sabato 25 maggio 2013   | intoscana.it
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Giovedì di Oliva. Oltre il mulino bianco…

Qualche tempo fa ho scoperto per bocca di un sociologo, lo stimato Matteo Villa dell’Università di Pisa, che in Italia le famiglie 2+2 (madre, padre e due figli) sono soltanto l’11%. Possibile, mi sono detta, la normalità è diventata eccezione? Che fine ha fatto il modello Mulino Bianco? Al fatto che non tutti potessero avere un casale in campagna e quel buon umore mattiniero potevo anche crederci senza esitare, ma che l’intero formato famiglia fosse superato, mi ha stupito un po’. A pranzo, dopo aver ascoltato la sua relazione, ho interrogato Matteo: “ Ma sei sicuro?” (non proprio sofisticata come interlocuzione). Naturalmente ho avuto subito il riferimento Istat, ma non mi è bastato. La sociologia sarà pure una scienza, la statistica un utile strumento, ma niente vale come la ricerca sul campo. Ho pensato allora di stilare una lista di quelle che io considero le mie amiche e ho provato a vedere, selezionando come campione “quelle che inviterei al mio compleanno, se prima o poi mi decidessi a fare un festone” se la percentuale tiene:

Ho cominciato dalle coetanee (ho pensato di darmi anch’io un minimo di criterio sociologico dividendo per classi di età), quindi fra 40 e 50, e le ho divise in due sottogruppi:

a) regolarmente coniugate:

-       Giulia : 4 figli

-       Mariella.: 3 figli

-       Elena.: 2 figli

-       Maurizia: 1 figlio

-       Silvia.: 0 figli

-       Sylvia.: 1 figlia

-       Isabella.: 2 figlia

-       Maria Luisa (in arrivo)

-       Rita. 3 figlie

-       Adriana: 1 figlio

-       Elena: 2 figli

-       Monica: 1 figlio

-       Silvia: 3 figli

-       Mara: 2 figlie

-       Claudia: 2 figli

-       Sandra: 1 figlio

b) single, di ritorno o di partenza, il che non vuol dire che non abbiano qualcuno nella propria vita (a volte anche più di uno, a volte non necessariamente dell’altro sesso, ma questi sono dati trasversali, quindi tralasciamoli se no poi mi dicono che io non sono seria è l’Istat sì):

-       Maria Gemma: 0

-       Maddalena: 0

-       Federica: 1

-       Monica: 1

-       Chiara: 1

-       Betti: 1

-       Monica: 0

In effetti, le cose sembrano confermare l’Istat, anzi, a occhio questa media mi sembra più bassa. Ma andiamo avanti:

Le mie amiche fra 30 e 40:

a)regolarmente coniugate:

-       Angela: 2

b) single etc etc

-       Simona: 0

-       Desy: 1

-       Gaia: 0

-       Chiara: 0

Le mie amiche sotto i trent’anni, fra venticinque e trenta, intendo

a) regolarmente coniugate:

-       Eleonora: 0

b) single etc etc

-       Teresa: 0

-       Claudia: 0

-       Angela:0

-       Roberta: 0

-       Valeria: 0

-       Federica: 0

Le mie amiche over 50:

a) regolarmente coniugate:

-       Bea: 1

-       Teresa: 2

b) single: etc etc

-       Paola: 2

-       Adriana: 1

-       Ida: 0

In effetti di tutte queste, le amiche  che vivono  in una stabile formazione da 4 non sono molte:  7 . Alcune stroppiano, con 4 e 3 figli e un marito,  ma le più  hanno un figlio solo e non necessariamente un marito. Molte non hanno figli , per scelta e per età. Forse Matteo e l’Istat hanno ragione, anche se nella mia rete di amiche la percentuale mi sembra più alta dell’11%, ma di poco e non vorrei sbagliare i conti. Eppure leggendo questa lista io vedo altre cose:  prima di tutto vedo che devo dare una sistematina ai rapporti intergenerazionali nel mio giro di amiche (troppa concentrazione fra le coetanee)  e poi che devo decidermi a farlo davvero un festone. Forse facciamo pochi figli ma noi donne contemporanee abbiamo un sacco di amiche, e questo non c’è verso, l’Istat non lo dice! Non c’è modo di avere un’immagine delle donne e delle famiglie che esca dallo stereotipo. Se volete sapere qualcosa sulle donne di oggi in Italia i sociologi vi diranno che fanno pochi figli  e che li fanno tardi, che hanno un difficile accesso al lavoro, e che quando hanno un lavoro sono meno pagate. Vi diranno che fanno tutto il lavoro di cura e reggono il carico di un welfare in estinzione. Vi diranno che le famiglie sono  “fragili”, che i contesti di vita sono “vulnerabili”. Poi,  seguendo quella che Federica chiamerebbe “l’antropologia del becchino”, vi diranno che muoiono più tardi e che, a fronte di una evidente scarsità di vedovi, le vedove abbandono e non sono sempre così allegre. Impossibile però trovare dati che parlino della libertà delle donne, di quello che fanno nel loro tempo, di quello che vivono oltre i loro destini familiari, oltre i matrimoni che finiscono, oltre i figli che non fanno, oltre il lavoro che non trovano… Bisogna saper leggere i numeri fra le righe  per capire qualcosa di quello che non si misura e che, come la libertà, pare mancare di indicatori.

