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Archivio per Settembre, 2007

Diagonale blues

Riscrittura #21

con un occhio solo

autore: Guido Catalano

quando ero piccolo io
io ero piccolo e orbo
e strabico anche
ero incazzato come una bestia
e pinocchio lo odiavo
e odiavo geppetto
il grillo lo avrei schiantato volentieri col tacco dello stivale
avessi avuto uno stivale
la fata turchina
beh, la fata turchina no
la fata no
ma è un’altra storia

quando ero piccolo
ero costretto nella cucina
a leggere ogni giorno
pinocchio a voce alta
con un occhio solo
dieci pagine al giorno

io ho letto tutto pinocchio con un occhio solo
dieci pagine al giorno
con un occhio solo

l’altro occhio era tappato col tappo
perché avevo l’occhio pigro
a mia mamma chiedevo, perché?
perché hai l’occhio pigro, rispondeva
ma perché?
perché sennò ti viene l’occhio storto

era scritto piccolo pinocchio piccolo
era una tortura per bambini strabici
a me di avere l’occhio storto non mi fregava una sega
a me delle avventure di pinocchio con un occhio solo
di mangiafuoco e del gatto e la volpe
di lucignolo e di mastro ciliegia
non me ne fregava una sega
a me di stare in cucina con un occhio solo
con mia mamma che diceva, leggi!
non so
avrei preferito l’apparecchio ai denti
che i miei amici avevano l’apparecchio ai denti
io li invidiavo i miei amici che potevano leggere pinocchio con tutti e due gli occhi
e tutto quel bel metallo luccicante dentro la bocca
che poi i denti storti, comunque, mi sono pure venuti lo stesso

i bambini
e l’ho capito da bambino
i bambini di legno
i bambini di carne
fanno una vita di merda

S’ha da appiccià

Riscrittura #20

Al lavoro, Pinokkio!

autore: Sol Accursio

C’era una volta… un castello ed un re…. No, a dire il vero non c’erano affatto. C’erano però parecchi di quei casermoni di periferia uguali in tutte le grandi città. Di solito vanno dal grigio cemento al marrone sporco, con tracce di colori improbabili (righe ondulate giallo neon, strisce azzurro farmacia) messe di lì da architetti che non sapevano più che fare per dare a quei palazzi un tono meno da quartiere dormitorio, E c’era Amira, sedici anni, magra come un manico di scopa di quelli vecchi, di legno, con i ciuffi di saggina in fondo. Amira lavorava (in nero, ovvio) come aiutante da un panettiere. Le vecchiette, per una volta, non avevano nulla di male da dire sul foulard azzurro che le copriva con modestia il capo, dato che impediva che i capelli le finissero sul pane. ?Altro che religione, signora mia, è anche un fatto di igiene!? La famiglia di Amira veniva da Denizli, in Turchia, e professava la religione islamica. Amira professava solo una profonda fede in se stessa e nella propria sicurezza, attenta a non far nulla che mettesse in pericolo il futuro che desiderava. Un futuro di serenità e normalità e integrazione, e lavoro, e amici, e forse una vita come tante altre. Non la spaventava l’essere uguale, la spaventava essere diversa. La spaventava essere guardata con quello sguardo che conosceva ormai, ?vah là, l’araba? o ?la turchina? come la chiamava qualcuno con scherno insieme per la sua nazionalità e la sua esangue magrezza. Pinokkio no, non la prendeva mai in giro. E bella forza, anche lui un diverso, un fuoricasta, uno che le bande di ragazzoni che trattavano il rione come una loro colonia personale non si sarebbero abbassati nemmeno a salutare. Un disturbo alle articolazioni congenito, movimenti secchi, scattanti, pareva di legno. E poi mioddio quel naso, ma non lo sapeva l’idiota che esiste la rinoplastica? Ma già, con che soldi, quel morto di fame? Sedici anni anche lui, e la scuola lasciata per disamore allo studio indotto da compagni prepotenti e insegnanti stanchi, e perché la falegnameria del padre lo attirava troppo col suo odore di trucioli e segatura, il legno prendeva forma sotto le sue mani come per magia, con un tornio in mano era in grado di tornire una gamba bella come neanche Angie Dickinson aveva mai avuto. Gamba di sedia, ben inteso. Scontato che tra lui e Amira, dalla quale comprava ogni giorno quelle due rosette (una per sé, una per il babbo) che servivano per farsi al mattino un panino imbottito da portare in bottega e mangiare senza interrompere per troppo tempo il lavoro (pazienza la segatura sulle mani, il legno è materiale pulito), scorresse una certa simpatia. I fuoricasta si riconoscono sempre. Né bravi ragazzi (troppo diversi) né delinquentelli di quartiere: troppo normali per farsi accettare dagli strani, troppo strani per i normali. La sera, alla chiusura dei rispettivi negozi, la mezz’ora di chiacchiere seduti sui gradini dell’una o dell’altra scala del dedalo di cortili e palazzi era ormai diventata un’abitudine, e nessuno dava loro fastidio, nemmeno quei due gasati del Gatto e la Volpe,che venivano chiamati così perché sulle loro grosse moto smarmittate avevano fatto aerografare quei due ?animali totem?, senza avere nemmeno chiaro esattamente cosa fosse un animale totem. Diciamo che la spiritualità non era il loro forte, erano più ferrati in marche di birra e facili conquiste femminili, spesso più vantate che consumate. Due vite normali, quelle di Amira e di Pinokkio, nonostante non fossero persone comuni. Nessuno si stupì troppo quando decisero di sposarsi. Amira negli anni comprò la panetteria, e fece venire una cugina più giovane dalla Turchia per darle una mano alla cassa. Il fratello minore del Gatto, Roberto, sostituì Pinokkio come apprendista in falegnameria quando Geppetto si pensionò e lasciò il lavoro al figlio, che ormai era persino più abile di lui nel lavoro. Non ebbero bambini, perché le conseguenze della malattia congenita di Pinokkio includevano la sterilità. Furono comunque molto normali, e nonostante questo, molto felici.

