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Presentazione-reading-surfing



Diretta video

Link utili

- il programma di ToscanaLab del 28 giugno (dove avverrà la presentazione-reading-surfing)
- la pagina dell’evento su Facebook (dove iscriversi e lasciare commenti)
- il gruppo di radio catrame19 su FriendFeed (creato appositamente per sostituire la vecchia chat che non ci piace più)
- il blog di Liberarci dalle Spine (il progetto a cui saranno devolute le offerte d’acquisto dei libri)
- il blog di Guido Catalano (poeta di livello e conduttore del reading)
- il blog di Strelnik (bit worker e conduttore del reading)

Le avventure di Lakkio

Riscrittura #36

Storia di un Tavolino

autore: Miroslava

C’era una volta…
– Segretario di Partito giometra Virgulin! – diranno subito piccoli lettori di Miroslava.
No, ragazzi, è errore: c’era una volta tavolino Läkkio.
Un giorno Sami Peterlin con suo amico di baretto Loris Bigot durante viaggio di piacere a scopo informa in umido Ovest ottiene da agente doganale elegante mobile impiallaccia in cambio di venti taleri più litro di liquore artigianalmente distillato “Samogon” più bella foto di diva di cinema Miliona Vurz in calza di rete e scarpa con punta. È affare. Tavolino Läkkio, molto di utile per appoggia bicchierini alcolici, attira perfino invidia sozialista di altri pibidesi. Mobilio legnuto però presto comporta in modo strano: muove, emette parole, cresce lineamenti umani compreso grande naso sgradevole di variabile misura. Breve, esso trasforma se stesso in egli: bambino Läkkio. Sconforto collide Sami Peterlin per perde luogo dove appoggia bicchierini e con esso quiete serale. Tutta Piccola Berlino Democratica lui ormai irride sozialisticamente. Resto di vicenda è lunga mortifica scoscesa in decadenza: turpe bambino Läkkio rifiuta precetti istruttivi, vende libri scolastici per compra piccola autilitaria, abusa bevanda con caffeina, associa se stesso con disfattisti, esibisce difformità idiologica fino a rischia defenestra.
Per fare breve lunga storia favolistica potenzialmente complicata e provvista di morale confusa, una notte Läkkio entra in malfamato bar “Al Temolo Gigante” dove rileva Sami Peterlin in affranto e lui salva da abbrutimento estremo di alcolismo per sostituisce tavolino casalingo con sconfinato bancone di mescita.
Dopo impara dura lezione di vita Läkkio mette forse da parte pensieri di consumo, autilitaria e bibita stimola per diventa vero bambino sozialista, futuro quadro di partito e membro di prestigioso comitato di epura? No, miei stimati piccoli lettori. Egli trasforma se stesso ancora in elegante tavolino impiallaccia per sempre di sempre e Sami Peterlin ha di nuovo suo luogo legnuto per appoggia bicchierini alcolici con amico di baretto Loris Bigot. Luogo legnuto invero ancora emette inutili chiacchiere, ma solo in giornate secche, ed è in complesso contento di essere tavolino impiallaccia in clamoroso lieto fine con multiplo brindisi, ottimismo e cantatina finale.
In umido Ovest mormora che tutto questo di tavolino che diventa bambino caciabale che nuovo diventa tavolino è sogno samogonico di Sami Peterlin e Loris Bigot.
Ma voi, piccoli lettori, questo non crede.

[ In bella foto, da sinistra: frichetoni pibidesi Sami Peterlin, Loris Bigot e Frangiulio Miklausig durante tè samogonato pomeridiano su elegante tavolino legnuto Läkkio. In loro spalle, "Campo di Maria Sirk in sole di mezzogiorno con intravede cosacco e macchia bianca, forse grande sasso forse colore poco sufficiente", di Maestro Isako Put, fondatore di rivista "Prospettiva!" ed esponente di Cosacchismo Semplicista.]

Son fatto di legno

Riscrittura #35

Il mondo è fatto di legno.

autore: Alessandro Bonino

[ Ringraziamo Bruno Boutot per la foto ]

C’è i fiori, son di legno, c’è l’erba, è di legno, c’è il mare, è di legno: il mondo, è fatto di legno.

C’è il cielo, è di legno, le stelle, son di legno, c’è il sole, è di legno: il mondo è fatto di legno.

C’è le persone, son di legno, gli amici, son di legno, gli amori, son di legno: il mondo, è fatto di legno.

Tutto è di legno, io mi giro, di qua e di là, vado in giro per il mondo, e il mondo è di legno, è tutto di legno: non c’è altro, il mondo, è fatto di legno.

Ma è una bugia, lo so, già mi cresce il naso, lo so da me che non è il mondo: son io, che son fatto di legno.