Giovedì Oliva. Da dentro, in strada

In strada di Claudio Pupi

Tutti i diritti sono riservati

Sabato scorso camminavo per Firenze, avevo una meta precisa ma non un percorso tanto esatto. Andavo all’inaugurazione di una piccola mostra di pittura e fotografia: “Da dentro”, una piccola mostra curatissima, ben allestita in uno spazio un po’ nascosto dietro via dei Serragli, io però cercavo via dei Serpenti e quindi non lo travavo. “Da dentro”: fotografie di finestre viste da dentro, dentro case, stanze, luoghi quotidiani trasformati in piccoli racconti, storie di colori e di calore, quell’impasto  che nei casi più fortunati si trova negli spazi domestici. Fotografie fatte per anni da una donna, Elena,  una di quelle donne di cui vorresti registrare i  racconti, con una storia di amore per l’arte che viene da lontano, da una madre ricamatrice e desideri lontanissimi. Nella mostra quelle foto sono passate alle tele, sono diventate quadri per mano di un’altra donna, Rita, che si è persa nelle forme,  nelle ombre, che ha dato nuova vita a quegli scatti, lasciandoli passare dentro di sé. Insomma, sapevo tutto della mostra  ma non trovavo la strada per arrivarci. “Scusi signora ce li ha due euro?” “Sì, ma proprio due purtroppo”, ho risposto io, “mi dispiace”. Solo dopo aver risposto ho guardato  chi mi stava parlando, ed era un signore che spingeva un passeggino accompagnato da una donna e da un’altra bambina. “Ho perso il lavoro e ho perso tutto”, mi dice, e io mi accorgo che voglio essere gentile ma che cerco di difendermi da quello che sto vedendo, mi proteggo.   Cerco di essere sobria, di non impietosirmi, di stare nella situazione alla pari:  “Sono tempi difficili, per tutti…”, me ne esco così, dio mi perdoni. Mentre parlo e cerco gli spiccioli , continuando a stare dietro una specie di scudo emotivo,  mi si fa incontro la piccola, quella che cammina sulle sue gambe: “Siamo tanto disoccupati…” mi dice in un fiorentino  un po’ teatrale. Sento che su quello potrei crollare, potrei finalmente decidermi a entrare in quella relazione, ma continuo a guardare i nomi delle strade, a cercare di orientarmi, a rispondere con frasi fatte. Le parole però cercano di raggiungermi, i due grandi del gruppo mi spiegano la loro storia, la perdita del lavoro, la perdita di tutto, il bisogno di chiedere soldi per strada…Io, sempre facendo la disinvolta, butto là una domanda: “Come fate per la casa?” “Stiamo in un’occupazione…” e anche qui temo di aver fatto un commento cretino tipo “e come vi trovate?” o qualcosa del genere. Sono stati pochi momenti, il padre che raccontava, la bambina sul passeggino che guardava davanti a sé e la grandina che continuava a togliersi il  piumino rosa  che la mamma voleva lasciarle a tutti i costi, senza trovare l’energia per farsi dare retta.  “E’ freddo, in effetti” ma almeno questo l’ho pensato, senza dirlo.

Quando ci siamo salutati mi hanno ringraziato, ma io veramente a tutta quella famiglia gli  ho dato solo due euro…anzi   mi sono anche fatta dire la strada per arrivare alla mia mostra.

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Il pre e il post. Una modernità senza vie di mezzo (pensando a Terry De Nicolò)

