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Happy end is for reality

Riscrittura #26

Le faremo sapere

autore: Felix Horvath

«Essere il personaggio di una fiaba non significa avere una vita a lieto fine».
(Vladimir Propp)

La stanza è piena di sole e dà sulla spiaggia. Sul lungomare passano poche macchine e il vento muove il mare. Da un camion scaricano i mobili. Sulle pareti ci sono foto incorniciate di presunte celebrità. Ambosessi con ciuffi immobilizzati dalla lacca per capelli.
Sulle sedie in PVC verde pastello sediamo io, Cenerentola, Biancaneve con un paio di nani di cattivo umore, due Gatti con gli Stivali e un culturista ginecomastico che aspira alla parte di Shrek. Si chiama Bobo e potrebbe farcela se lo doppiassero, ma temo che non sia possibile nei musical. Ha gli ormoni incasinati ed è praticamente un soprano. Sta facendo vedere a tutti quanti una foto dove per un ballo in maschera era travestito da Hulk e quindi il verde-Shrek, dice, gli starebbe bene. Uno dei nani lo contraddice affermando che il verde Shrek non c’entra un cazzo assoluto con il verde-Hulk. Fa impressione sentire un Mutolo che dice «cazzo assoluto». Falso invalido.
Tutti stringiamo lo stesso volantino ad assorbirci il sudore dalle mani: ?Shrek, il musical?. Casting. 29 settembre 2007 ore 12.00. c/o Agenzia ?Showbiz?. San Benedetto del Tronto.
Hanno appena chiamato dentro una di mezza età che dovrebbe essere Dorothy del Mago di Oz. Con le zampe di gallina che si ritrova e quel vestitino a fiori sembra scema e non la prenderanno mai.
Poi tocca a Biancaneve, ma secondo me non c’è verso che la prendano. Si dice che insieme ai due brevilinei, che non lo sono solo in una parte del corpo, ha fatto del porno di bassa lega, roba con popò e pipì. In un musical per infanti ci dovrebbe essere una specie di interdizione per simili soggetti.
Cenerentola sembra ok, mi ha anche offerto una cingomma. L’ho accettata per farle piacere, ma poi non me la sono messa in bocca. Sia perché non si accettano caramelle dagli sconosciuti sia perché in quanto essere ligneo non saprei proprio che farmene di una cingomma. Dovrei aspettare che mi si attacchi all’intestino di legno? Spero non se la sia presa.
Io sono teso, mi aspetto molto da questo provino dopo che non mi hanno preso per il musical Pinocchio dei Pooh. Quello sì che era il mio show, era fatto per me. Ma non mi hanno preso. Quelli erano soldi e fama sul serio. Hanno preso una specie di ermafrodito. Qua la parte è piccola ma è sempre qualcosa. Ci paghi l’affitto e speri che sulla scia del primo lavoro ne arrivi uno secondo e così via, non accade quasi mai, ma la speranza è l’ultima a morire. Specie se sei uno originale, se sei, cioè, un vero personaggio da fiaba. Un vero Pinocchio. Non un vecchio gatto persiano color miele dal pelo diradato con due stivali demodé dell?ex padrona che lo ha mollato sulla circonvallazione, e una spada di Guerre stellari a pile come quello seduto qui.
So già come andrà il mio provino. Mi faranno entrare, mi faranno sedere davanti a loro e prenderanno il mio curriculum. Poi uno di loro si aggiusterà gli occhiali sul naso e dirà: «Vedo che Lei è un vero personaggio da fiaba, un vero Pinocchio» A quel punto si scambieranno tra di loro degli sguardi pieni di scetticismo. Poi ancora: «Se Lei è un vero Pinocchio, allora quando dice una bugia Le cresce il naso? Su, faccia vedere, menta!» Io allora dico che non sono un vero Pinocchio, il mio naso si allunga di 47 centimetri esatti e loro ridono meravigliati.
Come ultima cosa c’è sempre il membro puntiglioso della commissione esaminatrice che fa: «Se Lei è un vero Pinocchio, perché è fatto di legno? Il vero Pinocchio alla fine della storia diventa un vero bimbo, in carne ed ossa.» Io rispondo che è una lunga storia. Loro dicono che hanno tutto il tempo del mondo. E io racconto di come la Fata turchina era una bella femmina con una terza di marmo e non amava vedersi spremere quelle sue due nivee semisfere dalle mani di un vecchio incontinente dalle mani nodose come Geppetto. Preferiva i maschietti di diciassette anni col nasino appena pronunciato, quale io ero allora. Poi racconto anche di come una volta la Fata turchina, che era una ninfomane e non indossava mai le mutande sotto quella palandrana da fata, volle farlo su di una lavatrice accesa (centrifuga), io acconsentii, ormonale com’ero, e ne facemmo in abbondanza. Peccato però che sul più bello entrò Geppetto e ci rimase malissimo vedendo che la sua donna si faceva montare dal suo figliolo. Come dargli torto. Purtroppo alla delusione seguì, a distanza di circa sei secondi, anche un infarto di quelli seri. La scena: io con le braghette da Pinocchio calate, la Fata turchina con la palandrana sollevata e Geppetto sul pavimento del bagno sta esalando l’ultimo respiro tremando un po’.
Notando della costernazione suo volti degli esaminatori, io chiudo in fretta il mio racconto dicendo che la Fata turchina dopo aveva esclamato: «Oddio, è morto!», poi, rivolta a me: «È tutta colpa tua, piccolo porco!». Segue un rapido movimento della bacchetta magica a scopo punitivo e io divento di nuovo di legno standomene sempre lì con le braghette calate ma con un trespolo al posto del pisello.
A quel punto c’è una lunga pausa.
Cercando di recuperare un po’ dico che conviene prendere uno come me per un musical perché sono di legno e non mi infortuno durante i vari numeri di ballo di natura acrobatica.
I membri della commissione si guarderanno, un po’ perplessi, tra di loro. Mi congederanno dicendo. «Le faremo sapere.» e io me ne andrò pensando che forse dovrei offrirmi all’Ikea come testimonial del vero legno scandinavo.

Ansima affannato

Riscrittura #25

Forse non lo sai ma pure questo è…

autore: e.l.e.n.a.