Giù non ci torno

Riscrittura #34

Per vedere bene bisogna salire in alto

autore: Mauro

[ ringraziamo Igvir per la foto ]

Quando il sole si abbassa, mi giro a guardarlo, basta un colpo di gambe. Allora non riesco a distinguere i confini delle colline, i riflessi dell’erba alta si mescolano, e rimango a lasciarmi abbagliare. L’orizzonte è offuscato dall’afa, e riesco a immaginare che in fondo ci possa essere il mare. Non l’ho mai visto. E finché sarò qui potrò solo continuare a immaginarlo. Così una volta lo raggiungo attraversando prati di crochi, lentamente per distinguerli uno per uno, e ancora più lentamente quando dal prato arrivo in un bosco di gardenie. Un intero bosco. E lì mi soffermo a lungo, resto sommerso dal profumo che qui di rado mi arriva. Per anni non sono riuscito ad afferrarlo, poi ho cominciato a distinguerlo, e a maggio passo lunghe ore ad aspettare che da qualche giardino nascosto dalle colline un albero pietoso me ne mandi un refolo.
Altre volte il mare appare in fondo a una fuga di porte, per attraversarle mi devo muovere fra casali abbandonati, calpestare l’erba secca delle aie, e qui sentire l’odore delle camomille, e qui esitare ad aspettare il libeccio che è ancora tiepido ma già soffocante, e sperare di riconoscere in qualche profumo nuovo quello del mare. Oppure attraverso una distesa rocciosa, il cisto è in fiore e si prepara a dare strada al bianco del mirto, pini sparuti nascondono immoti specchi d’acqua e arriva nitido il ronzio degli insetti fra i cespugli di rosmarino. Dall’orlo della scarpata spuntano le cime delle agavi, e dall’altra parte, finalmente, l’acqua fosforescente sulle rocce.
Non so da dove nascano queste immagini. La scuola l’avrò vista un giorno solo, e quel che ho visto di mondo mi ha fatto una tale paura che non ricordo niente. Forse, qui in alto mi arrivano pezzetti dei pensieri degli altri, e riesco a catturarli e a conservarli, e a ricucirli come capita. Non patisco freddo o fame. Ogni tanto mi annoio, e allora mi addormento o parlo con le gazze che hanno fatto il nido qui accanto. Oppure sogno. È che, quando quei due mi hanno impiccato, non sono morto. Sono ridiventato di legno, non soffoco. Però sono rimasto appeso a lungo. E, così in alto, ho cominciato a pensare. Ho cominciato a guardarmi intorno, e ho preso gusto a vedere da lontano la scuola, e Mangiafuoco, e il Grillo, e a pensare che lì dov’ero non mi prendevano più. Allora mi sono dato per morto. Si sono rassegnati presto e mi hanno lasciato dov’ero, legno su legno quasi non si distingue. Secondo come penzolo, so se è tramontana o scirocco. Quando passano gli storni so che arriva inverno. I papaveri che ondeggiano mi parlano dell’estate. Sospiro quando mi sento solo, ma giù non ci torno.

Un si va più avanti

Riscrittura #33

Babbi e figli

autore: Davide Carbonai

Pinocchio:  O gente, qui è maiala. Nel senso che ‘un si tira più avanti. Al di là delle bischerate dei giornali e dei tg che te e la fatina vi sparate in vena a pranzo e cena (fa anche rima), è maiala. Nel senso che, scusa la ripetizione, ‘un si va più avanti per davvero. Ma dico sul serio. E perdonami una critica. C’hanno detto che bisogna lavorare, cosa che ho sempre considerato una bischerata tremenda, e poi manco ci dànno da lavorare. C’hanno tolto diritti e libertà. Hanno mandato avanti un sistema che poi si è dimostrato ingiusto, a favore di pochi e che distrugge pure l’ambiente. Oh!!! Per tirarcelo in quel posto c’hanno confuso le idee mettendo addosso maglie diverse ma facendo poi più o meno le stesse porcate. 

Geppetto: Vai, ora gli ripiglia con la politica.  

Pinocchio: Voi vi siete incazzati come delle iene perché da piccino invece d’andare a scuola andavo a fare forca con Lucignolo a Firenze, e c’avevate ragione. Lo ammetto. Di bischerate ne ho fatte. Tante. Però detta tra noi, oh babbo, io ho combinato le mia, è vero che raccontavo bugie ma ogni volta che ne dicevo una maremma budella… via… dai… non mi ci fa pensare, mi s’allungava i’ naso. Oggi chi racconta più bugie gli si gonfia il portafogli. 

Mastrociliegia: E a noi ci si gonfia qualcos’altro. 

Geppetto: Vai ora ci si mette pure lui. 

Pinocchio: O babbo, dai. Te ti sei fatto i’ culo una vita e ti danno una pensione da fame. Chi non ha fatto una sega pe’ tutta la vita, perdonami la finesse linguistica, si piglia un pacco di soldi e te lo tira in culo agli altri. Ma non potevate fare la rivoluzione?

Mastrociliegia: Ora ti rispondo io.  Io e i’ tu babbo si passava le nottate a vede’ di fa’ la rivoluzione. I’ tu’ babbo non te le racconta tutte, caro il mio Pinocchio. Non ci s’è fatta. S’è perso, è vero. O meglio, vi si poteva dare un futuro migliore. Oh, noi però s’era dalla parte giusta, non mi fraintendere. S’era la minoranza sociale del paese (per dirla in termini del politichese). Oggi voi più giovani siete a favvi le pippe mentali sul “riciclare”. Che te ne ricordi che da piccino te mangiavi pure le bucce delle pere? Non si buttava via nulla. E ci si voleva pure bene. Ognuno c’aveva le su’ cose, i su difetti; s’aveva caratteri diversi, ognuno con le su’ cose, però, te la dico, s’era ogni giorno a cercare di cambiare i’ mondo. I’ tu babbo poi, gl’era un sognatore. Dignene Geppetto dello scherzo dello sterco al Prefetto… dignene al tu’ figliolo!