Ho pensato, Terry De Nicolò, si chiamerà Teresa, un nome che viene da lontano, un nome di tradizione, un nome del sud. Probabilmente il nome di sua nonna, come si usa ancora, ma chi può saperlo. Chissà com’è la nonna di Terry, chissà cosa le ha insegnato, cosa le ha raccontato. Certo l’antropologia dell’invidia, con  cui si apre l’intervista, sembra qualcosa imparato da una nonna: “Dicono così perché sono invidiosi, tu non ci pensare”.  E’ una tipica frase detta in velocità da alcuni grandi, quando immischiarsi nelle cattiverie che si fanno i piccoli sarebbe troppo complicato. E’ una cosa detta così, a volte è anche una visione del mondo, ma di quelle semplificate al massimo.  Poi è vero che in questo paese le semplificazioni, tutte, sono diventate discorso pubblico, tanto più in fatto di donne. Vi ricordate quando Murgia provò a ribellarsi agli apprezzamenti di Vespa sul decolleté di Avallone? “E’ solo invidiosa, parla così perché lei è brutta”, disse Sgarbi che infatti Terry cita, dimentica di sua nonna e delle parole di conforto che ha ricevuto da bambina. Mi chiedo invece dove avrà sentito “meglio un giorno da leoni che cento giorni da pecora”, mi chiedo se questo slogan fascio lo abbia imparato a scuola, nel sussidiario delle elementari (no, forse non c’è) o se un suo qualche amico o fidanzato o cliente le abbia fatto dono della visione del mondo che lo ha ispirato nella vita, magari Tarantini stesso.  Non mi sembra una cosa che si impara da una donna, faccio fatica a pensare che sia stata la sua mamma, o la sua maestra, o la sua famosa nonna a insegnarle questa idea del “camminare sui cadaveri”, del “vendersi la madre”, ma forse mi sbaglio. Io, si sa, delle donne penso bene. Penso bene anche di quelle brutte e racchie, che a Terry danno tanta noia. Certo anch’io penso che ci sia un limite, penso che se proprio lo fai apposta a farti brutta, come certe compagnucce che ogni tanto scovo nei miei giri, allora provochi, ma non ho mai elaborato una teoria tanto forte come la sua “se sei brutta, te ne rimani a casa”. Io mi ero limitata a “la bruttezza vera viene da dentro”, convinta che ci sono dosi di risentimento verso l’esistenza che esondano, che da dentro vanno fuori. Terry, che ha meno problemi di me nell’identificarsi con il senso comune, va dritta fino all’antropologia dell’uomo leone e della donna bella e preda, tutto il resto è noia:  “questo mi fa incazzare, l’idea moralista della sinistra che tutti devono guadagnare 2.000 euro al mese, che tutti devono avere diritti. No, no, no!”. Le danno noia questi pensieri, lei ne ha di più chiari: “Tu sei pecora e rimani a casa con 2.000 euro al mese  (magari! bisognerebbe aggiornare la Terry sulle attuali traversie del ceto medio-pecora), se ne vuoi 20.000, se ci devi mettere il culo, ti devi vendere tua madre! Mi dispiace ma è così”.

Vorrei stare di più a scavare sul testo della intervista che la bella Terry ha rilasciato, divertendo il suo intervistatore e dando grande prova di spregiudicatezza, ma mia madre – che non mi sono venduta, anche perché non è mica facile– mi aspetta, dice se per favore l’accompagno a Montenero. Tutti gli anni ci va, a settembre, e siccome tutte le istituzioni moraleggianti sono in crisi,  la sua parrocchia non riesce a organizzare una gita. Tocca a me, infornata di mamme e zie verso il santuario. E’ così questo strano paese, il pre- il post. Una modernità decisamente sconfitta.

Chissà, magari stamani a Montenero incontro anche la nonna di Terry.

Giovedì Oliva. Quant’è bello DWF

E mentre su La Repubblica ci si scervella sul tema dell’inutilità dell’orgasmo femminile (sic),  una rivista femminista di casa nostra, DWF donnawomenfemme, esce con due numeri sulla sessualità: “Questo sesso che non è il sesso 1 e 2“. Un’instancabile redazione di donne ( “storiche” e “giovani” ) che lavora ancora discutendo discutendo e discutendo, ha deciso di  riprendere in mano il tema della sessualità, tema centrale nel femminismo ma lasciato ai margini negli ultimi decenni, sacrificato sull’altare del desiderio teorico, della voglia di pensare ad altro, di costruire mondi e concetti a partire dai rivolgimenti e dalle rivoluzioni che proprio il movimento femminista ha fatto compiere all’idea di donna, corpo, sessualità, libertà. La redazione di DWF si è mossa tornando alle esperienze, driblando il polverone delle ossessioni mediatiche che questo strano paese ci ha regalato per tornare a parlare di tutti quei momenti di vita che vanno sotto il nome di sessualità. Scorrendo l’indice dei due numeri vediamo che l’interrogazione sui corpi e il loro sentire cerca una definizione di sessualità che si estende, esce dai binari imposti del senso comune. Parlare di sessualità signifca interrogare l’esperienza che si vive scontrandosi con le aspettative dell’altro/a, con le proprie fantasie e con quelle prodotte da un immaginario potenziato dal sistema dei consumi. Ed è un immaginario che continua a fare richieste al corpo amoroso e desiderante, anche  là dove non pensiamo  di incontrarlo. Nei due numeri di DWF il discorso sulla sessualità si estende  fino alle riflessioni sui “corpi in piazza” : cosa significa per una donna, per una ragazza, avere un corpo durante una manifestazione, uno scontro di piazza? cosa provoca  sfilare all’interno di un cordone di sole donne, pronte a proteggere e ad attaccare? (Valeria Mercandino, Intorno al 14 dicembre. Avere un corpo). Non solo, ragionare di sessualità tenendosi bassi, volando sull’esperienza, fa retrocedere rispetto agli stereotipi costruiti ad hoc, quelli che disegnano femminilità e maschilità. I ragazzi, gli uomini, quelli che realmente si incontrano sembrano lontanissimi dal machismo pubblicizzato dai media e incarnato dai potenti, e ci vuole una certa sensibilità per raccontarli (Federica Castelli, Sentiti da me), e per mettersi in cerchio e ragionare con loro (Roberta Paoletti, Erotica, politica e Il percorso di LabSex). Così come fare inchieste con le adolescenti, o lavorare nei consultori porta a capire cosa pensano quelle veramente giovani, cosa pensano dell’amore e come vivono la sessualità (We want Sex! a cura di Infosex e Daniela Santini e Giuseppina Adorno, Corpi, sessualità, salute pubblica. Storia, realtà e prospettiva dei consultori). Emergono narrazioni per niente scontate negli articoli proposti e piccole sorprese raccontate con un tono che fa riflettere e  sorridere ma soprattutto  mette voglia di capire e saperne di più. Lucilla Benevento racconta la sua esperienza di domina, un’esperienza vissuta responsabilmente negli incontri con i suoi slaves e ritradotta nei contesti di vita. Cosa insegna la relazione sado-maso quando è vissuta consapevolmente? cosa insegna dei rapporti di potere e come li cambia? Claudia Bruno affronta un altro tema tabù, le mestruazioni (Un segreto tenuto fin troppo bene. L’esperienza mestruale fra medicalizzazione e occultamento) pensando a sé, alle sue amiche e alle riflessioni di Barbara Duden. Infine,  Poliedra l, un’intera sezione del secondo numero  è dedicata a una pensatrice come Beatriz Preciado, al centro delle elaborazioni del femminismo queer e autrice di libri, come scrive Rachele Borghi (La spazializzazione del sesso americano) “che ogni persona dovrebbe avere a portata di mano, accanto alla sveglia  e forse al proprio dildo” (!)