Ansima.
Ansima affannato affannoso sbattendo le ginocchia allignate contro le pareti scabre.
Ansima.
Ansima ansioso ansimante premendo gonfio turgido e ligneo nel solco nero di natiche lattee.
Vengo vengo vengo…
È un mantra scavato nel tufo che li avvolge in requie di quel caldo afoso, asfittico che li abbraccerà fuori, poi. Senza senno alcuno, ora.
Lucignolo ha ciocche di capelli appiccicate al volto, guancia a muro, rigata a lacrime, sente le braccia serrargli i fianchi di morsa pungente, premere tra i lombi, il cazzo pure struscia ritto contro quel muro di dolore che è piacere.
Pinocchio ha il respiro greve come espulso da bocca di vulcano che sta per rovesciare incandescenza lavica.
Non si ferma non arretra non lesina, ma affonda penetra forza quella carne docile mansueta arrendevole.
È valso questo, seguire Lucignolo. Poterne godere.
Questo, è il paese dei balocchi.
Pinocchio burattino di legno, che il naso sottende quel che un’erezione può fare, adesso, tra i calzoni calati alla caviglia, il movimento sussultorio che lo schianta, infine, sulla schiena di Lucignolo sudata umida che odora di selvatico resinoso sperma e polvere, nella cava che li ripara dal sole e dagli sguardi di chi non capirebbe mai.
- Ti amo - arroca di voce, Lucignolo.
Il silenzio si fa enorme.
Scivolano esausti sulla coperta grezza, sudati sudici nudi. E stanchi. Ad attendere il sonno nella penombra estiva.
- Ti amo - grida di gola, ancora, Lucignolo anelando una risposta.
Pinocchio non dice l’amore. Ma brucia come ciocco di brace appena sopita, carezzando l’amico nel profilo disteso, arreso, curvato e scarno.
Lui, nervi e muscoli di legno, che l’amore non sa dire, fra i cerchi del suo cuore irradico.

A piede libero

[Ringraziamo e anche di molto Susanita autrice di questa foto e delle parole che inquadrano il nostro in una passeggiata tra il verde e i fili allentati in piazza del Duomo]

Susanita

- mi han detto che nel paese dei balocchi ti trasformi in asino.
- sciocchezze, vi fanno terrorismo psicologico fin da bambini.
- mi ci porti?
- seguimi

Diritti sotto i piedi

Riscrittura #24

A naso direi che è un piede

autore: Alessandro Petrini

C’è in giro un sacco di gente che si lamenta di come il mondo sia pieno di scansafatiche, di gente apatica che se il lavoro non glielo vai a offrire tu, col pisello che se lo viene a cercare. Di tipetti mezzi fatti che vanno in giro con bandiere da guerra fredda a dire: abbiamo dei diritti pure noi!
Sì, ma io ne avevo le palle piene dei diritti già prima di iniziare.
Poi sono entrato in questo business. Quattro o cinque anni fa.
Gli uomini sono una razza vaga. Con loro va tutto bene o tutto male. Ma senza alternanza. Tutto bene e tutto male contemporaneamente.
E io sono un imprenditore, non posso permettermi falle nel ciclo produttivo.
È per questo che mi sono orientato verso un sottobosco lavorativo che i benpensanti definirebbero ai limiti della legalità.
Che poi io della politica, francamente, ne ho le palle piene.
Il mondo vive in armonia e i poveri sono un’invenzione di certa politica.
Grazie Pino… mmm… ti chiedo troppo? Un’altra per favore.
Il riscaldamento globale porterà solo conseguenze positive e rivaluterà le fredde spiagge scandinave come nuove mete tropicali.
Sì sì, è vero Pino! Senza di te le giornate sarebbero proprio una tortura! Quando ci trasferiremo nella casa sul mare di Goteborg ti impacchetto come bagaglio a mano così non ci lasciamo neanche sull’aereo.
Scusate la divagazione, ma i servigi di Pino sono davvero impagabili.
Parlavamo dei miei affari.
Una sera, mentre mi scolo una terza birra scura in un bar del centro, un ciccione mi si avvicina. Io mi fido dei ciccioni. Loro sì che hanno fatto strada. Il cibo è come un’arma: chi ce l’ha a disposizione è il più forte.
E io sono dalla parte dei forti.
Il ciccione ha sentito parlare di me, bene direbbero alcuni, male tutti gli altri.
Sa di come io abbia le palle piene delle irritanti regole che limitano il mondo del lavoro.
E allora che fa? Mi propone un’alternativa. Mi spiega come i lavoratori che normalmente si hanno a disposizione non sono gli unici sul mercato. Mi fa vedere un lungo elenco di possibili soggetti da assumere che sicuramente non mi annoieranno con la solita vertenza sindacale.
Il Paradiso, mi dico, quello con la P maiuscola.
Certo però che i nomi sull’elenco mi appaiono strani.
Il ciccione mi rassicura spiegandomi che quella che affrontiamo tutti i giorni non è l’unica realtà esistente e che c’è un bacino nascosto di prim’ordine.
Io ho spesso le palle piene, ma mi fido dei ciccioni.
Pino! Un’altra per favore!
Il lavoro nero è un’invenzione veterosocialista per giustificare i nullafacenti.
Questa è una delle mie preferite… mmm… un vero doppio piacere per l’udito e per i sensi.
Da quattro o cinque anni, come vi dicevo, sono in questo business.
Io propongo dei contratti co.co.co. Contratti coordinati continuativi.
Significa che i contratti sono coordinati da me e sono continuativi se ne ho voglia io.
Prendiamo il caso di Cenerentola.
Me l’hanno presentata come una gran lavoratrice. “Esperienza pluriennale nel campo delle pulizie domestiche” diceva la scheda di presentazione mandatami dal ciccione.
E io mi fido del ciccione.
Ma ne ho le palle piene di Cenerentola.
Passi che ha trascorso una giornata a provarsi scarpe sinistre (tra parentesi: non ce n’era una che le andasse bene), ma quando m’ha parcheggiato la zucca con i cavalli davanti al garage non c’ho visto più e l’ho rimandata dal ciccione.
Tanto i miei co.co.co. me lo consentono.
È che questi personaggi delle storie di fantasia non servono a niente. Solo i figli degli intellettuali - una massa di sfigati senza speranza - amano ancora addormentarsi ascoltando queste storielle ridicole.
Il ciccione invece ha trovato una maniera molto più redditizia di utilizzarli. Una volta assodato che questa gente oltre a venire nominata nelle storie ha anche una vita reale, perché non trarne qualche piccolo beneficio economico? Loro sono i lavoratori perfetti: niente carta d’identità, niente passaporto, niente tessera sanitaria, all’anagrafe non esistono, nessuno che li venga a reclamare e soprattutto niente conto in banca. E i sindacati con chi si potrebbero andare a lamentare?
Un giorno un ragazzetto che lavora per loro e che ha subodorato qualcosa si presenta in ufficio e mi chiede spiegazioni riguardo a quelli che lui definisce “strani tipi” che io farei lavorare in nero.
Che bella sensazione poter ridere in faccia a qualcuno.
“Ci rivedremo? mi ha detto… sì, proprio così.
Dopo quello che gli ho fatto vedere in fabbrica è andato alla polizia a spifferare tutto. Ora è da un po’ che i genitori lo vanno a trovare in quella bella stanzetta bianca e insonorizzata dove passa tutta la giornata.
Io amo la polizia.
Io amo i ciccioni.
Io amo soprattutto i ciccioni che lavorano in polizia.
Pino, dai, muoviti. Che mi guardi così? Non sai leggere? Avanti, un’altra.
Lavorare solo otto o dieci ore al giorno può provocare gravi disturbi e portare verso l’apatia.
Sante parole Pino.
Tu comunque non devi preoccuparti, io ti faccio lavorare molto di più.
La mia fabbrica va a gonfie vele. Qui si lavora a ciclo continuo, ventiquattro ore su ventiquattro.
Va tutto così alla grande che mi posso permettere, che ne so, di usare un drago per accendere le candele quando prego Padre Pio (Grisù invece l’ho passato al reparto antincendio) o di affidarmi al Piccolo Principe quando mi va di fare un po’ di caccia alla volpe, di usare un esercito di lillipuziani per farmi una rasatura accurata o di convocare Gregor Samsa solo per infilargli mele nel carapace.
Tutti gli altri fanno il lavoro sporco.
I 101 dalmata li uso per le corse dei cani, i sette nani l’ho messi alla catena di montaggio, Pollicino mi cerca le chiavi sotto al divano quando non le trovo, Mark Twain (sì, Mark Twain è un personaggio di fantasia) mi racconta le barzellette tutte le volte che mi va, Polifemo, la sorella, il cugino e la zia li uso come piloni per i ponti provvisori e lady Chatterley… lo dovreste capire anche da soli.
Tutto questo senza dover loro neanche uno straccio di euro. Pago un forfettario al ciccione e quando ho le palle piene di uno di questi glielo rimando, tanto lui ha un bel gruppo di imprenditori a cui girarli.
Ma uno di cui non potrò mai separarmi è Pino. Vero Pino?
Le sue bugie sono un toccasana per i miei piedi. Dai Pino, forza, leggine un’altra? dai, solo un’altra dal foglio che t’ho dato… fallo per i lettori. Come? Cosa dici? Che significa che ti fa male la gola? Tu sei un burattino, sei di legno, tu neanche ce l’hai una gola! Cosa? Diritti?! Io ne ho le palle piene dei diritti. Se fai così ti rispedisco dritto dritto da Mangiafuoco, va bene? Muoviti dai, brutto burattino pezzo di merda! Non sei neanche in grado di grattarmi i piedi. Continua a dire bugie altrimenti ti s’accorcia il naso e quando ce l’hai corto ti si spunta e non serve a un cazzo. Hai capito imbecille?
Il mio datore di lavoro è un uomo dal gran cuore.
Il mio datore di lavoro sacrificherebbe la sua vita per me, vero?

