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Archivio per Luglio, 2007

Mamma, tu non lo sai

Riscrittura #11

Pedagogia da discount

autore: emisola

- Non dire bugie o ti crescerà il naso.

- Ascolta la voce della tua coscienza, non schiacciare il tuo Grillo Parlante come uno scarafaggio.

- Fa’ attenzione, il mondo è pieno di Gatti e di Volpi.

Questo resta di Pinocchio, solo questo, tante frasi fatte, tanti luoghi comuni.

Mamma, io non ho mai detto bugie non perché credevo alla storiella del naso allungabile, ma perché non ne sono mai stata capace, se solo ci provavo c’era quel rossore diffuso sulle guance, quella voce inceppata a tradirmi, a tradire la grossa grassa bugia sulle mie labbra.
Mamma, io non ho mai detto bugie, ma ho imparato a tacere.
Mamma, crescendo nei miei silenzi mi sono scoperta vivere dentro la Grossa Grassa Bugia di questo mondo.

Mamma, i grilli li ascolto gridare giù nel fossato umido nelle notti d’estate, li ascolto da quando ero alta qualche pollice e nemmeno arrivavo al bancone del bar sul litorale dove vendevano quelle caramelle gommose. I grilli li ascolto senza capire la loro lingua, senza decifrare i loro messaggi criptati. A volte mi sembra facciano solo un gran baccano. A volte, invece, muovendo le mie labbra al ritmo delle loro gole recito Mallarmé: “Le grillon a une voix ‘une’, non décomposable en matière et en esprit, il est ‘la voix sacrée de la terre ingénue’ et cela parce que son cri n?est pas penetré du neant des mots”. *
Gli scarafaggi non li ho mai schiacciati per rispetto, per la fascinazione e l’attrazione che suscitano in me.
Mamma, tu non lo sai - tu non sai così tante cose… - ma uno scarafaggio può vivere anche nove giorni senza testa. Amputa la testa ad uno scarafaggio e lui sopravviverà cieco. Questo mi fa amare gli scarafaggi, questo per anni mi ha fatto desiderare di essere uno scarafaggio.

Un Gatto è un Gatto. Una Volpe è una Volpe.
Lo so, Mamma, le favole sono fatte di metafore, sono venate di allegorie, ma io mi fermo alla lettera, lascia che io recuperi fra tutti i sovrasensi solo il senso letterale. Che io spogli il tuo corpo invecchiato da tutte le sue rughe, la tua bocca da tutti i suoi luoghi comuni stantii.
Un Gatto è un Gatto, è un batuffolo di pelo in cui spesso ho affondato le mani per trovare sollievo, è artigli che spesso si sono aggrappati alla mia pelle per gioco, per dispetto, per rabbia, per tutte le volte che trascinavo il gioco, per tutte le volte che, sfibrata, lo annoiavo.
Una Volpe è una Volpe, un animale buffo, con buffe orecchie e una buffa coda. I libri rigurgitan di volpi parlanti, c’è quella del Piccolo Principe dalla vocina flebile, c’è quella delle favole di Esopo o forse era Fedro, c’è la renarde di Char che è un senhal di Donna.
Io non ho mai visto una Volpe, l’ho sempre guardata su alcuni libri illustrati.
Madre, un giorno vorrei incontrarla una Volpe sul mio sentiero.

* “Il grillo ha una voce ‘intera’, non scomponibile in materia e in spirito, è ‘la voce sacra della terra ingenua’ e questo perché il suo grido non è penetrato dal nulla delle parole.”

Il tuo 5% in loop

Riscrittura #10

Fast Forwarding Pinocchio

autore: Caino

“Legami che tanto spacco tutto lo stesso”

Tutte queste migliaia di volte che non sono servite a niente, non sono più da secoli “C’era una volta.”
Se guardi il mio naso, sai che ti sto dicendo la verità.
Se questa videocassetta sta per ricominciare, potresti uscire dal reparto ‘Videocassette per Bambini’, sgambettare dritto in ‘Video per Adulti’. Dovresti girare a destra, di fronte al commesso che ti ha fatto l’occhiolino appena siete entrati, poco prima di fissare le gambe di chi ti ha accompagnato.
Quel commesso si chiama “Duncan”.
Il vero nome del reparto in cui ti trovi ora, colonne ripiene di DVD e VHS di cartoni animati, era ‘Intrattenimento per le Progenie di Madri Fedifraghe.’
Non ‘Videocassette per Bambini’.
Poi il capo reparto è stato denunciato da una madre cattolica praticante.
Guarda il mio naso, piccolo, e questa è la verità.
Questo che è l’ultimo giorno della settimana, tu potevi dormire fino a tardi perché oggi non vai a scuola, ma tua madre sta tenendo in mano questa custodia e ti sta dicendo: “Non trovi sia spiritoso?”
Dice: “Hai mai visto una volpe parlare con un gatto? Hai mai visto che un burattino possa diventare di carne e ossa? Hai già visto Pinocchio?”
Tu ascolti, e magari ieri ti eri fatto la tua prima sega. Per quanto è attenta tua madre, potresti aver iniziato a trovare più divertente la masturbazione che le favole.
Dovresti dirle: “In fondo a destra, passato il commesso “Duncan”, reparto ‘Video per Adulti’.
E per quanto sei grande tu, adesso, potresti essere mio padre. Io sono nato con una sega. E tra tutte le bobine della mia storia, tutti i capitoli dei DVD, il multinangolo, il widescreen, il dolby surround, le versioni postmoderne, nessuno ha mai detto: “Ma tuo padre Geppetto, quella sera, non poteva farsi una sega?”
Sul mio naso, ora, non ci starebbe neppure un colibrì rachitico, per quanto è vera questa storia.
Tua madre insiste e dice: “Secondo me Pinocchio è una grandissima fiaba”, mentre tu sei ancora qui, in questo supermercato, a farti convincere se comprare la VHS della mia vita.
Quello al centro della copertina, guance rosse, pantaloncini corti marroni sul ginocchio, bretelle da frocetto, nasino piccolo a punta, quello sono io.
Sono Pinocchio, e ti sto parlando.
Tua madre tiene in mano la mia faccia e ha gli occhi sull’altra mano, quella che tiene un paio di calze a rete di zucchero.
Come se qualcuno dovesse mangiarle le gambe.
Come se potesse essere dolce, per davvero.
Il mio naso è sempre uguale perché non ti ho raccontato neppure una stronzata. Non ancora.
Se questa videocassetta sta per cominciare, io ne ho già le palle piene.
C’è solo una cosa che puoi imparare dalla mia storia. Quello che vorrai essere nella vita probabilmente non lo sarai. Oppure lo sarai soltanto per pochi avvolgimenti. Sarai di legno per un tempo proporzionale al novantacinque per cento della tua vita. E il cinque per cento lo salterai per un incidente, per una macchina che sbanda, per un alce in mezzo alla strada, per un tumore.
Perché salterà la corrente all’ospedale e il tuo respiratore si fermerà.
Tua madre, che ora sbuffa e ti sta implorando di andare, stasera ti dirà: “Sentilo a volume alto, il dvd di Pinocchio, almeno ti godrai il full immersion della qualità digitale, vivrai meglio i colori?”
I colori non c’entrano nulla con l’audio. Ma lei ti dirà: “Se lo tieni abbastanza alto, non sentirai nient’altro”.
E così non sentirai quelle vocine, quei “gemiti”, e non sentirai tua madre con tuo zio, o con il vicino di casa. Magari tutti e tre spariranno sotto la voce di Geppetto, mentre godono.
Se guardi il mio naso, sai che ti sto dicendo la verità.
Trattieni quelle lacrime. Fammi questo favore.
Perché nella mia storia c’è una balena che continua a vomitarmi.
Un insetto che continua a parlarmi.
Una volpe e un gatto, un bambino di nome “Lucignolo”, che continuano a consigliarmi.
Tutte queste migliaia di volte, ti dico che non sono servite a nulla.
Faccio sempre gli stessi errori.
Dimmi “C’era una volta”, e io scoppio a ridere.
In fondo io sto peggio.
La mia storia è stata riprodotta in serial, in film, in cartoni animati, in rappresentazioni teatrali, in musical, in recite scolastiche, e il mio naso è finito in qualsiasi orifizio di un corpo umano.
Occhi-orecchie-naso-fiche-culi.
Ma questa storia non vuole sapere di consumarsi, di smagnetizzarsi da tutte le bobine che la raccontano.
“C’era una volta” sempre, ogni volta. E’ immortalità.
E tua madre, al supermercato, ti sta ancora dicendo: “Ok, allora decido io. Prendiamo questa?”.
Se adesso sei di nuovo a casa, tua madre è scappata al piano di sopra con un uomo che non hai mai visto, se lei ti ha strappato di mano il telecomando e ha messo il volume al massimo, allora la mia storia sta per srotolarsi.
Ma ti dico io come inizia.
E come va a finire.
Solo che tu dovresti farmi il favore di guardare gli ultimi cinque minuti di questa videocassetta, metterli in loop, e per farmi essere quel bambino che ho desiderato diventare per due milioni di volte, in tutte le salse.
Qualcuno mi ha rappresentato come uno zombie. Qualcuno come un killer.
Qualcuno ha pensato che io sarei una metafora di insegnamento.
Tu invece puoi fare questa bella cosa: metti in loop il mio cinque per cento di vita realizzata e non farmi partire da capo.
Permettimi di essere in anticipo e per più tempo quello che diventerò comunque.
Invece che sperare nel 5% di vita che sarà il tuo successo, invece di rincorrere qualcosa, dovresti aiutare a realizzare il sogno di qualcun altro.
In fondo, sai che tra i noi due io sono l’unico che avvererà sicuramente il proprio desiderio.
Questo, succede ogni volta che rivivo la mia storia.
Ogni volta è il Mio Gran Finale.
Ogni volta divento un Bambino. E il pubblico piange. Padri compresi.
Ogni volta non spero più. Faccio finta. Tanto sarò un bambino, comunque. Sempre.
Puoi chiamarlo “destino”.
Oppure “tasto play”.
Tu spera pure nel cinque per cento di vita in cui potenzialmente potresti realizzare ogni speranza. Forse morirai prima, forse fallirai e il tuo cinque per cento sarà peggiore di tutto il resto.
Questo perché tu non sei Pinocchio.
Non sei un pezzo di legno marcio. Non sei il parente di una barca che affonda, di una chitarra sfasciata su un palco, non sei il parente di una cagata di tarlo.
Tu non vivi una storia dettata, nata per l’happy ending strappalacrime.
Se guardi il mio naso sai che sto dicendo la verità.
Io non posso fallire.
Io realizzo sempre il mio desiderio.
Il mio naso è sempre piccolo uguale a prima.
O forse non cresce perché sono Lucignolo e queste sono solo cazzate.

