
di Michele Righini
Antonio lasciò solo che il taxi lo trasportasse attraverso le strade della piccola cittadina, scivolando con le ruote sull’asfalto, velocemente, silenziosamente.
Cercò di fermare tutti i pensieri che giravano nella sua mente, mettendosi ad ascoltare il rumore quasi impercettibile della macchina.
Guardò fuori dal finestrino le strade deserte della periferia dove era cresciuto, ancora bagnate dalla pioggia caduta poco prima, con le luci dei lampioni che vi si riflettevano dentro.
Il taxi fu costretto a fermarsi ad un semaforo rosso.
Antonio guardò giù, verso l’asfalto. C’era una buca ripiena di acqua piovana e la luce di un lampione vi si rifletteva dentro, mentre i suoi contorni, mossi dal lieve vento che faceva muovere l’acqua, si dividevano e si riunivano continuamente, come se stessero danzando tra loro.
Il ragazzo ricordò che spesso, da piccolo, assieme agli amici, andava a giocare a pallone nel breve spazio erboso che si trovava ai lati di quella strada, e lì, dove ora c’era quell’incavatura nell’asfalto, spesso finiva la pala, calciata in modo sgarbato da lui o da qualche amico; ed era Antonio che spesso andava a recuperarla. Ad un tratto successe una cosa straordinaria: la luce del lampione che si rifletteva dentro l’acqua iniziò ad espandersi, prendendo la forma di un corpo umano e slanciandosi verso l’alto fuori-uscì dalla buca sotto la forma di un magro e fragile corpo fatto puramente di luce, la quale venne subito inghiottita dall’acqua, lasciando vedere perfettamente i tratti umani di un piccolo ragazzo che se ne stava fermo davanti ad Antonio, con la palla in mano. Era lui stesso all’età di circa 12 anni. Sorrise verso il se stesso adulto e pochi istanti dopo si rigirò verso il buio al di là della strada tirando un gran calcio al pallone. Poi corse dietro ad esso scomparendo nella notte.
Antonio rimase spaventato da quell’apparizione così improvvisa, ma poi dentro a lui ebbe il sopravvento la felicità di aver avuto quel ricordo che si era materializzato davanti ai suoi occhi in modo così reale e incantevole; sorrise felice mentre il semaforo tornava verde e il taxi riprendeva la sua strada verso l’albergo.
Continuò a guardare fuori dal finestrino; era il fine settimana e avvicinandosi al centro della cittadina i suoi occhi, attraverso i vetri del taxi, venivano attratti ora dai fari delle macchine che passavano in senso opposto, ora dalle persone che passeggiavano lungo i marciapiedi che si stendevano ai due bordi della strada.
Fu vicino ad una bella fontana, in una delle piazze centrali della città che il taxi fu costretto a fermarsi di nuovo, bloccato in un ingorgo di macchine.
Antonio guardò verso la fontana. Si trovava a circa tre metri da essa, e se all’inizio la sua attenzione fu attratta ancora una volta dalle luci dei lampioni che si riflettevano dentro la sua acqua, il suo sguardo fu attratto poi da una coppia di giovani fidanzati che si stavano baciando, a pochi metri da lì, sulla destra.
Le mani del ragazzo toccavano delicatamente la pelle del volto di lei e le loro labbra si sfioravano, dolcemente, delicatamente, con purezza.
Fu un attimo, e all’improvviso le mani di quel ragazzo divennero le sue stesse mani, quando a quattordici anni, proprio davanti a quella fontana, diede il suo primo bacio ad una ragazza, di un anno più piccola di lui. Ricordò le sue mani di quattordicenne che toccavano il volto di lei, con la paura anche solo di sfiorare la sua pelle, come fosse un fiore troppo prezioso per venir toccato da mani inesperte.
Ricordò la sensazione dolce, soffice, meravigliosa che provò quando le sue labbra giovani toccarono quelle della ragazza. Fu come se un mondo nuovo si aprisse, ricco di possibilità e di opportunità innumerevoli.
Il ricordo durò però solo il tempo di pochi secondi, il taxi infatti ripartì, riprendendo la sua strada verso l’albergo e lasciando svanire dietro di se tutti i ricordi.
L’auto arrivò infine nel centro della cittadina, stracolma di persone che riempivano completamente la passeggiata del lungomare, molte di esse cercavano di attraversare la strada, cosa che gli veniva spesso impedita dalla grande quantità di macchine che sfrecciavano su e giù. Ad un tratto il taxi fu costretto a rallentare di nuovo. C’era stato un incidente e un uomo anziano era per terra e gesticolava con le mani imprecando e assumendo col volto espressioni di dolore. A qualche metro di distanza c’era il suo motorino, dal quale era probabilmente stato sbalzato via dall’urto con un’autovettura, la quale era ferma, di traverso in mezzo alla strada, pochi metri più in là.
