
tikitatak. Si svegliò con quell’assurdo ticchettare ancora impigliato nel cervello. Ansimava, si drizzò a sedere in un bagno di sudore. Le ombre si rincorrevano fra le pareti e il soffitto, echi perduti tessevano complicate trame dall’esterno. Scattò in piedi e spalancò la finestra. Fu investito dalla placida, assoluta, totale calma piatta. Non un refolo, non un alito di vento. La città intorno rimaneva sospesa in un banale grumo di luci soffuse e chiazze abbaglianti, tutto impastato di auto fantasma, moto erranti e treni quasi gettati alle soglie del nulla. Monotono ghiri gori di toni acuto-gravi che, stiracchiando ogni suono, volteggiava pallido e ombroso fra i confini della coscienza. Osservò un lontano struscio di elicottero, due o tre luci rosse in asfittico movimento. Rimise dentro la testa.
Maledizione, la camera era rovente. “04:30”, disse la sveglia spiattellandogli aride cifre azzurro fluorescente. Decise di raggiungere la cucina o il salotto (tanto era uguale). Inciampò sul tappetino, dovette aggrapparsi alla porta. Finalmente girò la maniglia, spalancò e si immerse nella penombra del salotto (che era anche cucina). Ancora ombre, forme vaghe, oggetti, facce appese ai muri, forse fantasie serpeggianti. Tutto indistinto nell’inconsistenza della notte. Urtò una specie di gobba pelosa buttata in terra. “Meow!”, fece quella scappando via di corsa.
<Vaffanculo, Agenore>, lo apostrofò con la voce ancora impastata. <Te l’avrò detto mille volte che devi dormire nella tua cuccia>.
Riprese il cammino ma non fece molta strada. Il pavimento divenne morbido e setoso, schiere di puntini giallo verdi lo attraversarono occhieggianti dall’esterno attraverso i buchi della persiana. Una sottile linea fredda, vetrosa, dura di ghiaccio, lo colpì dritto allo stinco sinistro. Costretto a danzare su un piede la tarantella del dolore acuto, si accompagnò con un assolo di bestemmie e improperi in una lingua che ancora non sapeva di conoscere e di cui, tuttavia, non si sapeva il nome.















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