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Archivio per la categoria 'Tutti i racconti'

Luna Park

meridiana

di Fabio Centamore

tikitatak. Si svegliò con quell’assurdo ticchettare ancora impigliato nel cervello. Ansimava, si drizzò a sedere in un bagno di sudore. Le ombre si rincorrevano fra le pareti e il soffitto, echi perduti tessevano complicate trame dall’esterno. Scattò in piedi e spalancò la finestra. Fu investito dalla placida, assoluta, totale calma piatta. Non un refolo, non un alito di vento. La città intorno rimaneva sospesa in un banale grumo di luci soffuse e chiazze abbaglianti, tutto impastato di auto fantasma, moto erranti e treni quasi gettati alle soglie del nulla. Monotono ghiri gori di toni acuto-gravi che, stiracchiando ogni suono, volteggiava pallido e ombroso fra i confini della coscienza. Osservò un lontano struscio di elicottero, due o tre luci rosse in asfittico movimento. Rimise dentro la testa.
Maledizione, la camera era rovente. “04:30”, disse la sveglia spiattellandogli aride cifre azzurro fluorescente. Decise di raggiungere la cucina o il salotto (tanto era uguale). Inciampò sul tappetino, dovette aggrapparsi alla porta. Finalmente girò la maniglia, spalancò e si immerse nella penombra del salotto (che era anche cucina). Ancora ombre, forme vaghe, oggetti, facce appese ai muri, forse fantasie serpeggianti. Tutto indistinto nell’inconsistenza della notte. Urtò una specie di gobba pelosa buttata in terra. “Meow!”, fece quella scappando via di corsa.
<Vaffanculo, Agenore>, lo apostrofò con la voce ancora impastata. <Te l’avrò detto mille volte che devi dormire nella tua cuccia>.
Riprese il cammino ma non fece molta strada. Il pavimento divenne morbido e setoso, schiere di puntini giallo verdi lo attraversarono occhieggianti dall’esterno attraverso i buchi della persiana. Una sottile linea fredda, vetrosa, dura di ghiaccio, lo colpì dritto allo stinco sinistro. Costretto a danzare su un piede la tarantella del dolore acuto, si accompagnò con un assolo di bestemmie e improperi in una lingua che ancora non sapeva di conoscere e di cui, tuttavia, non si sapeva il nome.

La natura selvaggia

gravidanza

di Claudio Gambineri

La ragazza camminava strascicando i piedi, era piegata dalla stanchezza, attraversò il paese
sulla strada polverosa, fino ad arrivare a uno spiazzo con una fonte, pompò un po’ d’acqua e bevve,
si lavò le mani e si sciacquò il volto appiccicoso. I capelli cadevano esili come tutte le sue ossa,
come la sua figura, se non fosse stato per quel ventre tondo che sporgeva in avanti. Se lo accarezzò
con le mani. Guardò il cielo mattutino, era smisurato come l’aveva lasciato il giorno prima. Si avviò
verso una locanda, c’era una coppia che l’aveva fissata fin dal suo apparire e ne seguiva l’incedere.
Gli avventori ai tavoli le buttarono tutti gli occhi addosso. Se lo aspettava.
Salute, fece lei. Puntò al bancone, dove un ragazzo con appena i baffi accennati e l’acne sulle
guance sciacquava dei bicchieri; quello le diede un’occhiata e velocemente distolse lo sguardo.
Buongiorno: è possibile cucinare due uova?
Certo, fritte o sode?
Preferirei fritte.
Bene.
La ragazza tirò fuori dalle tasche della vestaglia due uova. Posso cucinarli allora?
Il giovane prima fece un risolino stupido, poi guardò gli altri clienti seduti. Quando capì che non era
uno scherzo sparì per una porta e venne sua madre.
Mi chiedevo se mi lascereste cucinare queste due uova, esordì la ragazza. Farei tutto da me, avrei
bisogno solo di una padella, un po’ di lardo per friggerle e un pezzo di pane. Ovviamente pagherei
tutto quel che uso.
Un vecchietto coi baffi fece una risata e altri sogghignarono. La donna grassa li guardò in tralice.
Mi dia le uova che ci penso io, disse. Lei si metta al tavolo e non si preoccupi di questi pecoroni.
Le consegnò due uova fritte con un pezzo di pancetta e del pane, più dell’acqua. La ragazza mangiò
tutto, raccattando le briciole dal piatto con le mani. La donna venne a ritirare il piatto e la ragazza le
chiese quanto le doveva.
Magari solo una risposta, disse la donna grassoccia, la ragazza fece sì con la testa. Come mai?
Perché me lo ucciderebbero, rispose.