Pinocchio: Icché? Ma davvero?

Geppetto: O’ Pinocchio, sì. Ora che sei grande, sappilo. Le si son fatte di cotte e di crude. 

Pinocchio: Ti facevi anche le canne?

Mastrociliegia: Pinocchio, te forse non ci credi ma te sei vivo perché Geppetto era venuto a chiedermi i’ fumo quella mattina. Io m’ero ripreso dalla botta della sera prima, lui no. Che te lo ricordi Geppetto?

Geppetto: E me ne ricordo, oddio, ce l’avevo pesa. Ma te racconta, Mastro, non divagare. E bene che Pinocchio le sappia queste cose. 

Mastrociliegia: Ecco, insomma, io sentivo delle voci strane venire da quel pezzo di legno, però in fondo io sono un razionale… e quindi non ci credevo fossi tu, caro Pinocchio. Io pensavo d’avecci ancora i postumi della sera prima, Geppetto, invece, tranquillo, ti prese con sé. T’accettò, così com’eri. Ed io me lo ricordo ancora come se fosse oggi. A me, questa cosa, mi fece tanto commuovere… che mi misi a piangere.  Questo cosa che mi misi a piangere non l’ho mai raccontata a nessuno. Non la dite in giro. 

Pinocchio: In pratica pure voi, beh, come dire… pure a voi giravano le palle!!!!

Geppetto: a duemila, Pinocchio, stanne certo. Le si son provate tutte. S’era in pochi Pinocchio. Oh, delle battaglie le si son vinte. Però a vedere icché succede oggi, beh… mi sembra che in molti abbian perso il senso delle cose e della ragione. Poi il tempo passa, si lavora, si pensa sempre più ai fatti nostri. Io per esempio ho pensato tanto a te. Ti son venuto a cercare pure in mezzo all’oceano. I figli crescono i padri invecchiano. Dentro di me, quel figlio fuori dagli schemi, libero, come sei tu, oggi e ieri, è stato il regalo più bello che potessi ricevere nella mia vita. Caro il mio Pinocchio.

Pinocchio: Oh babbo, ti voglio un monte di bene. 

Mastrociliegia: Vo a pigliare i bicchieri per il vinsanto.

Lo stalker e il bambino mangliu

Riscrittura #32

Teneri e flessibili

autore: enzo fonico

Sei e mezza di mattina, appuntamento con lo stalker della mutua. Spengo il cellulare obbedendo alla scritta in caratteri marziali incisa a laser sulla parete. Mi siedo sullo sgabello di metallo nella sala d’aspetto, appoggio le mani sulle ginocchia cercando una posizione di equilibrio. Inspiro aria dalla narice sinistra e butto via con la destra. L’ho imparato facendo yoga quando ero più giovane. Serve per alleggerirsi in una situazione di tensione e sembra funzionare ancora.  Un display luminoso incassato sopra la porta dello stalker informa che è dentro il numero dodici. Io ho il quattordici. Nella stanza in attesa ci sono anche due buffoni di corte, due attori visti e rivisti nei soliti ruoli di giornalista, opinionista, intervistato, intervistatore, conduttore, moderatore, giudice e concorrente. Girano da anni in talk show, telegiornali, programmi d’intrattenimento e quiz a premi. Hanno i capelli tinti, gli zaini di Hello Kitty e quasi settant’anni per uno. Un uomo e una donna. Due merde, se volete il mio parere, tanto che se mi capitasse d’incontrarli da soli in strada gli urlerei cose orribili. Io che non urlo mai, che sono tenero e flessibile come lo stalker mi ha consigliato d’essere la prima volta che sono venuto qui.

Il dodici è uscito adesso. È un bambino d’una decina d’anni. I suoi abiti, di sicuro un paio di taglie inferiori alla sua, lo costringono a camminare a scatti come avesse le gambe avvinghiate da una passata di domopak. Si issa a fatica su uno sgabello sibilando qualcosa in una lingua che non capisco. Non è di queste parti, gli si vede il braccialetto blu tatuato sul polso della mano sinistra, il segno del lavoratore migrante. Un mangliu come si dice ora che il cinese va molto di moda anche nell’economia.
La coppia di attori si alza dagli sgabelli puntando la porta socchiusa. Gli chiedo che numero hanno. Sembrano non capire o fanno i nesci benissimo. Gli ripeto la domanda in tedesco e l’attrice mi risponde Fünfzehn. Quindici. E allora non mi cacate il cazzo gli dico in italiano. L’attore sembra capire il senso. La parola cazzo deve ricordargli qualcosa. Forse una turné in Italia, il paese della fiction, il teatro a cielo aperto dove ogni abitante continua a condurre una vita da classe media pur non percependo da decenni uno stipendio da classe media. L’attore avrà imperversato su qualche canale video italiano vendendo salami o recensendo libri, intortando i disperati all’ultimo stadio del consumo. Gente di merda, cantavano gli Zen Circus trent’anni fa. Ho spiaccicato il mio biglietto sul tavolino dei due attori, li ho guardati come se dovessi sputargli, ho girato le spalle e sono entrato dallo stalker.

