Riscrittura #8
Pinocchio e il bastone di legno
autore: Cristiano Armati
Questa è la storia di Pinocchio. Cioè, non proprio la storia di Pinocchio, perché chi se ne frega di un pezzo di legno. Ma il fatto è che il burattino si fece bambino. Proprio così: il legno si fece carne. Carne, vene, nervi, sangue. Carne, con tanto di occhi che vedono e mani che toccano e bocca che mangia con gusto e tanto amore ma… di punto in bianco, nessuna che gliela dà.
Ed è proprio questo il problema. Perché Pinocchio era un pezzo di legno, è vero, ma che legno! Un robusto bastone di castagno nodoso completava l’opera di papà Geppetto a garanzia di un’erezione senza incertezze sette giorni su sette.
Pinocchio non sapeva nulla del cantico notturno di un pastore errante dell’Asia. Eppure aveva messo su un giro niente male: casalinghe frustrate, donne in carriera, studentesse vogliose e pure - perché una bocca è una bocca e un culo è un culo - maschi al cento per cento, con i baffi a manubrio e il torace villoso. Tutti buoni amici di Pinocchio e del suo castagno nodoso.
Bei tempi andati… alla resa dei conti che cosa ci aveva guadagnato Pinocchio dalla mutazione?
Perché quando si parla di cazzi c’è poco da fare: piuttosto che moscio è molto meglio un bel cazzo di legno.
La solitudine oppure uno sgabello al bancone del Gambero Rosso Wine Bar. Abbandonato dalle sue amanti, a Pinocchio non resta altra scelta: non è ancora diventato un bambino e già si ritrovava a essere un alcolizzato. Come essere umano, Pinocchio non ha scampo: tempo tre mesi e non riesce più neppure a mettersi seduto per colpa di un grappolo di emorroidi sporgenti e appuntite come stalattiti. Come avere due leoni affamati dentro le mutande.
Quelle emorroidi sembravano insensibili a tutte le preparazioni H del mondo, facevano singhiozzare Pinocchio dal dolore. Poi il telefono squilla e, dopo un lungo periodo di solitudine, dall’altra parte del filo c’è una voce che squilla con il timbro delle grandi occasioni.
«… pronto?».
«Pronto, sei Pinocchio?».
«Sì».
«Ciao Pinocchio, sono Turchina, la fata…».
Turchina, la fata: alta, bella, bionda, seno abbondante, culo rotondo… sembrava curiosa di sapere perché, negli ultimi tempi, Pinocchio non si fosse fatto vedere in giro mai.
«Hai una voce stanca Pinocchio. Che hai fatto?»
«Che vuoi che ho fatto? Sto scoglionato. Mi brucia il culo…».
Pinocchio risponde dopo un penoso silenzio: «No, niente. Ho avuto da studiare».
«Davvero? Bè, preparati ad abbandonare i libri. Abbiamo organizzato una festa. Devi venire».
I raduni delle vecchie glorie si presentano sempre come una questione morale: esserci significa partecipare alla storia… per, Pinocchio, più che altro, si tratta di un modo come un altro per provare a distrarsi da quell’insostenibile prurito.
Alla festa organizzata da Fata Turchina ci sarebbero stati proprio tutti: Mastro Ciliegia, Gatto, Volpe, Mangiafuoco. Carrettiere aveva chiesto e ottenuto dal Paese dei balocchi il permesso di portarsi qualcuno dei suoi ragazzi in vacanza studio e sarebbe stata della partita anche gente che Pinocchio non vedeva da un sacco di tempo, come il vecchio Grillo Parlante o Pescatore Verde. I due carabinieri - dopo averlo arrestato erano diventati amici di Pinocchio - avrebbero partecipato con qualche commilitone e pure Corvi e Conigli erano stati invitati.
Anche Pinocchio sarebbe andato alla festa. Non poteva dire di no a Fata Turchina.
Così sono le feste: musica alta, cartacce che si accumulano agli angoli della stanza, chiazze di cocacola sul pavimento. Per non sporcare, l’evento era stato messo in piedi nella vecchia falegnameria di Geppetto, in pensione da un pezzo.
Quel coglione di Lucignolo ha bevuto troppo, è il primo che si chiude nel cesso a vomitare. Il Gatto e la Volpe sorridono a trentadue denti e si fanno le canne. Dicono di avere pakistano rosso, un fumo speciale, in crema. Lo hanno fatto loro, con la novalgina, il caramello e con un tubetto di lasonil andato a male. Tanto ci sono i carabinieri che ci cascano e lo comprano di sicuro. Infatti i carabinieri fumano e poi, sballati peggio delle scimmie, se ne vanno in giro con gli occhi a lametta a urlare: «Dio mio come sto fatto!».