La dinamica dell’incidente era chiara: la macchina era entrata in strada senza accorgersi che stava passando il motorino guidato dall’uomo anziano, attorno al quale adesso si era creato una sorta di pubblico, tra cui vecchi, bambini e adolescenti, tutti presi da quello spettacolo terribile che ogni tanto le strade sanno offrire.
L’ambulanza non era ancora arrivata, ma vicino all’uomo se ne stavano quattro o cinque persone che cercavano di assisterlo, tra di esse c’era una ragazza, probabilmente la conduttrice dell’auto che lo aveva investito. Era agitata, e si muoveva di qua e di là senza darsi pace per quello che era avvenuto.
Fu di nuovo all’improvviso che l’immaginazione di Antonio fece ancora un miracolo e tutto davanti ai suoi occhi divenne bianco per qualche secondo.
All’improvviso non vide più l’uomo anziano steso a terra, ma lì, sull’asfalto, a pochi metri da lui, c’era un ragazzo adolescente, di circa sedici o diciassette anni. Antonio guardò il suo volto e riconobbe chiaramente i suoi stessi tratti, anche se snaturati dalle smorfie di dolore provocate dal terribile incidente col motorino che aveva avuto, la cui dinamica era stata molto simile a quella dell’incidente che era stato davanti ai suoi occhi fino a pochi secondi prima. Un’auto, tirando a dritto allo stop lo aveva preso in pieno facendolo volare per diversi metri dalla parte opposta della strada.
Ricordò di avere perso i sensi e riprovò sul suo corpo quello stesso dolore lancinante alla gamba destra e alla schiena che aveva provato molti anni prima, quando risvegliandosi, vide attorno a se una miriade di persone che parlavano e si agitavano. Ricordò il suo tentativo infruttuoso di rialzarsi e il fatto che pensò di essere rimasto paralizzato, mentre il brusio delle persone che si accalcavano attorno a lui diventava lontano e confuso. Fu in quel momento che realizzò che forse doveva essere grato a qualcuno anche solo per il fatto di essere ancora vivo e di poter camminare, parlare, respirare.
Poi ci fu di nuovo un lampo di luce bianca davanti agli occhi di Antonio e improvvisamente tutto fu di nuovo come prima.
Il taxi uscì dall’ingorgo creato dall’incidente e poco dopo arrivò davanti all’albergo.
Il ragazzo prese le sue borse e scese dall’autovettura. Subito dopo si rivolse all’autista.
“Quanto…quanto le devo?”
“Niente…”
Rispose l’autista con un sorriso.
“Che…che vuole dire niente?… Lei mi ha portato sino qua… è un tassista… …è il suo lavoro… quindi…”
“Senta… il suo viaggio è stato già pagato… di più non posso dirle…mi dispiace…”
Antonio non riusciva a capire.
“Già…già stato pagato?…E… e da chi?…”
“Non posso dirglielo…mi dispiace…”
Il ragazzo allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia, sempre più sorpreso. Era davvero assurda quella cosa. Tutto stava assumendo le sembianze di uno strano sogno.
“Ma che…che vuol dire, insomma…”
“Mi scusi ma… non è contento di non dover pagare?…”
“Si, certo… ma…”
“Adesso la devo proprio salutare… Abbia cura di se… Mi raccomando…”
Il finestrino scuro del taxi si richiuse su quella creatura dal grasso debordante e pochi istanti dopo l’autovettura riprese a percorrere le strade della cittadina.
Antonio restò fermò per qualche secondo guardando scomparire la macchina dietro l’angolo più lontano della strada.
Era possibile che quella cosa fosse realmente accaduta?…
Chi poteva avergli pagato il costo del taxi? Ma soprattutto, chi poteva sapere che sarebbe andato proprio in quell’albergo e quella notte stessa?
La preoccupazione prese il sopravvento sull’entusiasmo dentro al suo stato d’animo, tanto che si guardò attorno velocemente e impaurito corse verso l’albergo. Tanto era agitato che nemmeno badava a dove infilava i piedi, che infatti finirono dentro tutte le bozze di acqua piovana che c’erano lì attorno, entrando infine dentro l’albergo con tanta foga che la porta girevole lo scaraventò nell’atrio d’ingresso come fosse una catapulta.
La parola ai lettori