Si può andare sul sito, naturalmente

http://www.dwf.it/

Giovedì, Oliva. Sul film di Cristina Comencini

E siccome c’ero anch’io a Venezia ieri quando hanno proiettato il film della Comencini, e siccome ho deciso di prendermi l’impegno di uscire tutti i giovedì con un pezzo su Oliva, eccomi qua. Il film che Cristina Comencini ha presentato alla Mostra del Cinema, si intitola “Quando la notte”. Non so se vale la pena ricordare che Cristina Comencini oltre a essere una scrittrice, una regista, una figlia di regista, una moglie di produttore, una madre di tre figli, una nonna di cinque nipoti, è anche una delle ideatrici di “Se non ora quando” il movimento che dal 13 febbraio in poi si è attivato in tutto il paese. Forse sì, vale la pena ricordarlo, perché il film ha un intento fortemente politico e, purtroppo, un tono terribilmente pedagogico. Ma andiamo per ordine. La storia (che poi è un romanzo della Comencini stessa) è quella di una donna che se ne va in montagna, in una casa un po’ troppo isolata, con un figlio che la mette a dura prova: ha due anni (i “terribili” due anni), si muove molto, dorme poco e piange sempre. Lei, Claudia Pandolfi,  ama il mare ma va in montagna (per ordine del pediatra), ama la gente e ama ballare ma si isola in una casa fuori dal paese  (per ordine dell’agenzia), ama lavorare ma sta  a casa con il bambino (per ordine delle convenzioni). Insomma, per non deludere niente e nessuno si infila in un sentiero in cui va contro se stessa e si stanca, molto, soprattutto nelle lunghe notti in cui il bambino non la lascia riposare e nelle lunghe giornate passate senza fare altro che stare dietro a  lui. Il marito rimane in città, a lavorare, chiama ogni tanto, a volte dice di sentirla nervosa. Nella grande casa di montagna non è del tutto sola, al pianterreno  abita il proprietario, un  montanaro tenebroso, fa la guida alpina e ce l’ha a morte con tutte le donne, la madre lo ha lasciato e la moglie pure. Si occupa della sua inquilina solo una notte in cui sente un gran tonfo, sale, sfonda la porta e quando vede che il piccoletto è  in una pozza di sangue capisce  che la madre, esasperata,  lo ha scaraventato per terra. Inizia così la loro storia, con lui che salva madre e figlio e comincia a controllarli, a volerli amare e a non riuscirci, a non arrivare mai a un momento di verità. Filippo Timi, nella sua solita parte di bello e impossibile, ne combina una dopo l’altra. “Riesci sempre a distruggere tutto” gli grida il fratello saggio . Riesce anche a cadere in montagna, di notte, fuggendo da lei, e a farsi molto male. I due ce la faranno a dirsi un po’ di  verità in un fugace e romanticissimo  incontro in ospedale, ma si parleranno davvero solo mille anni dopo, quando lei tornerà sui suoi passi, con un caschetto al posto dei lunghi capelli, i figli ormai grandi (nel frattempo sono diventati due, racconta) e  la libertà necessaria per andare a cercare il suo amore perduto. Lo ritrova, ancora   bello ma un po’ incanutito e, sfortunatamente,  riaccasato (la moglie  se lo è ripreso). Finalmente diranno di amarsi,  di un amore vero e tenuto nel cuore, fatto di funivie che vanno e vengono e che i nostri eroi prendono sempre in direzione opposta (!).

