sabato 20 aprile 2019   | intoscana.it
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La crisi del Maggio è la crisi di un Paese che non sa investire in cultura


Il Maggio Fiorentino deve subire l’onta del commissariamento. La crisi di una delle più importanti istituzioni culturali italiane giunge, dopo mesi logoranti di contrasti e lotte (anche) sindacali, ad un primo epilogo. Ormai è ufficiale: Francesca Colombo non è più la sovrintendente.

L’avvio delle procedure per il commissariamento, come riporta una nota del ministero dei Beni culturali, «si è reso necessario, in attuazione delle disposizioni previste dal decreto legislativo 367/96, considerata la situazione economica e patrimoniale dell’ente lirico». La Colombo, in una infuocata conferenza stampa, si difende, ritenendosi “vittima della politica” e bersaglio di “una gettata di acido in faccia”.

Al di là degli aspetti controversi della vicenda e delle posizioni dei singoli protagonisti (Renzi, Ministero, Colombo, sindacati e dipendenti), ciò che emerge è il degrado raggiunto in questo Paese da quello che dovrebbe costituire uno dei suoi asset fondamentali e strategici: la cultura, che qui vuol dire musica, rappresentazioni, opere, concerti, melodramma. Un settore che dovrebbe essere valorizzato senza remore e incertezze, sul piano delle professionalità  messe in campo, del ritorno di immagine in tutto il mondo e rispetto alle fortissime implicazioni che un tale patrimoni0 potrebbe avere a livello economico e finanziario.

Il dramma del Maggio è il dramma generale della cultura in Italia. L’ulteriore dimostrazione sintomatica di un Paese privo di memoria, incapace di trasformare in lavoro, crescita e benessere comune, i propri giacimenti culturali. In Italia si investe in cultura solo lo 0,2% del Pil nazionale, mentre lo standard europeo si attesta intorno all’1,1%. I fatti parlano chiaro.

Resta l’amarezza e la rabbia di fronte ai tagli, ai buchi di bilancio e alla mancanza di risorse. Ma senza un “new deal della cultura” risulta difficile trovare efficaci risposte alla crisi. Qui non occorre investire in derivati “drogati” o in speculazioni finanziare avulse dall’economia reale. Ma in talenti, creatività e idee giovani. Perchè come afferma lo scrittore cinese Gao Xingjian, “la cultura non è un lusso, è una necessità”.

Bersani e Renzi: ma è scontro vero?


Mi sfiora un’idea che stride con l’evidenza quotidiana del confronto delle primarie nel Partito Democratico.  Ma che mi solletica. E se al di là degli (apparenti) scontri verbali e di visione tra Renzi e Bersani, in realtà, si stesse svolgendo un’abile operazione di rilancio del partito stesso e di “riorganizzazione” interna funzionale ai due contendenti?

Sul piano generale, il Pd  – secondo gli ultimi sondaggi – sfiora il 30% dei consensi. Nettamente il primo partito italiano. Le primarie – con l’incertezza del vincitore e la “sicurezza” del ballottaggio (Vendola è decisamente fuori dai giochi) – avrebbero dato una nuova linfa vitale al centrosinistra e di conseguenza rafforzato i democratici. La partecipazione potrebbe andare ben oltre le aspettative, segnare una svolta storica per la democrazia italiana. Per schematizzare troppe regole potrebbero favorire il successo di Bersani; un afflusso imponente (meno regolamentato) alle urne, invece, il trionfo del sindaco di Firenze.

Ma è scontro vero? I toni accesi confermerebbero la forte contrapposizione tra i contendenti. Tuttavia nonostante la violenza retorica della rottamazione, criticata da Bersani, l’autoesclusione di Veltroni, D’Alema e, in prospettiva, di altri rappresentanti della vecchia classe dirigente del partito (Bindi?) non può che essere un vantaggio per lo stesso segretario del Pd. Il carrarmato Renzi spiana il terreno per le milizie di Bersani, libere di agire come non mai senza più la vecchia nomenclatura a porre ostacoli o a far pesare veti e posizioni di rendita.

Fantapolitica? Mi chiedo quanto convenga realmente a Renzi affermarsi  – ora -  alle primarie. Il sindaco di Firenze di fatto ha già vinto politicamente. Questo non è il Palio di Siena e anche un secondo posto può essere un ottimo punto di partenza per rilanciare tra qualche anno, alla fine del mandato di Palazzo Vecchio, la propria leadership nazionale. Del resto non sono i tempi migliori per governare questo Paese, ma aver “spazzato” le stanze del partito da presenze ingombranti e polverose offre al discolo Matteo una grande prospettiva di crescita da qui ai prossimi due-tre anni, senza particolari rischi nell’immediato. E il primo cittadino fiorentino, in caso di sconfitta, è troppo pragmatico per pensare a scissioni o separazioni dalla “ditta di famiglia”, per dirla alla Bersani.