Vent’anni dopo (o giù di lì)

“Colombina, Arlecchino, Pulcinella, tutti presenti? Pinokkio, dove si è ficcato quel deficiente? Sempre in ritardo, sempre a cazzeggiare, è la volta buona che lo licenzio!!”
Mangiafuoco, lo chiamavano i dipendenti dietro le sue spalle, ma lui lo sapeva, lo sapeva da anni, e ne andava segretamente orgoglioso, credendo che avessero paura di lui. Il soprannome era nato perché il suo carattere bilioso gli dava una perenne acidità di stomaco e un’alitosi da stargli ben alla larga, soprattutto quando, come al solito, vociava come uno straccivendolo, altro che Direttore del Personale, la classe quello lì non sapeva nemmeno con quante esse si scrive. E il privilegio di non timbrare il cartellino, di farsi gli orari a suo piacimento non lo rendeva certo più simpatico, visto che un minuto di ritardo bastava a qualunque dipendente della sua ditta di legnami pregiati per prendersi una memorabile, e maleodorante, lavata di capo.
Pinokkio era già davanti al timbro, con in mano il suo bravo cartellino in truciolato di pino “che di plastica son buoni tutti, è dai dettagli che si vede l’eccellenza della nostra azienda!” (come era solito pontificare Rossano LaBarba, altrimenti detto Mangiafuoco). L’orario di ingresso al lavoro era già superato di 4 minuti, e Pinokkio sapeva cosa lo aspettava. Decise che tardi per tardi, sarebbe andato in bagno a fumare (di nascosto ben inteso, “una sola scintilla in una ditta di stagionati e pregiati legnami può mandare in cenere milioni in merce… anche tanti posti di lavoro!” diceva con malizia il cerbero) un’ultima sigaretta che gli rilassasse il sistema legnoso, pardon, nervoso, prima dell?inizio del turno.
L’odore di fumo richiamò Azzurra, l’impiegata che lavorava al bancone in fronte al suo, sottile come una fatina e così pallida da sembrare cianotica, ma nessuno glielo faceva notare, sapendo del suo passato di anoressica non sarebbe stato delicato puntare il dito sui rimasugli delle sue nevrosi.
“Pinokkio, ma sei matto, vuoi perdere il lavoro? Corri in laboratorio, che oggi Mangiafuoco è più inacidito del solito.”
Pinokkio sfrigolò la mezza sigaretta nel cesso, e giocherellando con la scatola di fiammiferi che teneva inconsapevolmente ancora in mano si avviò alla postazione di lavoro.
“Ah, finalmente, il signorino, eccolo qui, mi raccomando, con calma, che l’orario di lavoro è un?optional! Cos’hai in mano? Di nuovo a fumare, incosciente? Ma ci vuoi mandare tutti in rovina?”
“Sì.” Rispose semplicemente lui, e accese un fiammifero sotto la lunga, fulva barba del principale che iniziò a correre qui e là per il laboratorio, nella vana ricerca di una bottiglietta di minerale, un bicchier d’acqua, uno straccio per spegnerla. Sfortuna volle che lo straccio fosse intriso di mordente per il legno. Il laboratorio divampò in un attimo.

La mattina dopo Pinokkio, tranquillo nella propria casetta, intingendo nel caffelatte biscotti biologici integrali che sapevano vagamente di segatura (ma li comprava perché al babbo piacevano tanto), leggeva sul giornale dell’incomprensibile sciagura. Un sorriso pieno di schegge gli affiorava agli angoli della bocca. La giornata era ancora lunga, e libera davanti a lui.