4S

calcio

di David Bee

Ora di cristologia. Prima lezione. Il professore ci dà il buongiorno, si siede alla cattedra, fa una panoramica della classe e ci chiede, senza nemmeno presentarsi:
- Chi è per voi Gesù di Nazareth?
È come una grandinata estiva: prima cala un silenzio pesante sulla classe. Ognuno di noi sa benissimo cosa dire. Solo che non lo vuole fare per primo. Poi qualcuno scavalca il muro di orgoglio e dice la sua. In breve inizia un bombardamento di citazioni bibliche e patristiche. C’è anche chi canta i versi di una canzone. Nessuno ha l’ardire di usare parole proprie.
Il professore aspetta con pazienza che il temporale passi e continua:
- Benissimo. E mi sapreste dire secondo voi in che ruolo avrebbe giocato Gesù se avesse potuto giocare a calcio?
Ci guardiamo increduli sulla serietà della domanda. Questa volta non ci sono padri della Chiesa o evangelisti che possano venirci in aiuto. Forse a qualcuno è venuto in mente quella barzelletta di Ponzio Pilato che chiede al popolo se vuole libero Gesù o Barabba e, alla nota risposta del popolo, ribatte che, va bene, Barabba giocherà libero e Gesù mediano. Ma che nessuno venga a lamentarsi se la prossima partita verrà persa. E forse a qualcuno è venuto anche la tentazione di rispondere con la barzelletta. Però nessuno lo fa perché il professore aveva un tono inequivocabilmente serio quando ha fatto la domanda.
- Come sospettavo. – fa una pausa. Si toglie gli occhiali, con lentezza esasperante li appoggia sulla cattedra. Fa un profondo sospiro. – Signori: io sono monsignor Guido Gronchi e avete assistito alla prima lezione di cristologia: mai dimenticarsi che Gesù, nella sua esistenza terrena, è stato un uomo a tutti gli effetti e che, in fondo, non conosciamo che poco più di un undicesimo della sua vita. E per sentito dire. Il mio corso si divide in cristologia teorica e pratica. – siamo già tutti piegati sul quaderno pronti a prendere appunti. – Per la teoria avete la bibliografia, per la pratica vi basta un paio di scarpe da calcio. – c’è unità nei nostri pensieri: non abbiamo capito l’ultima frase. – Quello che vi voglio dire è che il corso, più che i fondamenti di una scienza, vi fornirà gli strumenti per condurre un’indagine. E lo strumento più efficace per arrivare a dei risultati, nell’indagine, è questo. – E tira fuori dall’armadietto accanto alla porta dell’aula un pallone da calcio. A qualcuno scappa da ridere. Ma è solo imbarazzo. Nessuno di noi ci ha capito ancora niente.
- Adesso forza: tiratevi su la sottana che andiamo a fare il test d’ingresso: una bella partita. – Si alza e fa per uscire. Nessuno di noi accenna a muoversi dal proprio posto. – Non vorrete stare tutto il giorno al chiuso con una giornata come questa?
Schizziamo tutti in cortile a rincorrere il pallone. Almeno questo l’abbiamo capito benissimo.