Ora va bene che a noi maestranze dello spettacolo lo stalker ce lo passa lo stato e non dobbiamo pagare niente, ma alzarsi all’alba una volta a settimana per sentirsi ripetere sempre la stessa solfa sinceramente inizia a essere pesante. Lo stalker me lo ripete anche stavolta: «La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.»(1) Chiudo gli occhi e ringrazio come si fa sempre dopo che lo stalker ha finito di parlare. Poi firmo appoggiando il polpastrello sul lettore ottico e esco.

Nella sala d’attesa il bambino mangliu sta ancora seduto sullo sgabello con un’espressione da cane bastonato. La coppia di attori si è infilata nella porta dello stalker badando bene a non rivolgermi lo sguardo. Sto quasi per uscire dalla stanza quando la voce del ragazzino mi ferma. Non ce la faccio più, mi dice in un perfetto tedesco, questa roba mi sta mandando al manicomio. Lo stalker non crede al fatto che io sono Pinocchio e che per me funziona esattamente al contrario di quanto dice lui. Se uno nasce forte e rigido perché era nascosto in un pezzo di legno stagionato come me il suo consiglio non fa che provocare disastri e incomprensioni. La vita diventa impossibile. Mi trovo a disagio continuamente, non capisco più quali sono le cose buone e quelle cattive e tutti ne approfittano.
Ho approvato scuotendo il mento e l’ho invitato a prendere un cappuccino al bar di fronte.  Lì ci siamo messi d’accordo per rapire la coppia di attori e chiedere un riscatto milionario. Se tutto fila liscio e non ci scoprono il reato viene prescritto se un quarto dell’incasso viene devoluto allo stalker. Teneri e flessibili. Così ci vogliono così ci hanno.

Evolversi

Riscrittura #31

Amare menzogne

autore: Rillo

[ Ringraziamo Juliana Coutinho per la foto ]

Quello che vorrei riuscire a dirti è che c’è questo assillo che mi si ripropone alla mente in continuazione. Cerco di evitarlo come meglio posso: viaggio senza soste, mi butto nel lavoro, nell’amore, nelle passioni, negli sport. Inutile.
È quasi ridicolo, lo so. Eppure, provo a considerare la situazione al di fuori del me che sono, che ero, e quando lo faccio rido senza freni e rido così tanto che arrivo addirittura a essere sinceramente felice. Ma questo, solo fino a quando incontro l’amico che mi guarda e ride anche lui con me e poi, sempre ridendo a crepapelle, mi fa la domanda. Quella di cui conosce già la risposta: «E lei? Lei, l’hai già dimenticata?».
Così lo stomaco si fa tòrtile su sé stesso, il petto implode, mentre il cuore espande e spinge, spinge che penso che esploderà in pochi istanti. Ah, se lo facesse! Un bel botto e via, fine della storia.  Ancora una volta.
Ma non esplode mai, è questa la nuova maledizione, e lei c’è sempre, lei che non mi vuole, con i suoi difetti, i suoi occhi, le sue labbra che non oso sfiorare solo perché so già che sono il calco perfetto di un mio bacio, lo specchio di quel desiderio di cui non saprei mai più fare a meno.
E non è vero che bisogna provare l’amore, per sapere di amare. Se, infatti, la baciassi, se provassi ciò che già so per doverne poi fare a meno, sarei un pazzo. Innamorato. Felice, certo. Ma irrimediabilmente pazzo e contemporaneamente senza più appigli, né radici. Paradossale per chi, come me, un giorno fu albero.
Perché se tanti anni fa la mia scelta venne premiata da una fata con una nuova vita in carne e ossa e sentimento, è anche vero che questa vita coincise con la tua morte, sempre che un burattino di legno possa dire di essere mai vissuto.
Tu non parli più, non corri più, non ridi più, non conti più, non marini più la scuola, non piangi più per quel padre che, ostinato come solo sa esserlo un padre, sfidò il mare pur di riaverti con sé.
Eppure, io so che un barlume di me dev’e essere rimasto in qualche tua venatura. Ti osservo, cercando di cogliere un movimento involontario del tuo braccio, uno spasmo delle tue gambe che, sembra impossibile, ma un tempo correvano nervosette e tese per i campi e ora sono buone solo per farci stuzzicadenti o al massimo un falò.
Ti dicevo, dei miei dubbi e del premio che chiunque riceve suo malgrado alla nascita: la vita. Ora, in questa vecchia soffitta, non so neppure dire chi sia più vivo, chi sia più morto tra me e te.
A me, la vita è venuta addosso quando promisi di non dire più bugie e decisi di diventare buono, te lo ricordi? Quella mia scelta ti investì come un treno e ti levò la linfa vitale. Ma oggi, posso confessarti che anche allora mentii: non dicevo davvero quando promisi di non dire mai più menzogne. Ma quella era l’unica cosa sensata da fare: per gli altri, tutt’intorno, sembrava che quella fosse la cosa più importante del mondo. Così spergiurai. Solo così avrei potuto provare amore: negandoti una vita, in cambio della mia nuova vita.
Accadde tutto in un secondo solo e passai da essere di legno a essere umano . Ma esattamente, quando sia stato quel secondo, non l’ho mai capito. Quando ho realizzato di essere uomo, mi sentivo tale da sempre. Forse, mi sono perso qualche passaggio, non ho colto la sfumatura.
E mi ci sono abituato in fretta a questa vita, come quando compri una nuova canottiera, che prima sembra strana, ti fa grattare dappertutto ma poi con il tempo non la senti più addosso. Quando succede esattamente che non ti da più fastidio? Quand’è che la vita non ti fa più grattare dappertutto? Quando succede che prima eri un fanciullo e poi un uomo? Forse c’è un momento preciso della notte, mentre dormi, durante il quale l’età dell’innocenza termina e inizia quella vita che ci accompagnerà fino alla fine dei nostri giorni. Magari in quello stesso istante, un gufo emette un richiamo particolare o i poli terrestri si invertono per un breve istante.
Sia come sia, eccomi qui, finalmente innamorato, a parlare con un mucchio di legnetti che non mi daranno mai una riposta.
Forse, è arrivata l’ora di dare un’altra svolta al mio evolvere. Chiuderla lì con i discorsi bambini rivolti a un mucchio esanime di legnetti.
E’ ora di crescere, ancora una volta. E imparare a mentire di nuovo per sopravvivere, questa volta a me stesso.
Mi alzerò da qui e andrò a dichiararle questo mio amore che sa di carne, di ossa e di menzogna, questo amore per il quale ti ho sacrificato. Il dolore per il suo rifiuto sarà il giusto contrappasso per una vita che forse non ho mai meritato.

