Se si parla di alabastro, non si può non citare Volterra, piccola cittadina situata nel centro della Toscana tra le valli dell’Era e del Cecina, in provincia di Pisa. Cinta da una doppia cortina di mura che risale ai periodi etrusco e medievale, essa è uno dei centri più importanti della regione, per i suoi monumenti e per le varie “case torri” che dimostrano le civiltà che si sono succedute nel corso dei trenta secoli di esistenza.
Abitata fin dal periodo neolitico, Volterra ha visto sorgere l’era etrusca con il suo alto grado di civiltà, pur in età antica; essa era una delle dodici “lucomonie” con la lavorazione della candida pietra.
Il borgo è oggi conosciuto come centro di eccellenza per la lavorazione dell’Alabastro toscano, tuttora considerato come uno dei più tipici e tradizionali prodotti dell’artigianato italiano e, gli artigiani del posto, sono preparati professionalmente per dare un’anima al minerale in questione.

La parola “alabastro”, dal greco “senza manico”, sia in greco che in latino, si riferisce a “vaso”, piccolo recipiente cilindrico lavorato a tornio. Le prime notizie che si hanno a riguardo provengono dall’Egitto, perché pare che vengano proprio da qua la maggior parte dei vasi più antichi, successivamente portati in Grecia. Esiste anche una città chiamata Alabastron, nota per l’originalità usata nella costruzione di vasi e anfore, destinati alla conservazione di profumi e aromi. E’ quasi certo che sia stato il nome di questa città a determinare la denominazione del minerale. Non mancano i riferimenti a questa parola, anche nella Bibbia e nelle storie delle Mille e una notte.
Ancora oggi è possibile osservare i segni delle ere geologiche che determinano la millenaria storia di Volterra. Per esempio, degna di nota è la Porta dell’Arco del IV sec., l’Acropoli dove tuttora sono in corso scavi e, inoltre, il bellissimo parco archeologico dedicato alla memoria dell’illustre studioso volterrano Enrico Fiumi.
L’aspetto medievale si può ritrovare nelle case-torri, ma non solo. Palazzo dei Priori del XIII sec., il palazzo comunale più antico della Toscana, considerando anche quello di Firenze, ne è un esempio ed insieme a lui anche palazzo pretorio con la torre merlata detta “del porcellino”, o i due gruppi di Torri del Buonparenti e Bonaguidi, la cattedrale del XII secolo, il battistero, le chiese di santo stefano e san michele, l’imponente fortezza (XIV sec. e seg.) adibita a penitenziario e l’interessante Museo Etrusco.
Gli Etruschi, sin dal IV secolo, usavano l’alabastro per costruire sarcofaghi e piccole urne cinerarie, impiegando quello più pregiato e privo di impurità; talvolta lo coloravano superficialmente con sostanze, oppure lo ricoprivano di sottilissime lamine d’oro.
La maggior parte di queste urne (circa seicento) è custodita al Museo Guarnacci a Volterra, al Museo Archeologico di Firenze, al Museo Vaticano, al Louvre di Parigi e al British Museum di Londra. Tutte dell’epoca Etrusco-Romana (dal IV al I sec. a.C.); oltre la metà risultano in Alabastro.
Il coperchio dell’urna di forma rettangolare riproduce quasi sempre la figura del defunto con alcuni fatti reali od immaginari scolpiti sul fronte. Lo stato di conservazione è buono, tenuto conto dell’umidità in profondità e delle invasioni barbariche. Anche nei giacimenti con le escavazioni antichissime di Castellina, si trovano tracce ad opera degli Etruschi.
Dopo l’epoca Etrusca ed Etrusco-Romana ci volle del tempo prima di avere notizie sulla lavorazione; alcuni studiosi hanno pensato sia stata abbandonata, altri invece continuata, in forma modesta, durante tutto il Medioevo.
Una volta fuori dalle mura, invece, si notano le “Balze”, ovvero grandi voragini di rocce argillose. Il fenomeno erosivo e il progressivo franamento di queste, hanno provocato la distruzione delle più antiche necropoli etrusche e italiche, delle chiese cristiane come la Chiesa di San Giusto per esempio, ma non la Badia Camaldolese del XI sec, più volte ristrutturata, che è ancora esistente. Sempre all’esterno delle mura, è possibile osservare gli importanti resti del teatro di Vallebona, di età Augustea e, delle terme che risalgono al III secolo, affermando così il passaggio effettivamente avvenuto, dei romani. Un vero e proprio tuffo nella storia, insomma, quando si visita Volterra.
L’artigianato alabastrino cominciò a rifiorire nel 1600 e la lavorazione riprese a pieno ritmo indirizzandosi più verso forme di arte e di ornamento, che verso prodotti di arredamento.
Si ebbe una notevole espansione quando, con l’aiuto di abili riproduttori di opere classiche, la lavorazione volterrana raggiunse livelli di notevole pregio, tanto da essere conosciuta in tutto il mondo. Questo sviluppo, verso la fine del 1700, lo si deve in gran parte a Marcello Inghirami Fei, un giovane dotato, oltre ad una grande passione, anche di uno spiccato talento artistico.
