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Lucidatura e finitura dell’Alabastro

Quando l’artigiano aveva completato la lavorazione dell’oggetto, provvedeva alla cosiddetta “dipesciatura” che era la levigatura e lustratura della creazione. Queste notizie sono state reperite secondo quanto viene evidenziato in certi scritti. Si servivano, di un erba di fiume chiamata “sprella” o “cavallina” la quale veniva legata in mazzetti e si strusciava sull’oggetto, utilizzando anche un panno di lana, meglio bianco, aggiungendo un po’ di “zolfo” per dare maggiore lucentezza. Poi si passava alla lavatura e asciugatura dell’oggetto.

A completamento dell’operazione questo veniva lentamente scaldato in una madia speciale sotto alla quale c’era della brace coperta di cenere. Infine l’Alabastro veniva spalmato con lo “sparmaceto”: una sostanza ottenuta con un chilogrammo di olio di vasellina, 400 grammi di grasso di balena, 180 grammi di cera, una candela di sego e una noce di pece greca. Importante era che l’impasto così ottenuto fosse giusto altrimenti poteva non rispondere allo scopo e si creava la cosiddetta “allumacatura” in superficie.

La “sprellatura” consisteva nell’usare, anche più volte, una spazzola rotante di metallo con una pasta formata di polveri di conchiglie e crostacei detta “triplo” fino a completa lucidatura.

Negli ultimi anni sono state adottate nuove tecniche nelle fabbriche che hanno sostituito le botteghe artigianali e dove si sono accentrati gli alabastri: macchine meccaniche per segare i blocchi, torni con sistemi nuovi, ecc.

Per esempio molti oggetti oggi sono trattati con finitura a poliestere, cioè con l’impiego di resine sintetiche. Tale lavorazione presenta alcuni vantaggi: ha un costo minore, il colore viene salvato e rende la pietra impermeabile, abbastanza lucida, ma come prodotto finito, non sempre mantiene le caratteristiche originarie.

Degno di rilievo è infine il lavoro di rifinitura. Questo viene praticato, ancor oggi, sulla superficie dell’oggetto scolpito, impiegando della pasta abrasiva e del talco in polvere; per questo intervento viene usata una spazzola di metallo molto fine ottenendo degli ottimi risultati: lucentezza, trasparenza all’Alabastro traslucido e un delicato gioco di ombre e luci, a quello opaco.

Un evento che vale la pena di essere ricordato, è la Festa del Patrono così detta “Merenda di S. Luca” cara agli alabastrai di Volterra; ricorre ogni anno il 18 Ottobre, rimasta dopo tanti cambiamenti. In questa occasione non era opportuno lavorare. Curioso era anche che non si poteva portare il grembiule da lavoro.

Nonostante varie interruzioni nel passato, gli alabastrai, queste figure così tipiche che conservano ancora il sapere dello stile manuale, continuano ancor oggi la tradizione della “Merenda di S. Luca”.

Gli artigiani che lavorano l’alabastro, famosi e preziosi in tutto il modo, si sentivano e si sentono unici nella loro figura in quanto appartenenti ad una comunità vivace e singolare nel suo genere, emergente sugli altri gruppi sociali.

La loro attività artigianale comportava e comporta anche conoscenze tecniche, socio culturali ed estetiche e coincideva spesso, come adesso, con la figura dell’artista nei vari generi e nelle varie manifestazioni, creando nella comunità un clima amichevole e scherzoso.

C’è da rilevare però che l’attività delle lavorazioni dell’Alabastro, in questi ultimi anni, si è impoverita. Questo secondo i dati recentemente denunciati dalla C.N.A. Tra il 1970 e il 2000 sono nati e morti i “consorzi” che erano stati creati per organizzare al meglio l’escavazione, la produzione e l’esportazione del prodotto finito.

