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Archivio per Aprile, 2009

Navi nella notte

notte

di Sandro Bartolini

Il padre cercò negli occhi del figlio qualcosa che potesse fare da tramite, qualcosa che potesse aiutarlo a stabilire un contatto, di qualsiasi tipo.
Se mai vi trovò qualcosa, questo lo rassicurò a tal punto che decise di essere sincero e leale fino in fondo.
[…]
Il figlio ascoltava in silenzio, non osava interrompere il padre, non l’avrebbe mai fatto, percepiva lui stesso quel flusso magico che animava il suo anziano genitore, e dentro di sé sapeva che per spezzare un momento così intenso e significativo sarebbe bastata una sola parola, anche appena accennata.
Non poteva permetterselo: non se lo sarebbe perdonato, mai più.
“NAVI NELLA NOTTE – GUARDA NEGLI OCCHI”

Le strade che percorreremo sono tutte quelle persone che incontriamo lungo il nostro cammino.
Alcune le incrociamo appena, con altre ci scambiamo un fugace sguardo, un semplice saluto e nulla più.
La maggior parte di loro, per fortuna, sono sempre con noi.
Anche e soprattutto quando ci sembra di no.
Ma loro ci sono sempre, pronti a sostenerci e a sorreggerci, a stimolarci e a spronarci, a farci sentire la loro presenza, ma anche a farsi da parte, se necessario.
“NAVI NELLA NOTTE – LE STRADE CHE PERCORREREMO”

E allora, nonostante il mio lavoro passato ed il mio attuale incarico, non consideratemi un voyeur.
Mi vedrete entrare nelle vostre case – e nelle vostre vite – solo dopo aver chiesto educatamente permesso, solo dopo essermi accertato che proprio non disturbo.
Ed anche allora, quasi non mi sentirete arrivare, perché lo farò in punta di piedi.
Come in punta di piedi uscirò, dalle vostre cose e dalle vostre case, non appena mi sarò reso conto di essere di troppo.
Basterà un attimo.
“NAVI NELLA NOTTE – LA RISPOSTA”

Schizzi

schizzi

di Ivano Mugnaini

“Di uomini molto cattivi non si può neppure immaginare che muoiano”. Lo sostiene Theodor W. Adorno nei Minima Moralia, uno di quei libri che piacciono tanto a lui, al mio padrone di casa. Adora citarlo a profusione, quel volume, e predilige quella frase in particolare, se ne bea, esaltandosi, impettendosi, senza accorgersi del sarcasmo soffocato a stento di chi lo ascolta. Non si rende conto che quella massima sembra scritta apposta per lui, anzi, contro di lui.
Dicono che sia infelicissimo chi riconosce il bene ma è costretto a tenerne il piede lontano. E’ il mio caso. Io sono un pittore fallito, mediocre, incapace. Ma ho bisogno di un tetto e di un cielo, un luogo adeguato in cui vivere e dipingere ancora, nonostante tutto. Lui mi mette a disposizione quasi gratuitamente una comoda stanza e una mansarda adibita a studio. In cambio pretende la mia dedizione totale, i miei quadri, la deferenza, l’adulazione, la mia dignità. Il bene sarebbe l’opposto di lui e della sua linda casa-prigione; ma non so vivere ormai senza queste mura di lusso che mi stritolano e mi proteggono.
Bisogno sempre scusarsi di agire bene; nulla ferisce di più. Ho sempre pensato questo: una scusa, un compromesso con la mia inettitudine. Si vive di compromessi, tuttavia, si sa, è normale, si sopravvive cercando di scordare che i malvagi che hanno successo sono insopportabili. Mi resta un po’ di tempo, comunque, per dare un senso all’insieme, ai dettagli e alla prospettiva. Forse, prima di svanire nel nulla, sarò in grado di realizzare un lavoro memorabile.
“Ho fatto un po’ di bene; è la mia opera migliore”: così dichiarava Voltaire, autore assai presente nella biblioteca del mio locatore e molto caro anche a me.
Se dò vita e morte eterna al mio padrone, se catturo la sua espressione più sincera e la fermo nel tempo a futura memoria, sarò servito a qualcosa: avrò regalato all’umanità un monito eterno. Si tratta solo di coglierlo nell’atto della debolezza che ogni essere genera e da cui è generato. L’attimo prezioso è quello in cui sarà se stesso, senza maschere d’orgoglio, senza schemi né finzioni.
Lo trovo, finalmente, solo, stanco, quasi dolce, in apparenza, seduto davanti alla finestra della mia stanza. Gli parlo della mia vecchiaia imminente, dell’avanzare del mio tempo, così, per riflesso, penserà al suo declino, all’abisso della sua vita riempito soltanto da molecole folli di malvagità.
Ecco, il miracolo è accaduto: sorride, pensa, riflette, è lontano e presente, è autentico, ora, è un uomo, è l’uomo. Pochi tratti di matita su un foglio bianco e sarà svelato il misero e terribile mistero.
Le mie dita fremono, indocili, ribelli. Lo guardo, lo vedo, finalmente, ma non riesco a immortalarlo. Mi blocca un senso di disgusto che si tramuta in riso, e infine in rabbia cieca, furibonda. Vorrei farlo a pezzi, coglierlo alle spalle e pugnalarlo infinite volte, finché ho un filo di fiato in corpo. Ho anche un altro inveterato difetto però: sono superstizioso. Rompere uno specchio porta sventura. Sono ancora vivo, e, in fondo, se non si può neppure immaginare che io muoia, non è detto che debba accadere per forza.