Scambi a freddo

Riscrittura #9

La consegna

autore: Giancarmine Di Matola

Io credo alle fiabe, alle favole e a tutte le storie, deve essere per forza così visto che le stramaledico tutti giorni; e anche questa volta non fa eccezione.
Io sono Pinocchio, e la mia follia sta tutta nel mio nome.
La sveglia digitale che suona alle quattro del mattino ha qualcosa di sinistro, forse è colpa delle cifre che proietta sulla parete, sembrano ragni mostruosi in attesa di saltarmi addosso.
Mi alzo e vado in bagno ma è sempre troppo presto per capirci qualcosa.
Con le braccia tese sul lavandino mi scruto allo specchio la faccia dura e legnosa, le spaccature e le cicatrici sono profonde crepe che arrivano fino in fondo alL’animo.
Il nasone e il cappellaccio a punta hanno perso il loro fascino simpatico e scanzonato.
Anche la Fata Turchina s’è svegliata, anche lei è orribile a vedersi. Entra nel bagno e si siede sul bidet per pisciare, nel frattempo si accende una sigaretta. La puzza di fumo, urina e mestruo è insopportabile, poi spegne la sigaretta nell’assorbente impregnato di sangue e umori maleodoranti, lo avvolge e lo butta nel cesso intasandolo.
Anche lei ha perso il suo fascino magico e incantato.
Mi vesto alla buona e senza pensarci, di mattina presto eseguo solo ordini dettati da altri, questo mi permette di non pensare al lavoro e alle cose che faccio: un po’ come un cane che si morde la coda, solo che un burattino non ha coda. Il letto di Geppetto è ancora vuoto, e tempo che esca per sistemare le cose. In strada è ancora buio. Prendo l’auto, una qualsiasi, la forzo e vado all’appuntamento. La proprietà non mi interressa, io sono per la condivisone di cose, affetti e sentimenti, ai tempi delle fiabe era così ma al giorno d’oggi nessuno riesce più a reggerlo. La società ci ha sostituito con modelli inarrivabili, l’unica cosa che riusciamo a condividere sono solo le frustrazioni e i fallimenti. Percorro strade poco illuminate fino al mio lavoro, dove ad attendermi c’è il capo in persona: Mangiafuoco.
Oggi consegna speciale, perciò dovrò essere veloce e discreto. Parcheggio l’auto davanti al “Garage dei burattini“. L’autoparco è ancora chiuso, batto forte il pugno sul portone e dopo un po’ mi aprono il Gatto e la Volpe.

Pinocchio, sei in ritardo!” mi dicono all’unisono come due pappagalli ammaestrati, più che scagnozzi sembrano due rappresentanti di commercio.
Anche loro hanno perso il loro fascino malizioso e disonesto.

“Non sono in ritardo perciò andate a farvi fottere!” i due si eclissano mentre avanzo nel buio più assoluto, in mezzo al piazzale c’è una grossa limousine nera, al volante qualcuno sta fumando una sigaretta. La portiera si apre e la punta incandescente compie una parabola ellittica fino al pavimento di gres, la sua mole è impressionante e fa fatica a scendere, poi mi acceca con la luce di una torcia elettrica.

Pinocchio, sei in ritardo!” mi fa Mangiafuoco teso come una corda, la camicia e bagnata ed è sudato da far schifo, come sempre in queste occasioni.
Anche lui ha perso il suo fascino pauroso e inquietante.
“Non sono in ritardo perciò vaffanculo!” gli ribatto a muso duro, ma so che lo dice solo per fare scena, per mantenere alta la tensione.

“Il percorso è memorizzato nel navigatore satellitare, quando arrivi a destinazione consegna il pacco e vai via” dice scandendo le parole una per una. Io annuisco e mi metto al volante.
Il navigatore inizia a dettarmi le prime istruzioni mentre imbocco lo svincolo autostradale:

“percorrere l’autostrada per cinquanta chilometri”
“percorrere l?autostrada per venti chilometri”
“uscire allo svincolo e girare a destra”
“percorrere la statale per dieci chilometri

