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Quattro quarti

sigaretta

di Daniele Pasquini

Arrivai alle Vecchie Officine Galilei col passo rapido del fuggiasco, del perseguitato politico o dello spacciatore con le sirene alle spalle. Giunsi stravolto, preso dai sudori freddi, dalle premonizioni, dal mal di testa, dai crampi allo stomaco e dalle mani appiccicose. Roba che non mi sentivo così dai tempi del primo esame all’università. Segato netto. Sfumacchiavo la mia sigaretta nell’aere senza stelle, ad un orario in cui il sole, a febbraio, andava giù troppo svelto, come ci fosse sempre stato un tramonto in agguato.
Attorno al locale già trafficava gente, qualcuno che avrebbe dovuto suonare, qualche amico fedelissimo che aveva accompagnato qualcuno di qualche band, qualche ragazza con un po’ troppa provincialità per esser chiamata groupie, qualche qualcuno che ronzava, visibilmente preso dal solito tipo d’ansia che avevo io addosso. Nel parcheggio i motorini si infilavano ovunque, e le utilitarie sfidavano la fisica per infilare in un pertugio.
C’era un chiosco, ad un centinaio di metri, dove si fabbricavano hamburger, hotdog ma anche cibarie più caratteristiche, tipo lampredotto o trippa. Cocacola o birra. Quattro o cinque persone se ne stavano a sgranocchiare ciccia sommersa di ketchup, roba che a pensarci ti verrebbe da interrogarti una vita sui numerosi perché del metabolismo umano, la composizione chimica del cibo e quella della digestione, e come possa entrarci il gusto in tutto ciò. Magari Valentina lo sapeva anche. Comunque.

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