IL NIBBIO NERO

nibbio
di Antonio Zifaro

Questa è solo un’uscita della superstrada. Pisa nord-est. Appena dopo la stazione di servizio. Dentro il puzzo di gasolio e benzina. Dentro il sole che cola lungo i muri dei palazzi, sulle lamiere delle macchine, e invade le strade di nebbia calda e bianca. In un’estate larga larga larga. Una invisibile catena di falò accesa tutto il giorno fino oltre le dieci di sera. Il fumo spesso, denso, che ci entra negli occhi e ci impasta le mani. Si spalma sulle finestre e le chiude e le copre di silenzio. Così tutta questa città sono i cunicoli che abbiamo scavato nelle pietre impermeabili dei palazzi. Fuori soltanto il fumo che nelle gallerie del centro commerciale si infila come silicone sulle bocche della gente che si guarda muta senza riconoscersi. Anche per questo forse ci si nasconde bene dentro i corridoi dei supermercati. Circondati dagli scaffali di specchi e barattoli. In mezzo alle pentole di alluminio che riflettono il mio naso e le mie braccia che si accorciano o si allungano deformati e asimmetrici. Ci si nasconde bene in queste strade deserte annegate di luce. Nei piccoli paesi, invece, nelle strade pedonali di venti anni fa e nelle cene coi parenti, dove si conoscono tutti, non sei mai te stesso, ma il tuo soprannome. Sei quello che ormai devi essere. Per gli altri. Non puoi più cambiare. E comunque devi essere per forza qualcosa. Avere un ruolo sociale. Ma nella periferia senza confini è diverso. In questa immensa città infinita fatta di superstrade e sobborghi dalle finestre chiuse. Sei sempre solo. Ti puoi nascondere. Ti puoi trasformare. Quindi puoi essere vero.

Io sono il nibbio nero. Quando amo le rocce e le coste frustate dal vento. Quando amo l’ombra e il silenzio. Sono il nibbio nero. Quando amo camminare e camminare e camminare. Quando mi piace baciare. Quando disegno linee di luce rossa. Sdraiato sul letto davanti al balcone spalancato. Mi scivola sulla pelle il vento fresco notturno. Tratteggio linee con la luce del mozzicone di sigaretta. Forse la testa di un cavallo. Forse il profilo di una ragazza.

Sono il nibbio nero. Quando non mi piacciono le parole della gente che sono solo un mucchio di banalità vuote. Sempre le stesse. Frasi che non hanno spessore, significato, peso. Ma sono buttate così tanto per ingolfarti la mente. Tanto per stancarti i neuroni. Tanto per far passare il tempo. Tanto per non restare soli con se stessi. Ma io adesso ho voglia di pensare un po’ a me stesso. Di ascoltarmi.

Sono il nibbio nero. Quando ho mandato a fanculo amici e parenti, i legami sociali, e qualsiasi dovere non mio. Adesso che trafiggo la strada. Piovosa o annegata di sole. Amo quasi sempre la strada. Arrampicarmi per le rampe incollato alle linee bianche e alle spire strette del guard-rail. Salire mentre i ponti e le lastre di nuvole mi vengono addosso. Ma poi scendere giù. Esplodere nel lungo rettilineo che cade lontano ancora più lontano nel riverbero bianco di luce. Bianco. Vuoto. Dove tutto si confonde l’asfalto le lastre di nuvole le ombre della pianura. Questa ansia indefinibile.

