La coltivazione in vivaio richiede una serie di operazioni colturali indispensabili per la buona riuscita del prodotto finale, operazioni che fino agli anni ’80 erano effettuate essenzialmente a mano.
Preparazione del terreno: L’appezzamento del terreno destinato alla coltivazione a vivaio, prima di essere utilizzato, veniva sottoposto ad una serie di operazioni.
Spargimento del letame: Per la concimazione veniva utilizzato lo stallatico distribuito in modo uniforme sulla superficie da lavorare. Il concime veniva trasportato sul campo con carri agricoli o con barrocci, trainati da buoi o da cavalli e veniva scaricato nel campo in cumuli sparsi, allineati fra loro. Dopo, con il forcone (attrezzo di metallo con tre o quattro rebbi ricurvi verso l’alto e un lungo manico di legno), veniva distribuito manualmente sul terreno dagli operatori.
Vangatura o aratura del terreno: Dopo la concimazione, se il campo da lavorare era piccolo, veniva lavorato manualmente dagli operai con la “vanga pistoiese”, attrezzo tipico della zona con un lungo manico di legno, con ad una estremità una “staffa”, per l’appoggio del piede. Sotto la staffa c’era la “vanga”, una lama piana arrotondata per affondarla meglio: veniva impugnata e affondata nel terreno per circa 30 cm con la spinta del piede sulla staffa; poi facendo leva con il manico contro una gamba, si sollevava la zolla ribaltandola in avanti e lasciando libero uno spazio tra il terreno da lavorare e il lavorato, chiamato “taglio”. S e il campo da lavorare era grande, il terreno veniva lavorato con un aratro, trainato da buoi o da cavalli.
Livellamento del terreno: Dopo la vangatura o l’aratura il terreno veniva livellato con l’erpice, un attrezzo di legno, di forma rettangolare con più file di lame verticali, atte a frangere le zolle del terreno smosso, trainato da buoi o cavalli.
Formazione delle porche e dei gorai: Il terreno spianato doveva essere squadrato, in rettangoli di diversa dimensione, secondo l’utilizzo previsto. La squadratura del terreno veniva fatta adoperando i badili, arnesi con un lungo manico di legno con, ad una estremità, una lama con la punta arrotondata, leggermente ricurva verso l’alto. Con il badile venivano praticati dei piccoli fossi, detti “gorai”; il terreno all’interno è chiamato “porca”, ed è in leggera pendenza per permettere lo scolo dell’acqua verso il goraio.
Messa a dimora delle piante o piantagione: Stesa una cordicella da un lato all’altro della porca, con un “sarchio”, attrezzo formato da un lungo manico di legno, alla cui estremità era bloccata una lama rettangolare rivolta verso l’operatore, veniva tracciato, lungo la cordicella, un piccolo solco. Se si trattava di piccole piante tipo da “semenzaio”, oppure di piantine selvatiche fruttifere, o rose selvatiche, adatte per porta innesti, tutte con radici nude, con un “cavicchio” (un cilindro di legno duro con la cima appuntita lungo circa 40 cm) venivano fatti in terra dei buchi, dove veniva messa la piantina rincalzandola, sempre con il cavicchio, in modo che la terra aderisse bene alle radici. La piantagione veniva fatta mantenendo, tra una piantina e l’altra, una distanza di 15-20 cm.
Formazione dei filari: Se nella porca, di dimensioni più grandi, dovevano essere messe piante già sviluppate, veniva scavata una buca con la vanga, di misura adatta alla pianta da trapiantare, e secondo il tipo di essenza. Ad inizio e fine del filare, a intervalli regolari, venivano piantati dei pali di castagno sbucciati, alti circa 3,50 m. (il castagno contiene il tannino quindi il legno è meno putrescibile di altri), questa operazione veniva chiamata “palatura”; legati ai pali, a varie altezze, venivano stesi dei fili di ferro, ai quali erano legate le piante, per tenerle diritte e non farle piegare dal vento. Queste operazioni erano fatte nel periodo autunnale e primaverile.
Estirpazione delle erbe infestanti: Nella tarda primavera tutti gli spazi liberi dalle piante, dentro le porche, venivano passati con il sarchio per eliminare le erbe infestanti.
Irrigazione delle piante: Altra operazione che veniva effettuata nello stesso periodo era la “allembatura”cioè venivano fatti con il sarchio vicino al filare delle piante dei piccoli argini per poter fare l’irrigazione a “scorrimento”, poiché le piante trapiantate hanno frequente bisogno di acqua. Tutti i vivaisti avevano pozzi dove prelevavano l’acqua per il vivaio con una pompa azionata prima a mano successivamente da un motore elettrico. Dal pozzo l’acqua veniva distribuita nel vivaio con tubi, ciascuno lungo 5-6 metri collegati tra loro a tenuta; in alternativa potevano essere usati tubi di tela, analoghi a quelli dei pompieri, i tubi erano mobili e terminavano all’inizio del filare. Poi l’acqua veniva fatta scorrere libera lungo il filare nel goraio annaffiando le piante.
Innesto delle piante: Le piante fruttifere e i rosai venivano innestati durante il periodo estivo e venivano “estirpati” l’autunno dell’anno successivo e venduti normalmente con le radici “scosse” nude, senza terra. L’operazione di innestatura veniva fatta da uno specialista detto “innestino”, in molti casi persona esterna al vivaio, cioè chiamata per eseguire solo questa specifica operazione.


