Geppetto parlotta con Mastro Ciliegia. Se la tira un casino: «Oh! Sapessi che bravo figlio che ho, e pensare che era solo un pezzo di legno da catasta!».
Tutti sembrano felici. Se non lo sono si sforzano finché non lo diventano. Anche Pinocchio vuole essere felice. O almeno smettere di andare in bagno ogni due minuti per grattarsi il culo. Ma non ci riesce. E stare in mezzo a gente che ride, balla e scherza non lo aiuta di certo.
Conigli e Corvi si avventano sui vassoi di tramezzini. Mangiano da fare schifo e devono fino a non capirci più niente. Dopo un po’ sono lì che si tirano addosso il pane dei tramezzini.
Fata Turchina continua a parlare di arte e letteratura. La bretellina calata del suo corpetto di pizzo, evidentemente, le è sfuggita.
Pinocchio se ne accorge ma il suo umore non migliora. In questo momento riesce a pensare soltanto a una cosa: «Questi mi stanno tutti sul cazzo, sono degli infami».
Tutto quello che viene dopo non è altro che la logica conseguenza di una specie di illuminazione.
Nel bel mezzo della festa, Pinocchio si alza dalla sedia su cui è restato immobile tutto il pomeriggio. Ha uno sguardo strano, cattivo, ma nessuno ci fa caso. Finché Pinocchio non arriva allo stereo e stacca la spina, tra le proteste generali.
«Boo! Boo! Musica! Musica! Musica!», si mette a strillare Lucignolo, sempre più ubriaco.
Anche Fata Turchina - ballando esaltava le sue forme facendosi correre le mani lungo i fianchi - ha una grande voglia di muoversi. A Pinocchio fa una carezza e sussurra: «Che ti è preso? Dai, riattacca, vieni a ballare!».
Gli invitati sono sicuri. Lì, in quella festa, deve esserci per forza qualcosa che a Pinocchio piace fare.
«Animo Pinocchio!».
«Ci sta la bella fica Pinocchio!».
«Fatte ‘na canna Pinocchio!».
«Bevici sopra Pinocchio!».
«Guarda Pinocchio!».
«Senti…».
«Prova…».
«Vieni…».
«Ascolta?».
Ma la confusione ci mette un attimo a trasformarsi in gelo quando Pinocchio apre la bocca confondendo bestemmie e insulti tra fragorose risate.
«Ah! Ah! Ah! Stronzi, bastardi, rottinculo. Ah! Ah! Ah! mi state sul cazzo, mi state sul cazzo. Adesso ve la faccio pagare, ah! Ah! Ah!».
Qualcuno non capisce. Carrettiere, per esempio, perde una buona occasione per stare zitto quando commenta: «Pinocchio Pinocchio, non ti è bastato ritrovarti con le orecchie da somaro. Hai sempre voglia di scherzare?».
Pinocchio lo ascolta, si slaccia il giubbetto e, dalla tasca interna, tira fuori una P38 rimediata chissà come e chissà dove. Con un colpo alla guancia di Carrettiere una striscia di sangue disegna una specie di zeta sulla parete della falegnameria di papà Geppetto.
«Boom!».
Un’altra pallottola è più precisa: l’intestino di Carrettiere scoppia facendo piovere sangue dappertutto. Geppetto, terrorizzato, cerca di calmare quella specie di figlio che si ritrova: «Pinocchio, io sono tuo padre, cosa stai facendo? Calmati, io sono il tuo povero, vecchio, stanco padre. Ti ho sempre voluto bene, lo sai no? È per te che mi sono venduto la giacchetta: ti ricordi? L’ho fatto per permetterti di andare a scuola, di studiare…».
«Boom!».
Con un colpo di pistola in mezzo agli occhi gli occhiali di Geppetto vanno in mille pezzi. Come il suo cervello che si spappola per aria e macchia il vestito a Fata Turchina. Lei sviene, Pinocchio ride: «Vecchio coglione egoista, non sei riuscito nemmeno a comprarti l’amore di un pezzo di legno».
Pinocchio delira ma non si è mai sentito determinato come adesso in vita sua. Le emorroidi non gli fanno più male. Sputa per terra e continua a sparare.
«Voi… branco di bastardi».