Non resta che attendere. Ma questo è un raro caso in cui – al di là delle bordate e dei fuochi d’artificio per i media e per gli elettori – potrebbero vincere tutti, primi e secondi. La coppia Bersani-Renzi.

A Pisa di scena il futuro con l’”Internet Festival”


Non poteva che essere Pisa ad ospitare dal 4 al 7 ottobre l”Internet Festival”, la città simbolo dell’informatica italiana. E’ qui che nacque, infatti, più di 50 anni fa il primo calcolatore e nel 1969 il primo corso di laurea in informatica d’Italia. Ed è sempre da qui che nel 1986 partì la prima connessione ad internet, allora chiamata “Arpanet”, ma ancora limitata a ricercatori e addetti ai lavori. Nella città della torre pendente poi ha sede l’istituto di Informatica e Telematica del Cnr, che gestisce tra l’altro il registro di tutti i domini web con suffisso.it, e fioriscono sulle rive dell’Arno decine di start up e imprese ICT, spesso leader di settore.

Attesi, quindi, quattro giorni di incontri ed eventi dedicati al futuro della rete. Tanti i partner coinvolti – Provincia, Comune, Camera di Commercio e Ateneo di Pisa insieme al Cnr, alla Scuola Superiore di Sant’Anna, alla Normale e alla Festival della Scienza – in una manifestazione che vede il coordinamento organizzativo di Fondazione Sistema Toscana e il sostegno della Regione.

Una rivoluzione digitale che ha una lunga storia (uno dei visi-simbolo del Festival è Galileo Galilei) e che sarà sviscerata in tutte le sue sfaccettature culturali, scientifiche, economiche e sociali in un programma che vede oltre cento eventi, 200 relatori, 12 location diffuse, ma anche mostre, installazioni, workshop e concerti. Il nostro portale – www.intoscana.it - trasmetterà in streaming gli appuntamenti principali e la redazione racconterà con servizi e interviste una kermesse che si annuncia ricca ed intensa.

Tre le aree tematiche della manifestazione: internet per i cittadini, per le imprese e per i media (rispettivamente Internet for Citizens, Internet for Makers, Internet for Tellers) in un contesto generale che proverà ad unire conoscenza, eccellenze accademiche e partecipazione.

Con l’obiettivo, centrale in questa fase storica, di dare delle risposte efficaci alla difficile congiuntura economica in corso. A partire dalle idee e dall’innovazione. Basti pensare che il ritardo nello sviluppo digitale costa all’Italia tra l’1 e l’1,5% del Pil. Senza infrastrutture a banda ultra-larga i sistemi economici avanzati finiscono su binari morti, non trovano più sbocchi evolutivi, si perdono nella stagnazione. Dalle sponde dell’Arno e sotto la torre di Pisa, la Toscana - già protagonista della campagna di opinione e comunicazione “Internet bene comune” – prova a lanciare la sua rivoluzione digitale “made in Italy” e a delineare una sua “exit-strategy” contro la crisi.

Gli esami di maturità? Il brutto inizia adesso…


E’ tempo di esami di maturità e inevitabilmente per tutti è il momento dell’amarcord. Sono passati per me ben 18 anni da quelle prove vissute con un po’ di ansia e con la tensione tipica di un passaggio fondamentale della propria vita. Una linea sottile tra un’esistenza cadenzata dai ritmi scolastici e dalle lunghe estati e un nuovo percorso tutto da inventare e costruire nel mare magnum del post-scuola.

Senza voler essere retorici, l’esame di maturità segna uno spartiacque importante, nel piccolo di ognuno di noi, direi, epocale. Eil momento della scelta universitaria o della ricerca immediata di un posto di lavoro, delle fragili certezze o dei dubbi consolidati. Ma e’ anche il crocevia di un possibile cambio di città, di un viaggio per destinazioni lontane, di un rinnovamento delle amicizie, dell’esplosione e della maturazione di nuovi interessi sociali e culturali.

La fine del Liceo è stata per la mia generazione – quella degli anni Novanta – qualcosa di non eccessivamente traumatico. Anzi. La consapevolezza di poter (parlo in linea generale) proseguire su un cammino di crescita, di poter sognare il proprio futuro senza se e senza ma. Quasi in una visione positivista, lineare e progressiva dell’essere umano. Internet e la new economy erano alle porte, al di là di quello che poi è successo.