Secondo un’indagine, gli alabastrai rimasti sono poco più di una cinquantina, con oltre 45 anni di età. Nel 2008 anche il fatturato ha subito una diminuzione rispetto al 2007. A Volterra quello che regge è il turismo che incrementa senz’altro le vendite. Sarebbe auspicabile intensificare le esportazioni, ma anche qui, come succede in altri prodotti, c’è la concorrenza del “made in Cina”.

Quello che rimarrà sempre di base è la storia dell’Alabastro e della sua lavorazione, indice di grande professionalità acquisita con il passare degli anni e che si è tramandata spesso di padre in figlio.

Gli strumenti per la lavorazione dell’Alabastro

Nel ‘500 fa la prima apparizione, nelle botteghe volterrane, il “tornio a pertica” ovvero uno strumento rudimentale e manuale costruito dagli stessi artigiani; nel 1911 venne corredato da un motore elettrico.

La caratteristica era la robustezza perché doveva sostenere blocchi di Alabastro il cui peso si aggirava attorno a 170 kg.

  1. il “tornitore” svolgeva il suo lavoro iniziando la cosiddetta “scandagliatura” del pezzo per vedere se le misure erano quelle giuste; poi proseguiva con la “contornatura”.
  2. Successivamente incollava il pezzo sul tornio e lo torniva. Questi, secondo l’esperienza, era anche chiamato “sbozzatore”. Dopo le misure prese le “seste”, adoperava la sega a mano e la martellina per poi consegnare il pezzo allo “scultore”.
  3. La martellina era un attrezzo di acciaio munito di un manico di legno con una parte piana a forma di ascia e l’altra appuntita.
  4. Il tornitore usava diverse seste (dritte,curve ecc.), il metro lineare, la squadra e il triangolo
  5. I “rampini” erano degli oggetti di acciaio montati su manici di legno con angolature per incidere l’Alabastro. Potevano essere di forme e misure diverse a seconda del tipo di lavoro:
  • “birillo”, serviva a recuperare materiale per produrre altri oggetti.
  • quadro”, a forma di chiocciola, ecc. utile per lavorare l’interno dei vasi.

Gli specialisti potevano essere chiamati: “ornatisti”, “scultori”, “animalisti”. Assumevano spesso posizioni molto scomode e faticose; con il piede dovevano azionare la cosiddetta “calcola” e con le mani impugnavano il “rampino” appoggiato al petto per manovrarlo meglio.

Se un oggetto richiedeva un certo lavoro per realizzarvi motivi ornamentali, il tornitore doveva lasciare la “toppa” che costituiva la superficie in rilievo. Tale tipo di lavoro era possibile solo con il “tornio a pertica”.

Il tornio doveva essere realizzato in legni forti come il leccio, la quercia, per non andare incontro a spiacevoli sorprese.

Lo scheletro principale era costituito dalle “cosce”: due travi parallele fissate su due o quattro gambe (la misura era determinata dall’altezza dell’artigiano stesso). Era essenziale che ci fosse corrispondenza con l’altezza dei gomiti e le gambe dell’artigiano. Ad ognuna di queste travi veniva sagomato un “codolo”.

Vi era poi “l’appicco” che era un cilindro di legno tornito ai bordi rialzati a forma di rocchetto. Dentro ci veniva avvolta la corda di buona fibra. Questi appicchi potevano essere di più misure; quello più piccolo aveva una maggiore velocità.

Si può affermare che alcuni strumenti impiegati tradizionalmente nella lavorazione dell’Alabastro, essendo questo una pietra tenera, sono piuttosto simili a quelli usati dagli intagliatori del legno.

Diverse tipologie di alabastro

L’alabastro ha un aspetto simile al marmo, ma a differenza di quest’ultimo, ha una durezza inferiore e, secondo la composizione mineralogica, sono due le varietà che lo contraddistinguono.

