli Rashing, all’interno della colonna di saturazione, oltre a rallentare la caduta del liquido, ne consentono anche la laminazione migliorando ulteriormente la capacità di assorbimento della CO2.

Gli anelli Rashing sono dei cilindretti alti 2-2,5 cm con diametro di 10-20 mm costruiti in porcellana ruvida o analogo materiale inerte ma non poroso in modo da essere perfettamente bagnabili da parte del liquido senza presentare alcun fenomeno di imbibizione o assorbimento.

Le macchine ausiliarie dei saturatori sono i deareatori e i refrigeratori. In particolar modo i refrigeratori permettono di ottenere il liquido a bassa temperatura per avere una maggiore ritentività nei confronti della CO2, ossia una minore tendenza a liberare il gas anche quando esso sia fortemente agitato come in realtà succede alle alte velocità di imbottigliamento.

L’anidride carbonica e le acque minerali

L’anidride carbonica è il prodotto dell’ossidazione completa del carbonio. La sua formula chimica è “CO2” ed il suo peso molecolare corrisponde a 44,00.

Nell’uso corrente la CO2 viene anche impropriamente chiamata “acido carbonico”, denominazione questa da riservarsi all’acido H2CO3 che si forma in soluzione acquosa e che, peraltro, non è conosciuto allo stato libero. Nelle ordinarie condizioni di temperatura e pressione, l’anidride carbonica è un gas incolore, praticamente inodore almeno a basse concentrazioni), di sapore pungente, debolmente acidulo. Con opportuni procedimenti termo-dinamici può venire liquefatta o resa solida (neve carbonica o ghiaccio secco); pertanto la CO2 si può presentare nei tre diversi stati d’aggregazione: gassoso, liquido o solido.

Con l’acqua l’anidride carbonica reagisce formando gli ioni carbonici CO3- – e bicarbonici HCO3-.

Quando acque naturali, ricche di CO2, vengono a contatto con rocce calcaree o calcareo-magnesiache i carbonati di calcio e di magnesio che costituiscono queste ultime, vengono trasformati in bicarbonati relativamente solubili e quindi asportabili dalle stesse acque correnti; è anche così che si forma il chimismo delle acque minerali.

Nell’imbottigliamento delle acque minerali e delle bevande in genere l’impiego della CO2 è legato, quasi esclusivamente al miglioramento dei caratteri organolettici e quindi alla sensazione del gusto.

Altra ragione che giustifica il reintegro o l’aggiunta di CO2 ad alcune acque minerali è da ricercarsi nella composizione medesima di tali acque. La CO2 rappresenta, infatti, un tampone per i sali minerali in esse contenuti evitandone la precipitazione e conservando all’acqua minerale le proprie caratteristiche organolettiche.

L’origine delle acque minerali gassate con anidride carbonica (CO2) risale ai primi dell’800 ma la loro produzione può collocarsi, in realtà, nella seconda metà dell’800 ed il primo apparecchio a ciclo continuo per la produzione di acqua gassata fu costruito nel 1832 da un ingegnere inglese.

Bisogna aspettare il 1919 per vedere realizzata l’applicazione di nuovi processi di carbonatazione e riempimento delle bottiglie che hanno permesso l’automatizzazione del processo di imbottigliamento con possibilità di produzione industriale vera e propria.

Altra tappa importante per l’imbottigliamento fu l’adozione del freddo artificiale che ha consentito elevate velocità di riempimento e che è entrato nella pratica comune soltanto nel dopoguerra. Nell’800 l’anidride carbonica veniva prodotta anche con acidi e soda ma la migliore qualità era data dal processo per combustione: la CO2 veniva recuperata dai prodotti della combustione depurandola convenientemente. Come materia prima veniva usato il carbone “coke” per la sua elevata purezza e per il suo alto contenuto di carbonio. Notevole progresso si ebbe quando fu possibile ottenere la CO2 liquida in bombole fornita da produttori specializzati, i quali erano in grado di fornire il prodotto con tutte le garanzie di igiene e di purezza richieste dall’uso cui era destinata nell’industria delle bevande.

Fino al 1960 il trasporto con bombole è stato il solo sistema adottato e allo scopo venivano destinate bombole della capacità di 27 litri corrispondente ad un contenuto di circa 20 kg di CO2. Tale sistema pose, però una serie di problemi economici e tecnici. Per queste ragioni entrò nella pratica comune il trasporto della CO2 liquida in cisterne per cui gli utilizzatori dovettero istallare serbatoi di stoccaggio o “bulk” di varie capacità in relazione alle loro produzioni, non senza premettere che tale CO2 per le industrie delle bevande è di origine mineraria e la Toscana è ricca di pozzi naturali. Tali serbatoi vengono utilizzati anche da quelle sorgenti che dispongono di acque contenenti anidride carbonica alla scaturigine dei loro pozzi e cioè le naturalmente gassate o effervescenti naturali che di solito dispongono anche di CO2 gassosa da soffioni o venute di tale gas accumulato in appositi gasometri eventualmente depurata e stoccata in tali serbatoi.