Insomma la Comencini ha voluto fare un romanzo e poi un film sulla fatica delle donne, quella fatica vissuta e non detta dei primi mesi e dei primi anni della vita di un figlio. Ha voluto fare un film sulla domanda che la protagonista fa a un’altra donna (la fortunata moglie del fratello saggio):  “Perché nessuno dice quanto è dura?”.  Mi ha colpito, perché la stessa domanda me l’ha fatta un’amica un po’ di tempo fa.  L’ ho incontrata  davanti a una gelateria, presa in una sorta di meccanismo con cui imboccava il bambino, tanto da non rendersi conto che quando ho provato a toglierle dalle mani paletta e coppetta per liberarla un momento, non me l’ha lasciato fare. “Sono arrabbiata, con tutte voi ” ha detto un po’ scherzando un po’ no, “perché non me l’avete detto? perché nessuno mi ha detto che era così dura ?”. Non so cosa le ho risposto. So però cosa  risponde la donna   nel film: lei  ce l’ha fatta grazie a suo marito, suo marito che la guardava, che non dava mai per scontato che fosse facile, suo marito che è rimasto sempre vicino a lei: “Un figlio si fa per un uomo”.  E lì, io ho avuto un brivido di paura e mi sono chiesta in che anno ero capitata.  Comencini fa vedere il problema (la solitudine e la mancanza di riconoscimento per le madri, lasciate nelle loro case di montagna e di città a vedersela con il mito dell’amore materno e della madre onnipotente) e dà la soluzione (la capacità dei maschi di esserci anche loro, solidali o tenebrosi, i maschi che capiscono ci possono salvare).

Ora al di là che il film è proprio “pedagogico” anche nella sua costruzione e che niente è lasciato alla comprensione di chi guarda, tanto meno alla sua immaginazione (un orribile flash back fa vedere, quando pensavamo di averla scampata, la spinta della madre al bambino), niente è lasciato all’ambivalenza dei protagonisti che hanno  nevrosi tutte d’un pezzo e un modo di esprimersi un po’ perentorio (tanto da far ridere in sala la cricca dei critici a Venezia), io mi chiedo se politicamente è di questo che abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di mettere in scena tutta questa pena femminile, una pena non elaborata, compatta, incapace di incrinarsi e di trovare le risposte? Abbiamo ancora bisogno di fare spazio alla libertà delle donne, e  di costruire il diritto di sgarrare rispetto alla norma che le vuole prima di tutto “buone madri”? La rete pullula di blog in cui le mamme inondano gli schermi di slogan in cui si dichiarano “felicemente imperfette”, “sufficientemente buone”, “elastimamme”. Mi sembra che le donne siano più avanti, che si siano inventate le loro strategie di sopravvivenza, le loro relazioni scelte, i loro modi di starci dentro, e i loro “no!”. Mi sembra che sappiano rivolgersi alle altre, chiedere, muoversi, leggere un giornale. Ci serve  davvero  mettere sempre al centro della scena le donne che non ce la fanno, che non trovano risposte, non trovano parole, che – se non stiamo attenti a trovare loro il compagno giusto – esplodono nella violenza? Ma soprattutto abbiamo così tanto bisogno di chiedere diritti e riconoscimenti “in quanto madri”? Che senso ha creare il corto circuito per cui si critica il senso materno come istinto naturale e si chiede riconoscimento e cittadinanza insistendo sul nesso donne/maternità? Che fine ha fatto la libertà sperimentata dalle donne negli ultimi 40 anni, siamo già disponibili a venderla purché qualcuno ci aiuti a trovare bravi mariti  con cui fare figli senza impazzire? Non so, mi sembra un progetto politico antichissimo, che fa riferimento a un immaginario povero povero e di un borghese piccolo così.

Se ci piacciono i melò, e ci piacciano, che almeno non siano pedagogici. E se ci piacciono i melò, aridateci Filumena Marturano: “i figli so piezz’e core”. E nel cuore, si sa, c’è un po’ di tutto.

Mercuzio, a Volterra, non vuole morire

Ieri a Volterra c’è stata la prova aperta al pubblico del nuovo spettacolo della Compagnia della Fortezza, la compagnia di attori-detenuti che da anni lavora a Volterra. Una prova aperta, un progetto agli inizi e uno spettacolo visto solo per metà, a causa della pioggia che ha impedito un allestimento completo, ma la solita emozione per un teatro tanto intenso, pensato, lavorato, curato fino in fondo. “Mercuzio non vuole morire” si intitola così, ed è il primo passo di un progetto che vuol coinvolgere, la città, gli spettatori, le strade, le piazze. “Un’esperienza di teatro-massa” ha promesso Armando Punzo, regista e anima della compagnia. Andare a teatro a Volterra, tutti gli anni come in una specie di pellegrinaggio, mi piace. Non è tanto l’esperienza del varcare le soglie di un luogo chiuso, inaccessibile,  fuori dal mio ordinario, è proprio l’esperienza di andare a teatro, di vedere un lavoro teatrale che segue idealmente quello precedente, lo completa, lo porta avanti, lo approfondisce. E’ come seguire qualcuno che cammina in un terreno incerto, insicuro, ma che sa dove andare perché segue un percorso tutto suo, irrappresentabile in una mappa. Così, vado e mi affido. So che quello che sta per accadere avrà qualcosa da dirmi. E anche ieri è stato così. I detenuti-attori lontani ormai da anni dalle strade della città, avevano Volterra (o anche la “bella Verona” trattandosi di un adattamento di Romeo e Giulietta) dipinta sugli abiti, come a rappresentare la loro estranea appartenenza al mondo che si muove fuori. La loro duplice estranea appartenenza, che non rinuncia a essere vista (“Le strade sono i nostri pennelli, le piazze le nostre tavolezze…” ). Costumi bellissimi, trucchi sempre più adatti a dare ai volti un’identità che va oltre i singoli tratti. Gli attori confusi con le quinte, con  i paesaggi di immagini raffigurati alle pareti degli angoli del carcere in cui lo spettacolo prendeva vita, il testo di Shakespeare si muoveva in scene, in monologhi, in passaggi, nei lievi passi di una Giulietta che portava con sé un grande fiore rosso. “Mercuzio non vuole morire”. Mercuzio, dice Punzo, è quello delle grandi “tirate”, parla, parla sempre tanto, dice la sua, e sembra non coincidere mai con quello che avviene in città, con la faida che porterà le famiglie alla distruzione di tutto, lasciando che Verona non abbia più giovani, che sia  un paese per vecchi. E’ per questo che  la vera tragedia di Romeo e Giulietta, dice Punzo,  è la morte di Mercuzio,  è la morte dell’ ultimo temerario, di quello che ha una sua parola, che non si identifica con il pensiero degli altri. Nemmeno con quello dell’amico per cui accetterà di morire.  Al lamento di Romeo “Io sprofondo sotto un peso d’amore”  Mercuzio  risponde con un’immagine del tutto diversa: “Tu sei innamorato, fatti prestare le ali da Cupido e muoviti più alto di un salto”.