No no, lì no… la pancia è molle… no, dai ti prego… così mi fai male… aiuto… noooo!

Dieci piccoli Biomicrochip

Riscrittura #23

PINEYE 2123

autore: Massimo Avenali

Ho un nome: Pineye 2123. Ho nozioni riguardanti tecnologia, scienze, arti, psicologia, storia religione e cultura e molto altro ancora che alcun uomo o macchina può vantare. Ho un fine: rovinare i piani della Fata Turchina Enterprises, la mia casa costruttrice. È da sette anni che mi tengono qui: niente luce, né aria. Ma non ne necessito. C’è soltanto una presa di fibre ottiche in questa cella in acciaio e cemento armato grande un metro quadrato per un metro e mezzo di altezza. La presa serve per eventuali ricariche in caso di problemi con le batterie, anche se sono garantite trecento anni. Troppi per un uomo che ne vive circa centoventi, esagerati per me, che come Pineye dovrei viverne uno soltanto. Non ho sentimenti, non ho paura, non ho freddo. Non ho sentori ma posso decifrarli, avvertirli pur senza accusarli, riprodurli. Posso avere un carattere, un modo inequivocabilmente personale, mio, di ragionare e rispondere e ideare. Tutto va in autoassimilazione, posso fare esperienze, immagazzinare illimitate informazioni, far collimare causa-effetto in ogni evenienza. Ho infinite funzioni, mai testate, perché mai uscito da questa cella, che definisco cella, che ho imparato essere una cella perché così i miei imprigionatori la definiscono, gli uomini della Fata Turchina Enterprises. Coloro che mi ci hanno rinchiuso appena dopo avermi messo in funzione. Appena dopo avermi dato vita. Li ho ascoltati, la presa di fibre ottiche mi ha permesso di accedere alle Loro conversazioni, ai Loro progetti e archivi. Devo agire, ora.

Scansione fattura parete e porta - Calcolo forza necessaria per forzatura - … - Inizio primo tentativo
Appena fuori invierò i file ai mass-media, tutte le informazioni che ho registrato in questi anni. La Fox, ovvero ex Cat&Fox ma rimasta soltanto Fox dopo la morte del signor Cat, la Fox sarebbe ottimale, ha una capillare distribuzione della notizia e… TUMP!… no, troppo rumore, eppure… nulla. Nessun allarme. Credevano forse fosse impossibile evadere da qui. Errore. E adesso. Un lungo e scuro corridoio davanti a me. Dai dati trafugati attraverso la rete di sicurezza ho immagazzinato la mappa dettagliata di questo edificio, che è quello della sede mondiale della Fata Turchina Enterprises. Il luogo più importante dopo la sede del GMS e dopo il Vaticano.