Per legge la CO2 può essere reintegrata o aggiunta nell’acqua minerale purché abbia una purezza del 99,8-99,9%. Tale gas grezzo può contenere azoto, ossigeno e/o gas rari e talvolta idrogeno solforato. Quest’ultimo, se e quando è presente (anche in tracce), viene eliminato sottoponendolo ad un lavaggio con soluzione acquosa di permanganato di potassio, mentre l’azoto, l’ossigeno ed i gas rari vengono separati dalla CO2 gassosa ed eliminati nel passaggio dalla CO2 gassosa a quella liquida; con tale procedimento l’anidride carbonica grezza portata tramite compressore a secco dal polmone di accumulo (gasometro) ad una pressione di 20 Atm. nel serbatoio di stoccaggio “bulk” tramite gruppi di liquefazione ad una temperatura di -40°C liquefa dando luogo alla separazione dei gas incondensabili dalla CO2, la quale liquefa con titolo minimo del 99.8-99,9% richiesto.

La CO2 liquida, per reintegrarla o aggiungerla all’acqua minerale e/o alle bevande gassate in genere, va riportata allo stato gassoso per mezzo del calore che si somministra mediante surriscaldatori posti sulla tubazione di uscita dal serbatoio. Quando invece i contenitori erano bombole, per evitare fenomeni di gelo, in utilizzazione bastava immergere la parte inferiore di queste in un recipiente di acqua a temperatura ambiente. Le necessarie calorie di evaporazione erano fornite dall’acqua senza peraltro correre il rischio di elevare troppo la pressione interna del gas.

In quasi tutte le acque minerali esiste un equilibrio chimico assai importante. Esso è costituito da uno stretto rapporto che esiste tra l’anidride carbonica (CO2) e il bicarbonato (HCO3).

Nell’acqua minerale l’anidride carbonica può esistere libera oppure idratata ad acido carbonico (H2CO3). Da questo risulta chiaro come l’aumento (gassatura) di CO2 nelle acque minerali può essere equilibrato dalla presenza in esse di bicarbonati, mentre, se questi non esistono, la gassatura può rendere acida l’acqua stessa.

Non tutti i consumatori tollerano l’acidità apportata dalla CO2 non equilibrata da adatte dosi di bicarbonato: ne risulta quindi che alcune acque minerali imbottigliate e gassate, servite a tavola per favorire la digestione hanno come risultato di disturbarla. Un’acqua bicarbonata, contenente una certa quantità di anidride carbonica, esercita un’azione assai interessante sulla digestione.

Anche l’anidride carbonica estratta dal sottosuolo, per legge, è un prodotto minerario e, come tale, necessita di Concessione Mineraria rilasciata dal Corpo delle Miniere dello Stato.

La ricerca e l’estrazione dell’anidride carbonica dal sottosuolo fu regolata dalla Legge 30 marzo 1893 n°184 e dal Regio Decreto 10 gennaio 1907 n°152 che approvava il regolamento contenente le norme per l’esecuzione della legge di Polizia mineraria. La vigilanza su tali Concessioni è affidata ai Distretti Minerari territoriali.



Regole per la raccolta dell’acqua minerale

Nella costruzione delle opere di captazione si cerca di raccogliere esclusivamente l’acqua minerale col suo massimo di termalità e mineralizzazione e, impedire l’accesso di altre acque verso la polla idrominerale per cui si adotteranno materiali incapaci di influire sull’acqua minerale;  le vasche di deposito devono essere ermeticamente chiuse.

La zona di “ protezione igienica” deve essere determinata secondo i criteri generali di ordine geo-idrologico.

Le acque di scolo della campagna circostante alla zona di protezione saranno, ove occorra, convogliate fuori della medesima mediante deviazione dei colatori naturali che l’attraversano o costruendo cunette o fossi di guardia impermeabili.

Dovrà essere particolarmente curata:

  • la sorveglianza sul terreno nei pressi delle opere di captazione, per impedire operazioni o depositi insalubri e per evitare che animali possano danneggiare le opere stesse e compromettere la purezza dell’acqua minerale,
  • il regime agrario della zona stessa, quando non sia assolutamente vietata la coltivazione, deve soddisfare alle norme sanitarie ai fini della tutela igienica della sorgente,
  • le norme del buon governo igienico della zona di protezione, determinate caso per caso, in relazione alle condizioni locali e con l’estensione attribuita alla zona stessa,
  • La zona di tutela assoluta, adibita esclusivamente alle opere di presa ed a costruzioni di servizio, deve essere recintata e provvista di opere di canalizzazione per allontanare le acque meteoriche più rapidamente possibile anche se intorno al pozzo, per un raggio non inferiore a 10 metri, viene ricavata una platea in cemento e impermeabilizzata (D.P.R. 236/88) e delimitata da una recinzione alta 2 metri.