Sotto le foglie di un ciliegio

Riscrittura #30

Vi voglio raccontare…

autore: marchino

Di un tentativo, da parte della giustizia, di far luce in una vicenda, tentativo che andò vano perché colui che sarebbe dovuto comparire come imputato, Jack Pett, fu abilissimo a cavarsi d’impaccio -grazie ad un agguerrito manipolo di legali, marionette nelle mani dello spregiudicato avvocato Wilbur Spitfire- facendo cadere tutte le ipotesi d’accusa che avrebbero potuto inchiodarlo alle sue responsabilità.
Quindi nessuna meraviglia -ma quanta tristezza- quando Miss Phyllis con la sua chioma color del cielo, si disse disposta a fare una deposizione iniziando a raccontare di come, incanutitasi in giovane età, fu un giorno avvicinata da Jack, il quale dopo averla illusa sentimentalmente, prima di abbandonarla la convinse a sperimentare un ritrovato di sua creazione -spacciandolo, tra l’altro, come completamente naturale- che avrebbe ripristinato il colore dei suoi capelli in modo definitivo; è sotto gli occhi di tutti il risultato di quell’esperimento.
Gli avvocati si premurarono di sparger voce che la donna, che ammise candidamente di dilettarsi nel far i tarocchi alle amiche, si interessasse di riti pagani, dipingendola come una fattucchiera ed arrivando ad insinuare il dubbio che tali riti vedessero coinvolti anche minori.
Che dire poi della coppia di imbonitori televisivi -Felix e Fox, per servirvi, è il loro motto- che sostennero di esser stati più volte aiutati economicamente dall’imputato profondendosi in una serie di sperticate lodi -“il cielo l’abbia in gloria!” “che possa ricevere tanto quanto ha così generosamente donato!” e via di questo passo- quell’ipocrita del Signor Grillo, che nascondeva dietro una facciata di rispettabilità e perbenismo la natura di spregiudicato finanziere, avrebbe dovuto raccontare del denaro che i due individui recapitavano con solerzia nella sua banca.
Ed Emil Cherry, il presunto rivale in affari?
Rimarrete sorpresi nel sapere che Emil non solo era grande amico di Jack ma anche suo socio in quella che tutti han sempre creduto una falegnameria ma che invece nascondeva un laboratorio di genetica all’avanguardia; laboratorio in cui Jack non si limitò a studiare impianti in campo estetico ma si spinse nella sperimentazione di combinazioni genetiche sempre più ardite.
E ormai Jack è scomparso da tempo, forse con i suoi compari, in chissà in quale parte del mondo.
E io, Lucy Gnol, sono testimone di questa storia e se pensate mi stia inventando tutto, vi dico che se avrete la pazienza di cercare un giardino abbandonato, a Collodi, e vi inoltrerete tra i rovi e le erbacce, scoprirete un grande ciliegio solitario sulle cui foglie, ogni primavera, potrete leggere i ricordi di un bambino.
Un bambino di nome Pinocchio.