Mercuzio, lo ricorda anche Calvino nelle Lezioni americane, è una figura della leggerezza e per questo oggi a Volterra esiste un progetto che non vuole farlo morire.

Armata di coraggio e di rossetto.

Non l’ho mai fatto di scrivere in prossimità della scomparsa di qualcuno, ma questa volta non posso sottrarmi. Oggi mi è arrivata una telefonata, veloce, in cui ho saputo che Nella Marcellino non c’era più. Poi ho aperto il sito della Cgil e ho trovato un piccolo video in cui Nella parla, ecco quella volta lì Nella parlava a me, vicino all’operatore che la riprendeva e la regista che controllava le immagini, c’ero io che la incoraggiavo a raccontare. E Nella ha parlato , per molte ore, come il progetto che stavo seguendo richiedeva. E’ stato un incontro che mi ha molto emozionato, una delle prime volte in cui mi sono trovata faccia a faccia con una grande donna, con un passato enorme alle spalle. Quando ci è venuta ad aprire si appoggiava a un carrellino, a un deambulatore, ma non le mancava il piglio di chi nella vita ha saputo combattere e anche comandare. Non le mancava neanche il vestito carino e il rossetto sulle labbra. Ho saputo poi, segreti del dietro le quinte, che il rossetto era stato una sua piccola arma. Quando intorno a lei gli uomini prendevano la parola per non lasciarla mai, quando le riunioni politiche o sindacali erano tutte un parlarsi addosso, Nella prendeva il rossetto dalla borsa e se lo metteva vistosamente, a segnalare la noia. Ho saputo anche che era una donna durissima e un capo difficile da sostenere, ma quel pomeriggio con noi della troupe che la intervistava, è stata dolcissima. Dopo averci raccontato la sua vita, il suo precoce apprendistato militante nella Francia in cui erano stati esiliati molti antifascisti (e suo padre lo era), il suo pericoloso attraversare confini durante il ventennio, la sua partecipazione alla Resistenza e su su fino al Pci e poi al Sindacato (ha diretto le tessili per molti anni) , ha stappato una bottiglia di champagne. “Finalmente, ha detto, potete parlarmi un po’ di voi!”. E’ una curiosità che ho trovato solo nelle donne. Dopo le interviste pretendono che si cambi campo e cominciano a chiedere. “E voi cosa fate? – ha chiesto a me e alla regista – Ditemi di voi, cosa fate? Come vi impegnate per questo mondo?”. Ricordo che io e Silvia ci siamo guardate, abbiamo guardato il bicchiere che avevano fra le mani e abbiamo cercato di svicolare in qualche modo.

Nella era stata sposata, aveva avuto una lunga storia con un altro dirigente del Pci, più grande di lei, Arturo Colombi. Anche di quella storia ci aveva parlato nell’intervista, con la sobrietà tipica di una militante dei suoi tempi, educata a non parlare troppo di sé. Ma non aveva avuto figli e so che negli ultimi anni è stata molto sola. E’ un peccato, soprattutto pensando che la sua intervista è quella che mi è costata più fatica in termini di note, di nomi, di piccole biografie. Nella raccontando di sé non si era dimenticata nessuno dei tanti compagni incontrati, dei tanti che le erano stati vicini nella sua lunga vita. Spero che oggi in Corso d’Italia  a Roma, siano stati in molti a ricordarsi di lei.