  • Alabastro calcareo, meglio conosciuto con il nome di “Alabastro orientale” o “Alabastrite”, formato da deposito di acque calcarifere. Esso si presenta traslucido, con struttura olocristallina; spesso ha una composizione fibrosa le cui fibre possono avere forme diverse “calcite”(cristalizzazione trigonale) e “aragonite” (cristallizzazione rombica) (Ca CO3); la durezza è compresa tra 3 e 4 della scala di Mohs.

L’Alabastro Orientale fu molto impiegato nell’antichità, si legge in vecchi scritti che questo arrivò a Roma proveniente addirittura dall’Arabia, dove spesso sono evidenti dei fasci raggiati da cui proviene il nome di marmi “onici” che costituiscono le cosiddette “pietre dure”.

  • Alabastro Gessoso o Volterrano propriamente detto (CaSO4-2H2O solfato di calcio bi-idrato), di colore latteo; è un materiale tenero (durezza 2 della scala Mohs) “evaporite” detto anche “pietra di luce” perché i microcristalli di gesso che lo compongono consentono il passaggio della luce; è stato dimostrato che se scaldato a circa 60C°, disidratandosi, perde, in parte la trasparenza. Si estraeva in tutto il territorio di Volterra, maggiormente nella zona più ad Ovest.

Per quanto riguarda questo secondo tipo, è interessante citare quanto viene rilevato in alcuni scritti, a proposito della formazione del gesso: un tempo, infatti, in queste zone esistevano laghi, alcuni stretti e lunghi, originati dal flusso delle acque del mare. Sul fondo di questi, per un processo naturale, si depositavano detriti dovuti all’erosione delle alture circostanti e, strati salini creatisi per l’evaporazione dell’acqua.

Ciò si verificava in seguito all’innalzamento della soglia di comunicazione con il mare aperto, dovuto al suo ritirarsi. Da questo insieme di materiali, per un processo chimico causato dalle caratteristiche delle rocce si formavano depositi gessosi e, siccome il tasso di salinità superava una certa percentuale, questo si separava dall’acqua e si sovrapponeva sui depositi dei detriti. Ciò si verificava spesso laddove le penetrazioni fangose erano più frequenti e quando i giacimenti di gesso risultavano sottili si formavano nell’Alabastro anche grosse venature di colori diversi. Di quanto detto però, per onor di cronaca, non esiste una spiegazione definita.

Si fa notare che qui viene citato anche il “calcareo” per dare una certa completezza alla storia del minerale, ma il “gessoso” è quello che a noi interessa maggiormente in quanto oggetto della presente trattazione e del quale si è cercato di dare una generica spiegazione della sua origine.

Di norma l’Alabastro si presenta in blocchi detti “arnioni” le cui dimensioni possono essere variabili, aventi una forma ovoidale incassati in una matrice argillosa-gessosa, del peso che oscilla dai 100 a 150 chilogrammi. Si racconta che nel 1851 venne estratto dalla Cava “Maestà di Castellina Marittima un blocco di 20 tonnellate.

Di solito l’Alabastro di Castellina Marittima, di origine “nettoiana”, diversamente da quello di Volterra, di origine “metamorfica”, avendo una certa trasparenza e bianchezza, viene impiegato per le sculture.

Numerose potrebbero essere le distinzioni, il “Targioni” nei suoi scritti, ne cita almeno 52 tipologie:

  • Alabastri di Castellina
    • Castellina: questo tipo di Alabastro, per la sua bianchezza e trasparenza, senza venature viene impiegato nella scultura.
    • Scaglione, pressoché simile al Castellina, differisce perché ha delle venature in grigio e nero che gli conferiscono un certo interesse. Viene usato nella lavorazione di oggetti per l’illuminazione.
  • Alabastri di Volterra
    • Bardigli, di colore bianco, grigio e nero con venature dovute all’argilla e ossido di ferro; esempio quello chiamato “rigatino”;
    • Pietre Gialle: questo tipo ha una colorazione che va dal giallo chiaro al giallo rossiccio fino al marrone (famose sono le pietre gialle di Pomarance e la pietra “agatata” rara e ricercata). Pur con impurità offre una colorazione uniforme tra il rosso arancio e il bruno ombra rimanendo trasparente. Adoperato in scultura e per oggetti ornamentali.
    • Pietre a marmo: questo si confonde per la somiglianza con il Castellina, ma con minore trasparenza. Nota la pietra di “S.Anastasio” per il nome della cava. Anche questo viene usato per le sculture.

