Con il passaggio della proprietà a Finmeccanica, avvengono ulteriori grossi cambiamenti: viene deciso che il “Core Business” dell’Azienda deve essere concentrato nei settori militare e spaziale, per cui altri settori, nei quali comunque la Galileo era leader mondiale vengono ceduti: il settore dell’Alto Vuoto va a costituire la Galileo Vacuum System del gruppo F.A.T.A. con sede a Prato; il settore Durometria viene ceduto alla L.T.F. con sede a Bergamo, il settore fotogrammetria costituisce la Galileo Siscam con sede a Firenze; altri settori tradizionali, Strumentazione elettrica, Strumentazione ottica, Fotografia ecc. erano già stati abbandonati ancor prima di lasciare la sede di Rifredi.
Quindi partendo da un Azienda che fabbricava …”Ogni sorta di strumenti di precisione”… come recitava il manifesto pubblicitario di fine ‘800, si giunge, negli anni 2000, ad una Azienda altamente specializzata in due soli settori, sinergici tra loro, uno militare e l’altro civile, che però hanno in comune la tecnologia, (ottica, elettronica e meccanica fine) la precisione, l’affidabilità nel funzionamento.
Scelta giustificata dal fatto che l’industria moderna per mantenersi ai vertici del mercato globalizzato deve concentrare tutte le sue risorse su pochi settori specialistici.
Anche per tale motivo, nonché per la riduzione dei costi di esercizio, tutte le attività “accessorie” sono trasferite ad altre aziende, alcune del Gruppo, altre che si assicurano il lavoro con gare di appalto (Mensa, Pulizia ambienti, Paghe e contributi, Manutenzione, Laboratorio Calibrazione, Magazzino e Spedizioni).
Anche nella progettazione avvengono notevoli cambiamenti: negli anni ‘90 con l’introduzione dei sistemi CAD (Computer Aided Design) il disegno manuale è quasi completamente scomparso.
Le sale di calcolo sono sostituite da software evoluti installati su Personal Computer.
La diffusione capillare dei Personal Computer ha praticamente superato l’utilizzo delle segreterie per la stesura di lettere o battitura dei testi, ed il collegamento dei PC in rete locale Ethernet ha quasi eliminato il lavoro dei fattorini.
Selex Galileo, attualmente, ha stabilimenti in molte regioni: tutti i PC sono collegati tra loro in rete locale oltre che in Internet, favorendo lo scambio di informazioni, trasmissione dati, documenti, ecc.
Anche in questo caso le nuove tecnologie rendendo più facili e veloci certe attività hanno portato da una parte alla diminuzione della forza lavoro, dall’altro ad una riconversione della stessa.
Se all’inizio del nostro racconto il rapporto tra operai ed impiegati in Azienda poteva essere di 20 a 1 a favore dei primi, attualmente il rapporto è praticamente invertito: la figura dell’operaio generico è scomparsa ed i pochi rimasti sono tutti altamente specializzati.
Anche nel campo impiegatizio comunque il livello scolastico e culturale è fortemente aumentato, per stare al passo con l’evoluzione tecnologica che cresce ad un ritmo esponenziale.
Archivio tag per 'Galileo'
Il grosso cambiamento iniziò negli anni ’80 con il trasferimento della Galileo nello stabilimento di Campi Bisenzio.
Lo stabilimento di Campi, concepito secondo criteri più moderni, si estende su una superficie coperta di 4.900 m2 quasi tutti a piano terra, completamente condizionati in maniera centralizzata, ma con sensori locali, e disposti nella maniera più razionale.
Solo le macchine utensili migliori furono trasferite da Rifredi e negli anni ‘90 e, per far fronte ad una grossa commessa di Sistemi di Tiro per Carri Armati, furono acquistate varie macchine a controllo numerico, in grado, una volta programmate, di lavorare i pezzi in maniera autonoma: le cosiddette “macchine per le fabbriche al buio” per l’idoneità delle stesse a lavorare con minimo intervento dell’operatore e quindi senza la necessità della illuminazione notturna.
Il“tracciatore” diviene inutile ed al suo posto compare la figura del “Programmatore di Macchine a Controllo Numerico”, che appunto realizza il programma della sequenza di operazioni che la macchina dovrà eseguire.
