“Non abbiamo nessun bimbo straniero, in questo senso siamo un’isola felice”. Aveva detto così alla riunione di presentazione con i genitori, la maestra più brava che ci sia. E infatti non voleva dire proprio quello, non voleva dire quello che la frase presa alla lettera lascerebbe intendere, voleva dire che in quella classe ci sarebbero stati meno problemi, meno situazioni complicate, meno bambini che avrebbero fatto una fatica doppia per imparare le doppie. Ma insomma l’aveva detto così, e non mi era piaciuto. Ho sentito che in quel momento, con una frase, quella maestra tradiva molte delle cose per cui, tanto tempo fa, ha deciso di fare il suo lavoro: insegnare. Forse, mi ero detta, ha voluto “tirare un osso” ai genitori che erano lì, quelli che di anno in anno ha visto cambiare, diventare sempre più insicuri, impauriti, inevitabilmente egoisti, presi a proteggere e presenziare, presi a costruire piccoli esemplari unici capaci di difendersi dagli altri e da questo brutto mondo. Forse ha voluto rassicurare con quell’osso velato di razzismo le mamme e i babbi appena conosciuti , promettendo un’isola felice.
Poi qualche giorno fa il mio bambino di sei anni, recente alunno, è tornato a casa forte di un’affermazione che è rimasta nell’aria per un po’: “Mamma a me non mi piace che i bambini stranieri vadano nelle scuole italiane!”.
Non so dove abbia preso quella frase, forse anche lui l’ha trovata nell’aria di un edificio pieno zeppo di frasi così, portate da quel mix di diffidenza fra genitori e insegnanti che genera mostri. Non lo so. So che oggi mio figlio, discendente di una stirpe valorosa, bisnonno partigiano e via dicendo, sta imparando gli insiemi, l’alfabeto e la mutina, e poi, non so bene ad opera di chi, tante piccole, rassicuranti nozioni di razzismo.
Forse era questa la scuola delle tre i: ignoranza, ignoranza, ignoranza.
nella scuola bene del quartiere bene della mia perbene città si è presentato il caso del bimbo rom che non voleva più frequentare l’altra scuola un po’ meno bene ma sempre nel quartiere bene. Sono state le maestre a provare a toglierlo dalla strada. Non hanno fatto presentazioni, non hanno fatto proclami e quando i genitori-bene hanno saputo, è uscita fuori la spazzatura più maleodorante e un clima da processo di Norimberga contro un unico imputato: un bimbo ROM di 8 anni. Ma le maestre non hanno mollato e ce la stanno facendo e a mia figlia stanno insegnando “dal vivo” che in certi casi le ragole si applicano diversamente per trattare tutti in egual modo.
Sempre che poi da grande non decida di votare Lega, non è escluso…
cara mariella, i cittadini contemporanei nella versione “genitori” danno il peggio di sé. le riunioni a scuola sono degli abissi di responsabilità, senso civile, idea del collettivo, per non parlare dei consigli che i genitori si chiedono reciprocamente e della neanche tanto sotterranea competizione che si sviluppa intorno alle performance dei piccoli. non so. credo che sia un problema politico a questo punto e non solo di costume. vorrei saperne di più della sopravvivenza di reti di genitori democratici che pensano la scuola, ad esempio, come luogo di socializzazione e di inclusione. forse vanno riproposti o rivitalizzati nelle nostre città.
gli insegnanti, alle prese con tutto ciò, a volte sono eroici, a volte si ripiegano sul senso comune.
siamo un po’ in un clima “Bellissima”, ricordi il bel film con la Magnani, a me ha sempre dato i brividi.
carissima oliva,
non è per niente bella la frase della maestra. non starei troppo a giustificarla e non capisco perchè tu debba farlo. sono parole che non hanno senso,tutte unite e che restano impresse nella mente dei bambini,infatti credo che tu debba spigare a tuo figlio l’immensa importanza di avere uno straniero in classe, quello che porta, non solo lentezza nello svolgere il programma… sono sicura che lo capirà perfettamente.