Per non pensare a ciò che faccio seguo istruzioni dettate da altri, anche quelle di un navigatore dall’irritante voce del Grillo Parlante.
Al buio la campagna toscana fa ancora più paura, sembra un immenso tappeto di moquette dove vengono seppellite le azione più riprovevoli e malvagie. Come la polvere nascosta sotto il tappeto. La strada sale su per una collina piena di ville fantastiche, dopo un po’ il navigatore dice di fermarmi davanti a quella che sembra la più grande e bella. Abbasso il finestrino vicino ad un citofono pieno di interni. Ne digito uno a caso. Un faro alogeno mi illumina, permettendo ad una telecamera a circuito chiuso di riconoscermi, poi il lungo silenzio viene rotto dall’apertura dell’enorme cancello in ferro battuto. La targa in bronzo posta in alto si spezza in due, la frase incisa in corsivo è ancora ben visibile.
“Benvenuti a Villa Balocchi“.
Attraverso un lungo viale alberato fino allo spiazzo antistante la villa in stile coloniale. Una finestra al primo piano si illumina e una figura in vestaglia mi fa un cenno con la mano, io lampeggio due volte con gli abbaglianti. Scendo dall’auto e apro il bagagliaio, la luce di cortesia mi rivela il suo contenuto.
Dall’interno prelevo il pacco: una ragazzo completamente nudo e ammanettato, imbavagliato e avvolto in un sacco di plastica trasparente, chiusa da una cerniera che lo percorre in senso verticale. Il lunghi capelli tinti di biondo, il rossetto sbavato sulle labbra e il rimmel sciolto sugli occhi non m’ingannano: anche conciato così riesco a riconoscerlo. E’ Lucignolo; il complice di tutte le mie malefatte, l’unico vero amico che abbia mai avuto.
Anche lui ha perso il suo fascino sfrontato e sfacciato.
Mi carico il fagotto sulle spalle fino alla porta principale, lo zerbino di velluto rosso mi dà un sinistro benvenuto. La porta di legno massello è socchiusa. Entro; e nella penombra del salone d’ingresso scarico il pacco sul grande tappeto persiano. In cima alla scalinata di marmo di Carrara Il Padrone del Carro annuisce soddisfatto. Con la mano destra si stringe la preziosa vestaglia di seta mentre con l’altra sorseggia del bourbon da un bicchiere di cristallo.
Più che maniaco depravato sembra un dandy capitato li per caso.
Anche Il Padrone del Carro ha perso il suo fascino cattivo e maligno.
In un angolo del salone sento dei lamenti strozzati in gola, mi avvicino e ci trovo Geppetto. Ha la faccia tumefatta e ferite lacero-contuse su tutto il corpo, forse anche fratture e bruciature.
Anche lui ha perso il suo fascino bonario e rassicurante.
Da quando Lucignolo lo ha lasciato Il Padrone del Carro è impazzito dalla rabbia. Un giorno mi ha chiesto di riportaglielo e per convincermi ha fatto rapire e torturare Geppetto, così ho tradito l’unica persona che mi abbia trattato come un bambino vero. Ora lo rimando tra le braccia di quell’infame aguzzino.
Mi chiedo se ne vale la pena.
Mi chiedo se riuscirò a sopportarlo.
Carico Geppetto sulle spalle e prima di andare via do un ultimo sguardo a Lucignolo, che all’interno del sacco ansima gonfiando e sgonfiando la plastica. Questo lavoro non ha niente di normale: ho bisogno di istruzioni, di qualcuno o qualcosa che mi dica cosa fare e che non mi faccia pensare.
Per fortuna in auto il navigatore satellitare fa sentire la voce del Grillo Parlante.
Il ritorno all’autoparco è veloce, ci metto sempre meno dell’andata, come se scaricare la merce rendesse l’auto leggera e sollevata da angosce, ma questo a me non succede mai. Geppetto è sul divano posteriore che dorme un sonno pieno di incubi. Nell’autoparco non c’è nessuno, probabilmente Mangiafuoco è già al corrente di tutto ed è andato a dormire tranquillo. Parcheggio la limousine, prendo Geppetto e vado via.
Ormai albeggia, l’auto che ho preso per andare al lavoro non c’è più, forse è stata rubata o forse sono io che non riesco a trovarla, ne forzo un’altra e torniamo a casa. La Fata Turchina è nel letto che guarda televendite di medicinali antidepressivi, la cenere della sigaretta accesa cade sulle lenzuola sporche lasciando piccoli crateri.
Metto Geppetto nel suo letto.
Ho il dubbio che in questa casa non ci sia mai stato un bambino, e nemmeno un burattino, credo che sia solo il frutto di una allucinazione collettiva. Mi spoglio e mi metto al letto avvolgendomi nella pesante coperta, perché quando ritorno dal lavoro ho sempre freddo.
Tanto freddo.

P38.occhio

Riscrittura #8

Pinocchio e il bastone di legno

autore: Cristiano Armati

Questa è la storia di Pinocchio. Cioè, non proprio la storia di Pinocchio, perché chi se ne frega di un pezzo di legno. Ma il fatto è che il burattino si fece bambino. Proprio così: il legno si fece carne. Carne, vene, nervi, sangue. Carne, con tanto di occhi che vedono e mani che toccano e bocca che mangia con gusto e tanto amore ma… di punto in bianco, nessuna che gliela dà.
Ed è proprio questo il problema. Perché Pinocchio era un pezzo di legno, è vero, ma che legno! Un robusto bastone di castagno nodoso completava l’opera di papà Geppetto a garanzia di un’erezione senza incertezze sette giorni su sette.
Pinocchio non sapeva nulla del cantico notturno di un pastore errante dell’Asia. Eppure aveva messo su un giro niente male: casalinghe frustrate, donne in carriera, studentesse vogliose e pure - perché una bocca è una bocca e un culo è un culo - maschi al cento per cento, con i baffi a manubrio e il torace villoso. Tutti buoni amici di Pinocchio e del suo castagno nodoso.
Bei tempi andati… alla resa dei conti che cosa ci aveva guadagnato Pinocchio dalla mutazione?
Perché quando si parla di cazzi c’è poco da fare: piuttosto che moscio è molto meglio un bel cazzo di legno.

La solitudine oppure uno sgabello al bancone del Gambero Rosso Wine Bar. Abbandonato dalle sue amanti, a Pinocchio non resta altra scelta: non è ancora diventato un bambino e già si ritrovava a essere un alcolizzato. Come essere umano, Pinocchio non ha scampo: tempo tre mesi e non riesce più neppure a mettersi seduto per colpa di un grappolo di emorroidi sporgenti e appuntite come stalattiti. Come avere due leoni affamati dentro le mutande.

Quelle emorroidi sembravano insensibili a tutte le preparazioni H del mondo, facevano singhiozzare Pinocchio dal dolore. Poi il telefono squilla e, dopo un lungo periodo di solitudine, dall’altra parte del filo c’è una voce che squilla con il timbro delle grandi occasioni.
«… pronto?».
«Pronto, sei Pinocchio?».
«Sì».
«Ciao Pinocchio, sono Turchina, la fata…».
Turchina, la fata: alta, bella, bionda, seno abbondante, culo rotondo… sembrava curiosa di sapere perché, negli ultimi tempi, Pinocchio non si fosse fatto vedere in giro mai.
«Hai una voce stanca Pinocchio. Che hai fatto?»
«Che vuoi che ho fatto? Sto scoglionato. Mi brucia il culo…».
Pinocchio risponde dopo un penoso silenzio: «No, niente. Ho avuto da studiare».
«Davvero? Bè, preparati ad abbandonare i libri. Abbiamo organizzato una festa. Devi venire».
I raduni delle vecchie glorie si presentano sempre come una questione morale: esserci significa partecipare alla storia… per, Pinocchio, più che altro, si tratta di un modo come un altro per provare a distrarsi da quell’insostenibile prurito.

Alla festa organizzata da Fata Turchina ci sarebbero stati proprio tutti: Mastro Ciliegia, Gatto, Volpe, Mangiafuoco. Carrettiere aveva chiesto e ottenuto dal Paese dei balocchi il permesso di portarsi qualcuno dei suoi ragazzi in vacanza studio e sarebbe stata della partita anche gente che Pinocchio non vedeva da un sacco di tempo, come il vecchio Grillo Parlante o Pescatore Verde. I due carabinieri - dopo averlo arrestato erano diventati amici di Pinocchio - avrebbero partecipato con qualche commilitone e pure Corvi e Conigli erano stati invitati.
Anche Pinocchio sarebbe andato alla festa. Non poteva dire di no a Fata Turchina.

Così sono le feste: musica alta, cartacce che si accumulano agli angoli della stanza, chiazze di cocacola sul pavimento. Per non sporcare, l’evento era stato messo in piedi nella vecchia falegnameria di Geppetto, in pensione da un pezzo.
Quel coglione di Lucignolo ha bevuto troppo, è il primo che si chiude nel cesso a vomitare. Il Gatto e la Volpe sorridono a trentadue denti e si fanno le canne. Dicono di avere pakistano rosso, un fumo speciale, in crema. Lo hanno fatto loro, con la novalgina, il caramello e con un tubetto di lasonil andato a male. Tanto ci sono i carabinieri che ci cascano e lo comprano di sicuro. Infatti i carabinieri fumano e poi, sballati peggio delle scimmie, se ne vanno in giro con gli occhi a lametta a urlare: «Dio mio come sto fatto!».
Geppetto parlotta con Mastro Ciliegia. Se la tira un casino: «Oh! Sapessi che bravo figlio che ho, e pensare che era solo un pezzo di legno da catasta!».
Tutti sembrano felici. Se non lo sono si sforzano finché non lo diventano. Anche Pinocchio vuole essere felice. O almeno smettere di andare in bagno ogni due minuti per grattarsi il culo. Ma non ci riesce. E stare in mezzo a gente che ride, balla e scherza non lo aiuta di certo.

Conigli e Corvi si avventano sui vassoi di tramezzini. Mangiano da fare schifo e devono fino a non capirci più niente. Dopo un po’ sono lì che si tirano addosso il pane dei tramezzini.
Fata Turchina continua a parlare di arte e letteratura. La bretellina calata del suo corpetto di pizzo, evidentemente, le è sfuggita.
Pinocchio se ne accorge ma il suo umore non migliora. In questo momento riesce a pensare soltanto a una cosa: «Questi mi stanno tutti sul cazzo, sono degli infami».
Tutto quello che viene dopo non è altro che la logica conseguenza di una specie di illuminazione.