Gradualmente anche la figura dell’operaio meccanico in tuta, sporco di grasso, di trucioli metallici e di liquido refrigerante sparisce: le lavorazioni si svolgono in sicurezza, dietro la protezione di uno schermo in plexiglass e all’Operaio, che a questo punto è diventato un Tecnico, non restano che interventi di carico, scarico e sorveglianza della macchina.
Questa trasformazione è evidenziata negli anni anche da fatti apparentemente scollegati ad essa: per citare un esempio, nello stabilimento dei Campi Bisenzio, sulla base di quanto già esisteva a Rifredi, furono realizzati ampi e funzionali spogliatoi per gli operai, con armadietti personali e docce, per consentire il cambio degli abiti “civili” con la tuta da lavoro; successivamente il locale, sempre meno utilizzato è stato adibito ad altre funzioni.
Lo sviluppo di nuove tecnologie però richiede che talune lavorazioni avvengano in ambienti particolarmente controllati dal punto di vista della temperatura, umidità e soprattutto della pulizia: le cosiddette “clean rooms”.
Chi lavora in questi locali deve osservare rigide regole che gli impongono di indossare, sopra i propri, degli indumenti protettivi: camice o tuta, cappelli, guanti, mascherine, soprascarpe, bracciale antistatico (una specie di guinzaglio da polso) ecc, per cui la permanenza in questi ambienti e soprattutto la vestizione all’ingresso e la svestizione all’uscita possono, a lungo andare, essere fastidiose.
Certo i miglioramenti sono tanti, ma hanno anche risvolti negativi: la forza lavoro diminuisce, anche perché il settore tessile, che già prima del trasferimento a Campi si era distaccato dalle Officine Galileo costituendo la Galileo Meccanotessile, trasferitosi a Campi, dopo pochissimi anni chiude perché non più competitivo ed i dipendenti vengono reintegrati nelle Officine Galileo.
Per la movimentazione dei materiali, viene installato un sistema di carrelli elettrici automatici che, seguendo una traccia magnetica nascosta sotto il pavimento fanno la spola da un reparto all’altro, trasportando materiali con l’intervento umano limitato alle operazioni di carico e scarico, riducendo ancora il lavoro di manovali e carrellisti.
La sistemazione logistica dell’Azienda era un’altra fonte di disagio per gli inevitabili spostamenti all’aperto: i fabbricati dello Stabilimento di Rifredi si estendevano su una superficie di circa 100.000 m2.
Lo Stabilimento era attraversato da due strade cittadine: Viale Morgagni e Via Taddeo Alderotti, sotto quest’ultima un tunnel pedonale univa le due parti di Stabilimento per consentire l’attraversamento della via senza incrociare il traffico.
Inoltre i vari fabbricati, taluni a più piani, non sempre dotati di ascensori o montacarichi, erano separati tra loro da altre strade interne.
Non tutti gli ambienti erano riscaldati e certo non in maniera uniforme ed il condizionamento estivo era praticamente sconosciuto.
La movimentazione dei documenti e dei materiali da un locale di produzione ad un altro avveniva con l’opera di uno stuolo di fattorini, manovali, carrellisti che assicuravano, con qualsiasi tempo, le consegne nei vari luoghi di destinazione.
I carrelli, elettrici, erano costretti quindi ad attraversare due strade cittadine e, anche se il traffico non era allora frenetico come adesso, non era una manovra molto sicura e talvolta capitavano incidenti.
Ma c’erano anche degli ambienti, da un certo punto di vista, privilegiati: gli operai ottici lavoravano in un ambiente più confortevole, “il palazzo dell’ottica” e vestivano il tradizionale camice bianco; anche il lavoro dei montatori elettrici che invece usavano il camice nero, come i capisquadra nei reparti di meccanica, era meno faticoso, dal punto di vista fisico, di quello dei meccanici al T2 o negli altri reparti di lavorazioni meccaniche che erano costretti (per necessità oggettive) ad usare la classica tuta blu.
Certamente con il passare degli anni furono acquistate macchine più moderne per tutte le attività: dalle macchine da scrivere elettriche ed elettroniche alle macchine utensili più automatizzate; si cominciò a utilizzare fornitori esterni per quelle lavorazioni che non conveniva realizzare all’interno (le fusioni ad esempio dopo la chiusura della fonderia) acquistando, soprattutto all’estero, i componenti elettronici necessari per la realizzazione degli apparati più tecnologicamente avanzati per la produzione militare che, all’inizio degli anni ‘60, era ripresa con le prime commesse per la Marina Militare Italiana, seguite da numerose altre per paesi stranieri, al punto che il fatturato della produzione militare aumentò progressivamente diventando molto significativo rispetto a quello delle pur numerose produzioni civili.
