Oltre ai navicelli nei cantieri di Limite sono stati costruiti altri tipi di imbarcazioni: barchetti, velieri (dal 1840 al 1930 ne furono costruiti 900 esemplari), barche da guerra, i famosi MAS della prima e della seconda guerra mondiale celebrati da D’Annunzio, barche militari in genere, motovedette, barche da diporto ed altre ancora.
Nel 1932 a Limite fu costruita anche una barca particolare: la motonave “Fiorenza”, di circa 15 metri destinata a navigare nell’ Arno a Firenze. Questa barca doveva servire da ristorante, da sala da ballo e per gite al tramonto e venne varata sul Lungarno Serristori,dopo essere stata costruita nel Cantiere Picchiotti e montata a Firenze dai Carpentieri Limitesi. Fino alla metà degli anni ‘90 le barche venivano trasportate verso mare quasi tutte per via fluviale fino a quando il fiume non divenne più navigabile fino al mare.
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Il porto di Livorno si può definire come un porto municipale da sempre circondato dalla città che è, appunto, nata intorno ad esso, dove pure sono sorti cantieri, stabilimenti industriali, agenzie marittime e di assicurazione, spedizionieri, terminalisti, autotrasportatori ecc. La funzione del porto è ancora più rafforzata dagli Enti di presidio che svolgono attività varie all’interno della complessa organizzazione marittima. Possiamo citare gli Uffici di Sanità Marittima, i Posti di Ispezione Frontaliera, gli Uffici Veterinari per gli Adempimenti degli obblighi Comunitari, ecc. Uno dei protagonisti che compongono il grande mondo del porto di Livorno, è rappresentato dall’Agenzia delle Dogane di Livorno. Un punto di eccellenza per il controllo delle merci e la security in generale con strumenti all’avanguardia. Fino a 50 anni fa le procedure doganali erano atte ad accertare, riscuotere e versare nelle casse dello Stato tutti i diritti gravanti sulle merci in entrata e in uscita sia dallo Stato Italiano che, dal 1993 in poi, dalla Comunità Europea. Sempre in questi anni, poi, l’accertamento fisico della merce veniva effettuato sulla base delle conoscenze merceologiche del funzionario. Vi era, poi, un unico supporto: il Laboratorio Chimico per la classificazione della merce che veniva effettuata prevalentemente sulla base della merce inviata dalla Dogana per l’analisi. Il resto, per un lungo periodo continuava a gravare sulla valutazione di ogni singolo verificatore. Per i filati ed i tessuti, ad esempio, vi erano particolari strumenti di misurazione per stabilire il “titolo kilogrammetrico” utile all’accertamento quantitativo della merce. Successivamente, la responsabilità dell’accertamento si basò su un importante elemento: la possibilità della verifica parziale del carico, sempre che emergesse il convincimento che il resto del carico non fosse difforme dalla dichiarazione. Continuava, tuttavia, ad avere grande rilevanza il ricorso al sistema manuale. La dotazione più copiosa riguardava un’infinità di registri a rigoroso rendiconto, su cui venivano annotate le operazioni e trascritti gli importi dei diritti accertati e riscossi. Ovviamente non mancava la dotazione di tanta “carta a carbone” detta copiativa che serviva a produrre un’infinità di copie da destinare all’operatore e conservare agli atti. In questo periodo la merce sbarcava da navi dotate di grosse stive e così avvenivano anche le spedizioni all’estero.
RINGRAZIAMENTI
Si ringrazia la Compagnia Portuale Livorno e l’Agenzia delle Dogane di Livorno (Ufficio URP) per la gentile concessione di tutto il materiale fotografico presentato e per la preziosa collaborazione nella redazione del testo.
Sul finire dell’800, i prodotti importati nel porto di Livorno, ripartiti secondo la specie, vedono in prima posizione il carbone fossile, quasi tutto proveniente dalla Gran Bretagna. Altri prodotti, importati sempre in grande quantità, risultano il grano ed i rottami di ferro. Non indifferenti i quantitativi importati di calce e fosfati, pesce conservato, ghisa e tabacco. Nell’esportazione, invece, abbiamo in prima linea il marmo, seguito dalla canapa, dall’olio di oliva, dai frutti canditi, ecc.