Molto conosciuta la pietra di “Sensano”, impiegata per la composizione dei mosaici.

Possono essere presenti anche dei difetti; i più comuni che lo rendono non adatto alla lavorazione sono:

  1. Le “mandragole” rappresentate da punte di calcedonio, palline dure e resistenti. Queste sono varietà di silice traslucida sovente colorata però con impurità. Il cosiddetto “specchio d’asino” quando la trasformazione del gesso in Alabastro avviene in maniera imperfetta con screpolature o aperture.
  2. Il cosiddetto “specchio d’asino” quando la trasformazione del gesso in Alabastro avviene in maniera imperfetta con screpolature o aperture. Lo scavatore deve possedere professionalità e pratica, saper individuare il blocco e, a colpi di piccone, deve riuscire a separarlo dal materiale di cui fa parte. Dopo lo ripulisce per essere inoltrato alla lavorazione.

Il primo scultore che si dedicò a questa pietra fu Bartolomeo Rossetti, che nel 1549, realizzò una coppia di candelabri in “pietra di luce”. Successivamente tutta la famiglia ne seguì le orme, compreso il fratello e il padre.


La lavorazione dell’alabastro: cenni storici

Se si parla di alabastro, non si può non citare Volterra, piccola cittadina situata nel centro della Toscana tra le valli dell’Era e del Cecina, in provincia di Pisa. Cinta da una doppia cortina di mura che risale ai periodi etrusco e medievale, essa è uno dei centri più importanti della regione, per i suoi monumenti e per le varie “case torri” che dimostrano le civiltà che si sono succedute nel corso dei trenta secoli di esistenza.

Abitata fin dal periodo neolitico, Volterra ha visto sorgere l’era etrusca con il suo alto grado di civiltà, pur in età antica; essa era una delle dodici “lucomonie” con la lavorazione della candida pietra.

Il borgo è oggi conosciuto come centro di eccellenza per la lavorazione dell’Alabastro toscano, tuttora considerato come uno dei più tipici e tradizionali prodotti dell’artigianato italiano e, gli artigiani del posto, sono preparati professionalmente per dare un’anima al minerale in questione.

La parola “alabastro”, dal greco “senza manico”, sia in greco che in latino, si riferisce a “vaso”, piccolo recipiente cilindrico lavorato a tornio. Le prime notizie che si hanno a riguardo provengono dall’Egitto, perché pare che vengano proprio da qua la maggior parte dei vasi più antichi, successivamente portati in Grecia. Esiste anche una città chiamata Alabastron, nota per l’originalità usata nella costruzione di vasi e anfore, destinati alla conservazione di profumi e aromi. E’ quasi certo che sia stato il nome di questa città a determinare la denominazione del minerale. Non mancano i riferimenti a questa parola, anche nella Bibbia e nelle storie delle Mille e una notte.

Ancora oggi è possibile osservare i segni delle ere geologiche che determinano la millenaria storia di Volterra. Per esempio, degna di nota è la Porta dell’Arco del IV sec., l’Acropoli dove tuttora sono in corso scavi e, inoltre, il bellissimo parco archeologico dedicato alla memoria dell’illustre studioso volterrano Enrico Fiumi.