Abbiamo già detto che tutto o quasi era realizzato in Azienda e per le fusioni occorrenti per la costruzione dei telai tessili era stata creata una fonderia: certo in fonderia il lavoro era veramente difficile, come si può immaginare per qualsiasi fonderia di ghisa prima dell’intervento dell’automazione.
Il calore, il fumo, la sporcizia, le prime lavorazioni sui pezzi dopo la fusione facevano desiderare a tutti lo spostamento in altri reparti, viceversa il trasferimento alla fonderia veniva usato come minaccia contro gli operai che avevano commesso qualche mancanza: …se non ti comporti bene ti mando a “sbavare” in fonderia!…
La fonderia, che si trovava tra il Viale Morgagni ed il torrente Terzolle dove ora c’è l’Hotel Raffaello, ormai circondata da abitazioni, chiuse negli anni ‘60.
Rimase comunque un altro “reparto spauracchio” ed era il “T2”, il reparto di lavorazione e montaggio dei telai tessili soprannominato dai lavoratori “l’Inferno del T2” a causa del pulviscolo di carbone che si sviluppa durante le lavorazioni della ghisa impregnando, a lungo andare tutto e tutti e delle lavorazioni particolarmente faticose per la rusticità e la pesantezza dei pezzi: era facile a quei tempi incrociare nei reparti operai con spalle e braccia da culturista, non create artificialmente in palestra, ma forgiate con il duro lavoro giornaliero.
In alcuni reparti di produzione di apparati di grande serie, si lavorava “a cottimo”; il cottimo è una forma di sfruttamento della manodopera per cui il “Cottimista” (generalmente un caposquadra) definiva il tempo occorrente per effettuare un determinato lavoro o una determinata operazione: l’operaio riceveva paga piena se realizzava il lavoro nei tempi prestabiliti, un supplemento di salario se impiegava meno tempo (e quindi faceva più lavoro) o una detrazione se ne impiegava di più. Il lavoro a cottimo fu abolito già negli anni ‘70.
Anche la sicurezza, vista con gli occhi di oggi, lasciava a desiderare, anche se, nella storia della Galileo, sono poche le notizie di incidenti gravi.
Le metodologie di lavoro dell’epoca, anche alla Galileo, necessitavano di un grande dispendio di manodopera: le macchine utensili (trapani, torni, frese, ecc.) c’erano, ma erano essenzialmente manuali e richiedevano esperienza ed abilità da parte dell’operatore per realizzare pezzi con le caratteristiche di precisione richieste; l’”aggiustaggio” manuale rimaneva sempre e comunque un elemento indispensabile nelle operazioni di messa a punto.
Una figura importantissima per le lavorazioni era il “Tracciatore” che appunto “tracciava”, aiutandosi con il “blu di metilene” come evidenziatore, il pezzo finito sul metallo grezzo in modo che l’operatore alla macchina potesse seguire queste tracce per le lavorazioni.
Del resto tutto il lavoro era svolto in gran parte manualmente: a partire dalle lettere che erano dettate dai responsabili, stenografate dalle segretarie e quindi battute a macchina in più copie con carta carbone e fogli di carta velina; gli errori erano difficilmente correggibili dato l’elevato numero di fogli e spesso era necessario ricominciare la battitura da capo!
I progetti nascevano sul tavolo da disegno, il “Tecnigrafo”, e venivano sviluppati allo stesso modo da altri impiegati delle sale disegno, prima a matita e poi spesso ripassati a china.
Il lavoro richiedeva naturalmente tempo ed abilità, non solo progettuale ma anche manuale; alcuni disegni, specie quelli in assonometria per le monografie tecniche richiedevano vere capacità artistiche.
Basti pensare che per effettuare i complicati calcoli necessari per definire i componenti ottici di un apparato venivano impiegate due diverse sale di calcolo ottico che procedevano in parallelo sullo stesso progetto, e, per la costruzione dei particolari ottici, veniva adottato il valor medio tra i risultati dei due gruppi di calcolo.
Anche in questo caso i calcoli erano effettuati manualmente o con l’aiuto di calcolatrici meccaniche (a manovella) successivamente elettromeccaniche (tipo “Divisumma”) poi le più moderne elettroniche.
