La persona addetta alla scelta del legname nei boschi limitrofi (che erano molto ricchi di essenze come quercia, rovere, leccio, olmo, acacia, pino, castagno ed altri ancora) segnava le piante in modo che fossero riconosciute dagli addetti del cantiere. La scelta consisteva nel cercare la migliore qualità di legno ed anche di trovare tronchi e rami modellati dalla natura in modo da poter essere usati per le varie forme dello scafo (le piante venivano , infatti, anche fatte crescere appositamente in modo da fornire i pezzi già modellati). Questo mestiere richiedeva, quindi, una buona specializzazione. I tronchi, accuratamente preparati venivano poi trasportati fuori dal bosco con il “carro matto”, un carro particolarissimo formato da due grandi ruote unite da un assale sul quale era bloccato l’estremo di una lunga trave, alla quale veniva legato il tronco con corde o catene. Il carro veniva, poi, trainato per brevi tratti dagli uomini e per lunghi tratti da cavalli o buoi. I tronchi, una volta in cantiere, venivano sezionati nella segheria.
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Dopo due giorni di lavoro per la costruzione della carbonaia, il carbonaio poteva finalmente sfilare il palo centrale e lasciare libero il camino. All’interno di esso venivano gettati dei rametti secchi e delle braci, che incendiandosi davano inizio alla combustione della parte centrale della carbonaia, costituita dai rami posizionati a cerchio precedentemente.
Per circa 24 ore il carbonaio gettava ripetutamente brace e legna, a fuoco ben avviato chiudeva il camino con una zolla erbosa di terra. Successivamente realizzava dei piccoli fori sulla sommità della carbonaia, tramite questi fori, aprendoli e chiudendoli a seconda della necessità, controllava la combustione.
In media la combustione durava dagli otto ai venti giorni, a seconda dell’essenza legnosa, della grossezza dei rami e dalla grandezza della carbonaia. Osservando il fumo che veniva fuori dai piccoli fori, prima praticati sulla sommità poi via via sempre più in basso, si poteva controllare lo stato della cottura. Il fumo bianco indicava che la combustione era iniziata, un fumo marrone-giallo che la carbonizzazione era cominciata, un fumo chiaro tendente al celeste indicava che finalmente la carbonizzazione era ben avviata, un fumo azzurrognolo quasi trasparente che la carbonizzazione finalmente era conclusa.
A carbonizzazione conclusa la carbonaia veniva completamente chiusa e lasciata riposare per il raffreddamento, veniva poi tolta la terra e il carbone veniva steso sulla piazzola perchè raffreddasse completamente. Il carbone risultava leggero e fragile, assorbendo umidità durante il raffreddamento finale ritrovava consistenza. Se l’aria era poco umida, il carbonaio gettava acqua sul carbone. In seguito il carbone veniva posto in sacchi di iuta e trasportato nel deposito.
Non di rado, passeggiando per i boschi dell’Appennino ci si può imbattere in piazzole del diametro di 5 o 6 metri caratterizzate da un terreno scuro e magari qualche piccolo pezzo di legno carbonizzato. Sono le piazzole sulle quali venivano costruite le carbonaie. La Loro posizione era scelta sapientemente dal carbonaio e non a caso, in modo tale da evitare l’esposizione al vento, che avrebbe potuto soffiare aria nei fori del fumo. Talvolta venivano costruiti dei muretti a secco, di contenimento.
Nel piazzale venivano posti a raggiera pezzi lunghi circa un metro, di taglio recente o parzialmente essiccati. Parte fondamentale della carbonaia era il camino, un foro centrale che partiva da terra fino ad arrivare alla sommità, doveva rimanere libero per tutta la durata della cottura, in esso venivano versati la brace per l’accensione e i legni per alimentare il fuoco.
Il modo di realizzazione più diffuso e semplice prevvedeva il piantare un grosso palo alto, al centro della piazzola; ai lati del palo venivano sistemati due pezzi di legno non troppo lunghi e sopra di essi, perpendicolarmente, altri due pezzi e così via per circa un metro di altezza. A questo punto, i legni da carbonizzare venivano collocati verticalmente a cerchi concentrici attorno al camino fino a raggiungere un diametro di 2-3 metri. La catasta, una volta terminata, aveva la forma di una cupola alta circa 2 metri dalla quale spuntava un palo. La catasta veniva poi ricoperta da un primo strato di rami verdi e uno sovrapposto di foglie secche. Il tutto veniva ricoperto di terra umida che chiudeva ermeticamente la carbonaia, mentre foglie e rami impedivano che la terra penetrasse tra i legni e sporcasse il carbone.
Il carbone è il risultato di una combustione incompleta del legno posto all’interno della carbonaia. Riducendo all’essenziale, reazioni chimiche che sarebbero troppo complesse da spiegare, possiamo dire che nella carbonaia facendo fuoco si rendeva incandescente il legno e a questo punto si chiudeva, in modo tale da interrompere l’aflusso di ossigeno. Una volta carbonizzato il legno si presentava nero, lucido, fragile e leggero, conservava la forma del ramo ma perdeva circa l’80% del suo peso e il 30% della sua dimensione originale.
Varie erano le essenze legnose utilizzate per ricavarne carbone, ovviamente i risultati erano diversi tra loro. Il carbone doveva avere un buon rendimento calorico, doveva essere acceso senza difficoltà, bruciare senza fiamma o fumo, ridursi in brace rapidamente e durare a lungo senza scoppiettare. In Toscana i carboni migliori si ottenevano da legni di faggio, castagno e quercia. Ognuno di loro aveva una caratteristica diversa che li rendeva più adatti a fornelli e bracieri, nel caso di faggio e quercia, per stufe nel caso di legni di castagno.
Da tempi antichissimi e per secoli, il carbone vegetale, è stato utilizzato dove si rendeva necessario avere un fuoco molto caldo e pulito, difatti il carbone brucia senza fiamma nè fumo. Usato da fabbri, orafi, fabbricanti di spade, veniva impiegato anche in usi domestici per riscaldare le case e nei fornelli delle cucine domestiche.
Con l’aumento di attività umane che utilizzavano il fuoco, aumentò anche la richiesta di carbone mettendo a rischio le coltivazioni boschive. Furono emanate alcune disposizioni per il taglio dei boschi e vennero destinati per una produzione di carbone solo legni meno pregiati.
Tra il XVIII° e il XIX° sec. comparve sul mercato il carbone fossile, riducendo l’utilizzo del carbone vegetale che rimase presente nelle cucine domestiche. L’utilizzo del carbone vegetale scomparse definitivamente con l’avvento del GPL e attualmente ci si limita ad usarlo per il funzionamento di barbecue o per scopi medicinali.

Il legname è stato coperto con strati di rami di abete. Sopra saranno posati uno strato di foglie e quindi la terra fine ed umida che “sigilla” la carbonaia.
Foto dal sito www.centovalli.net per gentile concessione del Sig. Mario Manfrina.

Carbonaia praticamente ultimata, costruita a scopo didattico in località Casone di Profecchia (Comune di Castiglione Garfagnana – LU).
Foto Mario Rosellini , Archivio privato, Diritti riservati.

Prosegue la costruzione con la posa dei tronchi più grossi. In questo caso la carbonaia è realizzata su una piazzola circolare in terra contenuta da un muro a secco in pietra.
Foto dal sito www.centovalli.net per gentile concessione del Sig. Mario Manfrina.