Ora no. Nell’attuale situazione di crisi, in un Paese come il nostro che non investe sui giovani, penso a tutti quei ragazzi ricurvi sui banchi che giocano la loro partita. Magari preoccupati, tristi, rassegnati o stressati. Mi verrebbe voglia di dire a tutti loro  - in modo empatico e compassionevole nel vero senso etimologico della parola – che non ne vale la pena.  Pur consapevole che ogni periodo della propria vita vada vissuto nel “relativismo” delle emozioni e delle sensazioni.

Però non posso ora non guardare con malinconia a questi studenti e pensare alla fine di una bella illusione. La sfida non è tanto capire Montale o interpretare Aristotele. La vera sfida è lì da venire, oltre i cancelli della scuola, in un‘Italia sempre più Paese per (soli) vecchi e per cervelli in fuga.

Internet tra spinte libertarie e modelli tradizionali

Terra Futura, Fortezza da Basso di Firenze. Al via anche “Words World Web”, l’evento promosso da Fondazione Sistema Toscana e Fondazione Culturale Responsabilità Etica. Tutto in streaming sul nostro portale www.intoscana.it.

Qui trovate il mio servizio video sull’inaugurazione e sul panel che ha aperto il ricco calendario dell’iniziativa. Tema centrale, l’informazione digitale:  come sta cambiando la rete, quanto internet sia un bene comune, le spinte libertarie sul web e la tendenza della politica ad “ingabbiare” le dinamiche più “open”. Tutti stretti tra voglia di “e-democracy” e rischio di utilizzare internet in modo strumentale e tradizionale.

Ecco il servizio video:

“Focus sull’informazione digitale a WWW”

La Battaglia di Anghiari: ok. Ma poi?


Supponiamo che veramente, sotto l’opera del Vasari “La battaglia di Scannagallo, sia nascosto il (presunto) capolavoro di Leonardo. Ipotizziamo che la parete del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze nasconda realmente la mitica “Battaglia di Anghiari” dipinta dal genio di Vinci. Immaginiamo, proviamo a crederci, scommettiamo su uno dei più grandi misteri della storia dell’arte.

Ma se fosse così, che cosa potremmo fare poi? Stacchiamo magicamente l’affresco del Vasari e lo ricomponiamo con un tocco di prestigio – tassello per tassello – in un altro luogo, su un’altra parete o, magari, su un pavimento? Ci liberiamo di questo “ostacolo” alla visione dell’opera di Leonardo così come se mettessimo da parte un vecchio poster o un’immagine ingiallita?

Non nego che la vicenda mediaticamente sia rilevante, ricca di spunti narrativi e fascinosi. Non disconosco neanche un certo voyerismo pseudoscientifico alla “Voyager”, per intendersi, o il piacere di sentirsi piccoli Sherlock Holmes della ricerca scientifica.

Ma è il principio in sè che ispira questa operazione che mi lascia perplesso: l’eccessiva spettacolarizzazione, le aspettative troppo radicalizzate sui possibili esiti della ricerca, la mancanza di un obiettivo chiaro e pragmaticamente raggiungibile. Ripeto: anche se trovassimo l’affresco di Leonardo come faremmo poi a vederlo e ammirarlo?

E ancora: è possibile che il Vasari  – che nutriva un rispetto infinito per Leonardo da Vinci – possa aver coperto una sua opera, il suo capolavoro anche nel caso in cui fosse stato danneggiato, come si dice, per un incendio?

Dubbi e ancora dubbi. Aspettiamo i nuovi risultati della ricerca e intanto dimentichiamoci di tutti gli altri capolavori artistici del nostro Paese lasciati al loro terribile destino. Per loro non ci sono sponsor o mecenati.

Giglio e Gorgona: un mare che non può essere abbandonato


Fa tristezza e rabbia vedere quello che sta accadendo al mare toscano. Da una parte il relitto della Nave Concordia adagiato sullo scoglio dell’isola del Giglio, come un bisonte ferito a morte nella prateria. Dall’altra i fusti tossici sprofondati nelle acque della Gorgona in un secondo drammatico evento in cui sono fortissime (anche qui) le responsabilità del comandante, reo di aver fatto virare in modo troppo brusco il cargo Venezia della Grimaldi per evitare di finire contro un’altra nave. Un’azione maldestra, aggravata dalla burrasca, nel corso della quale i semirimorchi e i bidoni si sono riversati in acqua.