Nel bel mezzo della festa, Pinocchio si alza dalla sedia su cui è restato immobile tutto il pomeriggio. Ha uno sguardo strano, cattivo, ma nessuno ci fa caso. Finché Pinocchio non arriva allo stereo e stacca la spina, tra le proteste generali.
«Boo! Boo! Musica! Musica! Musica!», si mette a strillare Lucignolo, sempre più ubriaco.
Anche Fata Turchina - ballando esaltava le sue forme facendosi correre le mani lungo i fianchi - ha una grande voglia di muoversi. A Pinocchio fa una carezza e sussurra: «Che ti è preso? Dai, riattacca, vieni a ballare!».
Gli invitati sono sicuri. Lì, in quella festa, deve esserci per forza qualcosa che a Pinocchio piace fare.
«Animo Pinocchio!».
«Ci sta la bella fica Pinocchio!».
«Fatte ‘na canna Pinocchio!».
«Bevici sopra Pinocchio!».
«Guarda Pinocchio!».
«Senti…».
«Prova…».
«Vieni…».
«Ascolta?».
Ma la confusione ci mette un attimo a trasformarsi in gelo quando Pinocchio apre la bocca confondendo bestemmie e insulti tra fragorose risate.
«Ah! Ah! Ah! Stronzi, bastardi, rottinculo. Ah! Ah! Ah! mi state sul cazzo, mi state sul cazzo. Adesso ve la faccio pagare, ah! Ah! Ah!».
Qualcuno non capisce. Carrettiere, per esempio, perde una buona occasione per stare zitto quando commenta: «Pinocchio Pinocchio, non ti è bastato ritrovarti con le orecchie da somaro. Hai sempre voglia di scherzare?».
Pinocchio lo ascolta, si slaccia il giubbetto e, dalla tasca interna, tira fuori una P38 rimediata chissà come e chissà dove. Con un colpo alla guancia di Carrettiere una striscia di sangue disegna una specie di zeta sulla parete della falegnameria di papà Geppetto.
«Boom!».
Un’altra pallottola è più precisa: l’intestino di Carrettiere scoppia facendo piovere sangue dappertutto. Geppetto, terrorizzato, cerca di calmare quella specie di figlio che si ritrova: «Pinocchio, io sono tuo padre, cosa stai facendo? Calmati, io sono il tuo povero, vecchio, stanco padre. Ti ho sempre voluto bene, lo sai no? È per te che mi sono venduto la giacchetta: ti ricordi? L’ho fatto per permetterti di andare a scuola, di studiare…».
«Boom!».
Con un colpo di pistola in mezzo agli occhi gli occhiali di Geppetto vanno in mille pezzi. Come il suo cervello che si spappola per aria e macchia il vestito a Fata Turchina. Lei sviene, Pinocchio ride: «Vecchio coglione egoista, non sei riuscito nemmeno a comprarti l’amore di un pezzo di legno».
Pinocchio delira ma non si è mai sentito determinato come adesso in vita sua. Le emorroidi non gli fanno più male. Sputa per terra e continua a sparare.
«Voi… branco di bastardi».
Secondo Pinocchio tocca ai carabinieri, sarebbero stati loro i prossimi a morire: «Ridevate quel giorno mentre mi trascinavate in caserma, ammanettato come un criminale: me lo ricordo bene come ridevate!».
«Ma no Pinocchio, che dici, noi stavamo solo lavorando!».
«Credici Pinocchio, facevamo solo il nostro dovere».
Capirai. Non serviva altro per fare incazzare ancora di più Pinocchio: «Siete due schifosi servi del potere. Boom! Boom! Boom!».
I cadaveri dei carabinieri in libera uscita si straziano per terra. A nessuno dei presenti viene in mente di aiutare i poveracci feriti a morte o, semplicemente, di provare a scappare. Pinocchio punisce tutti allo stesso modo: «Boom! Boom! Boom! Boom!».
È la volta di Pescatore Verde. Il mostro che si voleva mangiare Pinocchio chiude gli occhi e diventa una cosa. È tutto quello che si può fare con una pallottola in fronte.

Pinocchio deve ricaricare la pistola se vuole continuare a dar voce alla sua rabbia. Chi può impedirglielo?
Fata Turchina è rantolante, Mangiafuoco è terrorizzato (sa che presto toccherà a lui), Grillo Parlante è inerme, Gatto e Volpe se ne stanno appiattiti addosso al muro e con le mani alzate. Lucignolo prova a salvare la pelle: carica Pinocchio a testa bassa ma è sfortunato. Un pugno di Pinocchio sulla nuca, una ginocchiata in faccia, calci ovunque, non resta che pregare.
«Pinocchio, non farai mica sul serio? Andiamo Pinocchio… noi siamo sempre stati amici. Ce la siamo spassata insieme, no?».
Pinocchio ha ancora il cazzo duro tra le mani e la P38 è di nuovo carica. Aggrappandosi al calcio dell’arma, ordina: «Levati i pantaloni stronzo».
«Ma Pinocchio?».
«Sbrigati o ti fotterò da morto».
Lucignolo ubbidisce. In fondo non è certo la prima volta che qualcuno se lo incula. Prima di andare nel Paese dei Balocchi - dove la roba veniva fuori gratis da certi distributori uguali a quelli che con un euro ti danno una palla di plastica con dentro un giocattoletto - Lucignolo si faceva tre grammi al giorno. Se li pagava dando via culo, bocca e tutto quello che gli chiedevano nei cessi della stazione. Il cazzo di Pinocchio entra liscio come il burro. Poi un colpo alla nuca e la tempia destra di Lucignolo si spappola. Pinocchio pronuncia il suo epitaffio: «C’avevi il culo rotto».

Quando Gatto si accorge che Pinocchio lo guarda si tira subito giù i calzoni: «Forse - pensa - un’altra inculata calmerà Pinocchio».
Gatto si sbaglia. Volpe gli è testimone.
«Boom! Boom!».
Due colpi, una striscia di sangue sul muro lasciata dai corpi che scivolavano lenti. Gatto e Volpe hanno finito di rubare, di imbrogliare, di truffare, di spacciare eroina a Lucignolo o a qualcun’altro. Nessuno sarebbe andato a reclamarsi i loro corpi all’obitorio, li avrebbero buttati in un fossa comune, insieme alla mondezza.
Uno scatto di braccia, un’altra persona sotto tiro. Finalmente Pinocchio ha l’occasione per vendicarsi sul serio.
«Allora? Che mi dici vecchio grassone, eh? Cosa vuoi raccontare?».
«Pietà Pinocchio, pietà, farò tutto quello che vuoi Pinocchio, ma non mi sparare, ti prego, non mi sparare…».
«Che c’è, non ti va di crepare, eh? Grazie al cazzo!».
Pinocchio non poteva perdonare la fine che voleva fargli fare Mangiafuoco: «A me nel camino acceso mi ci volevi buttare di corsa, pezzo di merda, e adesso non vuoi crepare, come mai?».
«Tutto quello che vuoi, Pinocchio, faccio tutto quello che vuoi!».
Mangiafuoco il terribile si è pisciato sotto. Piange, suda, trema tutto. La sua vita non vale niente e Pinocchio prova a barattarla con una cosa altrettanto sfuggente.
«Vabbene Mangiafuoco, sarò buono con te».
«Tutto quello che vuoi, Pinocchio».
«Laggiù, prendi quel martello».
«Ma Pinocchio …».
«Il Martello ho detto, prendilo o ti sparo in bocca!».
«Si, Pinocchio, scusa Pinocchio, eccolo, ecco il martello».
«Allora muoviti, daglielo in testa, forte, spaccagli la testa per\dio!»
Il primo colpo di Mangiafuoco non basta neppure a sfondare il cranio della vittima ma solo a farla urlare di dolore. Pinocchio incita a metterci più foga: «Più forte! Dagli più forte!».
Il secondo colpo è buono per un rantolo. Il terzo strappa a malapena un lamento inerte. Al quarto colpo il Grillo Parlante è morto stecchito.
Mangiafuoco resta in piedi, è tutto sporco di sangue e puzza terribilmente, non è più capace di controllare i suoi sfinteri.
«Non mi sparare Pinocchio, faccio tutto quello che vuoi!».
Pinocchio si prende gioco di lui: «Davvero pensi che non ti sparo?».
«Boom! Boom! Boom!».
Se quando Pinocchio era riuscito a scappare dal suo lurido teatrino ambulante a Mangiafuoco era andata male, questa volta gli era andata peggio. Decisamente peggio.