Solo leggermente più folle

lampione

di Michele Righini

Antonio lasciò solo che il taxi lo trasportasse attraverso le strade della piccola cittadina, scivolando con le ruote sull’asfalto, velocemente, silenziosamente.
Cercò di fermare tutti i pensieri che  giravano nella sua mente, mettendosi ad ascoltare il rumore quasi impercettibile della macchina.
Guardò fuori dal finestrino le strade deserte della periferia dove era cresciuto, ancora bagnate dalla pioggia  caduta poco prima, con  le luci dei lampioni che vi si riflettevano dentro.
Il taxi fu costretto a fermarsi ad un semaforo rosso.
Antonio guardò giù, verso l’asfalto. C’era una buca  ripiena di acqua piovana  e la luce di un lampione vi si rifletteva dentro, mentre i suoi contorni, mossi dal lieve vento che faceva muovere l’acqua, si dividevano e si riunivano  continuamente, come se stessero danzando tra loro.
Il ragazzo ricordò che spesso, da piccolo, assieme agli amici, andava a giocare a pallone nel breve spazio erboso che si trovava  ai lati di quella strada, e lì, dove ora c’era quell’incavatura nell’asfalto, spesso finiva la pala, calciata in modo sgarbato da lui o da qualche amico; ed era Antonio che spesso andava a recuperarla. Ad un tratto successe una cosa straordinaria: la luce del lampione che si rifletteva dentro l’acqua  iniziò ad espandersi, prendendo la forma di un corpo umano e slanciandosi verso l’alto   fuori-uscì dalla buca sotto la forma di un magro e fragile corpo fatto puramente di luce, la quale venne subito inghiottita  dall’acqua, lasciando vedere perfettamente i tratti umani di  un piccolo ragazzo che se ne stava fermo davanti ad Antonio, con la palla in mano. Era lui stesso all’età di circa 12 anni. Sorrise verso il se stesso adulto e pochi istanti dopo si rigirò verso il buio al di là della strada tirando un gran calcio al pallone. Poi corse dietro ad esso scomparendo nella notte.
Antonio rimase spaventato da quell’apparizione così improvvisa, ma poi dentro a lui ebbe il sopravvento la felicità di aver avuto quel ricordo che si era materializzato davanti ai suoi occhi in modo così reale e incantevole; sorrise felice mentre  il semaforo tornava verde e il taxi riprendeva la sua strada verso l’albergo.
Continuò a guardare fuori dal finestrino; era  il fine settimana e   avvicinandosi  al centro della cittadina i suoi occhi,   attraverso i vetri del taxi, venivano attratti ora dai fari delle macchine che passavano in senso opposto, ora dalle  persone che passeggiavano lungo i marciapiedi che si stendevano ai due bordi della strada.
Fu vicino ad una bella fontana, in una delle piazze centrali della città che il taxi fu costretto a fermarsi di nuovo, bloccato in un ingorgo di macchine.
Antonio guardò verso la fontana.  Si trovava  a circa tre metri da essa, e se all’inizio  la sua attenzione fu attratta ancora una volta  dalle luci dei lampioni che  si riflettevano dentro la sua acqua,   il suo sguardo  fu attratto poi da una coppia di giovani fidanzati che si stavano baciando, a pochi metri da lì, sulla destra.
Le mani del ragazzo toccavano delicatamente la pelle del volto di lei e le loro labbra si sfioravano,  dolcemente, delicatamente,  con purezza.
Fu un attimo, e all’improvviso le mani di quel ragazzo divennero le sue stesse mani, quando a  quattordici anni, proprio davanti a quella fontana, diede il suo primo bacio ad una ragazza, di  un anno più piccola di lui. Ricordò le sue mani di  quattordicenne che toccavano il volto di lei, con la paura anche solo di sfiorare la sua pelle, come  fosse un fiore troppo prezioso per venir toccato da mani inesperte.
Ricordò la sensazione dolce, soffice, meravigliosa che provò quando le sue labbra giovani toccarono quelle della ragazza. Fu come se un mondo  nuovo si aprisse, ricco di possibilità e di opportunità innumerevoli.
Il ricordo durò però solo il tempo di pochi secondi, il taxi infatti ripartì, riprendendo la sua strada verso l’albergo e lasciando svanire  dietro di se  tutti i ricordi.
