Il magnano era un artigiano ambulante, ma era anche un lavoratore specializzato, che possedeva conoscenze, esperienze e capacità che lo facevano unico nel suo genere.
Usando con maestria il trapano “a corda o a saliscendi”, o il trapano “ad archetto”, faceva due fori di piccolo diametro uno di qua ed uno di là dalla rottura, ciechi, cioè senza passare da parte a parte lo spessore del vaso. Quindi con un mastice speciale di cui solo lui conosceva la formula, incollava le parti da unire.
Poi con del filo di ferro, più o meno grosso a seconda della grandezza del vaso e dei forellini fatti, costruiva una grappetta a forma di C e ne infilava a forza le estremità nei forellini. Infine con lo stucco bianco chiudeva i forellini e stuccava le giunture.
La grappetta teneva così uniti i due pezzi, e con più grappette, messe nei punti adatti, il vaso era di nuovo utilizzabile.
Le riparazioni più evidenti erano quelle fatte sulle conche di terracotta usate per fare il bucato.
La conca di terracotta faceva parte del corredo familiare come oggi la lavatrice, era messa in bella mostra nel cortile di casa, corredata con una sponda di legno (asse per lavare) poggiata sui bordi ed era utilizzata per lavare i panni.
Quando poi le grappette erano tante per numerose riparazioni, e l’acqua usciva dalle fessure per troppe ferite, la conca andava a far bella mostra di sé fuori della porta, come vaso per una pianta di limone o altro, e le grappette finivano per sembrare degli ornamenti.
A lavoro finito otteneva un posto per dormire al coperto, nel fienile, una scodella di minestra o al massimo un posto alla tavola della cena, e qualche spicciolo.
E la mattina dopo di nuovo in viaggio.