«Finalmente siamo soli bella!».
Pinocchio e Fata Turchina sono gli unici che respirano ancora dentro quella stanza. Fata Turchina, con la voce dolce, gioca la sua ultima carta: «Pinocchio, io…».
«Dimmi Fata».
«Io ho sempre desiderato di restare sola con te».
«Non dire stronzate!»
«No Pinocchio! È la verità! Finalmente siamo soli: fuggiamo insieme, scappiamo!».
Pinocchio comincia ad ansimare. Fata Turchina ci sa fare. Si avvicina sempre di più a Pinocchio, gli mette una mano sui jeans, gli tira giù la cerniera lampo, accosta la lingua alla cappella rossa del suo uccello.
«Ma certo, questa è la tua specialità!».
La bocca di Fata Turchina, comincia a viaggiare su e giù, lentamente. La P38 finisce in un angolo. Il pizzo del suo corpetto si squarcia. È il trionfo delle sue grandi tette e del suo bel culo. Gli occhi di Pinocchio guardano tutto, le sue mani esplorano ogni dove. Fata Turchina supplica: «Scopami Pinocchio! Scopami!».
Pinocchio si strappa i vestiti da dosso. Pochi secondi ed è dentro la sua Fata: «Sì, sì, sì… mi fai impazzire Pinocchio! Sì! Sì! Ancora! Sì! Mi fai impazzire!».
Pinocchio se ne viene in un fiume bianco e violento che si spegne sul viso di Fata Turchina in quattro o cinque fiotti violenti. Lei è ancora più bella con quel trucco bianco che le cola sulle labbra e dal naso.
«È stato bellissimo Pinocchio! Voglio essere ancora tua, per sempre tua!».
«Boom! Boom! Boom!».
Pinocchio spara sul seno di Fata. Palloncini pieni di acqua colorata che esplodono quando i bambini se li tirano addosso in estate. Poi è la volta del suo sesso, mitragliato fino a diventare una fossa sanguinolenta dove Pinocchio seppellisce la sua pistola. Pinocchio ancora le parla, anche se lei non sente: «Bugiarda, hai fatto finta di godere, avevi solo paura di morire».

Ammazzata Fata Turchina Pinocchio non ha più nulla da fare, non vuole fare nulla. Pensa di rivestirsi. È in questo momento che si accorge del cambiamento. Si guarda le mani: sono dure e disarticolate; le gambe sono rigide e i piedi piatti. Al posto del cazzo, un bastone nodoso di legno.
Con uno sforzo enorme Pinocchio raggiunge lo sgabuzzino e apre la porta. Ecco i vestitini di carta da zucchero, ecco il berretto di mollica di pane, ecco la vecchia giacchetta. Riesce ad indossare tutto e perfino ad arrampicarsi sul bancone da lavoro di fu Mastro Geppetto.
Ormai non vede più, non sente più. È come una pietra. È come un pezzo di legno. È di nuovo un burattino: è Pinocchio.
Il giorno dopo i giornali di tutta la nazione titolano a dodici colonne: «Orrenda strage del mostro di Collodi».
Due giorni dopo i carabinieri arrestano un osceno vecchietto abituato a violentare le figlie e a sbirciare le coppiette appartate in campagna.
Tre giorni dopo un burattino di legno di castagno va a finire sui banconi di un robivecchi.
Viene venduto in fretta per via della precisione che l’artigiano ha messo nella riproduzione dei particolari anatomici.
Di emorroidi nemmeno l’ombra.

Ultimo pezzo di roba

Riscrittura #7

Il diario di Pinocchio

autore: precipitandosivola

Lisa ha 23 anni ed è orfana della mamma, fuggita dopo un parto scemo e mai più ritornata. Suo padre Giuseppe, classe 1938, è operaio in un?azienda tessile del posto. Ha voluto il nome Lisa al suo primogenito in ricordo e in onore alla sua puttana più bella. Il bambino si chiamava Denis. Giuseppe lo chiamò Denis Lisa. Denis Lisa Trentin, questo il nome completo del bambino, cresciuto tra i bicchieri sporcati dall?unto del vino rosso e la puzza di piscio incancrenita tra le lenzuola e il materasso del letto di suo padre. ?Me lo fai vedere il pisellino, Lisa??. Alla domanda del padre Lisa cercava rifugio, dandogli le spalle e fissando dritta lo sguardo della madre. Appoggiata in formato tessera, sopra il comodino. Ma quel rifugio durava poco. Troppe le insistenza del padre. E poca la sua forza fisica per reggere quello sfinimento. Si arrendeva, fino a sentire l?alito marcio avvicinarsi. Entrare nel suo corpo a succhiargli quel pisello di bambino. O il culo. Se lo ripassava tutto, di lingua e saliva, quel corpo da levigare. Da formare. Lo ripassava, pretendendo una sega giusto per finire. Poi si addormentava, con le sue mutande sporche e i pensieri da rifare.

Fatico a fissarlo negli occhi. Non appena varca la porta di casa. Ubriaco, dopo una sbronza disarmante. Sento come un colpo. Una fitta sulla bocca dello stomaco arrivarmi dritta al cuore. Lasciandomi immobile e senza fiato. Poi il panico. Che tento di nascondere facendo qualcosa di stupido con la prima cosa mi capiti tra le dita. A tradirmi è il tremore delle mani e la lucidità di questi miei occhi stupidi, che anticipano sempre un pianto soffocato e lento. Lacrime che scendono silenziose ma pesanti.
E poi silenzio. Silenzio delle pareti annerite dalla muffa. Silenzio del televisore che viene spento all?istante. Silenzio nei miei occhi. Silenzio nel cuore. Silenzio per cercare di tamponare il dolore. Silenzio sperando sempre di soffocare.
Odore acido. Un misto di sudore e alcol si stagna in un attimo in ogni angolo della casa. Quasi vada a tracciare i confini dell?animale. Non una parola. Solo il rumore del bicchiere che appoggia nel lavabo. Poi la solita, infinita e brutale occhiata che vuole dire tutto.