Si riporta qui di seguito la storia del lavoro portuale a Livorno trasmessaci dalla Compagnia Portuale Livorno:
““I difficili anni del dopoguerra si contraddistinguono anche per scelte politiche coraggiose e oculate che dirigenti e lavoratori portano avanti. La Compagnia aveva compreso che per favorire lo sviluppo dei traffici commerciali era opportuno evitare la privatizzazione di alcune aree strategiche da destinare ad attività industriali. Forti di questa visione, nuovi investimenti vengono impiegati per la costruzione di banchine, fra le quali l’Alto Fondale, e successivamente la Darsena Toscana. Negli anni Sessanta i portuali, primi in Italia, avvertono i nuovi cambiamenti in corso, prevenendo l’avvento del contenitore che di lì a poco avrebbe rivoluzionato il sistema del trasporto merci. Il porto di Livorno dai 12 mila TEUs (Twenty-foot Equivalent Units) movimentati nel 1966, passa ai 300 mila nel 1979, raggiungendo nel 1986 il primato nel Mediterraneo con 580 mila TEUs. Nel frattempo, con la scomparsa del Console Vasco Jacoponi, avvenuta nel 1963, subentra alla guida dei Portuali Livornesi Italo Piccini, rieletto alle scadenze biennali fino al 1989, anno in cui la CPL fu commissariata dal Ministro Prandini. Interpretando le nuove esigenze dei traffici che facevano capo allo scalo toscano e comprendendo l’importanza di puntare sulla diversificazione delle merci, negli anni ‘70 la Compagnia favorisce ed attua nuovi investimenti. Viene così pianificata la costruzione di magazzini, piazzali e l’acquisto di mezzi di sollevamento all’avanguardia, puntando contemporaneamente allo sviluppo delle risorse umane attraverso la formazione delle professionalità necessarie alle nuove esigenze. Tutti interventi che contribuiscono a dare nuova linfa in un periodo di congiuntura internazionale messo a dura prova dalla crisi petrolifera. Importanti risultati si hanno anche sul piano dell’occupazione che permette l’assunzione diretta di nuovo personale. Con l’avvio del processo di riforma del lavoro nei porti, introdotto dal Governo con l’applicazione dei Decreti Prandini (1989), inizia una fase di conflittualità sociale all’interno di molti scali italiani. A Livorno tale fase è caratterizzata da scioperi sulle banchine e dal commissariamento del porto e si conclude, nel giugno dell’89, quando il timone passa nelle mani di Roberto Piccini. La fine degli anni ’80 e l’inizio dei ‘90 segna un periodo di grandi cambiamenti per le Compagnie Italiane che, prima con le modifiche al Codice della Navigazione, successivamente con l’entrata in vigore della Legge di Riforma 84 del 28 gennaio 1994, vedono stravolgere la normativa che regolava il lavoro portuale ed i soggetti titolati a compierlo. Il tutto al fine di ridimensionare il ruolo delle Compagnie all’interno dei porti, cambiando l’organizzazione del ciclo delle operazioni portuali.
Il Porto di Livorno nell’estate del 1943 è quasi totalmente distrutto a causa dei numerosi e disastrosi bombardamenti effettuati dalle forze alleate, e non può più svolgere nessuna attività. L’autorità marittima decide, dunque, lo scioglimento e la liquidazione delle organizzazioni dei lavoratori, riservandosi di favorire la ripresa del porto nel momento in cui la guerra fosse cessata. Da notare che prima della guerra l’apparato industriale livornese raggiungeva i 40.227 addetti. Contemporaneamente, nell’area portuale-industriale si fermò totalmente la produzione industriale e le truppe alleate requisirono ed occuparono quasi tutti gli stabilimenti attivi prima della guerra.