Antonio Zifaro

Antonio Zifaro è nato a Pisa nel 1977 e si è laureato in Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Pisa. Ama la letteratura e l’arte in genere. Viaggia spesso in Europa dove trova scenari e situazioni che popolano i suoi romanzi. Il suo My Space: QUI

Ivano Mugnaini

Ivano Mugnaini è nato a Viareggio (Lucca) il 12 giugno del 1964.  Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Pisa. E’ autore di testi di poesia, prosa e saggistica.  Cura la rubrica “Panorami congeniali”,  sul sito Speaker’s Corner della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner, all’interno del quale propone suoi racconti e sue “rivisitazioni” di film e classici letterari. E’ socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa.   Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui “Il Teatro di Campana”.
Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno (all’interno delle trasmissioni “Il baco del millennio”; “In Europa” ed altre).

Sandro Bartolini

Sandro Bartolini, nato a Prato il 25 febbraio 1975, è laureato in Psicologia dello sviluppo e dell’educazione e lavora come educatore alla cooperativa sociale ‘Divittorio’ di Firenze.
“Navi nella notte” è una raccolta di racconti.

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti vive e lavora a Pisa, dove si occupa di comunicazione pubblica sul web. Alcuni suoi  racconti sono presenti in antologie - “Ultima spiaggia” e “Caffé ristoro” (ETS, 2004 e 2006), “Pisanthology” (Giulio Perrone Editore, 2007); ha collaborato al libro “Centro di igiene mentale” di Simone Cristicchi (Mondadori, 2007) e pubblicato la raccolta di poesie “Versi ciclabili” (Orientexpress, 2007). Il suo diario pubblico è www.coltisbagli.it

Il diario e la pazzia di Cosimo Valdambrini

conchiglie

di Matteo Pelliti

Il maestro Cosimo Valdambrini stava per chiudere nella sua borsa di cuoio l’ultimo foglio da disegno che aveva corretto, i sillabari portati in prestito ed il piccolo registro di tela verde dove segnava il lavoro del giorno quando, dalla prima fila dei banchi, partì un richiamo secco, acuto, di un autoritarismo impertinente, una voce limpida dal timbro affilato, da bambino di sette anni, di un bambino di sette anni: - Maestro Valdambrini! Le conchiglie, le conchiglie!! Si è dimenticato le conchiglie; non ci ha portato le conchiglie?-
- Quali conchiglie?- disse il maestro Cosimo Valdambrini, sentendosi improvvisamente e totalmente ostaggio del settenne inquirente, come se ogni mancanza della sua vita, quasi del tutto solitaria, mancante, fosse stata smascherata di colpo, smascherata la sua solitudine, la sua tristezza, i suoi fallimenti, le sue delusioni, tutte al grido di “e le conchiglie, e le conchiglie?”; che fine hanno fatto le conchiglie, Valdambrini? Confessa. Quelle conchiglie che avevi promesso di farci vedere, quelle fossili, mica roba comune raccattata sulla spiaggia d’inverno. Dove le hai rubate quelle conchiglie che ci volevi far vedere, Valdambrini? Come hai fatto a dimenticarti di portarle, confessa, confessa! La classe era già all’unisono da qualche minuto su quella sola parola, “CON-CHI-GLIE, CON-CHI-GLIE, CON-CHI-GLIE”, e il maestro Cosimo Valdambrini si teneva la testa, con i gomiti sulla cattedra e il mento sopra la borsa stinta, senza cercare di ricordare dove erano le conchiglie fossili e perché non le avesse portate quella mattina a scuola ma, atterrito, tentava di giustificare a se stesso il senso della sua stessa esistenza che quella dimenticanza gli pareva davvero aver mandato a spegnersi. I bambini uscirono coprendo con il loro coro di conchiglie la campanella, lasciarono il maestro come pietrificato, quasi sotto l’effetto di un incantesimo, di fronte al quale sembravano già compiacersi per la forza paralizzante che la loro richiesta aveva generato. CON-CHI-GLIE, CON-CHI-GLIE! Sembrerà eccessivo, eppure. Quella notte Cosimo Valdambrini non riuscì proprio a dormire…