Lisa cresceva scolpendo il suo corpo tra le violenze del padre e infiniti giorni di digiuno. ?Cosa serve mangiare?, diceva a Luca, ?se il tuo corpo ha bisogno della morte per continuare a vivere?. Aveva imparato a rimanere in piedi con qualche succo di pomodoro e infinte botte di Ketamina, anestetico per cavalli che trovava in piazza, al posto della coca. C?era solo la rottura di coglioni di doverla ridurre in cristalli, perché in realtà la raccattava in fiale. La Ketamina aveva quella capacità di sconvolgerle il cervello ma anche di rilasciarle i muscoli, non appena l?effetto bomba terminava.
Ma, soprattutto, aiutava Lisa in quel delicato lavoro di ristrutturazione corporea che aveva deciso di intraprendere. Che poi suo padre, oltre ad essere un porco maniaco, non era nemmeno stato in grado di donarle un fisico che fosse alla portate delle sue esigenze. La sostanza insieme al rifiuto di cibarsi ridisegnava in lei un corpo perfetto ai suoi occhi. Non v?erano curve ma spigoli e ossa che emergevano come aghi da quel leggero strato di pelle chiara che la avvolgeva. La sostanza aiutava Lisa a rimanere in piedi. A non vedere quando c?era il bisogno fisico e mentale di rimanere chiusa nella sua stanza buia. L?eroina poi, che assumeva a tratti, era una promessa buona. La calma piatta che non avrebbe trovato altrimenti. Il calore della sua pelle. La voglia di andare avanti e strapparsi di dosso un sorriso. Un attimo che fosse più vero. In quel corpo immobile e martoriato dal suo bisogno di apparire perfetta, l?eroina era un buon viaggio per credersi davvero.
Mara era l?Assistente sociale del comune che abitava. Sapeva della situazione di Denis, questo ragazzino che girava travestito per le strade di questa cittadina veneta, perchè aggiornata dal sindaco, amico d?infanzia di Giuseppe. Sapeva della situazione famigliare. Sapeva della fuga prematura della madre. Lo vedeva girare, avvolto nei suoi vestiti più importanti. Che poi erano minigonne che dovevano mostrare ed esaltare la magrezza assoluta delle gambe. Mara convocò il padre in ufficio, ma era come parlare ad un sottile strato di vento. Era inutile qualsiasi discorso. Consiglio. L?uomo era troppo ubriaco per reggere il confronto. Decise di avvicinare direttamente il ragazzo. Un aggancio che Denis Lisa non rifiutò, al contrario delle aspettative. L?assistente sociale si fece infatti aiutare dal parroco del paese che Lisa conosceva per aver partecipato al catechismo, quando era più piccola. Ma essere Assistente sociale di un comune qualsiasi nel nord est italiano è cosa strana. Il benessere di questi tempi ti porta a non reggere la fatica e poi vuoi mettere un posto fisso in comune. Meglio quindi seguire gli anziani che tanto, oltre ai pasti e alle cure mediche, non hanno gran ché da richiedere alla vita.
?Me lo fai vedere il pisellino, Lisa??. Mara era in realtà l?amante di Ubaldo Segafreddo, il sindaco del paese. Durante i colloqui conoscitivi guardava Lisa fissa negli occhi, lasciando correre la mente a viaggi bellissimi e allucinanti. Lisa parlava, si raccontava con fiducia, si lasciava andare forse per la prima volta, mentre Mara sognava di succhiarle quel cazzo così misterioso, trattenuto a stento da un perizoma di colore rosa. ?Me lo fai vedere il pisellino, Lisa??. Ad un tratto la frase le uscì di getto, involontariamente. C?era solo una scrivania a dividerle, ma era come fossero state abbracciate strette fino a quel momento. Fino a quel punto del racconto. Mara avrebbe voluto sentire quel cazzo di femmina infilato nel suo culo, mentre spompinava senza sosta quello dell?amante. Ma quella frase uscita dalla bocca rifatta di quella piccola assistente sociale, così simile alle continue richieste del padre, così lercia e troppo vomitevole da mandar giù, faceva troppo schifo al suo esile corpo per essere scambiata per un errore del suo udito o del suo stesso cervello. Lisa attaccò la donna in un colpo di vento furioso e con energia animale. La cosa finì a botte, e fu interrotta soltanto dall?intervento del sindaco Ubaldo Segafreddo che nel riaccompagnare a casa la ragazzina le allungo gli unici 100 euro che teneva stretti nei pantaloni, in cambio del silenzio. Soldi accettati senza pensiero alcuno e sputtanati subito in un grammo buono d?eroina di tipo brown sugar. Una bacchetta magica che risolveva le situazioni ogni volta che Lisa vi si ritrovava immersa. Il ritorno alla calma. Alla pace con se stessa e con gli altri. Il benessere fisico e mentale che altrimenti non avrebbe mai trovato.

Per non vedere la luce ti tingono gli occhi di nero. Così non parli, perché non vedi. Per non sentire la musica dei giorni, ti tappano le orecchie. Così non parli, perché non senti. Ma loro dicono, parlano. Ti sentono e ti vedono, che urli agitato. E godono In questa vita dove gli altri ?non sono?. E gli altri ?siamo noi?

?Fortuna che esiste la roba? ripeteva spesso a Luca, che la implorava di fare qualcosa perché riuscisse a smettere di farsi. ?Fortuna che esiste la roba?. Che poi anche quelli di Luca erano soltanto sogni. ?Scappiamo Lisa, scappiamo da questo posto di merda. Andiamo via di qua?. Lisa sapeva che le parole di Luca erano irrealizzabili. Che non si poteva. E che forse, alla fine di tutto nemmeno lei voleva. Luca parlava infatti troppo, quando fino a quel momento non era nemmeno stato in grado di ammettere a se stesso di essere innamorato di un travestito anoressico e tossicodipendente. Non aveva mai preso del tutto in mano la sua vita. Non aveva mai fatto una scelta concreta. E non prevedeva nemmeno di lasciare la moglie e i suoi due figli per stare insieme all?amore della sua vita. Luca prometteva sogni irrealizzabili. Era meglio vivere di stenti e nella merda più autentica, perché erano forse le situazioni in cui si cacciava volontariamente o no, che apparivano agli occhi di Lisa come le più autentiche. E dire che a Luca aveva donato tutto, il suo corpo dannato ed indiavolato. La vita.

È come prima di morire o che hai paura di morire. Ti passa come una freccia a spaccarti giusto il cuore. In un attimo pensi a tutto, dal primo all?ultimo grido alla vita. Alla voglia di essere sempre e sopra a tutto. A quando i nostri sguardi si sono incrociati, all?amore doloroso sognato, stravissuto. Perverso. Alle due serate di pioggia, al cuore spaccato, al sentirmi bellissima?fino all?ultimo terribile saluto. Non ho voluto soldi perché ci eravamo già regalati il cuore. Mi chiedo come, a distanza di tanto tempo, sono ancora qui in queste notti insonni, a trovare le parole giuste per scrivere di te. E come in qualsiasi momento delle mie agitate giornate, viaggiando tra musica e sogno, cerco il tuo volto ovunque, sapendo di non rivederlo più. Ti ho visto, una sera in cui tutto mi pareva strano. Tachicardia pompata all?ennesima potenza. Cuore in panne. Occhi bianchi, pupille nere. Zoomate da un?alta percentuale di coca. Non sapevo che fare e sono venuta al circo, tornando poi a rivedere tutti i tuoi spettacoli. Sotto quell?immenso tendone blu. Fino a che è rimasto e sei rimasto tu.

L?ultimo pezzo di roba le donò una sensazione di benessere assoluto. Un?allegria strana, mai provata prima. Un vento calmo a trasportarti lontano. Nella convinzione di dare un senso, finalmente, alla vita. C?erano tanti tasselli da sistemare in questo mosaico di pietre rosse. C?erano relazioni da ripendere in mano. Vite da aggiustare. C?era il rapporto col padre che andava sputato fuori dallo stomaco. Dal cuore. L?ultimo pezzo di roba se lo fece direttamente nella vena grassa del collo. Un pezzo buono a donarle la vita o la consapevolezza che andasse perlomeno presa in mano. L?ultimo pezzo di roba durò fino all?applauso del pubblico. Fosse stato un film da cassetta, l?ultimo pezzo di roba sarebbe duranto fino alla risata finale. Al ?vissero tutti felici e contenti?. Fino al calare del sipario, alla pubblicità. Fino all?inizio di un nuovo film o di una nuova storia. L?ultimo pezzo di roba fu un colpo secco di pistola in bocca senza il bisogno della pistola stessa. Boom

sms 1 Angeli che scopano bambine dai capelli corti. E assassini che curano con amore vecchi addormentati. sms 2 È come prima di morire, o che hai paura di morire. Ti passa come una freccia a spaccarti giusto il cuore. sms 3 Ho paura di addormentarmi, ho paura di smettere di sognare. sms 4 Oggi ti sto piangendo stella. E ti rimpiangerò, vita. sms 5 Ho visto il sole piangere sangue. L?ho visto piangere bambini morti. sms 6 E poi vorrei parlarti mille ore. sms 7 E quando mi chiami e fuori non ?c?e n?è?, ti giuro che mi cambia la vita?mi hai cambiato te. sms 8 Passatemi un TAVOR che?mi addormento un po? sms 9 Oggi e? come fosse primavera. Hai presente quanto è bella vero? Beh ! per noi oggi e? primavera. sms 10 Sto lasciando andare qualcosa di me . Sto per lasciare un pezzo di vita, di muri sporchi, di puzza di fumo, di mare in tempesta. sms 11 Ora vorrei chiamarti e restare senza tempo. sms 12 Svegliarsi per cosa poi? Per trovare tutto com?è Come lo avevi lasciato?il giorno prima. Prima di addormentarti, prima di nascondere i tuoi occhi al mondo?ai sentimenti?alla noia sms 13 Stesera non servono le parole. Il silenzio parla già per noi. Stasera chiamami pinocchio, che ci sono stelle buone e fuochi d?artificio a guardare lassù.

