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L’estrazione della Pietraforte.

L’estrazione della Pietraforte, nel caso particolare della cava di Riscaggio, avviene su un fronte di 50 metri impostata su di una successione stratigrafica rovesciata, dove la parte inferiore del fronte è formata da strati di arenaria di grande spessore che tende poi a diminuire negli strati sovrastanti. Gli strati più spessi sono interessati da un sistema di fratturazione che già li suddivide in grossi blocchi. L’escavazione avviene dall’alto in basso graduando la scarpata. I tornanti del fronte della cava essendo in blocchi molto compatti, quasi squadrati e di dimensioni di circa 1,50 x 0,60 x 1,20m, vengono estratti con un grosso escavatore per poi essere caricati su di un autocarro. Portati a valle, dentro il cantiere della cava, i blocchi vengono piazzati su di un telaio e con una serie di lame vengono tagliati e ridotti in lastre. Successivamente vengono passati sotto una fresa per essere ridotti nelle dimensioni volute per la successiva costruzione di bozze, davanzali, listre, architravi, lastricati stradali, caminetti, rivestimenti in filaretto, capitelli, ecc.

La cava di Riscaggio

La Pietraforte fu estratta e usata  fin dall’undicesimo secolo  e nel periodo del rinascimento la cava di Riscaggio fu gestita, come le cave di Boboli, dai Conti Guicciardini. Il nome Pietraforte è stato usato per la prima volta da Giorgio Vasari. All’interno della cava di Riscaggio si trova una galleria, da anni inutilizzata, costruita negli anni ‘30 quando fu estratta la pietra per la costruzione della Biblioteca Nazionale di Firenze e c’era la necessità di scaricare nel fiume Arno il materiale di risulta dello scavo. Questa galleria venne costruita dai prigionieri austriaci della prima guerra mondiale. Durante l’ultima guerra la galleria servì anche come via di fuga per i partigiani che scappavano dal Pratomagno inseguiti dai tedeschi e vi passavano per poi attraversare l’Arno sulla vicina pescaia (ora distrutta) e rifugiarsi nel convento dei Frati dell’Incontro. Con loro c’era anche il capo partigiano “Potente” che poi trovò la morte in un’ azione di guerra a  Firenze. L’estrazione della pietra avveniva scavando sotto i blocchi fino a farli franare solo con l’ausilio di pale e ferri. Poi, il pietrisco che non serviva, veniva caricato su carrellini simili a quelli usati nelle miniere, che tramite binari, venivano fatti passare attraverso la galleria sopracitata e riversati nell’ Arno dove, corrente permettendo, venivano trasportati a valle dalle piene del fiume. La pietra tagliata, quando non era lavorata sul posto, veniva poi trasportata con carri trainati da buoi o asini fino alla vicina stazione ferroviaria di S.Ellero, quindi caricata sul treno e trasportata dove richiesto. Negli ultimi sessant’anni la cava fu acquistata dai Guicciardini dalla ditta SAC GUERRI, che attualmente la gestisce.

Le cave di Pietraforte

A nessuno, passando per le strade del centro di Firenze, viene in mente, osservando i meravigliosi palazzi antichi come Palazzo Vecchio, Palazzo Pitti, e le strade stesse, che la pietra che è stata usata per il rivestimento, sia di un tipo particolare, chiamata Pietraforte.

Questo nome risale almeno all’ XI secolo e tale pietra veniva usata per costruzioni civili, religiose e per lastricati stradali ed altro. Perfino vicino a Palazzo Vecchio, durante scavi recenti, sono emerse strutture di un teatro romano costruito proprio in Pietraforte. Le principali cave di estrazione di questo tipo di pietra, caratterizzata da un colore marrone-avana con a volte macchie grigio-azzurre e venature, furono inizialmente nel Giardino di Boboli, alla Costa San Giorgio, Monteripaldi, alle Campore, Greve in Chianti e Riscaggio, tutte nell’area fiorentina. Parleremo della cava di Riscaggio, praticamente l’ultima ancora in attività, e quindi l’unica in grado di fornire ancora la pietra per nuovi lavori e soprattutto  per sostituire e restaurare le pietre presenti nei più importanti palazzi, strade e chiese rinascimentali. La cava si trova lungo la statale 69, a 7 km da Pontassieve in direzione di Arezzo, nel comune di Reggello, frazione ex Chelli, dal nome della famiglia che risiedeva in un  edificio vicino alla cava e che ancora oggi esiste e vive a Rignano.