domenica 19 maggio 2013   | intoscana.it
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allora, la manifestazione…

Allora, la manifestazione.

La prendo da lontano.

Sono cresciuta in una casa piena di donne, mia madre e le mie due nonne stavano sempre nei paraggi. Donne fantastiche, ognuna a suo modo, piene di difetti ma tutti perdonabili. Le ho avute sempre davanti agli occhi e ancora oggi ho davanti agli occhi il continuum del loro fare, lavorare, chiacchierare, fare, e via dicendo. Forse è anche per questo che ho molte amiche. Forse è anche per questo che ho una stima immensa delle donne e ce l’ho fatta a venir su svicolando, più o meno agilmente,  le tante insidie:  invidia, rivalità, competizione, diffidenza…(tutti effetti del “comune dominio”, dico io). Non ho mai avuto dubbi sulla dignità delle donne, anzi non ho mai dovuto usare questa parola. E’ una parola che ho imparato sui libri, l’ho incontrata spesso studiando i movimenti del passato, ma non ha mai fatto parte del mio lessico politico, né tanto meno del mio lessico quotidiano. In un certo senso non ne ho mai avuto bisogno. Ragionando su questo mi è venuto in mente  un episodio-choc della mia adolescenza. Nel mio quartiere, in una viuzza un po’ disastrata, c’erano case altrettanto disastrate, abitate non proprio dall’alta società. In una di queste viveva una mamma con un numero di figli leggermente superiore alla media, tutti ragazzini che era impossibile non notare a scuola, rissosi, incasinati, si mettevano sempre nei guai. Un giorno alla fermata dell’autobus mia madre salutò la madre di quei ragazzini e io mi affrettai a raccontarle che i suoi figli erano tremendi, che ce l’avevano con tutti. Lei,  che non era esattemente una donna  politicizzata, ma piuttosto una  moglie tradizionale e una buona cattolica, mi rispose: ” beh, non deve essere facile, si renderanno conto che la loro madre fa la vita e chissà quanto deve lavorare per crescerli tutti…”. “Lavorare”, disse “lavorare”, lo stesso verbo che usava, continuamente, per sé. Ero piccola, ma mi ricordo che fui fiera di lei, quell’improvvisa apertura, quel gancio di solidarietà verso una donna con una vita tanto diversa dalla sua, placarono per un momento la furia con cui – adolescente – criticavo ogni suo pensiero. Sono sicura che se avessimo parlato in astratto di prostituzione mi avrebbe tirato fuori il rosario dei  divieti, sono sicura che l’avrebbe buttata giù durissima, ma, quel giorno, alla fermata dell’autobus parlò così, semplicemente.

Era il finire degli anni Settanta, la vita era più facile e le persone si formavano le idee su quello che avevano sotto gli occhi. Il mio quartiere era un villaggio tutt’altro che globale, e la dignità si imparava così, semplicemente. Ora è più complicato, è tutto più difficile,  anche per questo far tuonare le parole non serve, serve capire. A partire da sé.

E anche oggi non ho parlato della manifestazione.

Vabbè domani.