Il lavoro era duro? Certamente il lavoro era, è, e sempre sarà duro, altrimenti non avrebbe questo nome, però certamente c’erano dei reparti dove era più faticoso che in altri.
Mentre gli impiegati godevano di condizioni in un certo qual modo privilegiate, 50 anni fa gli operai erano sottoposti ad un controllo molto severo all’interno dei reparti, da parte dei “Capisquadra”: non era consentito allontanarsi dal proprio posto di lavoro senza autorizzazione e, per circolare all’esterno del reparto, gli operai dovevano tenere in vista un distintivo, la “medaglia”, che gli veniva consegnata dal “Caporeparto”, senza la quale rischiavano multe se sorpresi dai “Sorveglianti” (generalmente ex appartenenti alle Forze Armate) i quali giravano per l’Azienda con questo compito e controllavano addirittura che nei gabinetti non ci si soffermasse più del tempo necessario.
Era facile prendere delle multe o delle sospensioni dal lavoro e si rischiava il licenziamento se sorpresi all’uscita con materiale (anche rottami di nessun valore) appartenente all’Azienda: all’uscita dalle portinerie gli operai dovevano sottoporsi all’“imparziale” un congegno che, tirando una catena o premendo un pulsante, faceva accendere casualmente un semaforo: se “verde” si poteva uscire, se “rosso” (accompagnato dal suono di un clacson) si era prima sottoposti da parte dei sorveglianti alla “fruga” per controllare di non avere addosso materiale indebito.
Questa pratica è rimasta immutata, fino al trasferimento dello stabilimento a Campi Bisenzio, ed i sorveglianti, sono stati sostituiti da Guardie Giurate esterne per il controllo degli accessi di dipendenti e visitatori e per la sorveglianza delle aree dello stabilimento nelle ore notturne.
Agli operai, non era consentito interrompere il lavoro nemmeno per mangiare, salvo l’intervallo per la mensa; poi negli anni ‘70 fu autorizzata una pausa caffè che avveniva sul posto di lavoro, mediante un carrello a mano, spinto da un inserviente della FLOG, assieme ad altri generi di conforto.
Nello stabilimento di Campi Bisenzio, la FLOG gestisce, attualmente, un bar situato all’ingresso, facilmente accessibile da molti, se non da tutti, e vicino ai posti di lavoro sono installate molte macchine automatiche per la distribuzione di bevande, merendine ecc. alle quale rifornirsi in qualsiasi momento della giornata.
Nello stabilimento di Rifredi l’ingresso e l’uscita erano scanditi dal suono della sirena, che un po’ regolava la vita di tutto il quartiere; l’orario di lavoro era molto rigido, ritardare di un minuto all’ingresso, per un operaio, significava perdere un quarto d’ora di salario, per cui era facile, al suono della sirena, vedere operai in corsa nelle strade per giungere in tempo a “marcare la cartolina” un documento quindicinale sul quale, mediante un orologio marcatempo, venivano registrati gli orari di ingresso e uscita, che veniva conservato in apposite rastrelliere alle portinerie dello Stabilimento.
Successivamente anche a seguito di accordi sindacali, l’orario è diventato più flessibile; nello Stabilimento di Campi Bisenzio la sirena ha smesso di suonare, dato che gli orari di ingresso e uscita sono, entro certi limiti, variabili, un ritardo può essere recuperato la sera stessa o, per alcune categorie, entro il mese; le cartoline per la registrazione di ingressi e uscite sono state sostituite da un “badge” personale che, passato in un lettore magnetico, consente la registrazione dell’orario direttamente sul calcolatore centrale, e non c’è più bisogno di correre a “marcare la cartolina”.
A Rifredi, a mezzogiorno, l’intervallo di un’ora consentiva a molti di andare a casa a mangiare, per i molti altri, lontani dalla propria abitazione, la mensa era a turno unico, la scelta delle pietanze doveva essere effettuata il giorno prima ed i piatti si trovavano già con le porzioni sui tavoli da quattro persone precedentemente assegnati.
Ritardare significava trovare la pietanza ancora più fredda o non trovarla affatto.
Gli operai che lavoravano alle macchine non avevano il tempo di cambiarsi per andare a pranzo, per cui alla qualità scadente delle pietanze, si aggiungeva anche la pulizia che, a lungo andare, lasciava a desiderare; specialmente i sedili (panchetti di legno) erano talvolta così intrisi di olio, grasso, vernici, ecc. da attaccarsi ai pantaloni.
