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“Figo!” Sembra facile

“Figo!” ha detto l’altra sera a tavola Quella di 11, commentando non so più cosa.

“Non ti azzardare più a usare quella parola” le ha tuonato il padre.

Lei ha guardato nel piatto e poi ha guardato me, in cerca di una spiegazione.

Io, da manuale, ho mediato: “Dai, è una parola così, la usano tutti…”.

“Appunto” ha rituonato il padre.

E la cosa è finita lì.

Io conosco il motivo di quel duplice tuono, ma era troppo difficile da spiegare, troppo arduo continuare a mediare e ho sperato che la cosa svaporasse nell’aria.

Se hai  più di 11 anni hai già visto nella vita comparire ondate di cose e gente “figa” e  in effetti speri che la tua discendenza prenda strade più autonome e più dissenzienti.

Ai tempi del liceo del padre tuonante i fighi erano i paninari, gente impiuminata mon clair, scarpata timberland, e via dicendo. Non volevano assolutamente niente, solo stare come stavano, vestirsi come si vestivano, alludere a una élite logata. E’ stata la prima ondata di gente dedita al “sì logo” di cui io abbia memoria viva.

Poi le ondate si sono ripetute, e i marchi, i loghi, i brand non sono certo mancati, c’è stato di che vestire tutte le manie e tutte le voglie di mostrarsi “fighi”.

Di “fighi” certo ce n’è di vari tipi, più commerciali, più intellettuali, tutta gente accumunata dall’idea che è importante avere uno  stile a cui identificarsi con forza, dimenticandosi a volte – è questo il timore del padre tuonante, vecchio umanista – di avere un proprio pensiero.

Se andate in una grande città, ma basta Firenze, lo stile ve lo vendono tutto insieme in uno stesso luogo. Gli stores sono questo, luoghi impeccabili dove  si vende uno stile per intero, dalle scarpe, alle camicie, agli accessori, ai dischi, i libri… tutto lo stile da indossare fino al cervello: ti arriva in cuffia, direttamente dall’i pod.  E’ anche comodo, in un certo senso.

Scopro dall’ultimo Ddonna di Repubblica che attualmente i più  fighi di America sono gli hipster, categoria indefinibile di gente dedita allo stile, capace di mimetizzarsi di epoca in epoca passando dal punk, all’indie, all’ecologista, al post-obamiano, capace sempre di essere “avanti” e di non volerlo ammettere mai. L’hipster surclassa tutti perché si spinge nel futuro facendo incetta di oggetti e simboli vintage, e facendo diventare “figo” tutto quello che tocca, che indossa, che ascolta, che legge. Un po’ annoiato, un po’ saputo, l’hipster va avanti lasciando tutti gli altri indietro, facendo esplodere la categoria del “figo” come il più impalpabile dei desideri. L’hipster pratica questa categoria con un’abilità estrema, svuotandola continuamente di contenuti, lasciandosi surfare su oggetti, cose, suoni, libri, film,  perché se una sola di queste cose è nominata e indentificata, automaticamente è già out. Difficilissimo e arditissimo, è l’apologia dello stile inimitabile.  Solo i pantaloni sono riconoscibili, stretti stretti, si chiamano skynni, ma è il solo simbolo tangibile, tutto il resto è immateriale, impalpabile, sofisticato, non in vendita. Credo che molto si giochi dall’espressione sul viso, un po’ annoiato e enormemente intelligente.

Dai paninari agli hipster, generi tanto diversi, credo comunque che il vero punto di fascino di esser fighi sia questo, l’essere “oltre”.

E’ la vecchia storia della moda, Simmel lo sapeva bene, conformismo e distinzione: mi faccio  uguale a qualcuno  per distinguermi da tutti gli altri.

Di questi tempi è un duro lavoro.

Non so se basterà  l’interdizione paterna, il monito costante a render conto di sé dei superstiti padri tutti di un pezzo a orientare le generazioni future, e le discendenze domestiche.

Io, continuando a mediare, per il momento mi alleno a fare un po’ di smorfie da noia. Non si sa mai.