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la scuola delle tre i

“Non abbiamo nessun bimbo straniero, in questo senso siamo un’isola felice”. Aveva  detto così alla riunione di presentazione con i genitori, la maestra più brava che ci sia. E infatti non voleva dire proprio quello, non voleva dire quello che la frase presa alla lettera lascerebbe intendere, voleva dire che in quella classe ci sarebbero stati meno problemi, meno situazioni complicate, meno bambini che avrebbero fatto una fatica doppia per imparare  le doppie.  Ma insomma l’aveva detto così,  e non mi era piaciuto.  Ho sentito che in quel momento, con una frase, quella maestra tradiva molte delle cose per cui, tanto tempo fa, ha deciso di fare il suo lavoro: insegnare.  Forse, mi ero detta, ha voluto  “tirare un osso” ai   genitori che erano lì, quelli che di anno in anno ha visto cambiare,  diventare sempre più insicuri, impauriti, inevitabilmente egoisti,  presi a proteggere e presenziare,  presi a costruire piccoli esemplari unici capaci di difendersi dagli altri e da questo brutto mondo. Forse ha voluto  rassicurare con  quell’osso velato di razzismo le  mamme e i babbi appena conosciuti , promettendo un’isola felice.

Poi qualche giorno fa il mio bambino di sei anni,  recente alunno, è tornato a casa forte di un’affermazione  che è rimasta nell’aria per un po’: “Mamma a me non mi piace che i bambini stranieri vadano nelle scuole italiane!”.

Non so dove abbia preso quella frase, forse anche lui l’ha trovata nell’aria di  un edificio  pieno zeppo di  frasi così, portate da quel mix di diffidenza fra genitori e insegnanti che genera mostri. Non lo so.  So che  oggi  mio figlio, discendente di una stirpe valorosa, bisnonno partigiano e via dicendo, sta imparando gli insiemi, l’alfabeto e la mutina, e poi, non so bene ad opera di chi,   tante   piccole, rassicuranti nozioni di razzismo.

Forse era questa  la scuola delle tre i:  ignoranza, ignoranza, ignoranza.

la scuola delle tre i

“Non abbiamo nessun bimbo straniero, in questo senso siamo un’isola felice”. Aveva  detto così alla riunione di presentazione con i genitori, la maestra più brava che ci sia. E infatti non voleva dire proprio quello, non voleva dire quello che la frase presa alla lettera lascerebbe intendere, voleva dire che in quella classe ci saranno meno problemi da affrontare, meno situazioni complicate con cui confrontarsi, meno bambini che faranno una fatica doppia per imparare a mettere bene le doppie, ma insomma l’ha detto così. E non mi era piaciuto. Non mi era piaciuto perchè ho sentito che in quel momento, con una frase, quella maestra ha tradito molte delle cose per cui, tanto tempo fa, ha deciso di fare il suo lavoro, insegnare.  Forse, mi ero detta, ha voluto   “tirare un osso” ai   genitori, quelli che di anno in anno ha visto cambiare,  diventare sempre più insicuri, impauriti, inevitabilmente egoisti,  presi a proteggere e presenziare,  presi a costruire piccoli esemplari unici capaci di difendersi dagli altri e da questo brutto mondo. Ha tirato quell’osso velato di razzismo a tante mamme e babbi promettendo un’isola felice. L’avevo interpretata così quella brutta frase e avevo lasciato correre. Poi qualche giorno fa il mio bambino di sei anni, suo recente alunno, è venuto a casa con una frase che è rimasta nell’aria per un po’: “Mamma a me non mi piace che i bambini stranieri vadano nelle scuole italiane!”. Ho capito che quella frase infelice, detta in fase di conoscenza,  non era tanto casuale, non era detta così, tanto per dire. Ho capito che era perfettamente incastrata nell’edificio in cui oggi ai bambini viene insegnato a vivere e pensare.  Così, oggi,  mio figlio, discendente di una stirpe valorosa, bisnonno partigiano e via dicendo, sta imparando l’alfabeto, gli insiemi, le parole in inglese e la mutina, insieme a tante   piccole rassicuranti nozioni di razzismo. Ho capito meglio cosa è la scuola delle tre i, ignoranza, ignoranza, ignoranza.
buon inizio a questi piccoli naufraghi sbarcati sull’isola che (fortunatamente) non c’è -