L’auto arrivò infine nel centro della cittadina, stracolma di persone che riempivano completamente la passeggiata del lungomare, molte di esse cercavano di attraversare la strada, cosa che gli veniva spesso impedita dalla grande quantità di macchine che sfrecciavano su e giù. Ad un tratto il taxi fu costretto a rallentare di nuovo. C’era stato un incidente e un uomo anziano era per terra e gesticolava con le mani imprecando e assumendo col volto espressioni di dolore. A  qualche metro di distanza c’era il suo motorino, dal quale era probabilmente stato sbalzato via dall’urto con un’autovettura, la quale  era  ferma, di traverso in mezzo alla strada, pochi metri più in là.
La dinamica dell’incidente era chiara: la macchina era entrata in strada senza accorgersi che stava passando il motorino guidato dall’uomo anziano, attorno al quale adesso si era  creato una sorta di pubblico, tra cui vecchi, bambini e adolescenti, tutti presi da quello spettacolo terribile che ogni tanto le strade sanno offrire.
L’ambulanza non era ancora arrivata, ma vicino all’uomo se ne stavano quattro o cinque persone che cercavano di assisterlo, tra di esse c’era una ragazza, probabilmente la conduttrice dell’auto che lo aveva investito. Era agitata, e  si muoveva di qua e di là senza darsi pace per quello che era avvenuto.
Fu di nuovo all’improvviso che l’immaginazione di Antonio fece  ancora un miracolo e tutto davanti ai suoi occhi divenne bianco per qualche secondo.
All’improvviso non vide  più l’uomo anziano steso a terra, ma lì, sull’asfalto, a pochi metri da lui, c’era un ragazzo adolescente,  di circa sedici o diciassette anni. Antonio  guardò il suo volto e riconobbe chiaramente i suoi stessi tratti, anche se  snaturati dalle smorfie di dolore provocate   dal  terribile incidente col motorino che aveva avuto, la cui dinamica era stata molto simile a quella dell’incidente che era stato davanti ai suoi occhi fino a pochi secondi prima. Un’auto, tirando a dritto allo stop lo aveva preso in pieno  facendolo volare per diversi metri dalla parte opposta della strada.
Ricordò di avere perso i sensi e riprovò sul suo corpo quello stesso dolore  lancinante alla gamba destra e alla schiena che aveva provato molti anni prima, quando risvegliandosi, vide attorno a se una miriade di persone  che parlavano e si agitavano. Ricordò il suo tentativo infruttuoso  di rialzarsi e  il fatto che pensò di essere rimasto paralizzato,  mentre il brusio delle persone che si accalcavano attorno a lui  diventava lontano e confuso. Fu in quel momento che realizzò che forse doveva essere grato a qualcuno anche solo per il fatto di essere ancora vivo e di poter camminare, parlare,  respirare.
Poi ci fu di nuovo un lampo di luce bianca davanti agli occhi di Antonio e improvvisamente tutto fu di nuovo come prima.
Il taxi uscì dall’ingorgo creato dall’incidente e poco dopo arrivò davanti all’albergo.
Il ragazzo prese le sue borse e scese dall’autovettura. Subito dopo si rivolse  all’autista.
“Quanto…quanto le devo?”
“Niente…”
Rispose l’autista con un sorriso.
“Che…che vuole dire niente?… Lei mi ha portato sino qua… è un tassista… …è il suo lavoro… quindi…”
“Senta… il suo  viaggio è stato già pagato… di più non posso dirle…mi dispiace…”
Antonio  non riusciva a capire.
“Già…già stato pagato?…E… e da chi?…”
“Non posso dirglielo…mi dispiace…”
Il ragazzo allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia, sempre più sorpreso. Era davvero assurda quella cosa. Tutto stava assumendo le sembianze di uno strano sogno.
“Ma che…che vuol dire, insomma…”
“Mi scusi ma… non è contento di non dover pagare?…”
“Si, certo… ma…”
“Adesso la devo proprio  salutare… Abbia cura di se… Mi raccomando…”
Il finestrino scuro del taxi si richiuse su quella creatura dal grasso debordante e pochi istanti dopo l’autovettura riprese a percorrere le strade della cittadina.
Antonio restò fermò per qualche secondo guardando scomparire la macchina dietro l’angolo più lontano della strada.
Era possibile che quella cosa fosse realmente accaduta?…
Chi poteva avergli pagato il costo del taxi? Ma soprattutto, chi poteva sapere che sarebbe andato proprio in quell’albergo e quella notte stessa?
La preoccupazione prese il sopravvento sull’entusiasmo dentro al suo stato d’animo, tanto che si guardò attorno velocemente e impaurito  corse verso l’albergo. Tanto era agitato che nemmeno badava a dove infilava i piedi, che infatti finirono dentro tutte le bozze di acqua piovana che c’erano lì attorno, entrando infine dentro l’albergo con tanta foga che la porta girevole lo scaraventò nell’atrio d’ingresso come fosse una catapulta.