[Ringraziamo tizianoj per questa foto]

Bugiardo seriale e clandestino

Riscrittura #29

Capitolo XXVIII: Pinocchio e il pescatore leghista

autore: personalità confusa

Pinocchio aveva appena abbandonato il cane mastino Alidoro e se ne stava sulla spiaggia quando gli comparve di fronte il pescatore verde. Era costui l’essere meno elegante che si potesse immaginare: indossava la camicia verde in tinta sulla cravatta verde, verde era il fazzoletto da naso puntato al taschino della giacca a sua volta verde, e verdi erano le sue calze, i pantaloni e la cintola:
“Eccolo qua, lo sapevo! T’ho beccato, sei un clandestino!” soggiunse il mostro verdevestito.
“Manco male che io non sono un clandestino” disse Pinocchio “e ora si scosti per cortesia, c’ho da fare.”
“Dimmi, o straniero giunto qui sulle coste padane per rubarmi il lavoro e stuprare mia sorella, che razza di extracomunitario saresti? Zingaro romeno, cinese comunista o arabo mussulmano?”
“Ma quale arabo, ma quale cinese! Son di Collodi nella provincia di Pistoia!”
“Non conosco questa città africana: sembri dunque a me un nuovo genere di immigrato. Meglio così, ti espellerò più volentieri. E siccome stamane mi sento democratico, voglio darti l’opportunità di scegliere il modo in cui verrai cacciato da questo paese progredito.”
“Cacciarmi? Ma la vuol capire che io non sono un criminale e nemmanco un forestiero? O non sente che parlo e ragiono come lei?”
“Il tuo dialetto mi risulta incomprensibile, però in segno di clemenza lascerò a te la scelta: preferisci il respingimento in mare o l’arresto per mancata esibizione del permesso di soggiorno?”
“A dir la verità” rispose Pinocchio, “se proprio debbo scegliere, preferisco piuttosto di essere libero di andare dove più mi pare e piace.”
”Orbene, caro il mio potenziale delinquente sprovvisto di regolare passaporto, ti chiuderò a vita in un centro di permanenza temporanea. Vedrai, ti troverai bene.”
”Apra le orecchie lei, invece: per sua norma e regola, io qui sarei nel capitolo ventottesimo del libro a me dedicato, e a questo punto dovrei incontrarmi con il pescatore verde, creatura mostruosamente brutta e di verde colorata – e sin qui ci siamo – ma non rincitrullita quanto lei.”
“Spiacente per te, questa è una trasposizione in chiave contemporanea della vicenda. Ora, per gentilezza, porgimi i documenti e i polsi, che dobbiamo aviotrasportarti a casa tua oltremare, nelle accoglienti prigioni dell’alleato libico.”
“Ma basta, mi lasci in pace, bifolco!”, e detto questo, Pinocchio si liberò dalla presa del pescatore leghista assestandogli una ginocchiata ai coglioni.
E ripigliò la sua strada verso la scogliera, e verso il seguito della storia come ancora oggi la conosciamo.

[Ringraziamo Der Ohlsen per la foto]

Un travetto singolare

Riscrittura #28

Pinocchio per Pinocchio

autore: Lusky

pinokkio[ Ringraziamo Vento di Grecale per questa foto ]

Vladimir Ilianovic Rambaldi, detto “Pinocchio” a causa dell’aroma di pino mugo emanato dalle sue lacrime, nacque a Firenze nel 1881. La storia della sua vita è diventata parte del patrimonio collettivo della cultura occidentale soprattutto a causa di alcune peculiarità fisiche che l’hanno reso noto, prima fra tutte quella di essere un pupazzo di legno animato. La sua figura viene inoltre associata a quella del bugiardo per antonomasia, a causa di un inspiegato fenomeno che gli provocava, ad ogni bugia pronunciata, l’allungamento del naso. In realtà, i fatti accertati della sua biografia dimostrano come tale orribile deformazione si verificasse solo in occasioni molto sporadiche, in quanto Vladimir Ilianovic non aveva una propensione alla menzogna più elevata di qualsiasi altro essere umano non impegnato in politica. Successivi studi sociologici riconducono il successo riscontrato nella mitologia popolare dall’idea di un’appendice anatomica in grado di allungarsi in misura inverosimile all’ossessione della società contemporanea per tutto ciò che può essere figurativamente associato al campanile di una chiesa.

[Avevo sei anni la prima volta che ho sentito il grillo parlare. Ero contento e sono corso subito a raccontarlo al papà. Lui però si è arrabbiato molto, ha urlato che non dovevo dire bugie e ha schiacciato il grillo sotto il tacco dello stivale.]

Sull’origine delle sue straordinarie capacità, che violano non poche leggi della fisica ed alcuni diritti Disney, non esiste al momento unanimità tra gli studiosi. Il Piccolo Circolo Bibliofilo della Versilia ritiene che egli sarebbe stato una volta un re, ma questa ipotesi non trova riscontri, non è stata sottoposta ad una revisione tra pari e non spiegherebbe comunque assolutamente nulla. La maggior parte delle fonti si limita invece ad accennare vagamente alla teoria dei quanti o ai tarli radioattivi e glissa con eleganza alla richiesta di ulteriori approfondimenti, concordando piuttosto sul fatto che egli sarebbe stato un semplice pezzo di legno da catasta, buono al massimo per farci una gamba di tavolino. Un simile destino, che avrebbe reso la sua storia incredibilmente più breve e meno interessante (a meno che si trattasse di uno di quei tavolini per sedute spiritiche), gli venne risparmiato grazie alla presenza di spirito del falegname nelle cui mani era capitato, tale Mastro Ciliegia. Fu lui infatti a notare nel travetto che gli era stato consegnato una prima curiosa singolarità: aveva una fibra eccezionalmente nodosa, il che lo rendeva inadatto alla piallatura. Inoltre, il fottuto pezzo di legno parlava.