Luca Bolognese

L’architetto Luca Bolognese  nato a Firenze 30/12/1963 dal 1992 al 2004 si dedica allo studio delle zanzare africane, alla collezione delle sabbie degli atolli polinesiani, alla caccia al koala sulle Alpi italiane, alla coltivazione della rosa del Caucaso, alla contemplazione dell’aurora boreale sulle sponde dell’Arno. Nel 2004 fonda lo studio di architettura G@UT; si occupa di design, interiors design, urban design, progettazione architettonica, exhibit design, graphic design, visual design e di sovrarealtà letteraria; crea il manifesto letterario del “sovrarealismo” con una commedia “Acid House” di oggetti parlanti messa in scena a Milano. Scrive racconti di architettura e design. E’ 2° premio per una commedia per il concorso alla prima edizione “Firenze alla Ribalta” 2004.

I racconti di Mr G@ut

palloncini

di Luca Bolognese

Mr Gaut amava narrare racconti, a volte incoerenti, slegati fra di loro, di varia ispirazione. Mr Gaut era sovrareale, talmente sovrareale da non sapere neanche lui dove i suoi racconti andavano a parare. La sola cosa che Mr Gaut aveva chiara e che magicamente durante la notte i suoi racconti si sistemavano e in qualche modo prendevano l’ aspetto di qualcosa di logico. Non era lui che voleva questo, era la natura magica dei suoi scritti, che operava.

C’È QUALCOSA NELL’ ACQUA CHE BEVI….
C’e qualcosa nell’acqua che bevi che ti rende così diversa. Sai di acqua minerale, sei effervescente……
c’e qualcosa nell’acqua che bevi che ti rende così diversa, sai di fonte sorgiva, sei naturale………
c’e qualcosa nell’acqua che bevi che ti rende così diversa, sai di mare, sei salata…….
c’e qualcosa nell’acqua che non bevi che ti rende diversa sai di morte, sei insapore………
Una composizione, una poesia o cosa? Tra i miei ricordi essiccati solo sequenze di parole a cui non riuscivo a dare un senso… forse avrei dovuto fare un passo indietro, forse sarebbe servito a dare un senso ai miei ricordi, ai miei pensieri……

L’ INFINITA PAZIENZA DI DIO
Un giorno, il Buon Dio, stanco delle mille guerre dei suoi agitati figli; stanco di ascoltare tutte le loro insulse ripicche quotidiane, dalle più futili delle riunioni condominiali a quelle più serie degli equilibri mondiali; stanco di vedere l’umanità scotennarsi per un nonnulla, ma attenzione! non stanco dell’umanità, stanco solo delle sue endemiche, ataviche, ridicole fissazioni, decise di fare uno scherzetto a tutti noi…….

…..A VOLTE IN AUTOSTRADA….
Mi chiamo Sigfrido; mi trovo piacevolmente  adagiato sul comodo divano di casa mia,  ripensando a quello che mi è  capitato pochi giorni fa. Sono ancora turbato: l’ innata razionalità che mi ha sempre contraddistinto, mi induce a pensare che sia stato tutto un sogno, ma il mio rinnovato credo mi suggerisce il contrario.

IL SILENZIO SCOMPARSO
Il Silenzio decise di abbandonare la nostra terra lasciando il posto al Rumore Artificiale, il Rumore creato dall’uomo. Una lotta impari che il Silenzio non avrebbe potuto vincere. Il Silenzio aveva convissuto in armonia con il Rumore della Natura e nessuno di loro aveva mai pensato di prevaricare sull’altro; ma un nemico nell’ombra avanzava lentamente il Rumore Artificiale, quello provocato dal nostro umano intelletto illuminato; un avanzamento progressivo e inarrestabile.

I PALLONCINI DAGLI OCCHI GRANDI
Francesca era andata in vacanza con la famiglia in Paprika. L’avevano portata perché volevano farle vedere un altro mondo, altre usanze, altri costumi.  E Francesca,  che era ancora una bambina, non si era opposta. Voleva bene ai suoi genitori e anche se avrebbe preferito rimanere a giocare con le  amiche del  vecchio continente, si rassegnò al volere dei grandi; decise, perciò, di non puntare i piedi e di vedere questo tanto chiacchierato nuovo mondo: la Paprika

MACCHINAZIONI UNIVERSALI
Fu un anno di tempo variabile, variabile a  tal punto che le stagioni non riuscivano  più a distinguersi fra di loro. C’era chi pensava fosse primavera, chi pensava fosse autunno, chi pensava fosse inverno, chi pensava fosse estate. A nessuno passò per la mente che potesse essere smog.