Secondo Pinocchio tocca ai carabinieri, sarebbero stati loro i prossimi a morire: «Ridevate quel giorno mentre mi trascinavate in caserma, ammanettato come un criminale: me lo ricordo bene come ridevate!».
«Ma no Pinocchio, che dici, noi stavamo solo lavorando!».
«Credici Pinocchio, facevamo solo il nostro dovere».
Capirai. Non serviva altro per fare incazzare ancora di più Pinocchio: «Siete due schifosi servi del potere. Boom! Boom! Boom!».
I cadaveri dei carabinieri in libera uscita si straziano per terra. A nessuno dei presenti viene in mente di aiutare i poveracci feriti a morte o, semplicemente, di provare a scappare. Pinocchio punisce tutti allo stesso modo: «Boom! Boom! Boom! Boom!».
È la volta di Pescatore Verde. Il mostro che si voleva mangiare Pinocchio chiude gli occhi e diventa una cosa. È tutto quello che si può fare con una pallottola in fronte.
Pinocchio deve ricaricare la pistola se vuole continuare a dar voce alla sua rabbia. Chi può impedirglielo?
Fata Turchina è rantolante, Mangiafuoco è terrorizzato (sa che presto toccherà a lui), Grillo Parlante è inerme, Gatto e Volpe se ne stanno appiattiti addosso al muro e con le mani alzate. Lucignolo prova a salvare la pelle: carica Pinocchio a testa bassa ma è sfortunato. Un pugno di Pinocchio sulla nuca, una ginocchiata in faccia, calci ovunque, non resta che pregare.
«Pinocchio, non farai mica sul serio? Andiamo Pinocchio… noi siamo sempre stati amici. Ce la siamo spassata insieme, no?».
Pinocchio ha ancora il cazzo duro tra le mani e la P38 è di nuovo carica. Aggrappandosi al calcio dell’arma, ordina: «Levati i pantaloni stronzo».
«Ma Pinocchio?».
«Sbrigati o ti fotterò da morto».
Lucignolo ubbidisce. In fondo non è certo la prima volta che qualcuno se lo incula. Prima di andare nel Paese dei Balocchi - dove la roba veniva fuori gratis da certi distributori uguali a quelli che con un euro ti danno una palla di plastica con dentro un giocattoletto - Lucignolo si faceva tre grammi al giorno. Se li pagava dando via culo, bocca e tutto quello che gli chiedevano nei cessi della stazione. Il cazzo di Pinocchio entra liscio come il burro. Poi un colpo alla nuca e la tempia destra di Lucignolo si spappola. Pinocchio pronuncia il suo epitaffio: «C’avevi il culo rotto».
Quando Gatto si accorge che Pinocchio lo guarda si tira subito giù i calzoni: «Forse - pensa - un’altra inculata calmerà Pinocchio».
Gatto si sbaglia. Volpe gli è testimone.
«Boom! Boom!».
Due colpi, una striscia di sangue sul muro lasciata dai corpi che scivolavano lenti. Gatto e Volpe hanno finito di rubare, di imbrogliare, di truffare, di spacciare eroina a Lucignolo o a qualcun’altro. Nessuno sarebbe andato a reclamarsi i loro corpi all’obitorio, li avrebbero buttati in un fossa comune, insieme alla mondezza.
Uno scatto di braccia, un’altra persona sotto tiro. Finalmente Pinocchio ha l’occasione per vendicarsi sul serio.
«Allora? Che mi dici vecchio grassone, eh? Cosa vuoi raccontare?».
«Pietà Pinocchio, pietà, farò tutto quello che vuoi Pinocchio, ma non mi sparare, ti prego, non mi sparare…».
«Che c’è, non ti va di crepare, eh? Grazie al cazzo!».
Pinocchio non poteva perdonare la fine che voleva fargli fare Mangiafuoco: «A me nel camino acceso mi ci volevi buttare di corsa, pezzo di merda, e adesso non vuoi crepare, come mai?».
«Tutto quello che vuoi, Pinocchio, faccio tutto quello che vuoi!».
Mangiafuoco il terribile si è pisciato sotto. Piange, suda, trema tutto. La sua vita non vale niente e Pinocchio prova a barattarla con una cosa altrettanto sfuggente.
«Vabbene Mangiafuoco, sarò buono con te».
«Tutto quello che vuoi, Pinocchio».
«Laggiù, prendi quel martello».
«Ma Pinocchio …».
«Il Martello ho detto, prendilo o ti sparo in bocca!».