Quattro quarti

sigaretta

di Daniele Pasquini

Arrivai alle Vecchie Officine Galilei col passo rapido del fuggiasco, del perseguitato politico o dello spacciatore con le sirene alle spalle. Giunsi stravolto, preso dai sudori freddi, dalle premonizioni, dal mal di testa, dai crampi allo stomaco e dalle mani appiccicose. Roba che non mi sentivo così dai tempi del primo esame all’università. Segato netto. Sfumacchiavo la mia sigaretta nell’aere senza stelle, ad un orario in cui il sole, a febbraio, andava giù troppo svelto, come ci fosse sempre stato un tramonto in agguato.
Attorno al locale già trafficava gente, qualcuno che avrebbe dovuto suonare, qualche amico fedelissimo che aveva accompagnato qualcuno di qualche band, qualche ragazza con un po’ troppa provincialità per esser chiamata groupie, qualche qualcuno che ronzava, visibilmente preso dal solito tipo d’ansia che avevo io addosso. Nel parcheggio i motorini si infilavano ovunque, e le utilitarie sfidavano la fisica per infilare in un pertugio.
C’era un chiosco, ad un centinaio di metri, dove si fabbricavano hamburger, hotdog ma anche cibarie più caratteristiche, tipo lampredotto o trippa. Cocacola o birra. Quattro o cinque persone se ne stavano a sgranocchiare ciccia sommersa di ketchup, roba che a pensarci ti verrebbe da interrogarti una vita sui numerosi perché del metabolismo umano, la composizione chimica del cibo e quella della digestione, e come possa entrarci il gusto in tutto ciò. Magari Valentina lo sapeva anche. Comunque.

Un anno con Silvio

innamorati

di Damiano Gonnelli

21 novembre

“Chi è giovane è ricco! Questo perché, quando uno è innamorato e l’affetto è totale per una ragazza, - non quando il ragazzo vuol fare il galletto, insomma il Casanova, ma che è veramente “cotto” vede tutto in un’altra maniera.
Gli piace anche la strada sulla quale cammina, pensa di rivedere la sua ragazza che ama tra dieci minuti ed è tutto felice. In via Verdi, Elvira si affacciava a un balcone della casa nella quale lavorava e mi faceva dei cenni, mi diceva: “esco tra cinque, dieci minuti”, maremma ragazzi quei dieci minuti mi sembravano un’eternità, ma quando scendeva ci si ricambiava l’affetto, si era innamorati.
Quando sei innamorato diventi cortese con le persone che incontri, quella grande allegria e quella gioia che hai addosso, si tocca con le mani,tocca a te che hai diciannove anni e che vai per i venti.