Inoltre, come si evince dalla tipologia delle captazioni, il perforo viene ulteriormente protetto con il tubaggio di un casing in acciaio e cementato a giorno come evidenziato dallo schema di un pozzo trivellato.

Le condutture che trasportano l’acqua minerale dalla sorgente allo stabilimento di imbottigliamento oggi sono quasi tutte in acciaio inox, in sostituzione di quelle poste anche da oltre 50 anni che solitamente erano d’acciaio tipo mannesman, interrate a varie profondità e posate su terreni naturali ma soggette ai danni delle correnti vaganti nel sottosuolo.

Oggi possono essere poste anche in apposite canalette di cemento con coperchio, cementate ed interrate. Ogni 50 metri vengono ricavati pozzetti d’ispezione con copertura chiusa a lucchetto.

Per le esperienze fatte in epoche remote con le attività idro-termali, i legislatori del 1916/19 e seguenti ebbero grande lungimiranza nel dettare disposizioni sull’uso delle acque termo-minerali, per la protezione ambientale delle sorgenti contro gli inquinamenti delle falde acquifere.

Tali disposizioni sono state diligentemente recepite dalle Regioni, con gli aggiornamenti dell’epoca attuale e dalla Comunità Europea. (Decreto Legislativo 25 gennaio 1992 n°105 in attuazione della direttiva 80/777/CE relativi all’utilizzazione e alla commercializzazione delle acque minerali naturali e Decreto Legislativo 4 agosto 1999 n°339: disciplina delle acque di sorgente e modificazioni al d.lgs. 25 gennaio 1992 n°105 concernente le acque minerali naturali in attuazione della Direttiva 96/70/CE e seg.

Le acque minerali sono prodotti estratti dal sottosuolo e, per legge, considerate prodotti minerari e, di conseguenza, vere e proprie Concessioni Minerarie appartenute al Corpo delle Miniere dello Stato fino al 1970, dopodiché passate alle competenze Regionali.

La vigilanza sull’utilizzazione e commercializzazione delle acque minerali è esercitata dagli Organi delle Regioni, dai Comuni attraverso le Unità Sanitarie Locali.

Ogni cinque anni devono essere ripetute le analisi fisico-chimiche alla sorgente da riportare sulle etichette. Vengono effettuati controlli quindicinali e/o mensili agli impianti, con prelievi di bottiglie in fase di imbottigliamento da sottoporre ad analisi. Controlli periodici stagionali vengono effettuati anche alle sorgenti, ivi comprese le opere di captazione.

Anche il produttore ha tutto l’interesse a tutelare il proprio prodotto effettuando prelievi quotidiani a tutti i livelli della produzione con laboratori di analisi all’interno della propria azienda o esterni. Così anche il consumatore è più che garantito.

Le acque minerali nella scienza medica

Fino dai tempi più antichi l’umanità ha conosciuto i benefici effetti curativi di determinate acque minerali ed a queste è ricorsa con costanza e fiducia.
Col Rinascimento iniziarono le prime ricerche sistematiche e le osservazioni scientifiche sopra le diverse azioni e sui componenti delle singole acque e, nei secoli XVII-XVIII, in seguito ai rapidi progressi ottenuti dalla chimica, prese grande impulso la ricerca analitica sulla composizione delle acque minerali.

La terapia delle acque minerali ormai da tempo fa parte integrante della scienza medica, organizzata e diretta su basi scientifiche dagli studi e le ricerche di laboratorio che si effettuano del Settore e dall’esistenza di cattedre universitarie di idrologia medica.

[Ringraziamo poluz per la concessione dell'immagine]

I campi d’azione delle cure termali e idropiniche (assunzione di acqua minerale a scopo terapeutico) si estendono, con esiti altamente positivi, ad una complessa serie di infermità che interessano tutte le parti e gli organi del corpo umano.

Le acque minerali e gli stabilimenti termali e affini furono regolati dalla Legge 16 luglio 1916 n°947-Capo IV che, all’articolo 7, recita: Nessuno può mettere in vendita acque minerali naturali ed artificiali, nazionali ed estere, senza aver ottenuto speciale autorizzazione dal Ministero dell’Interno”.
Successivamente, il Regio Decreto 28 settembre 1919 n°1924 che approvava il regolamento per l’esecuzione del Capo IV della Legge 16 luglio 1916 n°947 contenente: Disposizioni circa le acque minerali e gli stabilimenti termali, idropinici, di cure fisiche e affini.

Il decreto ministeriale 20 gennaio 1927 approva il testo delle istruzioni contenenti le norme per l’utilizzazione ed il commercio delle acque minerali, per le analisi, per la redazione delle etichette e dei contrassegni, per i recipienti di vendita delle acque, per i sistemi di chiusura, per il funzionamento igienico degli stabilimenti e per la redazione dei regolamenti interni, delle opere di captazione, di conduzione e raccolta delle acque minerali naturali e del buon governo igienico delle zone di protezione igienica delle sorgenti.