Due incidenti che rischiano di compromettere in modo grave e irreversibile l’equilibrio ambientale dell’Arcipelago toscano.

Sono queste ore decisive. Proseguono infatti le operazioni di recupero del carburante sui rimanenti nove serbatoi della Concordia, tra un ritrovamento e l’altro degli ultimi cadaveri e con negli occhi lo sguardo dolce della piccola Dayana, diventata suo malgrado il simbolo di questo disastro. E deve invece proseguire con maggior lena il piano di recupero del materiale tossico disperso in mare da più di due mesi. Il tempo stringe e i rischi sono altissimi.

Due incidenti frutto dell’imperizia umana, due comandanti su cui pendono pesantissime accuse e la sensazione che la navigazione sia un campo in cui le regole della sicurezza devono essere profondamente riviste e riscritte.

Di sicuro due eventi che offuscano pesantememte l’immagine dell’Italia e degli italiani nel mondo. E che stridono con un’altra notizia che dovrebbe farci capire quanto sia – invece – potenzialmente immenso il nostro patrimonio culturale, umano ed estetico: la richiesta da parte della Cina di sei perfette “copie” in bronzo di altrettante statue di Michelangelo. Da Carrara a Shangai.

Il Paese che copia tutto - nuova potenza economica mondiale – si esalta anche per dei semplici calchi sbiaditi dei nostri capolavori. Ma siamo invece noi ora a rischiare, per mano degli Schettino del caso e dei nostri tanti “vabbuò“, di essere semplicemente la copia sbiadita di noi stessi. Un’agghiacciante nemesi storica.

Strage di Firenze: non chiamiamola “follia”…


 
Non chiamiamola “follia”. L’uccisione nei giorni scorsi a Firenze di due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, non è semplicemente l’opera di un pazzo. O almeno non solo questo.

Definire così l’azione del killer Gianluca Casseri non sarebbe eticamente corretto. La “scorciatoia della pazzia” porta a liquidare troppo frettolosamente come pura cronaca un gravissimo fatto e libera in modo acritico la coscienza di una società incapace di interrogare se stessa e la propria anima.

L’assassino aveva partecipato in passato a diverse manifestazioni di estrema destra, aveva simpatie nazifasciste ed era vicino agli ambienti del centro sociale ”Casa Pound”. Attenti: qui non stiamo parlando di responsabilità oggettive o penali, ma di contesti insalubri dove circolano idee, riflessioni, posizioni in cui la matrice xenofoba è dominante. Di un humus “pseudoculturale” in cui parole come solidarietà, tolleranza, rispetto e dialogo sono bandite o svuotate di senso.

Parliamo di un clima inquinato, da bonificare, da “umanizzare”.  Un clima generale alimentato anche da politici  e movimenti irresponsabili che non hanno avuto problemi in questi anni ad alzare il livello della polemica e dello scontro (“Immigrati? Fora da i ball” – “Non possiamo sparare ai migranti, almeno per ora“) .

Siamo il Paese che solo qualche giorno fa ha visto a Torino un’azione di deprecabile violenza contro un Campo Rom per una denuncia di una sedicenne per uno stupro mai avvenuto. Siamo il Paese della strage del 2008 di San Gennaro a Castelvolturno che portò alla morte di sei africani. E potremmo continuare…

Quindi, lasciamo stare la “pazzia”, abbandoniamo visioni semplicistiche delle relazioni umane. Concentriamoci su questi tempi storici, complicati e impegnativi. La società è sempre più ”aperta”,  mobile, “liquida” per utilizzare un’espressione del sociologo Bauman. Un aggregato multiforme di differenze religiose, etniche e stili di vita. Il presente è questo e il futuro non cambierà.  

Bisogna quindi superare l’inquietudine ritrovando se stessi nel dialogo con la diversità. Non ci sono alternative – anche per restare semplicemente pragmatici – alla reciproca ospitalità  nel rispetto delle regole. Potranno cambiare dettagli e aspetti marginali in futuro, ma il nostro mondo sarà sempre più multietnico e multiculturale.

E’ un processo ineluttabile, che ci piaccia o no.  La strada è tracciata e non porta certo nei campi putridi e dissestati della xenofobia nazifascista.

4 novembre: disastri di ieri e di oggi


4 novembre 1966-4 novembre 2011. Mentre Firenze ricorda con le consuete celebrazioni il dramma che visse 45 anni fa, con il problema ancora non del tutto superato della persistente pericolosità dell’Arno, nella stessa data in una cinica ricorrenza un’altra città italiana  – Genova - sta vivendo ore drammatiche. Un triste “revival” che mi ha profondamente colpito e amareggiato.