L’aspetto medievale si può ritrovare nelle case-torri, ma non solo. Palazzo dei Priori del XIII sec., il palazzo comunale più antico della Toscana, considerando anche quello di Firenze, ne è un esempio ed insieme a lui anche palazzo pretorio con la torre merlata detta “del porcellino”, o i due gruppi di Torri del Buonparenti e Bonaguidi, la cattedrale del XII secolo, il battistero, le chiese di santo stefano e san michele, l’imponente fortezza (XIV sec. e seg.) adibita a penitenziario e l’interessante Museo Etrusco.

Gli Etruschi, sin dal IV secolo, usavano l’alabastro per costruire sarcofaghi e piccole urne cinerarie, impiegando quello più pregiato e privo di impurità; talvolta lo coloravano superficialmente con sostanze, oppure lo ricoprivano di sottilissime lamine d’oro.

La maggior parte di queste urne (circa seicento) è custodita al Museo Guarnacci a Volterra, al Museo Archeologico di Firenze, al Museo Vaticano, al Louvre di Parigi e al British Museum di Londra. Tutte dell’epoca Etrusco-Romana (dal IV al I sec. a.C.); oltre la metà risultano in Alabastro.

Il coperchio dell’urna di forma rettangolare riproduce quasi sempre la figura del defunto con alcuni fatti reali od immaginari scolpiti sul fronte. Lo stato di conservazione è buono, tenuto conto dell’umidità in profondità e delle invasioni barbariche. Anche nei giacimenti con le escavazioni antichissime di Castellina, si trovano tracce ad opera degli Etruschi.

Dopo l’epoca Etrusca ed Etrusco-Romana ci volle del tempo prima di avere notizie sulla lavorazione; alcuni studiosi hanno pensato sia stata abbandonata, altri invece continuata, in forma modesta, durante tutto il Medioevo.

Una volta fuori dalle mura, invece, si notano le “Balze”, ovvero grandi voragini di rocce argillose. Il fenomeno erosivo e il progressivo franamento di queste, hanno provocato la distruzione delle più antiche necropoli etrusche e italiche, delle chiese cristiane come la Chiesa di San Giusto per esempio, ma non la Badia Camaldolese del XI sec, più volte ristrutturata, che è ancora esistente. Sempre all’esterno delle mura, è possibile osservare gli importanti resti del teatro di Vallebona, di età Augustea e, delle terme che risalgono al III secolo, affermando così il passaggio effettivamente avvenuto, dei romani. Un vero e proprio tuffo nella storia, insomma, quando si visita Volterra.

L’artigianato alabastrino cominciò a rifiorire nel 1600 e la lavorazione riprese a pieno ritmo indirizzandosi più verso forme di arte e di ornamento, che verso prodotti di arredamento.

Si ebbe una notevole espansione quando, con l’aiuto di abili riproduttori di opere classiche, la lavorazione volterrana raggiunse livelli di notevole pregio, tanto da essere conosciuta in tutto il mondo. Questo sviluppo, verso la fine del 1700, lo si deve in gran parte a Marcello Inghirami Fei, un giovane dotato, oltre ad una grande passione, anche di uno spiccato talento artistico.

A lui si deve l’idea dello sfruttamento dei giacimenti sotterranei di Castellina e la creazione di una Scuola-Laboratorio (1791-1799) frequentata dai più abili maestri italiani e stranieri per la lavorazione dell’Alabastro. Tale Scuola però durò breve tempo, ma gli iscritti dettero vita, a loro volta, a quella che venne chiamata l’industria Volterrana per eccellenza che, grazie ai così detti “viaggiatori dell’Alabastro” venne fatta conoscere fino nelle Americhe e in India.

L’aver fatto ciò, fu una grande cosa, non solo per la conoscenza di questo prezioso minerale, ma per la città di Volterra stessa.

Dal 1815, con la fine dell’Impero Napoleonico, l’industria degli alabastri riprese iniziando prima in modo lento, poi sempre in crescendo fino al ventennio d’oro fra il 1850 e il 1870.