Esisteva anche una saletta separata, nata in origine per chi, per motivi di salute, doveva mangiare in bianco, successivamente utilizzata anche da dirigenti ed impiegati di un certo livello per mangiare più tranquillamente e con una qualità leggermente migliore.
La confusione e le proteste degli operai sul cibo erano all’ordine del giorno; lentamente si ottennero dei miglioramenti che però, in quella struttura, non potevano andare oltre un certo punto.
Il vero salto di qualità avvenne nello Stabilimento di Campi Bisenzio dove la mensa, divenuta insostituibile data la lontananza dalle abitazioni e con un intervallo di soli 45 minuti, unica per tutti, con capienza di circa 200 posti, è articolata su più turni per soddisfare le esigenze di oltre 1000 utenti. La distribuzione delle pietanze è tipo self-service con scelta sufficiente per soddisfare tutti i gusti: igiene e pulizia sono assicurati da impianti e macchinari modernissimi che la Galileo mette a disposizione dell’Ente che si assicura, mediante gare periodiche, la gestione della Mensa Aziendale.
Nello Stabilimento di Rifredi la Direzione realizzò un ambulatorio con il duplice scopo di costituire un presidio medico per i lavoratori e fornire a dipendenti e familiari un’assistenza medico-specialistica di ottimo livello a prezzi contenuti; successivamente, annesso all’ambulatorio, fu aperto anche un asilo nido per i figli delle dipendenti.
Negli anni ‘80, con il trasferimento dello Stabilimento a Campi Bisenzio, il problema fu affrontato e risolto in maniera diversa: venne realizzata un’infermeria per fornire assistenza medica ai dipendenti durante le ore di lavoro, acquistando un’ambulanza per eventuali trasporti di urgenza in ospedale e stipulando una convenzione con la Misericordia di Campi Bisenzio per un’assistenza medico-specialistica a prezzi contenuti per dipendenti e familiari, presso gli ambulatori della Misericordia stessa.
Successivamente, vista l’evoluzione dei metodi di lavoro e una maggiore sensibilità alla sicurezza sul lavoro ed al rispetto delle normative del settore, divenute nel frattempo molto più rigorose, l’ambulanza, praticamente inutilizzata, è stata donata alla stessa Misericordia di Campi Bisenzio che, in cambio, garantisce una sollecita assistenza medica durante le ore lavorative, per cui l’infermeria aziendale non è più presidiata.
Alla metà dell’Ottocento la proprietà della Galileo è passata all’Ing. Giulio Martinez, che rimarrà legato alle sorti dello Stabilimento fino agli anni ‘50; la conduzione è impostata su metodi “familiari” e “patriarcali”: il proprietario conosceva direttamente molti dei dipendenti che si sentivano come parte di un grande famiglia, considerando l’azienda “una gran mamma”.
Successivamente ai Martinez, la proprietà passò a delle Società: dapprima una finanziaria, la SADE (Società Adriatica di Elettricità), quindi Montedison, Bastogi Sistemi, poi aziende di Stato, dapprima Efim e infine Finmeccanica di cui l’attuale Selex Galileo fa parte.
Anche dopo il periodo “Martinez”, quel legame tra lavoratori e tra questi e l’Azienda che nel 1945 aveva portato alla costituzione legale della F.L.O.G. (Fondazione Lavoratori Officine Galileo), era rimasto immutato anche perché la Direzione Aziendale veniva generalmente assunta da dirigenti cresciuti in Azienda e quindi il legame con i lavoratori, considerati come la più grande risorsa Aziendale, pur nel rispetto dei ruoli, era profondo.
Successivamente, le varie proprietà succedutesi nominano ai più alti vertici Aziendali, managers di loro fiducia spesso di provenienza esterna all’Azienda e talvolta per periodi relativamente brevi, quindi, alla gestione patriarcale è subentrata, come del resto nella maggior parte delle Aziende medio-grandi, una gestione più manageriale, anche se è doveroso riconoscere che in Galileo, la Direzione è sempre stata sensibile ai problemi familiari e personali dei dipendenti, salvo un breve periodo infelice di parecchi anni fa in cui il Direttore, che non risiedeva nella sede di Campi Bisenzio, preferiva ricevere il Management Aziendale nel proprio albergo, pur di non incontrare le Rappresentanze Sindacali che volevano informazioni circa il futuro della Azienda e le sorti dei lavoratori.
