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Archivio per Luglio, 2009

Claudio Gambineri

Claudio Gambineri nasce suo malgrado. Dovendo ormai venire al mondo la data non gli dispiace: 07/03/1978.
Vive a Bibbiena (Ar), dove può dar respiro alla sua inclinazione verso luoghi tranquilli e pieni di natura. Duranti certi pomeriggi estivi interminabili e noiosi dei primi anni novanta trova ristoro all’ombra delle parole di una signora inglese tanto per bene che in ogni libro mette un cadavere, quando va bene uno, e un assassino. Dopo la Christie saccheggia altri volumi dallo scaffale del fratello, quindi inizia a farsi la sua libreria: Beckett, Calvino, Vittorini, Pavese, Camus, Queneau, Perec, Bufalino, Faulkner e tanti altri. Gli piace molto scrivere, talvolta anche rileggersi.

La natura selvaggia

gravidanza

di Claudio Gambineri

La ragazza camminava strascicando i piedi, era piegata dalla stanchezza, attraversò il paese
sulla strada polverosa, fino ad arrivare a uno spiazzo con una fonte, pompò un po’ d’acqua e bevve,
si lavò le mani e si sciacquò il volto appiccicoso. I capelli cadevano esili come tutte le sue ossa,
come la sua figura, se non fosse stato per quel ventre tondo che sporgeva in avanti. Se lo accarezzò
con le mani. Guardò il cielo mattutino, era smisurato come l’aveva lasciato il giorno prima. Si avviò
verso una locanda, c’era una coppia che l’aveva fissata fin dal suo apparire e ne seguiva l’incedere.
Gli avventori ai tavoli le buttarono tutti gli occhi addosso. Se lo aspettava.
Salute, fece lei. Puntò al bancone, dove un ragazzo con appena i baffi accennati e l’acne sulle
guance sciacquava dei bicchieri; quello le diede un’occhiata e velocemente distolse lo sguardo.
Buongiorno: è possibile cucinare due uova?
Certo, fritte o sode?
Preferirei fritte.
Bene.
La ragazza tirò fuori dalle tasche della vestaglia due uova. Posso cucinarli allora?
Il giovane prima fece un risolino stupido, poi guardò gli altri clienti seduti. Quando capì che non era
uno scherzo sparì per una porta e venne sua madre.
Mi chiedevo se mi lascereste cucinare queste due uova, esordì la ragazza. Farei tutto da me, avrei
bisogno solo di una padella, un po’ di lardo per friggerle e un pezzo di pane. Ovviamente pagherei
tutto quel che uso.
Un vecchietto coi baffi fece una risata e altri sogghignarono. La donna grassa li guardò in tralice.
Mi dia le uova che ci penso io, disse. Lei si metta al tavolo e non si preoccupi di questi pecoroni.
Le consegnò due uova fritte con un pezzo di pancetta e del pane, più dell’acqua. La ragazza mangiò
tutto, raccattando le briciole dal piatto con le mani. La donna venne a ritirare il piatto e la ragazza le
chiese quanto le doveva.
Magari solo una risposta, disse la donna grassoccia, la ragazza fece sì con la testa. Come mai?
Perché me lo ucciderebbero, rispose.

David Bee

David Bee nasce a Pontedera nel 1968.
Lavora da anni in ambito teatrale e fa parte dello staff organizzativo della Festa del Teatro a San Miniato (il più antico festival teatrale italiano). Ma il suo sogno è diventare editore.
Appassionato, oltre che di teatro, di teologia, di calcio e di informatica.
Ha iniziato a scrivere negli anni del liceo, quando un suo compagno di classe lo indusse a comporre poesie. Attratto dalla prosa, qualche anno dopo ha scritto i suoi primi racconti.
Ha nel cassetto almeno una decina di romanzi che prima o poi finirà.
Il nome che usa è uno pseudonimo, ma ormai sono più le persone che lo conoscono con questo che con il suo nome di battesimo.