Negli anni ‘40 c’era una canzone che faceva così:

- “Dove pregavi tu
la sopra quel monte
c’è una chiesetta lassù
sopra quel monte
e chissà dove sei tu
credimi non sono capace
neanche di guardarti
così grande è il mio soffrire.

E Silvio cantava, al giardino Serristori.

Navi nella notte

notte

di Sandro Bartolini

Il padre cercò negli occhi del figlio qualcosa che potesse fare da tramite, qualcosa che potesse aiutarlo a stabilire un contatto, di qualsiasi tipo.
Se mai vi trovò qualcosa, questo lo rassicurò a tal punto che decise di essere sincero e leale fino in fondo.
[…]
Il figlio ascoltava in silenzio, non osava interrompere il padre, non l’avrebbe mai fatto, percepiva lui stesso quel flusso magico che animava il suo anziano genitore, e dentro di sé sapeva che per spezzare un momento così intenso e significativo sarebbe bastata una sola parola, anche appena accennata.
Non poteva permetterselo: non se lo sarebbe perdonato, mai più.
“NAVI NELLA NOTTE – GUARDA NEGLI OCCHI”

Le strade che percorreremo sono tutte quelle persone che incontriamo lungo il nostro cammino.
Alcune le incrociamo appena, con altre ci scambiamo un fugace sguardo, un semplice saluto e nulla più.
La maggior parte di loro, per fortuna, sono sempre con noi.
Anche e soprattutto quando ci sembra di no.
Ma loro ci sono sempre, pronti a sostenerci e a sorreggerci, a stimolarci e a spronarci, a farci sentire la loro presenza, ma anche a farsi da parte, se necessario.
“NAVI NELLA NOTTE – LE STRADE CHE PERCORREREMO”

E allora, nonostante il mio lavoro passato ed il mio attuale incarico, non consideratemi un voyeur.
Mi vedrete entrare nelle vostre case – e nelle vostre vite – solo dopo aver chiesto educatamente permesso, solo dopo essermi accertato che proprio non disturbo.
Ed anche allora, quasi non mi sentirete arrivare, perché lo farò in punta di piedi.
Come in punta di piedi uscirò, dalle vostre cose e dalle vostre case, non appena mi sarò reso conto di essere di troppo.
Basterà un attimo.
“NAVI NELLA NOTTE – LA RISPOSTA”