Alla fine delle operazioni belliche alcuni imprenditori ed un comitato di lavoratori portuali decidono di unire le loro forze e costituiscono un consorzio cooperativistico del porto. Il “Consorzio Portuali”, costituito nel settembre 1944, si attiva al massimo per la ripresa funzionale del porto, ma la situazione è disastrosa: porto distrutto, banchine inagibili, città bombardata. Il Consorzio, secondo lo Statuto, aveva durata fino al 31 dicembre 1980, ma si trova in difficoltà ad affrontare i difficili momenti di quegli anni tumultuosi e dopo solo appena tre anni, nel 1947, viene soppiantato dalla Compagnia Lavoratori Portuali. Infatti, i lavoratori Portuali guidati dal Console Vasco Jacoponi decidono di porre fine all’esperienza del Consorzio e di ricostituire la Compagnia Lavoratori Portuali, formata da soli lavoratori del porto. Oltre i due terzi dei soci del Consorzio confluiscono nella Compagnia. La città ed il porto dopo la guerra erano ridotti ad un cumulo di macerie. Da varie testimonianze risultano condizioni di lavoro di gran disagio. Non vi sono imposizioni a turnazioni, ma il personale si presta con abnegazione per varie ragioni: l’attaccamento al lavoro, la possibilità di ottenere una maggiore disponibilità economica, la consapevolezza di rendersi utile per la ricostruzione dello scalo labronico. Anche la Compagnia si è evoluta ed ha assunto una vena imprenditoriale interessandosi di investimenti, strutture, mezzi, know-how, formazione professionale. Con grandi sacrifici e difficoltà si realizza la ripresa dei traffici commerciali nel Mediterraneo: il porto di Livorno riesce a riaffermarsi e torna ad essere uno dei più importanti porti commerciali del mondo .
La Cala Labrone nacque in una cala naturale a sud della foce dell’Arno, come un modesto villaggio di pescatori e verso il X secolo assunse il nome di Livorno. La costruzione del Mastio, fatto erigere nel 1100 dalla Contessa Matilde, lo rese un rifugio più sicuro e ben difeso. Tuttavia, la sua importanza commerciale ebbe inizio solo dopo la distruzione del Porto Pisano operata dai Genovesi nel 1290, in seguito alla battaglia della Meloria del 1284 contro i Pisani.
Il Porto Pisano si trovava a nord dell’abitato labronico ed era così chiamato in quanto unico sbocco al mare della Repubblica di Pisa (ma già conosciuto dagli Etruschi e dai Romani) e la sua fine fu causata dal suo progressivo e naturale insabbiamento, che lo trasformò in una grande palude. Per questo motivo i Pisani favorirono la crescita dell’attracco labronico e costruirono il faro “Fanale dei Pisani” ed una fortificazione a forma quadrata, la “Quadratura dei Pisani” che riuniva anche le precedenti strutture. Nel 1392, poi, la Repubblica Pisana fece innalzare una cinta muraria per permettere la difesa del villaggio. Con la caduta della Repubblica di Pisa, Livorno passò ai Visconti di Milano e ai Genovesi nel 1407. I Genovesi potenziarono il porto con la costruzione di una darsena interna, collegata mediante un canale al mare: si trattava del Porticciolo dei Genovesi, che si trovava nella zona dell’attuale Piazza Grande. Nel 1421 Livorno passò poi a Firenze per 100.000 fiorini d’oro pagati al doge di Genova. I mercanti fiorentini fecero costruire la torre del “Marzocco” nel 1439 e provvidero allo sviluppo della città e del porto.
La Signorìa dei Medici nel 1500 ebbe cure particolari per fare del porto di Livorno uno dei più grandi porti del Mediterraneo. Si interessò particolarmente del suo ampliamento, della costruzione di un doppio molo e del Canale dei Navicelli tra Livorno e Pisa. Per combattere la pirateria , inoltre, venne istituito l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, la cui flotta aveva base nel porto di Livorno. Con l’avvento dei Medici si assiste anche all’esplosione commerciale e demografica di Livorno. Francesco I dette incarico ad architetti ed artisti famosi (Alessandro Pieroni, Giovanni de’ Medici, Bernardo Buontalenti) di progettare la pianta della città (infatti Livorno è una città progettata “a tavolino”). Ma quello che segnò definitivamente il destino di Livorno fu la sua proclamazione come porto franco e l’emanazione delle cosiddette “Leggi Livornine”. Le franchigie per il porto di Livorno già concesse alla fine del XIII secolo da Ugolino della Gherardesca, furono rinnovate dai Medici nell’intento di dare a Livorno una tipica impronta commerciale ed incrementare il traffico portuale. Gli importatori trassero dei grossi vantaggi da questa concessione che permetteva loro di tenere la merce stoccata nei magazzini, senza pagare i diritti doganali.