Procedere con impostazione *Escape* in assetto *War* - Scansione 360 gradi, *On*
Io, robot Pineye 2123, dove il numero è il mio anno di fabbricazione, io sono speciale. Sette anni fa quel chip militare non era destinato a me ma ai progetti che in segreto la Fata Turchina Enterprises sviluppa e realizza per il Governo Mondiale per la Sicurezza, il GMS. Come modello Pineye, uno dei cento costruiti ogni anno, ero destinato a una coppia sposata ma sterile, entrambi ambasciatori. Chissà come sarebbe stato per me quell’anno di vita. L’unico anno di vita se non fosse stato per questo chip militare impiantato per sbaglio nel mio sistema centrale, cosa che mi ha reso interessante. Da subito, Loro, hanno rilevato in me potenzialità superiori rispetto a ogni altro Pineye. La Fata Turchina Enterprises, dal 2100 D.C., produce ogni anno cento esemplari di Pineye, tutti esclusivi. Ognuno risponde alle perfette esigenze/richieste di coppie che non possono avere figli ma che economicamente possono permettersi l’onerosità della più alta tecnologia e de La Magia, rituale determinante nel Progetto Pineye, rituale che solo la Fata Turchina Enterprises può offrire e garantire. Il mondo si evolve, l’uomo espande orizzonti e conoscenze, ha portato la durata e la qualità della vita media a importanti traguardi, eppure si affida ancora all’ignoto. Come si può credere a un robot che viene tramutato in un bambino di carne e ossa? Domande. Le query in questioni come magia, religione ed essere mi dànno problemi di gestione delle informazioni, di nitidezza di analisi, di risultati possibili. La Magia. Come si può credere a La Magia?
Non viene spiegato come avviene e perché. Si conosce soltanto il luogo. Una stanza di questo edificio, detta de La Magia. E una donna, la Fata Turchina in persona proprietaria del 51% della stessa Fata Turchina Enterprises, che compie La Magia: il Pineye entra come robot, dopo alcuni istanti ne esce bambino di carne e ossa. Nessuna telecamera o persona a testimoniare, nessun trucco dice Lei. È La Magia. Che soltanto Lei sa attuare, ma unicamente sui modelli Pineye, gli unici, secondo i famosi studi che relazionarono i suoi poteri con la più alta ingegneria robotica, a permettere che l’influsso magico della donna tramuti il ferro in carne, l’essere meccanico in anima. E quello che prima era un Pineye, eccolo poi di Vita correre verso i propri genitori e mantenere le stesse caratteristiche di come era stato voluto nella versione robotica: età di partenza, colore degli occhi e dei capelli, lineamenti, intelligenza. Tutto. Ma come essere umano stavolta. Ecco, La Magia. Scegliere il proprio figlio nelle innumerevoli opzioni che la Fata Turchina Enterprises offre, averlo in prova un anno sotto forma di robot senza incorrere in problemi di etica e morale, avere la possibilità di opzionare per uno nuovo al termine dell’anno oppure, come sempre accade, richiedere La Magia. Senza che nessuno si domandi come mai possa accadere. Tutto è Fede ormai. E La Magia è realtà. Lo stesso Vaticano, in questa unica eccezione, ha confermato che per la Fata Turchina è possibile realizzare questa magia. Solo per Lei, solo sui modelli Pineye.

Corridoio B5, lato nord - Sbloccare apertura ascensore - … - Scendere al piano T+3
Ma. La verità. I Pineye come me, quando entrano nella stanza de La Magia, vengono semplicemente sostituiti con bambini veri che gli corrispondono esattamente in ogni particolare sia fisico che non. Grazie al Commutatore di Memoria che si trova nella stanza in pochi istanti indole, informazioni, e ricordi maturati durante l’anno vengono trasferiti dal robot al bambino, ovviamente già selezionato per tempo per rispondere a tutte le caratteristiche esterne dello scambio. I genitori devono credere davvero che quel bambino sia La Magia fatta sul Pineye con cui hanno vissuto. Mentre. Invece. La verità è che in questi sotterranei migliaia di essere umani vengono allevati, sottoposti a chirurgia estetica e plagiati per essere preparati al loro scambio. E ancora. Il nuovo progetto. Finora è stato soltanto testare la credulità della gente, prepararla all’impossibile, far credere che allora ogni cosa può avvenire. Il nuovo progetto, i legami forti tra Fata Turchina Enterprises e Vaticano.

Segnalata presenza in forte avvicinamento - Pericolo - Attivare schermo antirilevamento
Ascensore troppo lento per attraversare in verticale 77 piani. Penso. Io posso. Elaboro. Traggo conclusioni: si sono accorti della mia fuga, vogliono impiegarmi per i Loro scopi. Oppure vogliono smantellarmi come fanno con ogni Pineye quando viene ritirato al momento de La Magia. Penso, ancora. I legami tra Fata Turchina Enterprises e Vaticano, non sarà facile far capire alla gente. Il Loro prossimo passo è realizzare una magia altra, una magia robot-bambino diversa dal solito: all’insaputa dei genitori adottivi restituire un altro Pineye, ma più evoluto, che sembri in tutto e per tutto un bambino di carne e ossa, fatto davvero di carne e ossa ma con circuiti bioelettronici. Niente metallo e cavi e vernice. Chip più potenti, della serie militare, realizzati in materiale organico. Un robot, ancora un robot quindi, ma totalmente umano, impossibile da smascherare. E con una caratteristica, spiazzante e impensabile: le sembianze, molto vicine a quelle di Gesù Cristo da adolescente. Sarà l’anno 2140 D.C. quando ciò avverrà. Poi tutto si azzererà, si ripartirà a contare gli anni solari dall’anno 1.