4S

calcio

di David Bee

Ora di cristologia. Prima lezione. Il professore ci dà il buongiorno, si siede alla cattedra, fa una panoramica della classe e ci chiede, senza nemmeno presentarsi:
- Chi è per voi Gesù di Nazareth?
È come una grandinata estiva: prima cala un silenzio pesante sulla classe. Ognuno di noi sa benissimo cosa dire. Solo che non lo vuole fare per primo. Poi qualcuno scavalca il muro di orgoglio e dice la sua. In breve inizia un bombardamento di citazioni bibliche e patristiche. C’è anche chi canta i versi di una canzone. Nessuno ha l’ardire di usare parole proprie.
Il professore aspetta con pazienza che il temporale passi e continua:
- Benissimo. E mi sapreste dire secondo voi in che ruolo avrebbe giocato Gesù se avesse potuto giocare a calcio?
Ci guardiamo increduli sulla serietà della domanda. Questa volta non ci sono padri della Chiesa o evangelisti che possano venirci in aiuto. Forse a qualcuno è venuto in mente quella barzelletta di Ponzio Pilato che chiede al popolo se vuole libero Gesù o Barabba e, alla nota risposta del popolo, ribatte che, va bene, Barabba giocherà libero e Gesù mediano. Ma che nessuno venga a lamentarsi se la prossima partita verrà persa. E forse a qualcuno è venuto anche la tentazione di rispondere con la barzelletta. Però nessuno lo fa perché il professore aveva un tono inequivocabilmente serio quando ha fatto la domanda.
- Come sospettavo. – fa una pausa. Si toglie gli occhiali, con lentezza esasperante li appoggia sulla cattedra. Fa un profondo sospiro. – Signori: io sono monsignor Guido Gronchi e avete assistito alla prima lezione di cristologia: mai dimenticarsi che Gesù, nella sua esistenza terrena, è stato un uomo a tutti gli effetti e che, in fondo, non conosciamo che poco più di un undicesimo della sua vita. E per sentito dire. Il mio corso si divide in cristologia teorica e pratica. – siamo già tutti piegati sul quaderno pronti a prendere appunti. – Per la teoria avete la bibliografia, per la pratica vi basta un paio di scarpe da calcio. – c’è unità nei nostri pensieri: non abbiamo capito l’ultima frase. – Quello che vi voglio dire è che il corso, più che i fondamenti di una scienza, vi fornirà gli strumenti per condurre un’indagine. E lo strumento più efficace per arrivare a dei risultati, nell’indagine, è questo. – E tira fuori dall’armadietto accanto alla porta dell’aula un pallone da calcio. A qualcuno scappa da ridere. Ma è solo imbarazzo. Nessuno di noi ci ha capito ancora niente.
- Adesso forza: tiratevi su la sottana che andiamo a fare il test d’ingresso: una bella partita. – Si alza e fa per uscire. Nessuno di noi accenna a muoversi dal proprio posto. – Non vorrete stare tutto il giorno al chiuso con una giornata come questa?
Schizziamo tutti in cortile a rincorrere il pallone. Almeno questo l’abbiamo capito benissimo.

Michele Righini

Michele Righini, nato a Viareggio il 6 novembre 1977, è laureato al D.A.M.S (discipline arte musica e spettacolo) dell’università di Bologna,  indirizzo cinema. Ha curato la scrittura e la regia del cortometraggio “Sospeso” che ha vinto la  “Menzione speciale per il miglior attore e la migliore attrice” alla  1° edizione del festival Filoteo Alberini 2007 (Orte), è stato tra i vincitori del premio “Cortovisioni Energheia 2007” (Matera). E’ stato inoltre tra
i 10 finalisti del “Civitacortofestival 2007” (Civitavecchia). Ha tenuto dei corsi di educazione al cinema presso le scuole dell’obbligo. I corsi hanno portato alla scrittura e realizzazione di un cortometraggio e un mediometraggio:
“Come un soffio” e “Rovescia lo specchio”. Ha scritto e curato la regia dello  spettacolo teatrale “Qualcosa di strano”.
Il testo è stato tra i vincitori del “Premio internazionale di letteratura inedita per atti unici teatrali Elsa Morante 2005”. Lo spettacolo è andato in scena presso il Teatro Colosseo di Roma nell’aprile 2006.