Arpioni in pancia

Riscrittura #6

Di che legno sei fatto?

autore: Squonk

Era umido, là dentro, di un umido che faceva raggrinzire la pelle, chi la pelle l’aveva, e cigolare ogni giuntura. Sul fondo stava una spanna d’acqua salata e purulenta, nella quale sguazzavano granchi e sardine e alghe: sembrava tutto morto, e invece era tutto vivo, o forse sembrava tutto vivo ed era tutto morto.
Il burattino moriva dalla noia, chiuso in quell’atro enorme che gli dava spazio per camminare ma nel quale non sapeva più cosa fare: e così la gioia che provò nel veder emergere dal buio della caverna un altro essere umano fu solo di poco inferiore alla sorpresa per un evento tanto inaspettato. In quell’uomo dall’andatura caracollante, che gli si avvicinava zoppicando, il burattino vide solo e semplicemente un essere diverso da un pesce o da un mollusco, qualcuno con cui poter scambiare quattro parole, un poveretto con il quale condividere la sventura della prigionia e insieme al quale - chissà - provare l’evasione. Gli corse incontro, scivolando e rimettendosi in piedi cinque o sei volte, quasi a dargli il benvenuto, pieno di quell’entusiasmo sventato che lo aveva gettato tra le grinfie di gatti e volpi e del quale non voleva ancora liberarsi.
Ma quando giunse a pochi centimetri dall’uomo, tanto vicino da poterlo toccare solo allungando di poco la mano, si bloccò di colpo - gelato dal terrore che gli incutevano quella cicatrice che nasceva dai capelli grigi e che, percorrendo un lato del volto e del collo, scompariva sotto i vestiti, e soprattutto quella gamba di legno, che avrebbe dovuto in qualche modo rendergli fratello l’uomo ma che al burattino parve un’arma più pericolosa del fuoco.
Ricordò la solitaria paura che lo aveva attanagliato quando si era trovato di fronte a Mangiafuoco, e seppe - ancora prima di proferire una sola parola, ancora prima di sentirne la voce - che quell’uomo non gli sarebbe stato amico:
“Signore,”gli disse, con l’ultima stilla di speranza che gli rimaneva in cuore “signore, io sono il burattino Pinocchio, prigioniero in questo luogo da tanti giorni e tante notti da averne ormai perso il conto. E voi, signore, dite: chi siete?”
L’uomo lo fissò torvo, ma non senza interesse, e con una voce profonda come l’inferno rispose tranquillo:
“Achab. Il mio nome è Achab. Ma tu mi chiamerai Signor Capitano. E, visto che ho perso il mio arpione, dimmi: di che legno sei fatto?”

Il fato del mio andare

Riscrittura #5

Babbino, babbino!

autore: Mike

Stretto al largo di questa nave cargo m’allungo e m’arrabatto di naso in vedetta oltre la bisettrice della mia vendetta. Piegato al cartone del cantiere m’è scito un no grazie signore e così senza nemmeno aspettare come sarebbe stato crescer sano mi sono imbarcato per scrutare al di là del mio mare e ammainarmi libero ogni sera quando sul ponte battezzato dal vento ho sempre un po’ di tempo per il me stesso che ero.
A volte mi perdo nei meandri d’una vita che avrei voluto, obliterando la mia lingua fra la schiuma ed il castello di prua. Avvolto in una coperta di salvataggio in offerta mi coccolo deglutendo le monete d’oro sepolte che avrei guadagnato col sudore della mia immaginazione e mi soffio il naso al pensiero delle leccornie che ho sacrificato per il mio credo lontano dal sapore equino incrociato al pelo come punto ricamo.

Che ci fa uno come te sul Moby Dick?
Tento d’incendiarmi.
Uhm. Non vorrei deluderti ma quello là fuori lo chiamano oceano mica per niente.
Allora gli poserò un nome diverso.
Uhm. E non credi sia una mossa un poco disperata?
Tutti i sogni sono mossi da disperazione.
Uhm. Comunque non hai speranze. Quello ti fotte prima che tu sia scintilla.
Allora cercherò d’esser solo per lui una puttana esperta ma pacata.
‘Fanculo sburattino.
‘Fanculo tu, pa’.

Nelle notti di pece mi fingo timoniere traendomi in salvo in un oceano lacrimato di sale. Ma nulla appaga la voglia d’un lasciapassare alle sirene e nessuna carne sarebbe mai il baratto adatto al quotidiano affogo del sole.
Qui sono l’immortale.
Ironico mi piglio la rivincita su un mondo mangiafuoco: corteccia che non affonda e v’affronta senza lenza ne coda.
Così dopotutto galleggio e nel farlo continuo a pagarmi il salasso navigando e solcando mari che mai avrei potuto indossare se fossi nato sincero. Benedico il fato del mio andare come antitesi del mio compagno ancòrato stanco col nome non certo d’uno stinco di santo e assaporo ogni porto ammirandolo irrequieto come fa il silenzio tra le note di un vanto.

Scogliere e ippopotami

Riscrittura #4

Pinocchio - soggetto per una fiction TV

autore: brekane

Una volta umano, Pinocchio decide di iscriversi all’università. Scienze forestali. Sarà una cosa facile, pensa, anch’io sono stato un albero una volta. Afferma di percepire l’affinità del legno. Quando tocca una pianta, dice di sentirla vibrare di fratellanza. Degli alberi sa essenzialmente che alle volte bruciano e che ci si impiccano le persone. Tagliati a pezzi ci si costruiscono i burattini, o gli stuzzicadenti. Al quarto anno fuori corso non rinuncia ancora al sogno di una borsa per studiare in america. Una notte gli appare Vittorio Alfieri (tutto turchino) che gli consiglia di incatenarsi alla sedia. Lui esegue, ma fa l’errore di legarsi di fronte a un computer connesso a internet. Passa le giornate su youtube. Talvolta si ricorda degli alberi e vibra un po’. La sua ragazza - laureata in psicologia con una tesi sulle patologie di Second Life - gli esprime risentimento perché lui sembra preferire le catene vere a quelle dell’amore. Pinocchio la guarda con gli occhiacci di legno. Occhiacci di legno, perché mi guardate? dice lei. Sembri mio padre, dice lui. Sono tuo padre, dice lei. E si toglie la maschera. A questa rivelazione Pinocchio si trasforma in un ippopotamo per lo stupore. Geppetto, in lacrime per aver trasformato Pinocchio in un ippopotamo, dice che stava solo scherzando, si toglie la maschera rivelando la sua vera identità: Vittorio Alfieri. Pinocchio ha un solo problema come ippopotamo: le unghie sono troppo larghe per usare il computer. E anche col mouse fa un po’ di fatica. Di Vittorio Alfieri non si fida, pensa che sia un trucco. E infatti lo è, ma non anticipiamo. Il metodo per tornare normale è sempre quello. Si lega una pietra al collo e si butta in acqua, giù dalla solita scogliera. Aspetta che i pesci arrivino a mangiare brano per brano la carne dell’ippopotamo, in modo che rimanga solo l’anima da burattino, come quella volta del ciuco. Purtroppo i pesci non sono attratti dalla carne di ippopotamo. Dopo quattro giorni, prende il cellulare che si era nascosto in bocca, per chiamare Vittorio Alfieri e farsi tirare fuori. Il cellulare non si accende. Comunque Pinocchio avrebbe avuto problemi coi tasti. Per fortuna si accorge che si è legato male la pietra al collo (non è mai stato bravo coi nodi). Si accorge anche di essere molto agile sott’acqua. Allora decide che quasi quasi potrebbe andare in america a piedi. S’incammina. Cammina cammina. Cammina cammina. Cammina cammina. Cammina cammina. A un certo punto vede una luce. La segue. Trova una casa. Sott’acqua? Sì, sott’acqua. Bussa. Non c’è nessuno. Ha fame. Bussa di nuovo. Qui non c’è nessuno, dice una voce, sono tutti morti. Ancora sto scherzo? pensa Pinocchio. Non fa più ridere, urla, ma invece della voce escono solo bolle d’aria. Allora la porta della casa si apre, lentamente, scricchiolando. Pinocchio entra. Si ritrova in Lunigiana. Non è più un ippopotamo. Non è più neppure Pinocchio. È un’ex prostituta polacca di cinquantadue anni. Ha il cuore spezzato da un amore non corrisposto. Ama gli alberi e il vento. Spesso soffre di attacchi di depressione. Finché al suo cinquantatreesimo compleanno non decide di suicidarsi. Si riempie le tasche di pietre e si butta in mare da uno scoglio versigliese. Affoga. I pesci la mangiano. Al posto dello scheletro, ecco Pinocchio. Di legno. E con l’amnesia. Chi sono? dice. Sono forse un pesce? Sono forse un crostaceo? O una patella? Un tonno, che passa per caso di là in cerca di cibo, lo riconosce. Sei Pinocchio, gli dice, Non ti ricordi? Ci siamo incontrati nella bocca del pescecane. Pinocchio non si ricorda. Esce dall’acqua. Incontra Vittorio Alfieri affranto che prende il sole. È in costume, e ha i capelli sciolti. Pinocchio! dice. Quanto m’hai fatto preoccupare! Dov’eri? Chi sei? chiede Pinocchio. Sono Vittorio Alfieri. No che non lo sei. È vero, dice Vittorio Alfieri, non lo sono, ma tu sei Pinocchio. E chi è Pinocchio? Un burattino che diventa umano! Ma io sono di legno. Non c’è problema, fai una buona azione, tornerai di carne. Che buona azione? La vedi quella capra turchina? Vittorio Alfieri indica verso il mare. Su uno scoglio, in effetti, c’è una capra turchina. Vai lì, dice, e aiutala a tornare a terra. Una capra turchina? pensa Pinocchio, A rivenderla ci si potrebbero fare un sacco di soldi. Potrei anche andare in america con tutti quei soldi, pensa. Si butta in mare. Nuota. Raggiunge la capra. Se la mette in spalla. La capra protesta. La voce della capra fa tornare la memoria a Pinocchio. Fata! dice, sei tu? La capra annuisce. Fata! Pinocchio! Fata! Pinocchio! Fata! Pinocchio, quanto pensi di andare avanti con questa menata! Che menata? Questa! Fata, non lo so, non so come finire. Finisci! Qui? Qui. Così? Così! E Vittorio Alfieri? Che ha Vittorio Alfieri? Non è veramente Vittorio Alfieri. E chi te l’ha detto? Lui. E allora chi è? Non lo so, e tu? Non lo so nemmanco io. Vabe’. Vabe’. Allora che facciamo? Non so. Tu lo sai? Non lo so. E allora? Andiamo? Andiamo. (Non si muovono).