Sono passati solo pochi giorni, infatti, dal disastro delle Cinque Terre e della Lunigiana e ancora oggi ci ritroviamo a fare la conta dei morti e delle vittime. Quasi fossimo chiamati ad un appuntamento quotidiano con la tragedia, annunciata dai bollettini meteo e subita come se fosse inevitabile.

Ma è proprio questo il momento in cui non bisogna cadere nella fatalità. La situazione è chiara. Le norme ambientali in Italia non sono largamente rispettate. Molti comuni – non solo al sud come dimostrano gli ultimi fatti – non sono assolutamente in regola.

Questo è un Paese in cui si ragiona soltanto sulle grandi opere, dal Ponte di Messina ai trafori che fanno a fette la nostra penisola e la sua identità paesaggistica. Questo è il Paese delle costruzioni abusive e dei condoni.

Il vero obiettivo di una politica vicina alla salute dei cittadini dovrebbe invece essere un altro: proteggere e tutelare il territorio, investire sulla sicurezza, rispettare l’ambiente. E invece siamo qui a rincorrere i facili guadagni delle ricostruzioni: la vicenda de L’Aquila e di quegli ignobili imprenditori affamati di appalti lo dimostra senza falsi pudori. Siamo qui a puntare tutto sul tavolo del “business dei cataclismi“.

Del resto prevenire è più difficile, complesso, faticoso. Costruire regolarmente nel rispetto di tutte le norme è impresa ostica per chi ha fretta di fare profitto. In un Paese in cui la legislazione di emergenza post-disastro rende più semplice edificare e innalzare palazzi di cartapesta sull’acqua, non resta che contare le vittime. Gli interessi economici sono ancora una volta più forti.

Quegli insegnanti trattati come animali…


Da alcuni anni mi ritrovo, per ragioni personali, a partecipare e ad assistere alle convocazioni degli insegnanti della scuola primaria della provincia di Firenze. Un’esperienza, non esito a dirlo, devastante per chi la vive. Un segno tangibile della bassa considerazione che questa società ha per quello che viene definito il “corpo docente”, composto da chi dovrebbe formare le classi dirigenti future (in senso lato) di questo tormentato Paese.

Che cosa succede (per chi non lo sapesse)? Il Provveditorato convoca in più giorni, a seconda delle graduatorie, centinaia di insegnanti precari per assegnare le (poche) cattedre disponibili, il cui numero è stato reso negli ultimi anni ancora più esiguo dalla mannaia della riforma-Gelmini. 

Decine e decine di persone (prevalentemente donne) letteralmente ammassate – e proprio il caso di dirlo – in posti improponibili, quasi sempre in palestre caldissime o all’interno di aule inadeguate per spazi e servizi. Quest’anno addirittura nel cortile esterno dell’Istituto statale ”Russel Newton” di Scandicci alle porte di Firenze.

Vere e proprie maratone caotiche e rumorose, per alcuni anche di 10-12 ore, che potrebbero mettere a dura prova  – in una selezione quasi darwiniana – anche i più forti fisicamente. Non soltanto per la condizione psicologica resa pesante dall’incertezza di ottenere il posto agognato (aspetto non trascurabile visto che parliamo di lavoro, vite, famiglie e futuro), ma anche per una situazione complessiva che ha il sapore della beffa umiliante, dell’attesa infinita, di una lenta e logorante agonia collettiva.

Persone – giunte spesso da altre regioni d’Italia dopo viaggi di chilometri e chilometri – che attendono tra rumori, urla e chiacchiere il proprio turno, mentre vedono scorrere lontano su un pannello ogni anno sempre più piccolo i numeri e le destinazioni disponibili, via via aggiornati dai tecnici (piuttosto nervosi e ovviamente stanchi) del Provveditorato.

Mi chiedo: è possibile che non esista in tutta Firenze un’aula climatizzata, con un impianto di amplificazione sonora funzionanante e con un numero sufficiente di sedie? Un’aula universitaria, ad esempio, con un videoproiettore degno di questo nome oppure una sala tecnologicamente attrezzata fornita dalla Provincia che possa accogliere nel miglior modo possibile i membri di questa categoria professionale che meriterebbero un maggior rispetto?

Non  credo che sia poi così difficile organizzare in modo diverso queste giornate, soprattutto in una città che ha dato alla luce – solo per fare un esempio dal sapore provocatorio - un gioiello artistico per la gestione del potere civile come il ”Salone dei Cinquecento”. E’ chiedere troppo nel 2011? Penso proprio di no.