Solo leggermente più folle

lampione

di Michele Righini

Antonio lasciò solo che il taxi lo trasportasse attraverso le strade della piccola cittadina, scivolando con le ruote sull’asfalto, velocemente, silenziosamente.
Cercò di fermare tutti i pensieri che  giravano nella sua mente, mettendosi ad ascoltare il rumore quasi impercettibile della macchina.
Guardò fuori dal finestrino le strade deserte della periferia dove era cresciuto, ancora bagnate dalla pioggia  caduta poco prima, con  le luci dei lampioni che vi si riflettevano dentro.
Il taxi fu costretto a fermarsi ad un semaforo rosso.
Antonio guardò giù, verso l’asfalto. C’era una buca  ripiena di acqua piovana  e la luce di un lampione vi si rifletteva dentro, mentre i suoi contorni, mossi dal lieve vento che faceva muovere l’acqua, si dividevano e si riunivano  continuamente, come se stessero danzando tra loro.
Il ragazzo ricordò che spesso, da piccolo, assieme agli amici, andava a giocare a pallone nel breve spazio erboso che si trovava  ai lati di quella strada, e lì, dove ora c’era quell’incavatura nell’asfalto, spesso finiva la pala, calciata in modo sgarbato da lui o da qualche amico; ed era Antonio che spesso andava a recuperarla. Ad un tratto successe una cosa straordinaria: la luce del lampione che si rifletteva dentro l’acqua  iniziò ad espandersi, prendendo la forma di un corpo umano e slanciandosi verso l’alto   fuori-uscì dalla buca sotto la forma di un magro e fragile corpo fatto puramente di luce, la quale venne subito inghiottita  dall’acqua, lasciando vedere perfettamente i tratti umani di  un piccolo ragazzo che se ne stava fermo davanti ad Antonio, con la palla in mano. Era lui stesso all’età di circa 12 anni. Sorrise verso il se stesso adulto e pochi istanti dopo si rigirò verso il buio al di là della strada tirando un gran calcio al pallone. Poi corse dietro ad esso scomparendo nella notte.
Antonio rimase spaventato da quell’apparizione così improvvisa, ma poi dentro a lui ebbe il sopravvento la felicità di aver avuto quel ricordo che si era materializzato davanti ai suoi occhi in modo così reale e incantevole; sorrise felice mentre  il semaforo tornava verde e il taxi riprendeva la sua strada verso l’albergo.
Continuò a guardare fuori dal finestrino; era  il fine settimana e   avvicinandosi  al centro della cittadina i suoi occhi,   attraverso i vetri del taxi, venivano attratti ora dai fari delle macchine che passavano in senso opposto, ora dalle  persone che passeggiavano lungo i marciapiedi che si stendevano ai due bordi della strada.
Fu vicino ad una bella fontana, in una delle piazze centrali della città che il taxi fu costretto a fermarsi di nuovo, bloccato in un ingorgo di macchine.
Antonio guardò verso la fontana.  Si trovava  a circa tre metri da essa, e se all’inizio  la sua attenzione fu attratta ancora una volta  dalle luci dei lampioni che  si riflettevano dentro la sua acqua,   il suo sguardo  fu attratto poi da una coppia di giovani fidanzati che si stavano baciando, a pochi metri da lì, sulla destra.
Le mani del ragazzo toccavano delicatamente la pelle del volto di lei e le loro labbra si sfioravano,  dolcemente, delicatamente,  con purezza.
Fu un attimo, e all’improvviso le mani di quel ragazzo divennero le sue stesse mani, quando a  quattordici anni, proprio davanti a quella fontana, diede il suo primo bacio ad una ragazza, di  un anno più piccola di lui. Ricordò le sue mani di  quattordicenne che toccavano il volto di lei, con la paura anche solo di sfiorare la sua pelle, come  fosse un fiore troppo prezioso per venir toccato da mani inesperte.
Ricordò la sensazione dolce, soffice, meravigliosa che provò quando le sue labbra giovani toccarono quelle della ragazza. Fu come se un mondo  nuovo si aprisse, ricco di possibilità e di opportunità innumerevoli.
Il ricordo durò però solo il tempo di pochi secondi, il taxi infatti ripartì, riprendendo la sua strada verso l’albergo e lasciando svanire  dietro di se  tutti i ricordi.
