domenica 26 maggio 2013   | intoscana.it
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Ci vorrebbe una segretaria, o forse anche no

Se tutte le Olive fossero come me, addio Martini…

Latito da questo blog da tempo immemore. Sono una totale lavativa, e forse presto mi chiederanno di rinunciarci per sempre a tenere il ritmo, ma, Dio solo sa quante ne faccio e sotto quale pila di sensi colpa materni si è chiuso l’anno.

Le vacanze  si avvicinano, devo stringere i denti. In tutto questo affancendarmi finale, qualche giorno fa ricevo la telefonata di  un’amica  convinta di aver trovato l’uovo di colombo “Di una segretaria, ecco di cosa abbiamo bisogno! Se avessimo una segretaria tutta la nostra vita funzionerebbe meglio…”.

Sì, lo so, le mie amiche sono strane, e tremendamente portate a prendere posizioni antieconomiche e un cincinino fuori dal mondo. In compenso la tipa che in questo momento è davanti al me sul treno una segretaria ce l’ha e le sta sciorinando una serie di cose da fare o da far fare ad altri. Mi compiaccio per lei, anche se trovo fastidioso trovarmi a fare parte del suo ufficio improvvisato.
La signora ha una faccia televisiva a cui mi pregio di non saper dare un nome, ma sono sicura che sia una di quelle esperte da palinsesto, magari una psicologa. Mi pare anche che tenga una rubrica in un qualche magazine di quelli che leggo io.
Un altro indizio sulla televisività della mia dirimpettaia da treno è lo sguardo leggermente fisso, reso da tale da qualche iniezione di troppo. Però è strano, com’è che è finita in seconda classe? Mah… E’ ancora più strano che indossi le scarpe più brutte che io abbia mai visto in vita mia, tipo ciabattoni di corda imperlinati, e una camicia larghissima perfettamente in continuità con il colore dei capelli.

Ha smesso di telefonare, si è data  alla lettura di Repubblica, ecco  il cerchio si chiude. Le gallerie mi hanno salvato ma nel tempo che ha avuto a disposizione ha organizzato un premio, una specie di  concorso, qualcosa sull’infanzia,  un  qualcosa  che verrà trasmesso in televisione e in cui si parlerà anche “di quel bambino che ha piantato un milione di alberi” (!). Ho assistito in diretta alla composizione della giuria: “Chiama quel preside di facoltà di quella università, chiama quel professore, senti un po’ la marina salomon, sgarbi e in alternativa quell’altro, come si chiama quell’altro? Vabbè te lo dico dopo. Poi Veronesi, ma non il professore, il musicista, e poi don Ciotti e don quell’altro. Si parlava anche della Fracci, verifichiamo. Poi mi piacerebbe che presentasse la Saluzzi, è una brava. Sì… Poi …”. Gallerie. Tregua.

Ora posso leggere un po’, ma sarà per poco, le gallerie finiranno. Certo che è strano lavorare così, da un treno in corsa, all’una di sabato…Anche questi della televisione sono un po’ sfigatelli…Siamo tutti dentro questo lavoro ininterrotto, che vive di comunicazioni, di informazioni , di pioggia di ordini, cose che ci teniamo in testa, che realizziamo così da un punto x della terra con qualcuno messo in un altro punto x.

In preda a questi pensieri smetto di invidiare la signora televisiva che ha una segretaria, per sdilinquirmi di invidia verso un’altra mia compagna di treno, quella che fino a un minuto fa era seduta alla mia destra. L’avevo osservata mentre si scrofanava  una scodella colma di  uno strano mix a base di wurstel e formaggio, sentendomi un po’ superiore, ma quando si è alzata mi sono resa conto che fra  i suoi bagagli c’era anche  un violoncello. E allora  l’ho invidiata un po’. Magari va a fare un concerto, magari suona in un quartetto…

Quando le gallerie finiscono il telefono suona di nuovo. La signora televisiva risponde. Ha un tono perfetto della voce, è contenuta, ferma, sicura… Oddio mi tocca ricominciare a invidiarla:  “Ci vuole qualcuno che si occupi del tema dell’ infanzia,  ma un nome, uno importante… Comeeee? Coooosa? Hai fatto vedere quello che ho deciso io a qualcun altroooo? Come sarebbe che era per farmi sapere cosa pensa? COME TI PERMETTI!!???? Ma ti pare che mi faccio controllare tramite te? Ma sei impazzita?”

Oddio, il colpo di scena, la signora perde il suo stile e comincia a urlare sempre più convintamente fino a quando non decide di buttare giù, di brutto. La poveretta dall’altra parte (la traditrice, cioè) richiama, la signora fa squillare il telefono ma non risponde…
Una, due volte, alla terza risponde: “Come vi siete permessi brutti pezzi di merda di fare una cosa del genere? Io vi faccio sparire dalla mia vita!” e attacca ancora.
Non so bene dove guardare, mi impegno per avere un’aria un po’ vaga quando incontro lo sguardo della ragazza seduta proprio accanto alla signora televisiva. E’ incinta. Perfetto: “Quando nasce?” “Fra un mese…” “E’ il primo, è una femmina?” “Che bellezza… Sei contenta..’”. Di parti, figli, di bambini, gioie e dolori  si può parlare sempre e per ore se solo si ha voglia. La signora televisiva  lo sa, per questo dopo aver spento il telefono, si cala gli occhiali neri sugli occhi, si gira verso il finestrino, si stende un po’ e comincia a dormicchiare.

