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Una maestria andata perduta

Il magnano era un artigiano ambulante, ma era anche un lavoratore specializzato, che possedeva conoscenze, esperienze e capacità che lo facevano unico nel suo genere.

Usando con maestria il trapano “a corda o a saliscendi”, o il trapano “ad archetto”, faceva due fori di piccolo diametro uno di qua ed uno di là dalla rottura, ciechi, cioè senza passare da parte a parte lo spessore del vaso. Quindi  con un mastice speciale di cui solo lui conosceva la formula, incollava le parti da unire.

Poi con del filo di ferro, più o meno grosso a seconda della grandezza del vaso e dei forellini fatti, costruiva una grappetta  a forma di C e ne infilava a forza le estremità nei forellini. Infine con lo stucco bianco chiudeva i forellini e stuccava le giunture.

La grappetta teneva così uniti i due pezzi, e con più grappette, messe nei punti adatti, il vaso era di nuovo utilizzabile.
Le riparazioni più evidenti erano quelle fatte sulle conche di terracotta usate per fare il bucato.
La conca di terracotta faceva parte del corredo familiare come oggi la lavatrice, era messa in bella mostra nel cortile di casa, corredata con una sponda di legno (asse per lavare) poggiata sui bordi ed era utilizzata per lavare  i panni.
Quando poi le grappette erano tante per numerose riparazioni, e l’acqua usciva dalle fessure  per troppe ferite, la conca andava a far bella mostra di sé fuori della porta, come vaso per una pianta di limone o altro, e le grappette finivano per sembrare degli ornamenti.

A lavoro finito  otteneva un posto per dormire al coperto, nel fienile, una scodella di minestra o al massimo un posto alla tavola della cena, e qualche spicciolo.
E la mattina dopo di nuovo in viaggio.

Stagnino…stagna e raccomoda

A quel tempo tutti i recipienti per cucinare erano in rame, ma dato che questo tende ad ossidarsi e l’ossido è dannoso per la salute umana, all’interno venivano rivestiti di uno strato protettivo di stagno.
Altri recipienti indispensabili nelle cucine che però non servivano per cuocere i cibi erano le “Brocche”, recipienti molto eleganti oggi usati solo a scopo ornamentale ma che allora erano tanto utili ed indispensabili per andare a prendere l’acqua potabile alla fontana pubblica e poi utilizzata per bere, in cucina.
L’uso quotidiano, l’azione del fuoco e degli abrasivi per la pulizia, col tempo causavano fori nel recipiente e usura al  rivestimento interno di stagno.
Il Magnano rimediava a questi inconvenienti  riparando i fori, ripristinando la stagnatura, risaldando o rinforzando i manici.


Usava utensili semplici, soprattutto un grosso saldatore di rame, che scaldava sui carboni del fornello ed il calore accumulato dalla grossa “testa” era sufficiente a fondere lo stagno per la saldatura.
Riparava anche gli ombrelli: infatti nelle campagne livornesi e pisane si presentava al grido di “Ombrellaio … ombrellaio …
Il grido era spesso caratteristico della zona e quasi sempre personalizzato: nel fiorentino girava un magnano con un suo grido  caratteristico “Umbrillaaa…iooooo”.
In altre zone si ricorda il grido “Stagninooo…stagna e raccomoda”.
Non aveva pezzi di ricambio, solo filo di ferro  e “latta” dei barattoli di conserva vuoti e pochi semplici utensili.
Le stecche rotte non le sostituiva, ma con un pezzo di stecca vecchia, filo di ferro sottile e qualche strisciolina di latta, le rendeva di nuovo efficienti. Riparava anche il tessuto parapioggia e magari di due ombrelli rotti ne faceva uno, mettendo il tessuto di un ombrello rotto su un altro ombrello, buono ma col tessuto rovinato.
Il  magnano poteva aggiustare anche le canale ed i pluviali del tetto, ma di quelli, all’epoca, ce ne erano pochi nelle case di campagna, ed erano per lo più riservati alle case padronali.
Ma la cosa più “miracolosa” era la riparazione dei vasi di terracotta allora diffusi in ogni casa. C’erano i “piatti gialli” per la zuppa, grossi contenitori di 40-50 centimetri di diametro detti “gialli” perché verniciati, all’interno, con vernice vetrosa di tale colore. C’erano le “terrine”  di varie misure, per cucinare sui fornelli, ed altri  recipienti di varie misure:  i “catini”,  generalmente colorati in verde.
Quando i vasi erano “crepati” (incrinati) o rotti anche in più pezzi, il magnano li poteva riparare.

Artigiani girovaghi: il magnano

Secondo il dizionario Devoto Oli il magnano era “artigiano che compie minuti lavori” , veniva chiamato anche Calderaio o Stagnaio. Personaggio solitario che girava per le campagne portando in spalla, dentro un sacco, gli attrezzi del mestiere, quasi sempre autoprodotti, insieme ad altre “cianfrusaglie” che utilizzava a dovere.

Si presentava nelle corti o nelle case dei contadini per riparare “ogni cosa” e veniva direttamente dalla campagna o dai monti; generalmente era un contadino che nei mesi di minore impegno  lasciava i campi e sbarcava il lunario con altri lavoretti.

In genere si trattava di riparazioni di paioli di rame ( i secchi con il manico che si appendevano sul fuoco, per cucinare), che a contatto diretto con la fiamma e le azioni di pulizia, per di più effettuate con abrasivi come il pomice, erano soggetti ad una rapida usura.

Il magnano, con quattro fori, una toppa di lamiera di rame e qualche ribattino, li portava a nuova vita. Riparava anche i secchi e le “tinozze” in lamiera di ferro usati per tirare su l’acqua dai pozzi, per abbevevare gli animali, per fare il bucato e anche per fare il bagno ai ragazzi davanti al fuoco.

Questi recipienti, in lamiera di ferro zincata per proteggerli dalla corrosione, inevitabilmente col tempo finivano per essere corrosi dalla ruggine; da qui la necessità di riparazioni più o meno frequenti del magnano. Metteva toppe di lamiera e ribattini per chiudere fori, fissava di uovo il manico, ripristinava la zincatura, rifaceva il fondo e riportava il recipiente alla sua funzionalità originaria.