L’auto arrivò infine nel centro della cittadina, stracolma di persone che riempivano completamente la passeggiata del lungomare, molte di esse cercavano di attraversare la strada, cosa che gli veniva spesso impedita dalla grande quantità di macchine che sfrecciavano su e giù. Ad un tratto il taxi fu costretto a rallentare di nuovo. C’era stato un incidente e un uomo anziano era per terra e gesticolava con le mani imprecando e assumendo col volto espressioni di dolore. A  qualche metro di distanza c’era il suo motorino, dal quale era probabilmente stato sbalzato via dall’urto con un’autovettura, la quale  era  ferma, di traverso in mezzo alla strada, pochi metri più in là.
La dinamica dell’incidente era chiara: la macchina era entrata in strada senza accorgersi che stava passando il motorino guidato dall’uomo anziano, attorno al quale adesso si era  creato una sorta di pubblico, tra cui vecchi, bambini e adolescenti, tutti presi da quello spettacolo terribile che ogni tanto le strade sanno offrire.
L’ambulanza non era ancora arrivata, ma vicino all’uomo se ne stavano quattro o cinque persone che cercavano di assisterlo, tra di esse c’era una ragazza, probabilmente la conduttrice dell’auto che lo aveva investito. Era agitata, e  si muoveva di qua e di là senza darsi pace per quello che era avvenuto.
Fu di nuovo all’improvviso che l’immaginazione di Antonio fece  ancora un miracolo e tutto davanti ai suoi occhi divenne bianco per qualche secondo.
All’improvviso non vide  più l’uomo anziano steso a terra, ma lì, sull’asfalto, a pochi metri da lui, c’era un ragazzo adolescente,  di circa sedici o diciassette anni. Antonio  guardò il suo volto e riconobbe chiaramente i suoi stessi tratti, anche se  snaturati dalle smorfie di dolore provocate   dal  terribile incidente col motorino che aveva avuto, la cui dinamica era stata molto simile a quella dell’incidente che era stato davanti ai suoi occhi fino a pochi secondi prima. Un’auto, tirando a dritto allo stop lo aveva preso in pieno  facendolo volare per diversi metri dalla parte opposta della strada.
Ricordò di avere perso i sensi e riprovò sul suo corpo quello stesso dolore  lancinante alla gamba destra e alla schiena che aveva provato molti anni prima, quando risvegliandosi, vide attorno a se una miriade di persone  che parlavano e si agitavano. Ricordò il suo tentativo infruttuoso  di rialzarsi e  il fatto che pensò di essere rimasto paralizzato,  mentre il brusio delle persone che si accalcavano attorno a lui  diventava lontano e confuso. Fu in quel momento che realizzò che forse doveva essere grato a qualcuno anche solo per il fatto di essere ancora vivo e di poter camminare, parlare,  respirare.
Poi ci fu di nuovo un lampo di luce bianca davanti agli occhi di Antonio e improvvisamente tutto fu di nuovo come prima.
Il taxi uscì dall’ingorgo creato dall’incidente e poco dopo arrivò davanti all’albergo.
Il ragazzo prese le sue borse e scese dall’autovettura. Subito dopo si rivolse  all’autista.
“Quanto…quanto le devo?”
“Niente…”
Rispose l’autista con un sorriso.
“Che…che vuole dire niente?… Lei mi ha portato sino qua… è un tassista… …è il suo lavoro… quindi…”
“Senta… il suo  viaggio è stato già pagato… di più non posso dirle…mi dispiace…”
Antonio  non riusciva a capire.
“Già…già stato pagato?…E… e da chi?…”
“Non posso dirglielo…mi dispiace…”
Il ragazzo allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia, sempre più sorpreso. Era davvero assurda quella cosa. Tutto stava assumendo le sembianze di uno strano sogno.
“Ma che…che vuol dire, insomma…”
“Mi scusi ma… non è contento di non dover pagare?…”
“Si, certo… ma…”
“Adesso la devo proprio  salutare… Abbia cura di se… Mi raccomando…”
Il finestrino scuro del taxi si richiuse su quella creatura dal grasso debordante e pochi istanti dopo l’autovettura riprese a percorrere le strade della cittadina.
Antonio restò fermò per qualche secondo guardando scomparire la macchina dietro l’angolo più lontano della strada.
Era possibile che quella cosa fosse realmente accaduta?…
Chi poteva avergli pagato il costo del taxi? Ma soprattutto, chi poteva sapere che sarebbe andato proprio in quell’albergo e quella notte stessa?
La preoccupazione prese il sopravvento sull’entusiasmo dentro al suo stato d’animo, tanto che si guardò attorno velocemente e impaurito  corse verso l’albergo. Tanto era agitato che nemmeno badava a dove infilava i piedi, che infatti finirono dentro tutte le bozze di acqua piovana che c’erano lì attorno, entrando infine dentro l’albergo con tanta foga che la porta girevole lo scaraventò nell’atrio d’ingresso come fosse una catapulta.