Quando si estinse il casato dei Medici, il Granducato di Toscana passò ai Lorena che dettero un grande impulso alla lavorazione dell’Alabastro.

Dopo la chiusura della Scuola dell’Inghirami, nacque nel 1822 una nuova Scuola di disegno ad opera del Comune. Tale Scuola, nel 1890, venne trasformata in “Scuola d’Arte Industriale”.

E’ bene ricordare che la città di Volterra nel 1887, volle donare un vaso di Alabastro al Pontefice Leone XIII in occasione del Suo Giubileo Sacerdotale. I fondi occorrenti furono ottenuti per pubblica sottoscrizione; i lavori furono affidati allo scultore Carlo Lattughini. Questo bel vaso lo si può ancora oggi ammirare nelle sale Vaticane.

Nel 1895 venne dato vita alla “Società Cooperativa industriale degli Alabastrai”. Essa portò un certo incremento, indirizzandosi anche alle esportazioni del prodotto.

La guerra mondiale del 1914, nella sua drammaticità dei fatti ebbe una forte ripercussione e ci fu addirittura l’annullamento di molti ordini provenienti anche dall’estero. Per arginare la disoccupazione, che ne fu la conseguenza, diversi operai vennero occupati negli altiforni di Piombino. Taluni che avevano fatto parte dell’Officina Inghirami e della Scuola-Laboratorio, si misero a lavorare in proprio, per cui si ebbe un passaggio dalla fabbrica alla bottega artigiana, tornando così alle antiche tradizioni.

Sebbene gli oggetti di Alabastro venissero sempre esposti da parte delle Aziende alle mostre nazionali e internazionali, si organizzò a Volterra, nel 1926, una grande esposizione della industria locale e si formò, in questa occasione, un Comitato d’onore il cui Presidente fu il Cav. Enrico Barbafiera già Presidente della locale Cooperativa.

Questa Mostra ebbe una grande risonanza richiamando molti visitatori come il Sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio On.le Sanarelli che la volle visitare e si complimentò con gli organizzatori.

La Scuola d’Arte, che nel frattempo venne trasformata in “Scuola Artistico Industriale per l’Alabastro” continuando a formare i giovani artieri, nel 1924 passò alle dirette Dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione.

Oggi si chiama “Istituto Statale d’Arte” dove è stata sempre mantenuta la formazione degli artigiani-artisti dell’Alabastro. Purtroppo la crisi del 1929 in tutto il mondo industrializzato, colpì anche questo mondo. Si ebbero momenti veramente difficili per Volterra e la sua popolazione.

Solo dopo il passaggio degli Americani nel 1944 la lavorazione riprese quasi totalmente e negli anni ‘40 si attraversò un periodo d’oro. Ma anche questo non durò a lungo.

Dopo il conflitto mondiale (1939-1945) la manifattura degli alabastri si reinserì ancora tra le principali e tradizionali attività artigianali della Toscana.

Un ruolo organizzativo per la divulgazione dell’Alabastro è stato svolto dall’Associazione “Pro-Volterra” in occasione delle mostre svoltesi a Volterra negli anni 1958 e seguenti.

La cosa suscitò grande interesse. Da ricordare il prof. Umberto Brogna che ne fu uno dei più famosi artefici avendo dato un notevole contributo all’artigianato alabastrino.

Il numero degli addetti nel settore dell’Alabastro nel 1951 erano 320, nel 1961 passarono a 602 e nel 1971 arrivarono a 752.

La produzione, soprattutto quella di tipo artistico-artigianale, per un buon 90% è destinata all’esportazione con un discreto fatturato (Germania Occidentale, Stati Uniti, Francia e Inghilterra).

I poeti e gli scrittori si sono soffermati sull’alabastro per esaltarne il candore dei corpi femminili o per indicare l’opaca trasparenza della materia. Tutt’oggi le collane alabastrine sono oggetto di regalo molto ambito.