Per chi vuol saperne di più

S.Burchi, F. Ruggeri (a cura di) Noi e la Cgil. Colloqui con Arvedo Forni, Nella Marcellino, Aldo Giunti, Gianfranco Rastrelli,  Ediesse 2010

M.L. Righi (a cura di), Nella Marcellino. Le tre vite di Nella, Edizioni Sipiel, 2009

Strane proteste a Trafalgar square

Parlament square, Londra. Molti turisti, pochi, ma fieri manifestanti hanno montato le tende sui marciapiedi e fissato dei cartelli contro i tagli del governo. La settimana scorsa c’è stato anche uno sciopero imponente. “Cosa fanno mamma?” “Protestano”, dico. “Contro cosa?” “Ah, già, penso. Contro le manovre economiche del governo, contro i tagli sui servizi, sulle cose pubbliche. Fanno bene, dovremmo farlo anche noi…” “Sì mamma, ma sono due gatti…” E’ vero.

Trafalgar square, Londra. “Mamma, mamma, qui sono tantissimi!!! Sono di più!!!” In effetti sono tanti, hanno le stesse tendine montate per terra, le vettovaglie, i cartelli. Lo spirito politico  di mia figlia (che si è già appassionata alle proteste inglesi) sembra rinvigorito dal vedere tutta quella gente accampata in piazza.

Poi ci avviciniamo ai cartelli “Harry Potter campus”…

Io non dico niente, me ne guardo bene.

“Ma perché sono per Harry Potter?”

“In effetti ho letto da qualche parte che c’è la prima mondiale a Londra, giovedì prossimo, e qui arrivano tutti gli attori per il red carpet.”

“Cos’è?”

“La sfilata di tutti gli attori sul tappeto rosso, passano, salutano il pubblico… per questo li aspettano…”

“Mamma, ma oggi è martedì…!

“Lo so, prendono il posto…”

“Esagerati…. Quindi non stanno protestando?”

“No, direi di no.”

Mi guardo intorno e c’è gente di tutte le età, non proprio anziani, ma neanche tutti ragazzini. Ventenni, trentenni, quarantenni… Sono a piccoli gruppi, ma anche a coppie. Stanno lì, chiacchierano, fanno amicizia, si fanno intervistare (“Harry Potter, sono cresciuta con lui etc etc ).

Società dello spettacolo, penso. Ma non lo dico. Intanto la piccola, anche lei, è immersa nei suoi pensieri, anche lei si guarda intorno:

“Vabbè, ganzo però. Ci veniamo?”

[fonte]

“lavoro noioso – persona gentile”

Mia figlia Quella di quasi 12 ha approfittato di questa vacanza londinese per lavorare a una  nuova teoria:

Lavoro noioso – persona gentile“. Appassionata delle idee chiare e distinte, si è incontrata con questa evidenza all’aereoporto quando il tipo del controllo passaporti  ha fatto di tutto per diventare suo amico subissandola di domande carine. Lei – che ha giurato di non dire una parola di inglese in tutta la vacanza – non ha risposto ma non ha potuto fare a meno di dire a me :”Gentile quel signore mamma!”
“Beh  sarà contento di scambiare due parole dovendo controllare passaporti per tutto il giorno…”.
“Infatti, fa lei, mi sa che è così:  lavoro noioso- persona gentile…”
Questa sentenza, pronunciata  così dopo uno sfibrante viaggio Ryanair, mi ha aperto una breccia sulla complicata vita di un cervello preadolescente, immerso nella costruzione ininterrotta di criteri di orientamento.

Quando, dopo circa un’ora, arrivati in città, un signore della metropolitana vedendoci con le valigie ha voluto a tutti costi darci indicazioni dettagliatissime su come arrivare a destinazione  (senza che nessuno glielo avesse chiesto), Quella di quasi 12 aveva la faccia di uno scienziato che non ha più dubbi sulla sua formula: “Proprio così… Lavoro noioso – persona gentile”, ha sussurrato fra sé e sé e il resto del mondo.

Lasciandole godere la sua soddisfazione, mi sono chiesta però, cosa deve pensare delle persone che le presento io, gente solitamente impegnata  in cose  insolite… eppure mi sembrava le risultassero gentili… Ma ho taciuto, pensando che quella teoria avrebbe avuto  vita breve.

Oggi al ritorno dalla Tate, quando lei e il fratello ancora vibravano dell’emozione per l’unica cosa che aveva attratto il loro interesse (l’Interactive zone del 5 piano, in parole povere  un videogioco) ci siamo imbattuti in  un artista di strada che suonava e cantava. Il ragazzo, un biondino più che vivace, dopo avere fatto un pezzo del suo repertorio ha trovato il modo di essere molto caloroso con il suo pubblico e di giocare un po’ con i più piccoli.

“Questo -  fa lei – mette un po’ in discussione la mia teoria. Quel ragazzo è  gentile, eppure  non  sembra che faccia un lavoro noioso…”

Il dubbio. Il dubbio era arrivato alla sua giovane mente  e sotto il peso dell’esperienza quella teoria nuova di trinca sembrava già vacillare. Ma è stato un attimo e l’epistemologa ha subito  ripreso quota:

“Beh, ma in fondo che ne sappiamo noi?  Magari lui si annoia…”

Ci vorrebbe una segretaria, o forse anche no

Se tutte le Olive fossero come me, addio Martini…

Latito da questo blog da tempo immemore. Sono una totale lavativa, e forse presto mi chiederanno di rinunciarci per sempre a tenere il ritmo, ma, Dio solo sa quante ne faccio e sotto quale pila di sensi colpa materni si è chiuso l’anno.