A lui si deve l’idea dello sfruttamento dei giacimenti sotterranei di Castellina e la creazione di una Scuola-Laboratorio (1791-1799) frequentata dai più abili maestri italiani e stranieri per la lavorazione dell’Alabastro. Tale Scuola però durò breve tempo, ma gli iscritti dettero vita, a loro volta, a quella che venne chiamata l’industria Volterrana per eccellenza che, grazie ai così detti “viaggiatori dell’Alabastro” venne fatta conoscere fino nelle Americhe e in India.
L’aver fatto ciò, fu una grande cosa, non solo per la conoscenza di questo prezioso minerale, ma per la città di Volterra stessa.
Dal 1815, con la fine dell’Impero Napoleonico, l’industria degli alabastri riprese iniziando prima in modo lento, poi sempre in crescendo fino al ventennio d’oro fra il 1850 e il 1870.
Quando si estinse il casato dei Medici, il Granducato di Toscana passò ai Lorena che dettero un grande impulso alla lavorazione dell’Alabastro.
Dopo la chiusura della Scuola dell’Inghirami, nacque nel 1822 una nuova Scuola di disegno ad opera del Comune. Tale Scuola, nel 1890, venne trasformata in “Scuola d’Arte Industriale”.
E’ bene ricordare che la città di Volterra nel 1887, volle donare un vaso di Alabastro al Pontefice Leone XIII in occasione del Suo Giubileo Sacerdotale. I fondi occorrenti furono ottenuti per pubblica sottoscrizione; i lavori furono affidati allo scultore Carlo Lattughini. Questo bel vaso lo si può ancora oggi ammirare nelle sale Vaticane.
Nel 1895 venne dato vita alla “Società Cooperativa industriale degli Alabastrai”. Essa portò un certo incremento, indirizzandosi anche alle esportazioni del prodotto.
La guerra mondiale del 1914, nella sua drammaticità dei fatti ebbe una forte ripercussione e ci fu addirittura l’annullamento di molti ordini provenienti anche dall’estero. Per arginare la disoccupazione, che ne fu la conseguenza, diversi operai vennero occupati negli altiforni di Piombino. Taluni che avevano fatto parte dell’Officina Inghirami e della Scuola-Laboratorio, si misero a lavorare in proprio, per cui si ebbe un passaggio dalla fabbrica alla bottega artigiana, tornando così alle antiche tradizioni.
Sebbene gli oggetti di Alabastro venissero sempre esposti da parte delle Aziende alle mostre nazionali e internazionali, si organizzò a Volterra, nel 1926, una grande esposizione della industria locale e si formò, in questa occasione, un Comitato d’onore il cui Presidente fu il Cav. Enrico Barbafiera già Presidente della locale Cooperativa.
Questa Mostra ebbe una grande risonanza richiamando molti visitatori come il Sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio On.le Sanarelli che la volle visitare e si complimentò con gli organizzatori.
La Scuola d’Arte, che nel frattempo venne trasformata in “Scuola Artistico Industriale per l’Alabastro” continuando a formare i giovani artieri, nel 1924 passò alle dirette Dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione.
Oggi si chiama “Istituto Statale d’Arte” dove è stata sempre mantenuta la formazione degli artigiani-artisti dell’Alabastro. Purtroppo la crisi del 1929 in tutto il mondo industrializzato, colpì anche questo mondo. Si ebbero momenti veramente difficili per Volterra e la sua popolazione.
Solo dopo il passaggio degli Americani nel 1944 la lavorazione riprese quasi totalmente e negli anni ‘40 si attraversò un periodo d’oro. Ma anche questo non durò a lungo.
Dopo il conflitto mondiale (1939-1945) la manifattura degli alabastri si reinserì ancora tra le principali e tradizionali attività artigianali della Toscana.
Un ruolo organizzativo per la divulgazione dell’Alabastro è stato svolto dall’Associazione “Pro-Volterra” in occasione delle mostre svoltesi a Volterra negli anni 1958 e seguenti.
La cosa suscitò grande interesse. Da ricordare il prof. Umberto Brogna che ne fu uno dei più famosi artefici avendo dato un notevole contributo all’artigianato alabastrino.
Il numero degli addetti nel settore dell’Alabastro nel 1951 erano 320, nel 1961 passarono a 602 e nel 1971 arrivarono a 752.

La produzione, soprattutto quella di tipo artistico-artigianale, per un buon 90% è destinata all’esportazione con un discreto fatturato (Germania Occidentale, Stati Uniti, Francia e Inghilterra).
I poeti e gli scrittori si sono soffermati sull’alabastro per esaltarne il candore dei corpi femminili o per indicare l’opaca trasparenza della materia. Tutt’oggi le collane alabastrine sono oggetto di regalo molto ambito.