Le “Leggi Livornine” sono frutto del grande intuito di Ferdinando I che sentiva la necessità di aumentare la popolazione della città; queste leggi richiamarono a Livorno genti provenienti da tanti paesi che, per varie ragioni, desideravano emigrare. Tuttavia la richiesta non era lasciata al caso, ma mirata a particolari specialità lavorative e quindi le persone dovevano rispondere a determinati requisiti ed avere particolari capacità operative, onde rispondere alle esigenze del Granduca.
“A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e senza, partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno…”.
Da Leggi Livornine, Ferdinando 1° Granduca di Toscana – 1591
Il Frantumatore
Questo macchinario, come dice il nome, serve per frantumare le pietre. Queste vengono messe assieme alla terra di scarto dentro la tramoggia e da qui esce il materiale a misura per essere usato nelle massicciate stradali. In questa macchina vi sono tre nastri trasportatori: il primo separa la terra dal materiale frantumato, il secondo trasporta il materiale frantumato al vaglio, che a sua volta si compone di due nastri: uno dove ci va il materiale più grosso, l’altro , più piccolo, che serve poi per fare le rifiniture delle massicciate stradali. Infine un terzo nastro che trasporta la terra, che viene poi riportata in cava per il consolidamento della medesima.
Il tagliablocchi
Ringraziamenti
Si ringraziano per la gentile collaborazione il sig. Guerri titolare della omonima ditta, tutto il personale della medesima ed in particolare il sig. Lorenzo; la signora Generini moglie di un ex dipendente, e la famiglia Chelli di Rignano per il prezioso contributo informativo dato per la stesura di questo articolo.
Dagli anni ’80 ad oggi l’attività ha avuto una trasformazione abbastanza veloce specialmente negli ultimi anni con l’impiego di macchinari sempre più sofisticati, che hanno portato un radicale cambiamento delle lavorazioni nei vivai.
Concimazione e Aratura: la preparazione del terreno avviene concimandolo, con un carro trainato da un trattore, munito di una macchina rotante che spande automaticamente il letame in modo uniforme. L’aratura avviene come nel passato, solo che l’aratro è normalmente del tipo multilama trainato da un trattore, mentre la vangatura manuale è diventata evento eccezionale.
Livellamento del terreno: non viene più utilizzato l’erpice, ma una “pala livellante” agganciata al trattore che, collegata ad un laser sistemato ai bordi del campo, sposta il terreno fino a farlo diventare pari come un tavolo.
Formazione di porche e gorai: per la squadratura del terreno viene adoperato “l’assolcatore”, trainato da un mezzo meccanico, che provvede a formare i gorai di scolo delle acque.
Messa a dimora delle piante o piantagione: viene fatta con la “trapiantatrice” meccanica che pianta le piantine automaticamente. Le piante più grosse vengono portate direttamente sul posto dell’impianto con un “carro attrezzato” per la messa in opera; le piante vengono sistemate in modo distanziato come previsto, collocandole con il carro nelle buche predisposte. Comunque ancora oggi molti trapianti vengono fatti manualmente con la vanga e la “fermatura” delle piante, in linea di massima avviene con gli stessi metodi del passato. Gli spazi all’interno del vivaio, definiti “sesti d’impianto”, sono molto più larghi di prima per permettere alle macchine operatrici di entrare nei campi ed operare.
Controllo delle erbe infestanti: non vengono più estirpate manualmente con il sarchio, ma eliminate con diserbanti “ecologici” assieme a antigerminativi che distruggono la flora infestante e non ne permettono la rinascita.
Irrigazione delle piante: per ottimizzare l’impiego dell’acqua, l’irrigazione è generalmente con impianti “goccia a goccia” cioè vicino ad ogni pianta passa un tubo che ha una valvola detta “gocciolatore” per far uscire in modo continuo delle gocce d’acqua e permettere l’annaffiatura senza dispersione. Dai pozzi l’acqua viene convogliata nel vivaio attraverso un impianto fisso di tubi di polietilene che percorrono in modo permanente tutto il vivaio; il sistema è computerizzato in modo da far irrigare solo i settori interessati versando a ridosso delle piante, secondo la tipologia, da 2 a 10 litri d’acqua l’ora, a orari prestabiliti.