[A scuola non mi piaceva andare, preferivo stare fuori giocare con gli animali o andare a vedere gli spettacoli con i burattini. Quando papà lo ha scoperto mi ha proibito di andarci, perché c'erano gli zingari, che rapiscono i bambini e poi li mangiano.]

Ancora una volta si sarebbe portati ad interpretare questa scoperta come l’allucinazione di un vecchio falegname dedito all’alcol se Mastro Ciliegia, scosso dal timore reverenziale o dal delirium tremens, non si fosse sbarazzato di quell’osceno scherzo della natura regalandolo all’amico e collega Geppetto, soprannominato Polendina per via del colore della parrucca con cui si presentava alle feste spacciandosi maldestramente per un sosia di Lucio Dalla. Il ruolo della figura di Geppetto nella crescita e nell’educazione di Vladimir Ilianovic non ha mancato di suscitare diverse perplessità nei biografi di quest’ultimo, ma gli va quantomeno riconosciuto che trovatosi nell’insolita situazione di possedere un ciocco parlante, egli abbia saputo dimostrare una certa sagacia progettando di trasformarlo in una marionetta vivente per arricchirsi alle sagre di paese anziché, per esempio, gettarlo nel camino e starsene con gli amici a bere birra ascoltando le sue urla strazianti, come avrebbe fatto una persona più superficiale. Ancora più sagace sarebbe stato nominarlo direttore di un telegiornale, ma Geppetto era a modo suo una persona onesta e totalmente inconsapevole che di lì a un secolo e rotti questa sarebbe divenuta una pratica piuttosto comune.

[A otto anni papà mi ha sorpreso mentre parlavo con il gatto. Era simpatico e conosceva delle favole molto divertenti, ma da quel giorno non l'ho più visto. Allora ho iniziato a chiacchierare con l'asino che viveva sul prato dietro la scuola. Mi raccontava sempre di un paese dov'era stato, in cui i bambini giocavano tutto il giorno ed erano sempre felici.]

Dopo aver scolpito l’amorfo pezzo di legno donandogli sembianze passabilmente umanoidi, Geppetto dovette tuttavia rendersi conto di aver sottovalutato la totale ingestionabilità del giovane Vladimir Ilianovic. Né avrebbe potuto fare altrimenti, dato che il termine “ingestionabilità” non era stato inventato fino a trenta secondi fa. Pinocchio, così chiamato a causa del suo pedante vizio di cercare la trave negli occhi altrui, possedeva infatti un carattere anarchico ed indisciplinato che lo rendeva inadatto alla vita nel sobrio mondo dello spettacolo. Il falegname, incapace di farsi ubbidire ed avviare il burattino alla carriera che aveva pensato per lui, ne subì in breve un grave esaurimento nervoso, finendo con l’identificare in quello scarto di segheria il figlio che non era mai riuscito a concepire. Non solo gli diede un nome, gesto pedagogicamente molto positivo se non si fosse trattato di uno stramaledetto giocattolo animato, ma iniziò anche a confezionare per lui stucchevoli vestitini e giunse persino a sottoporsi a considerevoli sacrifici per avviarlo agli studi, nonostante il ragionevole scetticismo espresso degli insegnanti al momento dell’iscrizione.

[Una volta i miei compagni mi hanno preso a botte in cortile e mi è venuta la febbre alta. La mamma mi stringeva la mano e mi baciava. Papà arrivava la sera e mi ficcava in bocca un cucchiaio di medicina amara dicendo che se non l'avessi inghiottita sarei morto. Dopo sognavo sempre un carro funebre tirato da conigli neri che venivano a prendermi per portarmi al cimitero. Qualche volta me li sogno ancora, quei conigli neri.]

Vladimir Ilianovic, peraltro, non si dimostrò particolarmente riconoscente nei confronti del suo padre putativo, tant’è che fin dal primo giorno di scuola prese l’abitudine di disertare le lezioni ed imboscarsi in un locale equivoco per assistere all’esibizione lasciva di alcune marionette di facili costumi, forma di intrattenimento allora molto in voga. Ogni tentativo da parte di Geppetto di inculcare nella mente del pupazzo un po’ di sano rispetto per la propria autorità si rivelò inefficace a causa della naturale resistenza di Vladimir Ilianovic ad ogni genere di percossa, circostanza che provocò una frattura insanabile tra i due e al metacarpo del falegname. Abbandonati definitivamente gli studi e la casa paterna, ben presto il giovane dimostrò i limiti di un cervello letteralmente pieno di segatura facendosi raggirare da due talent scout senza scrupoli, a cui diede forti somme di denaro in cambio di una truffaldina promessa di partecipazione ad un ben noto spettacolo musicale per bambini. Questa delusione professionale spinse Pinocchio, che doveva il proprio soprannome alle tozze proporzioni del membro virile, in uno stato di profonda depressione che lo vide ridursi a vivere da mantenuto presso una prostituta originaria di Costantinopoli, nota nei bassifondi come Fatima la turchina per via della corporatura minuta. La relazione tra i due ebbe termine poco dopo, secondo alcuni a causa dell’abitudine di Vladimir Ilianovic di definire la ragazza una gran “figa di legno”, espressione colloquiale che solo per il pupazzo aveva evidentemente un’accezione positiva.