Schizzi

schizzi

di Ivano Mugnaini

“Di uomini molto cattivi non si può neppure immaginare che muoiano”. Lo sostiene Theodor W. Adorno nei Minima Moralia, uno di quei libri che piacciono tanto a lui, al mio padrone di casa. Adora citarlo a profusione, quel volume, e predilige quella frase in particolare, se ne bea, esaltandosi, impettendosi, senza accorgersi del sarcasmo soffocato a stento di chi lo ascolta. Non si rende conto che quella massima sembra scritta apposta per lui, anzi, contro di lui.
Dicono che sia infelicissimo chi riconosce il bene ma è costretto a tenerne il piede lontano. E’ il mio caso. Io sono un pittore fallito, mediocre, incapace. Ma ho bisogno di un tetto e di un cielo, un luogo adeguato in cui vivere e dipingere ancora, nonostante tutto. Lui mi mette a disposizione quasi gratuitamente una comoda stanza e una mansarda adibita a studio. In cambio pretende la mia dedizione totale, i miei quadri, la deferenza, l’adulazione, la mia dignità. Il bene sarebbe l’opposto di lui e della sua linda casa-prigione; ma non so vivere ormai senza queste mura di lusso che mi stritolano e mi proteggono.
Bisogno sempre scusarsi di agire bene; nulla ferisce di più. Ho sempre pensato questo: una scusa, un compromesso con la mia inettitudine. Si vive di compromessi, tuttavia, si sa, è normale, si sopravvive cercando di scordare che i malvagi che hanno successo sono insopportabili. Mi resta un po’ di tempo, comunque, per dare un senso all’insieme, ai dettagli e alla prospettiva. Forse, prima di svanire nel nulla, sarò in grado di realizzare un lavoro memorabile.
“Ho fatto un po’ di bene; è la mia opera migliore”: così dichiarava Voltaire, autore assai presente nella biblioteca del mio locatore e molto caro anche a me.
Se dò vita e morte eterna al mio padrone, se catturo la sua espressione più sincera e la fermo nel tempo a futura memoria, sarò servito a qualcosa: avrò regalato all’umanità un monito eterno. Si tratta solo di coglierlo nell’atto della debolezza che ogni essere genera e da cui è generato. L’attimo prezioso è quello in cui sarà se stesso, senza maschere d’orgoglio, senza schemi né finzioni.
Lo trovo, finalmente, solo, stanco, quasi dolce, in apparenza, seduto davanti alla finestra della mia stanza. Gli parlo della mia vecchiaia imminente, dell’avanzare del mio tempo, così, per riflesso, penserà al suo declino, all’abisso della sua vita riempito soltanto da molecole folli di malvagità.
Ecco, il miracolo è accaduto: sorride, pensa, riflette, è lontano e presente, è autentico, ora, è un uomo, è l’uomo. Pochi tratti di matita su un foglio bianco e sarà svelato il misero e terribile mistero.
Le mie dita fremono, indocili, ribelli. Lo guardo, lo vedo, finalmente, ma non riesco a immortalarlo. Mi blocca un senso di disgusto che si tramuta in riso, e infine in rabbia cieca, furibonda. Vorrei farlo a pezzi, coglierlo alle spalle e pugnalarlo infinite volte, finché ho un filo di fiato in corpo. Ho anche un altro inveterato difetto però: sono superstizioso. Rompere uno specchio porta sventura. Sono ancora vivo, e, in fondo, se non si può neppure immaginare che io muoia, non è detto che debba accadere per forza.

IL NIBBIO NERO

nibbio
di Antonio Zifaro

Questa è solo un’uscita della superstrada. Pisa nord-est. Appena dopo la stazione di servizio. Dentro il puzzo di gasolio e benzina. Dentro il sole che cola lungo i muri dei palazzi, sulle lamiere delle macchine, e invade le strade di nebbia calda e bianca. In un’estate larga larga larga. Una invisibile catena di falò accesa tutto il giorno fino oltre le dieci di sera. Il fumo spesso, denso, che ci entra negli occhi e ci impasta le mani. Si spalma sulle finestre e le chiude e le copre di silenzio. Così tutta questa città sono i cunicoli che abbiamo scavato nelle pietre impermeabili dei palazzi. Fuori soltanto il fumo che nelle gallerie del centro commerciale si infila come silicone sulle bocche della gente che si guarda muta senza riconoscersi. Anche per questo forse ci si nasconde bene dentro i corridoi dei supermercati. Circondati dagli scaffali di specchi e barattoli. In mezzo alle pentole di alluminio che riflettono il mio naso e le mie braccia che si accorciano o si allungano deformati e asimmetrici. Ci si nasconde bene in queste strade deserte annegate di luce. Nei piccoli paesi, invece, nelle strade pedonali di venti anni fa e nelle cene coi parenti, dove si conoscono tutti, non sei mai te stesso, ma il tuo soprannome. Sei quello che ormai devi essere. Per gli altri. Non puoi più cambiare. E comunque devi essere per forza qualcosa. Avere un ruolo sociale. Ma nella periferia senza confini è diverso. In questa immensa città infinita fatta di superstrade e sobborghi dalle finestre chiuse. Sei sempre solo. Ti puoi nascondere. Ti puoi trasformare. Quindi puoi essere vero.