Polverine turchesi e binocolisacri

Riscrittura #3

Inversione di paternità

autore: blulu

Geppetto indugiò ancora un poco sull’immacolato letto di piume, ma laggiù LaDonnaCheAvevaAmato si dimenava come una scalmanata facendo un rumore infernale. Impossibile riposarsi in un tal baccano, figurarsi dormire. S’alzò spazientito lisciandosi le pieghe della veste turchese e si diresse al binocolosacro per vedere meglio cosa combinava.

Ogni volta che la guardava, seppur vestita di cenci, spettinata e piegata dalla stanchezza, a Geppetto gli occhi gli s’inzuppavano di lacrime e il cuore farfugliava, agitato nel petto, di desideri. Era passato molto tempo da quel GiornoBiscaro e più che mai desiderava stringerla a sé, ma non era possibile. Non ancora.

LaDonnaCheAvevaAmato era china su una miriade di pezzi di legno di tutte le forme e di tutti i colori. Sicuramente scarti di quell’avido di MastroCiliegio. - Aahh! se potessi dargli una lezioncina a quello stupido uomo col naso rosso - , pensò con una punta di gelosia.

MastroCiliegio voleva prendere la sua donna in sposa ma lei, ancora innamorata di Geppetto, teneva duro e nonostante la sua povertà e solitudine si negava ripetutamente pur desiderando da tempo un burattino. Geppetto continuò ad osservarla, ella aveva tirato fuori dal nascondiglio la sua preziosa cassetta degl’attrezzi e con mani inesperte tentava di scalfire, uno per uno, i pezzi di legno senza ottenere alcun ché. Nella finestrella la luna panciuta illuminava tutta la stanzina, che poi era pure l’unica stanza di quella casina ormai fatiscente. - Quei legni sono troppo secchi per poter essere lavorati. Ma poi che ci vorrà fare ? - , si chiese stupito Geppetto sorseggiando una oa-ola celestiale.

LaDonnaCheAvevaAmato si sentì di colpo stanca, aveva le mani sporche e tagliuzzate dai tentativi di intagliare il legno. Voleva farsi un burattino da sé, così avrebbe mandato al diavolo mastroCiliegio e le sue pressanti richieste matrimoniali, ma le mani gli tremavano dalla fatica e raggiunse a malincuore il giaciglio. - Domani - pensò sorridendo mentre s’addormentava.

Ora che dormiva Geppetto poteva finalmente raggiungerla, così come decretato dalle RegoleSacre. La guardò dormire, era bellissima. Le fece una carezza e s’avvicinò alla legna. Estrasse dalla tasca una polverina turchese che fece svolazzare sopra un pezzo di legno. Poi tornò soddisfatto nella sua confortevole cella.

Nel cuore della notte LaDonnaCheAvevaAmato si svegliò ristorata dal sonno e tornò all’opera. Prese lo stesso pezzo di legno che Geppetto aveva cosparso di polvere magica e cominciò ad inciderlo. Era più malleabile o dormire le aveva ridato le forze? , si chiese la donna. In men che non di dica aveva quasi completato il burattino. Mancavano gl’occhi e la bocca. In un vasetto trovò del nero di vite che usò con uno stecchino per fare due occhietti e con del succo di barbabietola disegnò una boccuccia carnosa e graziosa. Mise il burattino a sedere sulla tavola grezza e s’aggirò per la stanza in cerca di qualche pezza di stoffa. Trovò sotto il traballante letto un vecchio e logoro vestito di seta gialla, lo drappeggiò con cura attorno al burattino. - E’ perfetto! ? disse concitata ad alta voce. Il cuore le scoppiava in petto dalla gioia mentre rimirava l’opera sua. Lo prese tra le braccia e lo strinse al petto volteggiando in un valzer immaginario. Poi si rimise a letto mettendolo vicino al suo fianco e mentre sbadigliava sussurrò - Ti chiamerò Pinocchia, piccina mia -.

Epilogo: Geppetto soddisfatto sorrideva di veder finalmente concepito il sogno de LaDonnaCheAvevaAmato. Prese carta e penna e s’accinse a richiedere formalmente l’autorizzazione per stare accanto a Pinocchia. Era sicuro, ora che era padre, che in Paradiso gli avrebbero concesso dei permessi speciali. Firmò la lettera esagerando con gli svolazzi e la consegnò ad Angelo, il postino. Fatto questo si rimise a dormire sognando che Pinocchia l’indomani si trasformava in una bella bambina obbediente e studiosa.

Pinocchia però non riusciva a dormire. Aveva dei dolorosi crampi allo stomaco e s’alzo piano per cercare del cibo, aveva appena addocchiato un grosso grillo nero…

Carne rovesciata

Riscrittura #2

Un bambino

autore: Francesco

Io non lo so come è venuto in mente, a Geppetto, di prender tutti quei pezzi di carne e poi di cucirli insieme per farne un bambino, un bambino di carne in un paese di burattini.
Appena ho aperto gli occhi, l?ho sentito di là, Geppetto, che era a letto, Come vorrei che diventasse un burattino come tutti gli altri, sentivo che diceva.
Eh, non è mica facile diventare un burattino, ho scoperto.
Che i burattini son tipi strani, stan lì tutto il giorno a non far niente, giocano, hanno un naso, che lo fan diventare più lungo, poi più corto, poi più lungo, bel modo di perdere il tempo.
Io, dicevano che ero troppo buono, Sei troppo buono per giocare con noi, dicevano, Vai troppo a scuola, dicevano, Dovresti fare come noi, che non facciamo mai niente, ma tu non sei un burattino, dicevano.
Io volevo cambiare, non mi ci divertivo neanche, a esser buono, andare a scuola, ma non ci riuscivo, a cambiare, ci provavo, non ci riuscivo, si vedeva che a Geppetto dispiaceva, lui mi avrebbe voluto burattino.
Allora stavo tutto il giorno da solo, un giorno che ero da solo sono arrivati due tizi, il Gatto e la Volpe, han detto di chiamarsi, li ho seguiti, non avevo niente da fare.
Mi hanno portato da Mangiafuoco, il macellaio più importante del paese, mi voleva usare come pubblicità, voleva tenermi lì, poi dire Guardate, la mia carne è talmente fresca, che parla, fortuna che son riuscito a scappare via.
Ero disperato, star lì tutto il giorno da solo, ogni tanto sentivo anche i burattini che mi indicavano, ridevano di me.
Poi ieri, finalmente, è venuta a trovarmi una fata, o forse era una strega, non lo so, ha pronunciato delle parole che non ho capito, poi mi ha detto che se volevo potevo essere finalmente come tutti gli altri.
Deve averla chiamata Geppetto.
Ora sono come tutti gli altri, ma non mi serve a niente. Che la prima cosa che ho fatto, quando è andata via la strega, ho dato fuoco a tutti quei maledetti burattini.
E ora son qui da solo, come prima, a scrivere questa storia.