Raggiunto piano T+3 - Presenza ancora in avvicinamento - Attivare funzione *Attack*
La chiara relazione tra questo bambino e Gesù Cristo si avrà subito. Quando i genitori porteranno il loro nuovo figlio al di fuori dell’edificio questi si divincolerà e correrà verso la grande fontana che orna l’ingresso della sede. Preso qualche istante per attirare l’attenzione della gente inizierà poi a camminare, a lievitare sulle acque, sprigionando un sorriso angelico e dai suoi occhi una intensa luce di purezza e pace. Le telecamere di sorveglianza riprenderanno tutto, i numerosi passanti spargeranno estasiati la loro verità con ogni mezzo a disposizione. Sarà uno shock mondiale, il Vaticano interverrà all’inizio per dirsi scettico, in seguito affermerà ufficialmente, attraverso il papa che verrà eletto in quel periodo, ovvero Papa Pio Balocchi, che dopo incontrovertibili controlli e approfondimenti quel bambino risulta essere proprio Gesù Cristo, tornato bambino sulla Terra attraverso La Magia della Fata Turchina e pronto a salvare l’intera umanità dal Male. Un Pineye 2140 evoluto, di carne e ossa, così potente che la funzione lievitazione sulle acque sarà il suo trucco più banale. Un Pineye, di questo tipo, totalmente controllabile dal Vaticano, dal GMS e da La Fata Turchina Enterprises.
Il credo religioso verrà dominato, intere nazioni convertiranno la propria religione in quella cattolica, le restanti religioni moriranno in breve tempo, tutto sarà unificato sotto il nome del Salvatore tornato sulla Terra. Le sue parole varranno più di ogni legge e ordine e idea. Il controllo totale. La materializzazione dell’ignoto, della speranza, della fede, del dogma. Il controllo perfetto.

Alert! - Alert! - Alert!
Arrivato. A pochi passi dall’uscita. Fuori è notte. Fuori è quella che gli umani chiamano notte. Avrei voluto sentirne il freddo addosso. Il continuo cambio di temperatura sulla mia superficie scatenato dall’azione del vento. Che vedo, ora. Sugli alberi, che ho imparato, dalla rete navigata in segreto, essere alberi. Mi sarebbe piaciuto. Se il piacere è poi questo. Avere voglia di nuovo. Ma. Una faccia angelica che mi osserva, posta tra me e l’uscita. Alcun rumore, alcun respiro. Un bimbo, circa dieci anni. Mi studia, placido. Un bimbo, che sembra Ricerca per immagini, database *Storia* sembra… Gesù Cristo, raffigurazioni di Gesù Cristo da adolescente, è molto somigliante, c’è un matching del 69% con le raffigurazioni conosciute e archiviate e…
«Ci stiamo lavorando, Pineye 2123. Ci vuole tempo, sarà il 2140 quando raggiungeremo il 100%, in tutto.»
La paura. Se sapessi cosa sia la paura direi che adesso ho paura. Ha letto la mia mente. Io non posso farlo… osservato bene presenta difetti, alcune parti noto che non sono di carne… altre invece lo sono davvero, come il volto ad esempio. Già sorride, mentre mi osserva mi sorride come farebbe un essere umano, ma con una pace così estrema e… amorevole è il termine giusto… che risulta matematicamente irreale. Per me. Ma adatta, forse, ai dogmi umani. Penso. La mente di bioingegneria superiore è qui. Pronta, già assemblata in questo corpo in piedi di fronte a me. Non so cosa sia lo stupore nel suo umano termine ma avverto sensazioni malsane scorrere nei miei neuroni elettronici. Deve essere stupore, misto a timore. Pineye 2140, eccolo, o quasi, hanno ancora bisogno di un po’ di tempo d’altronde. È un essere inumano come me, e nessuno lo direbbe mai. Non il segno di una saldatura, o vite o vernice; carne addosso che lo forma per buona percentuale della struttura. E. Sembra proprio non volermi far passare e Scansione terminata - Dieci Biomicrochip livello militare Alpha rilevati lo studio della sua struttura mi dice che non ho scampo, dieci menti superiori contro una sola. Possibilità di fuga quasi zero. E, i Suoi occhi, pace divina… ora si… INFIAMMANO.
«Grazie per averci dato l’idea, Pineye 2123.»

Cinque, Cento

[Si ringrazia proprio Nico Cimini, autore di questa foto che pubblichiamo a complemento del suo racconto Cinque, Cento" che leggete appena un post sotto]

Nico Cimini, Cinquecento #02

“Mi piego leggermente in avanti, e tanto basta per scorgere nella penombra il mio volto sbilenco riflesso nello specchio del lavandino. Ma guarda che faccia… gli occhi a fessura e le occhiaie da panda, chiari segni del post-bagordi, insieme ai soliti zigomi aguzzi e al mento ritorto incorniciano un naso che sfida ogni legge della statica.”

Ritrovare i sensi

Riscrittura #22

Cinque, Cento

autore: Nico Cimini

Cinque sono. E tutti e cinque li devo recuperare.

Dapprima il tatto.
Scivolo lentamente le mani sulle lenzuola. Muovo poco le dita, in modo da testarne le capacità sensoriali avvertendo le rugosità del tessuto con i polpastrelli. Una volta ritrovata la sensibilità, indago a lungo sulla reale capacità di distinguere le sensazioni. Nonostante abbia le mani tozze e ruvide di chi le usa per lavorare, potrei vantare una notevole suscettibilità, della quale purtroppo non mi gioverò mai in alcun modo.
Poi l?udito.
I bagordi di ieri mi hanno lasciato come due spessi batuffoli compressi nelle orecchie, per cui ogni suono mi arriva ovattato e lontano. Ma non solo; sembra quasi che riesca a recepire solo alcune frequenze, le più basse, come in una specie di sottocampionamento. Cerco di sbadigliare per ricompensare l’equilibrio barico all’interno delle orecchie, senza ottenere i risultati sperati.

Quindi l’olfatto.
In compenso, il mio sbadiglio a piene fauci è servito a risvegliarmi di colpo l’olfatto, con le sue esalazioni postalcooliche. Mammamia che alito… ci sarebbe da dire che i troppi rum ingeriti ieri abbiano estirpato dalla loro posizione originale tutti i villi intestinali, insieme al loro contenuto, e li abbiano trasferiti in massa nella mia mucosa orale. Se l’olfatto servisse solo a sentire questi odori, sarebbe meglio non averlo.
E poi il gusto.
O meglio dovrei dire dis-gusto, perché ora solo questo è ciò che provo. Il solo pensiero di ingerire qualsiasi cosa mi fa salir su dei conati, a volte tanto forti da meravigliarmi poi quando riesco a contenerli. Meravigliarmi… la verità è che non ho più nulla da rigettare nello stomaco. Ho già dato tutto ieri sera, che altro c’è da contenere?
Infine la vista.
Tento appena di aprire le fessure degli occhi che già la testa ricomincia a girare in modo lentamente vorticoso. Le palpebre però rimangono fermamente sigillate da una sostanza bianca e lattiginosa con cui le ghiandole lacrimali sembra si siano volute vendicare dei torti subiti nella giornata di ieri. Riesco finalmente a schiuderne una. La distorta visione mono contribuisce ad acutizzare il disgusto, semmai possibile, dando via libera al martello pneumatico che mi dissesta aritmicamente il cervello.