Daniele Pasquini

Daniele Pasquini è nato il 29 luglio del 1988 in provincia di Firenze, dove studia “Media e Giornalismo” presso la facoltà di Scienze Politiche.
Ha iniziato a scrivere, durante il liceo, per il giornale studentesco “Ernesto C’è”. Durante il liceo scrive anche “Bus” e “Dave” (raccolte di racconti), circolati in fotocopie tra i banchi di scuola e le panchine del paese. Ha partecipato al concorso europeo per studenti promosso da “MPV” vincendo un viaggio premio a Strasburgo.
Collabora da circa due anni come redattore con la rivista fiorentina “Testimonianze” (www.testimonianze.org). Per l’Associazione Culturale Testimonianze è attualmente anche curatore del sito e  addetto stampa.
Per oltre un anno ha pubblicato racconti, e dialoghi sul blog www.entropia88.splinder.com. Il suo primo tentativo di romanzo, “Storia in mi minore”, è disponibile in copyleft sul blog.
Ha partecipato all’iniziativa-concorso di www.setteperuno.it dove è stato pubblicato in quattro puntate il racconto “Libero e i segnali di fumo”. Dal mese di settembre 2009 inizierà anche una collaborazione con la rivista universitaria Riot-Van (www.riotvan.net).

Quattro quarti

sigaretta

di Daniele Pasquini

Arrivai alle Vecchie Officine Galilei col passo rapido del fuggiasco, del perseguitato politico o dello spacciatore con le sirene alle spalle. Giunsi stravolto, preso dai sudori freddi, dalle premonizioni, dal mal di testa, dai crampi allo stomaco e dalle mani appiccicose. Roba che non mi sentivo così dai tempi del primo esame all’università. Segato netto. Sfumacchiavo la mia sigaretta nell’aere senza stelle, ad un orario in cui il sole, a febbraio, andava giù troppo svelto, come ci fosse sempre stato un tramonto in agguato.
Attorno al locale già trafficava gente, qualcuno che avrebbe dovuto suonare, qualche amico fedelissimo che aveva accompagnato qualcuno di qualche band, qualche ragazza con un po’ troppa provincialità per esser chiamata groupie, qualche qualcuno che ronzava, visibilmente preso dal solito tipo d’ansia che avevo io addosso. Nel parcheggio i motorini si infilavano ovunque, e le utilitarie sfidavano la fisica per infilare in un pertugio.
C’era un chiosco, ad un centinaio di metri, dove si fabbricavano hamburger, hotdog ma anche cibarie più caratteristiche, tipo lampredotto o trippa. Cocacola o birra. Quattro o cinque persone se ne stavano a sgranocchiare ciccia sommersa di ketchup, roba che a pensarci ti verrebbe da interrogarti una vita sui numerosi perché del metabolismo umano, la composizione chimica del cibo e quella della digestione, e come possa entrarci il gusto in tutto ciò. Magari Valentina lo sapeva anche. Comunque.