«Si, Pinocchio, scusa Pinocchio, eccolo, ecco il martello».
«Allora muoviti, daglielo in testa, forte, spaccagli la testa per\dio!»
Il primo colpo di Mangiafuoco non basta neppure a sfondare il cranio della vittima ma solo a farla urlare di dolore. Pinocchio incita a metterci più foga: «Più forte! Dagli più forte!».
Il secondo colpo è buono per un rantolo. Il terzo strappa a malapena un lamento inerte. Al quarto colpo il Grillo Parlante è morto stecchito.
Mangiafuoco resta in piedi, è tutto sporco di sangue e puzza terribilmente, non è più capace di controllare i suoi sfinteri.
«Non mi sparare Pinocchio, faccio tutto quello che vuoi!».
Pinocchio si prende gioco di lui: «Davvero pensi che non ti sparo?».
«Boom! Boom! Boom!».
Se quando Pinocchio era riuscito a scappare dal suo lurido teatrino ambulante a Mangiafuoco era andata male, questa volta gli era andata peggio. Decisamente peggio.
«Finalmente siamo soli bella!».
Pinocchio e Fata Turchina sono gli unici che respirano ancora dentro quella stanza. Fata Turchina, con la voce dolce, gioca la sua ultima carta: «Pinocchio, io…».
«Dimmi Fata».
«Io ho sempre desiderato di restare sola con te».
«Non dire stronzate!»
«No Pinocchio! È la verità! Finalmente siamo soli: fuggiamo insieme, scappiamo!».
Pinocchio comincia ad ansimare. Fata Turchina ci sa fare. Si avvicina sempre di più a Pinocchio, gli mette una mano sui jeans, gli tira giù la cerniera lampo, accosta la lingua alla cappella rossa del suo uccello.
«Ma certo, questa è la tua specialità!».
La bocca di Fata Turchina, comincia a viaggiare su e giù, lentamente. La P38 finisce in un angolo. Il pizzo del suo corpetto si squarcia. È il trionfo delle sue grandi tette e del suo bel culo. Gli occhi di Pinocchio guardano tutto, le sue mani esplorano ogni dove. Fata Turchina supplica: «Scopami Pinocchio! Scopami!».
Pinocchio si strappa i vestiti da dosso. Pochi secondi ed è dentro la sua Fata: «Sì, sì, sì… mi fai impazzire Pinocchio! Sì! Sì! Ancora! Sì! Mi fai impazzire!».
Pinocchio se ne viene in un fiume bianco e violento che si spegne sul viso di Fata Turchina in quattro o cinque fiotti violenti. Lei è ancora più bella con quel trucco bianco che le cola sulle labbra e dal naso.
«È stato bellissimo Pinocchio! Voglio essere ancora tua, per sempre tua!».
«Boom! Boom! Boom!».
Pinocchio spara sul seno di Fata. Palloncini pieni di acqua colorata che esplodono quando i bambini se li tirano addosso in estate. Poi è la volta del suo sesso, mitragliato fino a diventare una fossa sanguinolenta dove Pinocchio seppellisce la sua pistola. Pinocchio ancora le parla, anche se lei non sente: «Bugiarda, hai fatto finta di godere, avevi solo paura di morire».
Ammazzata Fata Turchina Pinocchio non ha più nulla da fare, non vuole fare nulla. Pensa di rivestirsi. È in questo momento che si accorge del cambiamento. Si guarda le mani: sono dure e disarticolate; le gambe sono rigide e i piedi piatti. Al posto del cazzo, un bastone nodoso di legno.
Con uno sforzo enorme Pinocchio raggiunge lo sgabuzzino e apre la porta. Ecco i vestitini di carta da zucchero, ecco il berretto di mollica di pane, ecco la vecchia giacchetta. Riesce ad indossare tutto e perfino ad arrampicarsi sul bancone da lavoro di fu Mastro Geppetto.
Ormai non vede più, non sente più. È come una pietra. È come un pezzo di legno. È di nuovo un burattino: è Pinocchio.
Il giorno dopo i giornali di tutta la nazione titolano a dodici colonne: «Orrenda strage del mostro di Collodi».
Due giorni dopo i carabinieri arrestano un osceno vecchietto abituato a violentare le figlie e a sbirciare le coppiette appartate in campagna.
Tre giorni dopo un burattino di legno di castagno va a finire sui banconi di un robivecchi.
Viene venduto in fretta per via della precisione che l’artigiano ha messo nella riproduzione dei particolari anatomici.
Di emorroidi nemmeno l’ombra.