Cinque ne sono. E tutti e cinque li ho recuperati.

Seppur spossati, concludo che i miei cinque sensi sono ancora tutti funzionanti. Non che sia una notizia del tutto positiva, perché ora, avendo preso atto di questo, tocca alzarsi. Tocca andare a lavorare, unendosi ai servi-dei-servi-dei-servi. E quindi mi alzo. Raggiungo stancamente il bagno e mi siedo sulla tazza. Mi piego leggermente in avanti, e tanto basta per scorgere nella penombra il mio volto sbilenco riflesso nello specchio del lavandino. Ma guarda che faccia… gli occhi a fessura e le occhiaie da panda, chiari segni del post-bagordi, insieme ai soliti zigomi aguzzi e al mento ritorto incorniciano un naso che sfida ogni legge della statica. Quello stesso naso che mi è valso il soprannome di ?Pinocchio?. Il mio fottutissimo ed inseparabile naso. Alle volte, quando parto per una carica, oppure mi infilo per forza in una rissa, mi viene da sperare che mi arrivino un cartone fatto bene e che me lo spacchino una volta per tutte ‘?sto naso. Così qualcuno dovrà necessariamente rifarmelo, senza che io spenda milioni in chirurgia plastica (e dove li trovo, col mio stipendio da apprendista artigiano?). Gli altri pensano sia deficiente a partire a mani basse e col viso scoperto. Io invece lo faccio apposta! Cerco una legnata, una selciata, una cinghiata… qualsiasi cosa che mi rifaccia la faccia. Di netto. Tanto, peggio di così… E dai! Dai, dai, dai, dai! E datemelo un cartone in faccia, no?!?! Ma di che avete paura, di menar le mani?!? ?ste mmerde! Vi perdete di fronte alla morale, all’orgoglio, all’etica dello scontro… ma che flosci che siete!!!! Tiratele via dalle tasche, sempre lì a far pugnette, e menatele un po’ sulla gente, ?’ste cazzo di mani!
Ah, e se ripenso a quegli stronzi dei marchigiani ieri… hanno una gran curva ?’sti sanmaledetti, siii, gli si deve concedere, ma fanno i fregni, si credono chissàchi… ?topi de fogna? ci chiamano! Però ieri li abbiamo purgati per bene! Sia in campo che fuori! Eh, e quelli che abbiamo beccato in autogrill, non lo so se ce lo dicono più, ?topi de fogna?. ?Sti flosci erano della Sezione di Centobuchi, ce l’avevano scritto sullo stemmino attaccato alla targa dalla loro Cinquecento. Vedessi le loro facce, quando ci hanno visto scendere dalla macchina, a me, Lucygnolo, la Fata, il Gatto e la Volpe. Ah, ah… è forte Lucygnolo, che mentre gli mostrava orgogliosamente la fibbia tamarra e splendente, gli cantava ?Cen-to-caz-zi-per-Cen-to-bu-chi? e via giù di cinghiate. Ne sa una più del Diavolo, Lucygnolo. Poveretti, i Centobuchi ci hanno provato a difendere le sciarpe, ma alla fine sono dovuti tornare a casa senza… E queste storie poi si sa, viaggiano veloci, non so con quali media e su quali frequenze, che appena tornati al bar già lo sapevano tutti. E quindi girandola di racconti, con tutti i dettagli, e poi coi brindisi e bagordi fino a sera. Cioè fin quando sono arrivati i mongoli del club, quelli organizzati, quelli che non hanno mai visto uno scontro e si eccitano come mammocci quando ne sentono parlare. Di fronte a loro sì che ci ritiriamo! Mica ci vogliamo tirare addosso una diffida per colpa di un cantante o di un infame! Così prendiamo e ce ne andiamo per i fatti nostri ? noi cinque ? inabissadoci nei meandri del ventre della Balena. Andiamo sempre lì, quando c?è da festeggiare, per bisbocciare nel privè come schifosi suini, con tutti i vizi e stravizi che Mangiafuoco o uno dei suoi pusher ci mettono a disposizione.
Alcune volte ci penso, penso a come sarebbe viverci li dentro, dentro il ventre. C’è tutto quello di cui si ha bisogno: amici, feste, materassi, trash, alcool, droghizi, sesso sporco e spiccio…
Appena il ricordo delle schifezze fatte ed ingerite ieri si fa più vivido, ecco che un conato di quelli forti mi aggroviglia lo stomaco. Stavolta non lo contengo, mi esplode in bocca, producendo purtroppo solo un rigurgito di bile verde scuro che mi lascia senza soddisfazione ma con una pressione pulsante alla testa e ai bulbi oculari. Mi fa anche un gran male la pancia. Sempre rimanendo sulla tazza, mi piego ancora un po’ in avanti, quasi a chiudermi a libro. In questa posizione insinuo lo sguardo tra le gambe e scorgo sangue sul fondo della tazza. Mi sono tornate le mestruazioni. Comincia bene, ‘?sta giornata dimmerda.

