Sono stati i miei 16 anni, la loro energia da incanalare, l’impulsività, la voglia di dare una direzione a ciò che la mia coscienza due anni fa stava maturando a farmi entrare originariamente nella dimensione del volontariato.
Dopo aver sostenuto il corso di livello base e vissuto il mio primo anno nella Pubblica Assistenza, in estate mi sono imbarcato in un’esperienza altrettanto bella e importante: tramite l’ARCI Toscana ho potuto partecipare attivamente al lavoro nei campi confiscati alla mafia nelle campagne corleonesi, entrando in contatto con la realtà della cooperativa “Lavoro e non solo”, di Calogero, Franco, Salvatore e degli altri nove soci, che ne portano avanti l’impresa.
L’impatto con quei quindici giorni di Luglio sono bastati a portarmi oltre l’iniziale inconsapevolezza, la relativa e naturale ingenuità con cui mi ero approcciato al progetto, facendomi maturare l’idea che quell’esperienza avrebbe acquisito un valore effettivo se le avessi dato in un certo qual modo una soluzione di continuità, una linearità nel tempo e quindi negli scopi.
Così in queste ultime settimane estive ho sentito il desiderio di rivivere quest’esperienza, di ricalcarne i solchi che essa mi aveva lasciato dentro.
L’emozione all’inizio è stata enorme, ma appena si è placata sotto le intense ore di lavoro in vigna e nei campi di pomodoro (e le poche ore di sonno), ho potuto realizzare come non fossi stato solo io a crescere in quell’intervallo liceale di tempo, ma era anche la situazione di Corleone ad aver subito una decisiva evoluzione: era per prima cosa esploso il numero dei partecipanti (mentre due anni fa abbiamo lavorato per una delle due settimane appena in sei persone, quest’anno siamo stati oltre 40, e generalmente il numero di richieste di partecipazione è incrementato circa di 300 unità); è stato poi diverso il rapporto con le persone del luogo: sono state organizzate partite di calcetto (ne era in programma una con l’assessorato locale), la gente per strada ci salutava e ci accompagnava addirittura nei luoghi per dove avevamo chiesto indicazione, mentre due anni fa ogni discorso che cadeva nell’ambito del motivo per cui ci trovavamo là veniva troncato con un laconico “Ma la mafia non esiste, la mafia è una leggenda”.
Notevole è risultato ancora secondo me il livello di attenzione che l’attività della cooperativa in questo periodo ha suscitato.
Parallelamente al lavoro sui campi abbiamo infatti partecipato ad incontri con personalità di calibro elevato, impegnate nella lotta al fenomeno mafioso: Antonio Ingroia, sostituto procuratore di Palermo, considerato da molti come uno degli allievi di Paolo Borsellino, ci ha spiegato il suo lavoro di magistrato, i suoi ambiti, i suoi ostacoli; il segretario della Camera del Lavoro corleonese Dino Paternostro ci ha offerto un excursus storico riguardo la mafia e l’antimafia siciliane (sviluppatesi entrambe nella prima metà dell’ ‘800, e non negli anni ’90 come è luogo comune); l’ormai ex-presidente della commisione antimafia siciliana Speziale (l’11 Novembre scorso lo è diventato Giuseppe Pisanu), assieme al sindaco di Corleone Iannazzo e il deputato del PD al parlamento regionale siciliano Alpregni, ci ha poi illustrato il nuovo elaboratissimo testo legislativo, studiato dalla commissione che presiede per far fronte alla moderna struttura mafiosa, e presentato al parlamento siciliano (è stato proposto che il primo articolo proclami: “La Sicilia ripudia la mafia”), e più generalmente il lavoro della classe politica siciliana; infine abbiamo avuto un incontro con Rita Borsellino davanti al numero 19 di via Mariano D’Amelio a Palermo, dove lei abita, dove il 19 Luglio 1992 suo fratello Paolo perse la vita, investito dall’esplosione che uccise altri cinque uomini della sua scorta.
Ho avuto i brividi quando lei ha in qualche modo dato conferma a quello che due anni prima avevo in parte realizzato: ogni cosa che affrontiamo è un’esperienza, ma perché acquisisca valore deve evolversi nel tempo, possedere linearità, troppe volte l’antimafia si è manifestata solamente come un’istintiva reazione a ciò che del fenomeno mafioso risultava più eclatante, più intollerabile: l’omicidio. Inoltre la mafia non è una realtà meramente siciliana (esistono beni confiscati alla mafia anche sul nostro territorio toscano), e così non lo deve essere l’antimafia.
E’ stato molto significativo che per la prima volta ragazzi dell’istituto di agraria di Corleone abbiano poi lavorato a fianco a noi “incrociando le forbici” sotto i tralci, che venissero intervistati e ripresi assieme a noi dalle tv locali (in quel caso c’era una camionetta dei carabinieri a presidiare la zona); significativo che una troupe di giornalisti francesi ci abbia seguiti un’intera giornata e raccolto le nostre sudate, sentite testimonianze: tutto a voler dimostrare che non si tratta di una “vacanza alternativa”, ma di un impegno che costituisce una base concreta e pratica, legata a doppio filo con il lavoro di magistrati, poliziotti e politici che, su altri livelli, contribuisce a stroncare la realtà di Cosa Nostra in Sicilia.
Ciò che alla fine di quest’esperienza, tappa del progetto più grande che l’estate prossima mi riporterà lì, ho fatto mio è che, senza voler essere eccessivamente retorici, noi siamo gocce che riempiono, e non dobbiamo aver paura di nessuna mano che venga a togliere il tappo dalla vasca del nostro lavoro, non dobbiamo temere che tutto quello a cui contribuiamo sia effimero: noi siamo gocce che riempiono ed è come se le nostre valigie non si possano disfare.
Dietro a questa profonda convinzione ho intenzione di partecipare all’organizzazione di una “Cena della Legalità” che dovrà tenersi nei locali della Pubblica Assistenza nei mesi prossimi e i cui proventi andranno a sostenere “Lavoro e Non Solo”.
Si avrà occasione di approfondire il tema della lotta alla mafia, della concretezza di questo problema, del fenomeno culturale e non solo criminale che essa rappresenta, attraverso anche la proiezione di immagini che trattano il lavoro delle cooperative impegnate attivamente sul territorio siciliano, senza dimenticare che avremo modo di gustare i prodotti frutto di quel lavoro e dell’impegno, della “sana pazzia” di tutti quei volontari che vi hanno preso parte.
Fiducioso nel fatto che sapremo essere numerosi, posso solo ancora una volta affermare che il seme del volontariato nel nostro Paese germoglia ed è sempre più vivo.
Michele
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