Io sono il nibbio nero. Quando amo le rocce e le coste frustate dal vento. Quando amo l’ombra e il silenzio. Sono il nibbio nero. Quando amo camminare e camminare e camminare. Quando mi piace baciare. Quando disegno linee di luce rossa. Sdraiato sul letto davanti al balcone spalancato. Mi scivola sulla pelle il vento fresco notturno. Tratteggio linee con la luce del mozzicone di sigaretta. Forse la testa di un cavallo. Forse il profilo di una ragazza.

Sono il nibbio nero. Quando non mi piacciono le parole della gente che sono solo un mucchio di banalità vuote. Sempre le stesse. Frasi che non hanno spessore, significato, peso. Ma sono buttate così tanto per ingolfarti la mente. Tanto per stancarti i neuroni. Tanto per far passare il tempo. Tanto per non restare soli con se stessi. Ma io adesso ho voglia di pensare un po’ a me stesso. Di ascoltarmi.

Sono il nibbio nero. Quando ho mandato a fanculo amici e parenti, i legami sociali, e qualsiasi dovere non mio. Adesso che trafiggo la strada. Piovosa o annegata di sole. Amo quasi sempre la strada. Arrampicarmi per le rampe incollato alle linee bianche e alle spire strette del guard-rail. Salire mentre i ponti e le lastre di nuvole mi vengono addosso. Ma poi scendere giù. Esplodere nel lungo rettilineo che cade lontano ancora più lontano nel riverbero bianco di luce. Bianco. Vuoto. Dove tutto si confonde l’asfalto le lastre di nuvole le ombre della pianura. Questa ansia indefinibile.

Il diario e la pazzia di Cosimo Valdambrini

conchiglie

di Matteo Pelliti

Il maestro Cosimo Valdambrini stava per chiudere nella sua borsa di cuoio l’ultimo foglio da disegno che aveva corretto, i sillabari portati in prestito ed il piccolo registro di tela verde dove segnava il lavoro del giorno quando, dalla prima fila dei banchi, partì un richiamo secco, acuto, di un autoritarismo impertinente, una voce limpida dal timbro affilato, da bambino di sette anni, di un bambino di sette anni: - Maestro Valdambrini! Le conchiglie, le conchiglie!! Si è dimenticato le conchiglie; non ci ha portato le conchiglie?-
- Quali conchiglie?- disse il maestro Cosimo Valdambrini, sentendosi improvvisamente e totalmente ostaggio del settenne inquirente, come se ogni mancanza della sua vita, quasi del tutto solitaria, mancante, fosse stata smascherata di colpo, smascherata la sua solitudine, la sua tristezza, i suoi fallimenti, le sue delusioni, tutte al grido di “e le conchiglie, e le conchiglie?”; che fine hanno fatto le conchiglie, Valdambrini? Confessa. Quelle conchiglie che avevi promesso di farci vedere, quelle fossili, mica roba comune raccattata sulla spiaggia d’inverno. Dove le hai rubate quelle conchiglie che ci volevi far vedere, Valdambrini? Come hai fatto a dimenticarti di portarle, confessa, confessa! La classe era già all’unisono da qualche minuto su quella sola parola, “CON-CHI-GLIE, CON-CHI-GLIE, CON-CHI-GLIE”, e il maestro Cosimo Valdambrini si teneva la testa, con i gomiti sulla cattedra e il mento sopra la borsa stinta, senza cercare di ricordare dove erano le conchiglie fossili e perché non le avesse portate quella mattina a scuola ma, atterrito, tentava di giustificare a se stesso il senso della sua stessa esistenza che quella dimenticanza gli pareva davvero aver mandato a spegnersi. I bambini uscirono coprendo con il loro coro di conchiglie la campanella, lasciarono il maestro come pietrificato, quasi sotto l’effetto di un incantesimo, di fronte al quale sembravano già compiacersi per la forza paralizzante che la loro richiesta aveva generato. CON-CHI-GLIE, CON-CHI-GLIE! Sembrerà eccessivo, eppure. Quella notte Cosimo Valdambrini non riuscì proprio a dormire…