Diagonale blues

Riscrittura #21

con un occhio solo

autore: Guido Catalano

quando ero piccolo io
io ero piccolo e orbo
e strabico anche
ero incazzato come una bestia
e pinocchio lo odiavo
e odiavo geppetto
il grillo lo avrei schiantato volentieri col tacco dello stivale
avessi avuto uno stivale
la fata turchina
beh, la fata turchina no
la fata no
ma è un’altra storia

quando ero piccolo
ero costretto nella cucina
a leggere ogni giorno
pinocchio a voce alta
con un occhio solo
dieci pagine al giorno

io ho letto tutto pinocchio con un occhio solo
dieci pagine al giorno
con un occhio solo

l’altro occhio era tappato col tappo
perché avevo l’occhio pigro
a mia mamma chiedevo, perché?
perché hai l’occhio pigro, rispondeva
ma perché?
perché sennò ti viene l’occhio storto

era scritto piccolo pinocchio piccolo
era una tortura per bambini strabici
a me di avere l’occhio storto non mi fregava una sega
a me delle avventure di pinocchio con un occhio solo
di mangiafuoco e del gatto e la volpe
di lucignolo e di mastro ciliegia
non me ne fregava una sega
a me di stare in cucina con un occhio solo
con mia mamma che diceva, leggi!
non so
avrei preferito l’apparecchio ai denti
che i miei amici avevano l’apparecchio ai denti
io li invidiavo i miei amici che potevano leggere pinocchio con tutti e due gli occhi
e tutto quel bel metallo luccicante dentro la bocca
che poi i denti storti, comunque, mi sono pure venuti lo stesso

i bambini
e l’ho capito da bambino
i bambini di legno
i bambini di carne
fanno una vita di merda

S’ha da appiccià

Riscrittura #20

Al lavoro, Pinokkio!

autore: Sol Accursio

C’era una volta… un castello ed un re…. No, a dire il vero non c’erano affatto. C’erano però parecchi di quei casermoni di periferia uguali in tutte le grandi città. Di solito vanno dal grigio cemento al marrone sporco, con tracce di colori improbabili (righe ondulate giallo neon, strisce azzurro farmacia) messe di lì da architetti che non sapevano più che fare per dare a quei palazzi un tono meno da quartiere dormitorio, E c’era Amira, sedici anni, magra come un manico di scopa di quelli vecchi, di legno, con i ciuffi di saggina in fondo. Amira lavorava (in nero, ovvio) come aiutante da un panettiere. Le vecchiette, per una volta, non avevano nulla di male da dire sul foulard azzurro che le copriva con modestia il capo, dato che impediva che i capelli le finissero sul pane. ?Altro che religione, signora mia, è anche un fatto di igiene!? La famiglia di Amira veniva da Denizli, in Turchia, e professava la religione islamica. Amira professava solo una profonda fede in se stessa e nella propria sicurezza, attenta a non far nulla che mettesse in pericolo il futuro che desiderava. Un futuro di serenità e normalità e integrazione, e lavoro, e amici, e forse una vita come tante altre. Non la spaventava l’essere uguale, la spaventava essere diversa. La spaventava essere guardata con quello sguardo che conosceva ormai, ?vah là, l’araba? o ?la turchina? come la chiamava qualcuno con scherno insieme per la sua nazionalità e la sua esangue magrezza. Pinokkio no, non la prendeva mai in giro. E bella forza, anche lui un diverso, un fuoricasta, uno che le bande di ragazzoni che trattavano il rione come una loro colonia personale non si sarebbero abbassati nemmeno a salutare. Un disturbo alle articolazioni congenito, movimenti secchi, scattanti, pareva di legno. E poi mioddio quel naso, ma non lo sapeva l’idiota che esiste la rinoplastica? Ma già, con che soldi, quel morto di fame? Sedici anni anche lui, e la scuola lasciata per disamore allo studio indotto da compagni prepotenti e insegnanti stanchi, e perché la falegnameria del padre lo attirava troppo col suo odore di trucioli e segatura, il legno prendeva forma sotto le sue mani come per magia, con un tornio in mano era in grado di tornire una gamba bella come neanche Angie Dickinson aveva mai avuto. Gamba di sedia, ben inteso. Scontato che tra lui e Amira, dalla quale comprava ogni giorno quelle due rosette (una per sé, una per il babbo) che servivano per farsi al mattino un panino imbottito da portare in bottega e mangiare senza interrompere per troppo tempo il lavoro (pazienza la segatura sulle mani, il legno è materiale pulito), scorresse una certa simpatia. I fuoricasta si riconoscono sempre. Né bravi ragazzi (troppo diversi) né delinquentelli di quartiere: troppo normali per farsi accettare dagli strani, troppo strani per i normali. La sera, alla chiusura dei rispettivi negozi, la mezz’ora di chiacchiere seduti sui gradini dell’una o dell’altra scala del dedalo di cortili e palazzi era ormai diventata un’abitudine, e nessuno dava loro fastidio, nemmeno quei due gasati del Gatto e la Volpe,che venivano chiamati così perché sulle loro grosse moto smarmittate avevano fatto aerografare quei due ?animali totem?, senza avere nemmeno chiaro esattamente cosa fosse un animale totem. Diciamo che la spiritualità non era il loro forte, erano più ferrati in marche di birra e facili conquiste femminili, spesso più vantate che consumate. Due vite normali, quelle di Amira e di Pinokkio, nonostante non fossero persone comuni. Nessuno si stupì troppo quando decisero di sposarsi. Amira negli anni comprò la panetteria, e fece venire una cugina più giovane dalla Turchia per darle una mano alla cassa. Il fratello minore del Gatto, Roberto, sostituì Pinokkio come apprendista in falegnameria quando Geppetto si pensionò e lasciò il lavoro al figlio, che ormai era persino più abile di lui nel lavoro. Non ebbero bambini, perché le conseguenze della malattia congenita di Pinokkio includevano la sterilità. Furono comunque molto normali, e nonostante questo, molto felici.

Vent’anni dopo (o giù di lì)