Sensibilità che si manifesta tuttora in maniera tangibile con il supporto che la Direzione elargisce ai gruppi aziendali che agiscono a fine mutualistico o di solidarietà, come la già citata FLOG, la CASLG (Cassa Assistenza e Solidarietà Lavoratori Galileo) il Gruppo Donatori Sangue, ecc.
L’associazionismo tra lavoratori e il senso di appartenenza all’Azienda negli anni si è affievolito. Questo a causa di un modo di vivere più frenetico e di un decentramento dei lavoratori stessi.
Dopo la costituzione della FLOG, nata essenzialmente per permettere ai lavoratori l’acquisto di generi di prima necessità a prezzi convenienti, anche ratealmente, fu realizzato un centro ricreativo, la FLOG appunto ( da molti chiamata “Flogge” pronunciata con le “g” dolci). Il centro ricreativo venne dotatao della prima piscina in Firenze e di una delle prime sale da ballo del dopoguerra.
Attualmente la Flog è completamente in gestione a privati e dell’antico associazionismo tra lavoratori rimane ben poco anche perchè non tutti i lavoratori, ora, risiedono in zona, ma si può dire che arrivino da tutta la Toscana. Nel momento del bisogno però, riemerge l’attaccamento all’azienda. Nel 1996 quando il torrente “Marina” che costeggia la sede della Galileo a Campi, decise di straripare allagando il parcheggio dei dipendenti, la mensa, le portinerie e parte dell’area produttiva. Il giorno dopo, un sabato, i lavoratori si ritrovarono spontaneamente per ripulire gli ambienti dall’acqua e dal fango per poter permettere la ripresa delle attività il lunedì successivo, senza nemmeno un giorno di interruzione!
Per “raccontare” il lavoro in un’azienda non si può prescindere dal contesto in cui essa è nata, anche se le origini della Galileo sono un po’ nebulose.
Comunque tutto ebbe origine da un’idea del Professor Giovan Battista Amici, ottico illustre, naturalista, astronomo e scienziato, Direttore del Museo della Specola in Firenze, che, verso la metà dell’Ottocento, pensò che esistessero, tra i suoi collaboratori, competenze sufficienti a realizzare gli strumenti di precisione necessari per le attività della Specola e che, fino ad allora, dovevano essere acquistati in Francia e in Germania.
L’idea fu ripresa e concretizzata dal suo successore Giovan Battista Donati, anch’egli astronomo, che pensò di trasformare l’iniziativa dell’Amici in una vera e propria attività produttiva e commerciale.
Nasceva così, presumibilmente nel 1864, in Via dei Serragli, la Officina Galileo (poco più di un laboratorio) che rapidamente si affermò sul mercato nazionale ed estero per la qualità dei suoi strumenti ottici e meccanici di precisione.
Dopo vari spostamenti di sede, che si son resi necessari a seguito dello sviluppo delle attività dell’Officina, nel 1870 circa viene realizzato un primo grande stabilimento nel “Viale Militare, presso la Barriera delle Cure”, in fondo all’odierno Viale Don Minzoni a Firenze, nel fabbricato che attualmente ospita il Liceo Giovanni Pascoli , che ancora oggi, nonostante i successivi ampliamenti e trasformazioni intervenuti, lascia intravedere il corpo di fabbrica originario.
È proprio del 1870 il primo atto ufficiale che attesta l’esistenza di fatto della Officina Galileo.
Successivamente nel 1909 il trasferimento in un nuovo stabilimento a Rifredi (Firenze) ed il cambio del nome da “Officina Galileo” a “Officine Galileo”, anche se i dipendenti continuarono per anni ad identificare familiarmente le “Officine Galileo” semplicemente come “l’Officina”.
Il nome verrà sostanzialmente mantenuto fino alla fine dell’anno 2001, quando, a seguito di cambiamenti negli assetti proprietari, l’Azienda assume, il nome di “Galileo Avionica” che cambierà ancora, nel 2010, in “Selex Galileo”.
Anche la sede, nel frattempo, è nuovamente cambiata con il trasferimento, nel 1980 da Rifredi al nuovissimo insediamento di Campi Bisenzio (Firenze).