Mi sa che oggi, con il tema dell’infanzia ha chiuso. Anche la sua segretaria, mi sa.

gli uomini, chissà dove sono

La settimana scorsa mi sono trovata a una iniziativa ottomarzesca con una mia amica strattonata lì da altri.

“Non si può parlare così nel 2011, gli uomini, le donne… cosa significa? non si può davvero parlare così…”

Io, che ho tardivamente imparato a non appassionarmi proprio a tutte le polemiche, ho lasciato perdere.

Poi il giorno dopo ho visto una piccola famiglia in formazione contemporanea: mamma, babbo, bambino.

La mamma si teneva il bambino per mano e si sforzava di animare la situazione, parlava, giocherellava passeggiando, mostrava le cose…

Il padre stava dietro, come costretto, passivo, musone.

Ora io vorrei non essere portata a generalizzare ma questa cosa la devo dire: per quanto schizzate, stanche e brontolone, per quanto sfinite, deluse o isteriche, le donne, sì le donne, trovano sempre un po’ di energia per quei malcapitati messi al mondo… le donne lo sanno, lo sanno che è importante trovare da qualche parte un po’ di buon umore, vero o posticcio che sia, da mettere in mezzo a quel poco tempo che si passa con i figli. Lo sanno e lo fanno.

Gli uomini pensano che questo sforzo non sia dovuto, pensano che non devono fare nulla in più, né cambiare niente  di sé per stare con la prole, pensano che basti dire una cosa perché questa miracolosamente si avveri, pensano che basti un urlo per interrompere un litigio, una bizza, una rivolta… e pensano che  di sabato pomeriggio stare  con il resto della famiglia a fare una passeggiata, corrisponda a camminare a un passo dagli altri  mani in tasca, la faccia smorta e la parola intermittente.

Gli uomini muoiono prima, muoiono prima delle donne.

E non dico che sia bello, la cosa non mi dà nessuna soddisfazione, ma è così.

Non è solo un dato demografico, è un dato sociale, è un dato psicologico.

Gli uomini se ne vanno, vengono meno, e anche se restano fra noi, chissà dove sono.

allora, la manifestazione…

Allora, la manifestazione.

La prendo da lontano.

Sono cresciuta in una casa piena di donne, mia madre e le mie due nonne stavano sempre nei paraggi. Donne fantastiche, ognuna a suo modo, piene di difetti ma tutti perdonabili. Le ho avute sempre davanti agli occhi e ancora oggi ho davanti agli occhi il continuum del loro fare, lavorare, chiacchierare, fare, e via dicendo. Forse è anche per questo che ho molte amiche. Forse è anche per questo che ho una stima immensa delle donne e ce l’ho fatta a venir su svicolando, più o meno agilmente,  le tante insidie:  invidia, rivalità, competizione, diffidenza…(tutti effetti del “comune dominio”, dico io). Non ho mai avuto dubbi sulla dignità delle donne, anzi non ho mai dovuto usare questa parola. E’ una parola che ho imparato sui libri, l’ho incontrata spesso studiando i movimenti del passato, ma non ha mai fatto parte del mio lessico politico, né tanto meno del mio lessico quotidiano. In un certo senso non ne ho mai avuto bisogno. Ragionando su questo mi è venuto in mente  un episodio-choc della mia adolescenza. Nel mio quartiere, in una viuzza un po’ disastrata, c’erano case altrettanto disastrate, abitate non proprio dall’alta società. In una di queste viveva una mamma con un numero di figli leggermente superiore alla media, tutti ragazzini che era impossibile non notare a scuola, rissosi, incasinati, si mettevano sempre nei guai. Un giorno alla fermata dell’autobus mia madre salutò la madre di quei ragazzini e io mi affrettai a raccontarle che i suoi figli erano tremendi, che ce l’avevano con tutti. Lei,  che non era esattemente una donna  politicizzata, ma piuttosto una  moglie tradizionale e una buona cattolica, mi rispose: ” beh, non deve essere facile, si renderanno conto che la loro madre fa la vita e chissà quanto deve lavorare per crescerli tutti…”. “Lavorare”, disse “lavorare”, lo stesso verbo che usava, continuamente, per sé. Ero piccola, ma mi ricordo che fui fiera di lei, quell’improvvisa apertura, quel gancio di solidarietà verso una donna con una vita tanto diversa dalla sua, placarono per un momento la furia con cui – adolescente – criticavo ogni suo pensiero. Sono sicura che se avessimo parlato in astratto di prostituzione mi avrebbe tirato fuori il rosario dei  divieti, sono sicura che l’avrebbe buttata giù durissima, ma, quel giorno, alla fermata dell’autobus parlò così, semplicemente.

Era il finire degli anni Settanta, la vita era più facile e le persone si formavano le idee su quello che avevano sotto gli occhi. Il mio quartiere era un villaggio tutt’altro che globale, e la dignità si imparava così, semplicemente. Ora è più complicato, è tutto più difficile,  anche per questo far tuonare le parole non serve, serve capire. A partire da sé.

E anche oggi non ho parlato della manifestazione.

Vabbè domani.