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Anni ‘80: la Galileo cambia

Il grosso cambiamento iniziò negli anni ’80 con il trasferimento della Galileo nello stabilimento di Campi Bisenzio.
Lo stabilimento di Campi, concepito secondo criteri più moderni, si estende su una superficie coperta di 4.900 m2 quasi tutti a piano terra, completamente condizionati in maniera centralizzata, ma con sensori locali, e disposti nella maniera più razionale.
Solo le macchine utensili migliori furono trasferite da Rifredi e negli anni ‘90 e, per far fronte ad una grossa commessa di Sistemi di Tiro per Carri Armati, furono acquistate varie macchine a controllo numerico, in grado, una volta programmate, di lavorare i pezzi in maniera autonoma: le cosiddette “macchine per le fabbriche al buio” per l’idoneità delle stesse a lavorare con minimo intervento dell’operatore e quindi senza la necessità della illuminazione notturna.

Il“tracciatore” diviene inutile ed al suo posto compare la figura del “Programmatore di Macchine a Controllo  Numerico”, che appunto realizza il programma della sequenza di operazioni che la macchina dovrà eseguire.
Gradualmente anche la figura dell’operaio meccanico in tuta, sporco di grasso, di trucioli metallici e di liquido refrigerante sparisce: le lavorazioni si svolgono in sicurezza, dietro la protezione di uno schermo in plexiglass e all’Operaio, che a questo punto è diventato un Tecnico, non restano che interventi di carico, scarico e sorveglianza della macchina.

Questa trasformazione è evidenziata negli anni anche da fatti apparentemente scollegati ad essa: per citare un esempio, nello stabilimento dei Campi Bisenzio, sulla base di quanto già esisteva a Rifredi, furono realizzati ampi e funzionali spogliatoi per gli operai, con armadietti personali e docce, per consentire il cambio degli abiti “civili” con la tuta da lavoro; successivamente il locale, sempre meno utilizzato è stato adibito ad altre funzioni.

Lo sviluppo di nuove tecnologie però richiede che talune lavorazioni avvengano in ambienti particolarmente controllati dal punto di vista della temperatura, umidità e soprattutto della pulizia: le cosiddette “clean rooms”.
Chi lavora in questi locali deve osservare rigide regole che gli impongono di indossare, sopra i propri, degli indumenti protettivi: camice o tuta, cappelli, guanti, mascherine, soprascarpe, bracciale antistatico (una specie di guinzaglio da polso) ecc, per cui la permanenza in questi ambienti e soprattutto la vestizione all’ingresso e la svestizione all’uscita possono, a lungo andare, essere fastidiose.

Certo i miglioramenti sono tanti, ma hanno anche risvolti negativi: la forza lavoro diminuisce, anche perché il settore tessile, che già prima del trasferimento a Campi si era distaccato dalle Officine Galileo costituendo la Galileo Meccanotessile, trasferitosi a Campi, dopo pochissimi anni chiude perché non più competitivo ed i dipendenti vengono reintegrati nelle Officine Galileo.

Per la movimentazione dei materiali, viene installato un sistema di carrelli elettrici automatici che, seguendo una traccia magnetica nascosta sotto il pavimento fanno la spola da un reparto all’altro, trasportando materiali con l’intervento umano limitato alle operazioni di carico e scarico, riducendo ancora il lavoro di manovali e carrellisti.

Orari, straordinari e questioni di genere

Negli anni ‘70 arrivano i primi cambiamenti sociali che portano ad uno svecchiamento di un ambiente ingessato come quello del credito.

Fino ad allora il personale femminile era molto raro e si occupava principalmente di funzioni di segreteria e indossava un grembiule scuro, per gli uomini erano d’obbligo giacca, cravatta e camicia, rigorosamente, a maniche lunghe anche d’estate! Le istanze sindacali erano praticamente assenti, molti erano i motivi che ne ostacolavano la diffusione: decentramento del personale anche in filiali molto piccole, prestigio sociale dei dipendenti, scala gerarchica che promuoveva buone aspettative di promozione. Il lavoro straordinario non veniva riconosciuto se non in casi veramente eccezionali, accadde nel 1966, dopo l’alluvione, in cui furono richieste prestazioni speciali per ripristinare l’operatività. Spesso poteva succedere  che a fine giornata i riquadri contabili non tornassero, in quel caso, si potevano passare ore intere a trovare la giusta quadratura. Queste non venivano riconosciute come ore di straordinario poichè “non si può pagare il lavoro fatto per rimediare agli errori compiuti da qualcuno”. Fino ai primissi anni ‘60 si lavorava anche il sabato, mezza giornata, e l’uso del telefono aziendale era concesso in casi di necessità e sotto pagamento! I giovani bancari venivano assunti non appena terminati gli studi secondari, ma fino al compimento della maggiore età, che fino al 1975 era il 21° anno, percepivano uno stipendio ridotto ma in ogni caso commisurato all’importanza della “piazza” o luogo di lavoro. Negli anni ‘70 alcuni eventi economici furono destabilizzanti sia per l’economia sia per le banche,  l’inflazione, lo  shock petrolifero e inoltre l’introduzione dello statuto dei lavoratori portarono ad una certa avversione di quel capitalismo e di quell’autoritarismo che gli istituti di credito in qualche modo incarnavano. Il “posto in banca” quindi perse il suo appeal, continuò a piacere più alle mamme che alle figlie, attratte maggiormente dalle contestazioni di quegli anni.