Le vacanze  si avvicinano, devo stringere i denti. In tutto questo affancendarmi finale, qualche giorno fa ricevo la telefonata di  un’amica  convinta di aver trovato l’uovo di colombo “Di una segretaria, ecco di cosa abbiamo bisogno! Se avessimo una segretaria tutta la nostra vita funzionerebbe meglio…”.

Sì, lo so, le mie amiche sono strane, e tremendamente portate a prendere posizioni antieconomiche e un cincinino fuori dal mondo. In compenso la tipa che in questo momento è davanti al me sul treno una segretaria ce l’ha e le sta sciorinando una serie di cose da fare o da far fare ad altri. Mi compiaccio per lei, anche se trovo fastidioso trovarmi a fare parte del suo ufficio improvvisato.
La signora ha una faccia televisiva a cui mi pregio di non saper dare un nome, ma sono sicura che sia una di quelle esperte da palinsesto, magari una psicologa. Mi pare anche che tenga una rubrica in un qualche magazine di quelli che leggo io.
Un altro indizio sulla televisività della mia dirimpettaia da treno è lo sguardo leggermente fisso, reso da tale da qualche iniezione di troppo. Però è strano, com’è che è finita in seconda classe? Mah… E’ ancora più strano che indossi le scarpe più brutte che io abbia mai visto in vita mia, tipo ciabattoni di corda imperlinati, e una camicia larghissima perfettamente in continuità con il colore dei capelli.

Ha smesso di telefonare, si è data  alla lettura di Repubblica, ecco  il cerchio si chiude. Le gallerie mi hanno salvato ma nel tempo che ha avuto a disposizione ha organizzato un premio, una specie di  concorso, qualcosa sull’infanzia,  un  qualcosa  che verrà trasmesso in televisione e in cui si parlerà anche “di quel bambino che ha piantato un milione di alberi” (!). Ho assistito in diretta alla composizione della giuria: “Chiama quel preside di facoltà di quella università, chiama quel professore, senti un po’ la marina salomon, sgarbi e in alternativa quell’altro, come si chiama quell’altro? Vabbè te lo dico dopo. Poi Veronesi, ma non il professore, il musicista, e poi don Ciotti e don quell’altro. Si parlava anche della Fracci, verifichiamo. Poi mi piacerebbe che presentasse la Saluzzi, è una brava. Sì… Poi …”. Gallerie. Tregua.

Ora posso leggere un po’, ma sarà per poco, le gallerie finiranno. Certo che è strano lavorare così, da un treno in corsa, all’una di sabato…Anche questi della televisione sono un po’ sfigatelli…Siamo tutti dentro questo lavoro ininterrotto, che vive di comunicazioni, di informazioni , di pioggia di ordini, cose che ci teniamo in testa, che realizziamo così da un punto x della terra con qualcuno messo in un altro punto x.

In preda a questi pensieri smetto di invidiare la signora televisiva che ha una segretaria, per sdilinquirmi di invidia verso un’altra mia compagna di treno, quella che fino a un minuto fa era seduta alla mia destra. L’avevo osservata mentre si scrofanava  una scodella colma di  uno strano mix a base di wurstel e formaggio, sentendomi un po’ superiore, ma quando si è alzata mi sono resa conto che fra  i suoi bagagli c’era anche  un violoncello. E allora  l’ho invidiata un po’. Magari va a fare un concerto, magari suona in un quartetto…

Quando le gallerie finiscono il telefono suona di nuovo. La signora televisiva risponde. Ha un tono perfetto della voce, è contenuta, ferma, sicura… Oddio mi tocca ricominciare a invidiarla:  “Ci vuole qualcuno che si occupi del tema dell’ infanzia,  ma un nome, uno importante… Comeeee? Coooosa? Hai fatto vedere quello che ho deciso io a qualcun altroooo? Come sarebbe che era per farmi sapere cosa pensa? COME TI PERMETTI!!???? Ma ti pare che mi faccio controllare tramite te? Ma sei impazzita?”

Oddio, il colpo di scena, la signora perde il suo stile e comincia a urlare sempre più convintamente fino a quando non decide di buttare giù, di brutto. La poveretta dall’altra parte (la traditrice, cioè) richiama, la signora fa squillare il telefono ma non risponde…
Una, due volte, alla terza risponde: “Come vi siete permessi brutti pezzi di merda di fare una cosa del genere? Io vi faccio sparire dalla mia vita!” e attacca ancora.
Non so bene dove guardare, mi impegno per avere un’aria un po’ vaga quando incontro lo sguardo della ragazza seduta proprio accanto alla signora televisiva. E’ incinta. Perfetto: “Quando nasce?” “Fra un mese…” “E’ il primo, è una femmina?” “Che bellezza… Sei contenta..’”. Di parti, figli, di bambini, gioie e dolori  si può parlare sempre e per ore se solo si ha voglia. La signora televisiva  lo sa, per questo dopo aver spento il telefono, si cala gli occhiali neri sugli occhi, si gira verso il finestrino, si stende un po’ e comincia a dormicchiare.

Mi sa che oggi, con il tema dell’infanzia ha chiuso. Anche la sua segretaria, mi sa.