Preparazione delle zolle: la confezione delle piante viene fatta direttamente nel campo utilizzando un semovente sul quale è installata una macchina che ha due bracci rivestiti di gomma che si stringono attorno alla pianta e con un moto circolare rotatorio, rilasciano una corda che si avvolge attorno alle fronde della pianta racchiudendone all’interno i rami, che vengono così bloccati sul tronco, per proteggerli nel trasporto; questa macchina consente di lavorare piante alte fino a 7 metri. Poi la zolla viene formata con un’altra macchina detta “zollatrice”, dotata di una lama tagliente di forma circolare simile ad una mezza luna, di diverse misure secondo la dimensione della zolla da realizzare, la cui lama, appoggiata vicino alla pianta da estirpare, penetra nel terreno, compiendo una rotazione di 180° e taglia in modo netto tutte le radici; contemporaneamente la pianta viene estratta dalla buca, con un sistema di sollevamento, e depositata su un telo di iuta, già predisposto sul terreno. Gli operai provvedono ad avvolgere la zolla con il telo e sopra a questo mettono una rete a maglie larghe di ferro ricotto, tirandola con un uncino in modo da stringerla alla zolla.
Spedizione delle piante: le piante, così preparate, vengono portate dal campo, con un mezzo meccanico munito di gru, in un apposito piazzale e poi, caricate su grossi Tir, raggiungono i clienti sparsi in mezzo mondo.
Con l’ingrandirsi dei vivai fu necessario assumere dei dipendenti che, in base alla specializzazione, erano suddivisi in varie categorie: gli operai avventizi a tempo determinato, cioè assunti per un certo numero di giornate, dichiarate in precedenza allo S.C.A.U. (Servizio Contributi Agricoli Unificati – ente che oggi non esiste più), se l’operaio era meritevole poteva anche venire assunto come salariato. Gli Operai comuni addetti alla manovalanza; gli perai qualificati esperti in alcuni settori di lavoro; gli operai specializzati esperti in più settori di lavoro ed, infine, l’operaio capo vivaista esperto in più settori di lavoro e responsabile del lavoro eseguito da squadre.
Le ditte che assumevano operai esterni generalmente erano iscritte alla Camera di Commercio, all’Unione Agricoltori, allo S.C.A.U., all’INPS, all’INAM, all’INAIL. Le piccole aziende a conduzione familiare che avevano trasformato il podere in vivaio erano generalmente solo iscritte allo S.C.A.U.
Le piccole aziende, inoltre, vendevano la loro produzione alle ditte più grosse, le quali anche se avevano la produzione in estensioni di territorio piuttosto grandi, non potevano avere tutte le tipologie di piante richieste dal mercato (come pini, magnolie, cedri, cipressi nelle varie specie, ecc.). Successivamente, con l’aumento degli orticoltori, aumentò anche la concorrenza, non sempre leale e dignitosa; questo fu un altro momento caratterizzante del settore, ed i tempi della collaborazione e dell’aiuto vicendevole divennero un ricordo.
È un’attività che si colloca come un’azienda agraria “classica” sia per obiettivi produttivi che per le particolari combinazioni ed entità di fattori combinati. Per obiettivi produttivi si fa riferimento da una parte a quelli relativi al materiale di produzione destinato a particolari “Aziende Agricole” (viticole, olivicole, frutticole, ecc.), dall’altro alla fornitura dei prodotti finiti di prima fase per attività ornamentale.
Le aziende sono organizzate, per esigenze produttive, su fondi dotati di tutti i manufatti stabilmente investiti sul suolo ed atti alle sequenze produttive e alle tecniche suggerite per determinate attività. Di conseguenza vi saranno piantagioni madri, piantagioni in attesa di maturazione commerciale, ampi spazi per la sosta di piante trasportabili già commercializzate, ampi fabbricati per ospitare piante in arrivo o in partenza. Vi potranno essere fabbricati per possibili salariati o coltivatori diretti, specie nelle aziende a conduzione familiare.
Riepilogando possiamo dire che un’azienda vivaistica è un fondo costituito da terreni originari e da opere stabilmente investite. Tale fondo è derivato in parte da un fattore naturale ed in parte dall’azione dell’uomo determinato da fattori imprenditoriali di rendita .