“Colombina, Arlecchino, Pulcinella, tutti presenti? Pinokkio, dove si è ficcato quel deficiente? Sempre in ritardo, sempre a cazzeggiare, è la volta buona che lo licenzio!!”
Mangiafuoco, lo chiamavano i dipendenti dietro le sue spalle, ma lui lo sapeva, lo sapeva da anni, e ne andava segretamente orgoglioso, credendo che avessero paura di lui. Il soprannome era nato perché il suo carattere bilioso gli dava una perenne acidità di stomaco e un’alitosi da stargli ben alla larga, soprattutto quando, come al solito, vociava come uno straccivendolo, altro che Direttore del Personale, la classe quello lì non sapeva nemmeno con quante esse si scrive. E il privilegio di non timbrare il cartellino, di farsi gli orari a suo piacimento non lo rendeva certo più simpatico, visto che un minuto di ritardo bastava a qualunque dipendente della sua ditta di legnami pregiati per prendersi una memorabile, e maleodorante, lavata di capo.
Pinokkio era già davanti al timbro, con in mano il suo bravo cartellino in truciolato di pino “che di plastica son buoni tutti, è dai dettagli che si vede l’eccellenza della nostra azienda!” (come era solito pontificare Rossano LaBarba, altrimenti detto Mangiafuoco). L’orario di ingresso al lavoro era già superato di 4 minuti, e Pinokkio sapeva cosa lo aspettava. Decise che tardi per tardi, sarebbe andato in bagno a fumare (di nascosto ben inteso, “una sola scintilla in una ditta di stagionati e pregiati legnami può mandare in cenere milioni in merce… anche tanti posti di lavoro!” diceva con malizia il cerbero) un’ultima sigaretta che gli rilassasse il sistema legnoso, pardon, nervoso, prima dell?inizio del turno.
L’odore di fumo richiamò Azzurra, l’impiegata che lavorava al bancone in fronte al suo, sottile come una fatina e così pallida da sembrare cianotica, ma nessuno glielo faceva notare, sapendo del suo passato di anoressica non sarebbe stato delicato puntare il dito sui rimasugli delle sue nevrosi.
“Pinokkio, ma sei matto, vuoi perdere il lavoro? Corri in laboratorio, che oggi Mangiafuoco è più inacidito del solito.”
Pinokkio sfrigolò la mezza sigaretta nel cesso, e giocherellando con la scatola di fiammiferi che teneva inconsapevolmente ancora in mano si avviò alla postazione di lavoro.
“Ah, finalmente, il signorino, eccolo qui, mi raccomando, con calma, che l’orario di lavoro è un?optional! Cos’hai in mano? Di nuovo a fumare, incosciente? Ma ci vuoi mandare tutti in rovina?”
“Sì.” Rispose semplicemente lui, e accese un fiammifero sotto la lunga, fulva barba del principale che iniziò a correre qui e là per il laboratorio, nella vana ricerca di una bottiglietta di minerale, un bicchier d’acqua, uno straccio per spegnerla. Sfortuna volle che lo straccio fosse intriso di mordente per il legno. Il laboratorio divampò in un attimo.

La mattina dopo Pinokkio, tranquillo nella propria casetta, intingendo nel caffelatte biscotti biologici integrali che sapevano vagamente di segatura (ma li comprava perché al babbo piacevano tanto), leggeva sul giornale dell’incomprensibile sciagura. Un sorriso pieno di schegge gli affiorava agli angoli della bocca. La giornata era ancora lunga, e libera davanti a lui.

Unita’ cibernetica centrale

Riscrittura #19

Robocchio - Cap.2 - Le risposte non arrivano

autore: Antonio Parrilla

Dopo alcune settimane di vana attesa, Mastro Cippetto si rassegnò al fatto che le sue disperate richieste di aiuto erano cadute nel nulla.
Preso dalla disperazione, si rivolse nuovamente al ricco vicino, in cerca di comprensione. Fu però ben altro quello che ricevette: un’informazione che gli avrebbe permesso di trovare una fonte di reddito in grado di permettergli di realizzare il suo sogno!
“Sei proprio un ingenuo”, lo apostrofò mastro Mazzetta “Eppure sei un informatico come me, e dovresti sapere come fare soldi facilmente? e, sussurrando con aria cospiratoria, gli rivelò cosa avrebbe fatto lui al posto suo.
“E ricordati”, chiuse il discorso congedandolo “di appoggiare il tutto su server delle Isole Cayman, e di dichiarare il minimo indispensabile per rientrare negli studi di settore”.
Tornato a casa, mastro Cippetto si mise all’opera: si collegò alla rete e, dopo una veloce ricerca, registrò a suo nome i siti www.gugol.it, www.gouerno.it, www.ibbei.it.
Dopo un paio di settimane, raccolte le statistiche di accesso ai siti (ovviamente tutte dovute ad errori di digitazione degli internauti) si rivolse ad un famoso imprenditore del cinema a luci rosse, Leonardo Chicchi.
La discussione fu breve e produttiva: in cambio di un redirect verso i siti delle sue pornostars, Chicchi gli riconobbe delle royalties mensili.
I problemi economici erano finalmente alle spalle e, nel giro di pochissimi giorni, Mastro Cippetto riuscì a reperire quasi tutto il materiale occorrente per dar vita al suo progetto.
“Mi manca solo l’unità cibernetica centrale” pensò Cippetto “e potrò finalmente costruire il compagno della mia vecchiaia. Ma dove vado a trovarla un’unità così complicata?”
In quel mentre, sentì bussare alla porta: era Mastro Mazzetta. “Vedo che le mie idee ti hanno aiutato” commentò il vicino “a che punto sono i lavori?”
“Eh, purtroppo mi manca l’unità centrale” rivelò sconsolato Mastro Cippetto.
“Beh, caro il mio vicino, voglio aiutarti ancora una volta” e, così dicendo, gli porse un pacchetto “Questa è proprio l’unità che cerchi. L’avevo utilizzata per l’informatizzazione del Catasto della Provincia ma, dopo due mesi di funzionamento corretto, ha cominciato a dare problemi. Dapprima ha voluto il riconoscimento di una pausa di 15′ ogni ora, poi si è lamentata dello stipendio troppo basso, quindi si è iscritta al sindacato e, da quel momento, non ha fatto altro che chiedere un permesso dopo l’altro e rivendicare dei passaggi di categoria per l’anzianità maturata. Te la cedo volentieri, vedi tu cosa puoi farci.”
Rimasto da solo, Mastro Cippetto, sbalordito, cominciò a rigirarsi tra le mani il pacchetto contenente il prezioso elemento intorno al quale avrebbe costruito il suo robot. Era davvero sbalordito: mai prima di allora il suo vicino si era mostrato così generoso. “E’ proprio vero” pensò “a volte ci si fa un’idea sbagliata delle persone”. Ma chissà cosa avrebbe pensato se avesse potuto assistere a quanto stava accadendo nella casa accanto alla sua!
Mastro Mazzetta, infatti, proprio in quel momento era impegnato in una conversazione telefonica alquanto strana. “Stia tranquillo, direttore, l’unità centrale è stata rimossa dal computer e non darà più alcun problema: le chiavi d’accesso per l’archivio delle foto compromettenti del dr. Zirconi spariranno insieme ad essa!”