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“Racconti variati”

foto

di Melania Ceccarelli

Andava camminando spedita, i muscoli delle gambe brune e forti evidenziati dai pantaloncini corti elasticizzati. Alta, lunghi capelli neri mossi, un enorme seno sodo, ingigantito da quella gravidanza al quinto mese che portava come se non ci fosse, fasciata in una maglietta rosa, scollata ben oltre l’attaccatura dei seni.

Aveva vent’anni anni e non era la sua prima gravidanza. Il suo nome, Felicita la costringeva a vivere nel paradosso se solo avesse saputo cosa significava.

Quella mattina era ancora molto presto, ma il sole era già alto mentre stava andando al Posto de saùde per farsi visitare. Non era felice e neanche contenta.

Camminava velocemente perché c’era sempre da aspettare al Posto e non voleva arrivare per ultima. Da lontano vide la fila di donne con la pancia grossa come la sua in pantaloncini corti e magliette aderenti, questa era la moda di Cidade Nova. Ciabatte infradito colorate ai piedi e unghie accuratamente smaltate.

Arrivò e si mise in coda, silenziosa. Era raro che parlasse con qualcuna. Non aveva amiche. Si diceva che fosse superba, che non desse troppa confidenza. La verità era che sentiva un misto di orgoglio e vergogna, un miscuglio che le aveva otturato i pori.

Era orgogliosa del suo anello al dito, in poche ce l’avevano in quella fila. Felicita, a differenza di quasi tutte le sue amiche, era riuscita ad avere un matrimonio in chiesa e il ricevimento, non si era fatta mettere incinta da un ragazzino ubriaco durante una festa. Si era trovata un uomo che l’amava davvero e l’aveva voluta sposare.

Josè, l’amava. La voleva. Forse quello che voleva da lei era solo che lei fosse sua, ecco, ma questo l’aveva capito molto tempo dopo quel bellissimo abito bianco e il ricevimento dove suo zio Luiz si era ingozzato di cibo fino a sentirsi male.

Questo figlio che aveva in pancia era il terzo. Non l’aveva voluto ma non erano cose di cui parlava con Josè. Lui faceva quello che voleva mentre scopavano e lei non si lamentava certo perché avrebbe passato tutte le sue giornate a letto con lui, era per quello che l’aveva sposato.

Il caldo si faceva sentire ora che erano quasi le otto e i raggi, inconsapevoli delle leggi della scienza, arrivavano già dritti su quella terra bianca polverizzata dal sole mescolata con gli escrementi dei cani.

Ai lati della strada c’erano le grosse mangueras con i loro enormi frutti color arancio, buonissimi. Solo pochi anni prima lei, come tutti i ragazzini del quartiere, ci si arrampicava per staccare quello più maturo e mangiarlo insieme agli amici, seduti sullo sbreccio del marciapiede. Erano pochi anni ma a lei sembrava che una vita intera fosse passata da quando non doveva occuparsi che di sé stessa e della sua nonna adorata.

Fra pochi minuti sarebbe arrivata la dottoressa ad aprire il Centro e così le donne in attesa avrebbero potuto aspettare sedute sulle seggiole della sala d’aspetto, invece che in piedi sotto il sole.

Quella mattina lei non stava benissimo. C’era stata una specie di festa la notte precedente nella baracca dove viveva con i suoi figli e con quello che era suo marito davanti a Dio e alla Legge.

Josè aveva invitato i suoi amici così lei aveva dovuto preparare fejao e farofa per tutti - ne aveva messa molta di farofa, era buona e riempiva lo stomaco -, e servire tutte le birre che avevano in casa, due casse. Ad un certo punto della serata, era già mezzanotte, avrebbe voluto dormire: era stanca, quella pancia iniziava a pesare ma andare a letto non poteva perché erano tutti in casa, con la musica alta: i rap delle gang di Sao Paulo, che piacevano molto a suo marito, e anche a lei.

Poi Josè aveva tirato fuori un po’ di coca. Era quello il suo mestiere. Era quello il motivo per cui aveva molti amici. Se n’erano fatta un po’ tutti, e anche lei. Ne aveva presa poca, aveva paura per la creatura che aveva in pancia. Ma quando Josè si faceva un po’ di coca lei doveva fare altrettanto.

Così, alla fine, Felicita aveva dormito poco, ma ci era abituata. C’erano feste tutte le settimane perché a Josè non piaceva la solitudine, diceva che iniziava a pensare alle cose brutte, alla morte e che, invece, quando aveva gli amici intorno e un po’ di coca era il re del mondo. Quella sera lei aveva veramente sonno, avrebbe voluto dirgli che voleva andare a letto ma aveva paura che lui le appiccicasse al viso uno di quegli schiaffi che ogni tanto le dava quando era nervoso, o quando lei faceva qualcosa di male. Così non gli aveva detto niente, aveva preferito farsi venire i piedi gonfi e dormire due ore.

Quando era uscita di casa, quella mattina presto, aveva lasciato Josè sprofondato nel sonno nel loro letto nuziale, tanto prima del pomeriggio non si sarebbe svegliato e lei avrebbe fatto in tempo a farsi visitare dalla dottoressa e a tornare a casa per rimetterla in sesto prima che lui si svegliasse.

Anche i bambini dormivano nel loro letto. Quando era uscita li aveva guardati, Alma di tre e Joao di due anni, sdraiati a pancia sotto, la loro posizione preferita. Sudati, con i riccioli appiccicati, li aveva baciati soffiando loro un po’ d’aria fresca in faccia. La stanza era un forno ma loro continuavano a dormire perché come sempre quando c’era baldoria a casa, lei aveva messo un po’ di papavero nel latte che ancora bevevano la sera, prima di addormentarsi. Era l’unico modo per farli dormire profondamente e per non far incazzare troppo suo marito per il loro pianto quando lui metteva lo stereo troppo alto.

Mentre aspettava il suo turno seduta nel corridoio del Posto de Saùde, con tutti quei poster di donne incinta felici alle pareti, pensava, cioè, veramente sognava di andare via. Sognava di arrivare fino in fondo a quella strada dritta, fino al fiume. Chiedere un passaggio in barca al vecchio Ademiro, promettendogli di pagarlo al suo ritorno, e attraversare il fiume. Risalire l’argine e poi continuare a camminare, camminare per i viali vicino alla Cattedrale, camminare ancora sulla Rodoviaria che arriva fino in fondo al Teatrao, dove era stata due volte in vita sua. Aveva voglia di camminare proprio là, dove non era mai stata, alla periferia sud della città e poi, magari continuare a camminare fino alla foresta e incamminarsi verso l’ interno, trovare un posto nascosto, un posto dove tornare bambina, dove le scimmie la proteggessero e la nutrissero e dove nessuno mai avrebbe potuto trovarla, se lei non avesse voluto.

“La prossima.” Disse la dottoressa, affacciandosi appena dalla porta. Felicita vide che era il suo turno ed entrò. L’ unica cosa che aveva era quella pancia piena, la capacità di mettere al mondo degli esseri umani. Nessuno avrebbe potuto levargliela, mai.

Foto tratta da Flickr.com dall’album de “il futurista”