[Qualche mese dopo ho rubato dei soldi dalle tasche di papà e sono scappato di casa. Mi ha trovato due ore dopo, non ero ancora uscito dal paese. Mi ha detto che ero un bambino cattivo e che non dovevo più farlo, altrimenti mi avrebbe lasciato tutta la notte legato ad un albero in giardino.]

Non sono note le circostanze in cui la giovane testa di legno fece la conoscenza di Lucignolo, scapestrato figlio dei fiori che lo introdusse in una libera comune di fricchettoni famosa come “Il Paese dei Balocchi”. A questo proposito, i linguisti ricordano che “balocchi” non va inteso in senso letterale, in quanto nella Toscana dell’epoca era un eufemismo per riferirsi ad alcune sostanze psicotrope, uso ancora in voga in certi ambienti poco raccomandabili. Quel periodo rappresenta per molti studiosi la parentesi più oscura della giovinezza di Vladimir Ilianovic, da egli stesso in seguito descritta come “una sordida esperienza segnata da una peccaminosa promiscuità sessuale e dalla sperimentazione di ogni genere di droghe, in un clima moralmente degradato e psicologicamente abbruttente, ma che io sia truciolato se riesco a ritrovare il dannato posto”. Da questa spirale di depravazione Vladimir Ilianovic, soprannominato “Pinocchio” per motivi che era troppo fatto per ricordare, si salverà solo grazie ad un colpo di fortuna accidentale, gettandosi in mare da una scogliera convinto di essersi trasformato in un somaro. Una tale decisione testimonia in modo inequivocabile il suo stato mentale alterato dato che i somari, a differenza per esempio dei burattini di legno, sono ben noti per la propria incapacità di galleggiare o sopravvivere in ambiente acquatico. Alcune interpretazioni propendono per l’ipotesi che Vladimir Ilianovic si fosse trasformato in un somaro di sughero, ma non è chiaro perché ricorrere a tali azzardate teorie quando l’abuso di acido lisergico sembra già fornire una spiegazione sufficiente.

[Mi hanno portato da un dottore. Il dottore mi ha chiesto perché non volessi andare a scuola. Gli ho risposto che preferivo stare a parlare con gli animali. Ha suggerito al papà e alla mamma di darmi delle gocce per farmi diventare un bambino buono.]

E’ in questo contesto che viene collocata tradizionalmente una delle sue imprese più degne di nota, ovvero il ritrovamento dell’infelice Geppetto nella pancia di un gigantesco pescecane e la successiva evasione dalla pancia del mostro. I biologi che si sono occupati del caso ritengono tuttavia del tutto improbabile la presenza nel Tirreno di squali delle dimensioni adeguate ad ospitare un uomo vivo nel proprio stomaco, per non parlare degli effetti devastanti che i succhi gastrici del pesce avrebbero avuto sulla salute dell’anziano falegname in caso di una lunga permanenza; le interpretazioni più recenti tendono a supporre che Vladimir Ilianovic abbia scambiato per pescecane una balena, o anche una nave, un container galleggiante, forse la spiaggia stessa, errore comprensibile se consideriamo la breve durata della carriera scolastica del giovane o il suo essere un burattino di legno in preda ad una fottuta allucinazione da LSD. Anche la fuga a bordo di una scatoletta di tonno non manca di suscitare qualche sospetto.

[Da due anni passo le giornate in camera a guardare la tivù o a giocare con il computer. Ubbidisco alla mamma e al papà, faccio i compiti e non mi parla più nessuno. Sono tre giorni che tengo le gocce in bocca e poi le sputo nel lavandino.]

Rimangono tuttora avvolte nel mistero anche le ragioni dell’improvvisa scomparsa di Vladimir Ilianovic, detto “Pinocchio” a causa del verde profondo dei suoi occhi, una volta tornato a casa insieme a Geppetto. E’ risaputo che il giovane aveva espresso il proposito di gettarsi finalmente alle spalle tutte le proprie sconsiderate intemperanze giovanili e passare il resto dell’esistenza accanto al genitore adottivo. Secondo la testimonianza del falegname, Vladimir Ilianovic si sarebbe finalmente trasformato in un bambino in carne ed ossa, evento che non apparirebbe incoerente nella sua bizzarra biografia. Tuttavia, nessuno ebbe in seguito occasione di conoscere questo fantomatico “bambino vero”, mentre il vecchio si sarebbe sempre rifiutato di fornire spiegazioni relativamente alle misteriose tracce rinvenute sul fondo del suo camino e alle urla strazianti udite a centinaia di metri di distanza. Anche il successo ottenuto con la sua successiva invenzione della stufa a pellet, frutto di un’intuizione quanto meno considerata di cattivo gusto, non mancò di seminare qualche inquietante sospetto. Qualunque sia stata l’effettiva sorte del burattino, viene oggi unanimemente considerato molto stupido onorarne la memoria indossando ridicoli pantaloni che arrivano al polpaccio.

[Ho trovato un nuovo grillo sul prato. Di solito fa solo crì, crì, crì. Prima mi ha detto che in fondo al primo cassetto, sotto i maglioni di lana, papà tiene nascosta una pistola. Poi di nuovo crì, crì, crì.]