
C’erano questi cavalli che corricchiavano intorno alla pista. Lei mi disse: “Dai che questa volta vinciamo”. Poi si fermò, anzi soffermò la voce in un silenzio che solo io sentii e aggiunse: “Me lo sento”. Se lo sentiva, capito. Maria era di un ottimismo che a volte mi faceva perdere la bussola.
“E ti andrà tutto bene, vedrai”, “E domani è un altro giorno si vedrà”, “Non ci pensare”. Cose così insomma. Buonismo scialacquato al miglior offerente. Se non li chiedo consigli, forse non ne voglio, ed anche le rassicurazioni e le pacche sulle spalle mi vanno indigeste.
I cavalli continuavano a girare e ad alzare polvere proprio sotto il mio naso. Ce n’erano di belli, alti e muscolosi con tutti i tendini delle zampe davanti che si allungavano e ritornavano indietro pronti ad un nuovo balzo. Mi sarebbe piaciuto riuscire a vedere l’attimo esatto quando un cavallo sta correndo e tiene contemporaneamente tutte e quattro le zampe sollevate in aria senza nemmeno sfiorarlo il terreno.
Mio fratello vide una foto così su un giornale a colori. Piegava la testa da un lato poi dall’altro. Mio fratello, non il cavallo. Girava la rivista come per trovare la migliore angolazione, la visuale perfetta. Poi mi guardò. Non era facile vedere mio fratello con un giornale in mano. Mi guardava e stava zitto. Poi buttò giù gli occhi sulla fotografia a tutta pagina. E mi riguardò. Ero un po’ preoccupato. Ma me ne stavo zitto ed aspettavo. Poi mi fece: “Questo è Dio”. E rimase lì con le pagine tra le dita e gli occhi che vagavano in cerca di qualcosa. Forse una risposta.
Ecco per me sono quello i cavalli. Ma a Maria non gliel’ho mai detto. Ecco, insomma, è roba mia. Non uno stupido segreto, non un capriccio infantile. Sarebbe lungo da spiegare. Lei non ha mai conosciuto mio fratello. Io non gliene parlavo mai. Per presentarglielo avrei dovuto portarla al cimitero. Non mi andava proprio di farla parlare con una piccola foto scolorita con dentro un giovane che sorrideva.




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