Unita’ cibernetica centrale

Riscrittura #19

Robocchio - Cap.2 - Le risposte non arrivano

autore: Antonio Parrilla

Dopo alcune settimane di vana attesa, Mastro Cippetto si rassegnò al fatto che le sue disperate richieste di aiuto erano cadute nel nulla.
Preso dalla disperazione, si rivolse nuovamente al ricco vicino, in cerca di comprensione. Fu però ben altro quello che ricevette: un’informazione che gli avrebbe permesso di trovare una fonte di reddito in grado di permettergli di realizzare il suo sogno!
“Sei proprio un ingenuo”, lo apostrofò mastro Mazzetta “Eppure sei un informatico come me, e dovresti sapere come fare soldi facilmente? e, sussurrando con aria cospiratoria, gli rivelò cosa avrebbe fatto lui al posto suo.
“E ricordati”, chiuse il discorso congedandolo “di appoggiare il tutto su server delle Isole Cayman, e di dichiarare il minimo indispensabile per rientrare negli studi di settore”.
Tornato a casa, mastro Cippetto si mise all’opera: si collegò alla rete e, dopo una veloce ricerca, registrò a suo nome i siti www.gugol.it, www.gouerno.it, www.ibbei.it.
Dopo un paio di settimane, raccolte le statistiche di accesso ai siti (ovviamente tutte dovute ad errori di digitazione degli internauti) si rivolse ad un famoso imprenditore del cinema a luci rosse, Leonardo Chicchi.
La discussione fu breve e produttiva: in cambio di un redirect verso i siti delle sue pornostars, Chicchi gli riconobbe delle royalties mensili.
I problemi economici erano finalmente alle spalle e, nel giro di pochissimi giorni, Mastro Cippetto riuscì a reperire quasi tutto il materiale occorrente per dar vita al suo progetto.
“Mi manca solo l’unità cibernetica centrale” pensò Cippetto “e potrò finalmente costruire il compagno della mia vecchiaia. Ma dove vado a trovarla un’unità così complicata?”
In quel mentre, sentì bussare alla porta: era Mastro Mazzetta. “Vedo che le mie idee ti hanno aiutato” commentò il vicino “a che punto sono i lavori?”
“Eh, purtroppo mi manca l’unità centrale” rivelò sconsolato Mastro Cippetto.
“Beh, caro il mio vicino, voglio aiutarti ancora una volta” e, così dicendo, gli porse un pacchetto “Questa è proprio l’unità che cerchi. L’avevo utilizzata per l’informatizzazione del Catasto della Provincia ma, dopo due mesi di funzionamento corretto, ha cominciato a dare problemi. Dapprima ha voluto il riconoscimento di una pausa di 15′ ogni ora, poi si è lamentata dello stipendio troppo basso, quindi si è iscritta al sindacato e, da quel momento, non ha fatto altro che chiedere un permesso dopo l’altro e rivendicare dei passaggi di categoria per l’anzianità maturata. Te la cedo volentieri, vedi tu cosa puoi farci.”
Rimasto da solo, Mastro Cippetto, sbalordito, cominciò a rigirarsi tra le mani il pacchetto contenente il prezioso elemento intorno al quale avrebbe costruito il suo robot. Era davvero sbalordito: mai prima di allora il suo vicino si era mostrato così generoso. “E’ proprio vero” pensò “a volte ci si fa un’idea sbagliata delle persone”. Ma chissà cosa avrebbe pensato se avesse potuto assistere a quanto stava accadendo nella casa accanto alla sua!
Mastro Mazzetta, infatti, proprio in quel momento era impegnato in una conversazione telefonica alquanto strana. “Stia tranquillo, direttore, l’unità centrale è stata rimossa dal computer e non darà più alcun problema: le chiavi d’accesso per l’archivio delle foto compromettenti del dr. Zirconi spariranno insieme ad essa!”

Lacrime e novalgina

Riscrittura #18

Orgoglio baldracco

autore: dielleemme

Orgoglio baldracco mentre gli apri la patta e lo guardi negli occhi da sotto le ciglia sapienti, ormai non temi il suo turgore né il suo imbarazzo, fatina che eri con le tue mutande di cotone turchino quando ti pensavi unica e cara, quando ti toccavi solo da fuori, e via via con l’età le carezze andavano più giù e il cotone si trasformava in pizzo, poi in velo, poi in filo, e le tue ritrosie scomparivano una a una, e via il diadema e via le scarpe, via via ci prendevi gusto, ci aggiungevi il tatto, la vista e persino all’odore ti sei abituata, ti faceva schifo e guardati ora, il naso troppo vicino alla bocca per non sentire la tua stessa sbornia, c’è un’età per tutto, una per negarsi, una per promettersi, una per concedersi, una per regalarsi, una per pretendere, una per supplicare, e tu con orrore le indovini tutte già da ora, e allora stanotte ti togli scarpe e freni, che senso avrebbe rallentare, dammelo subito, fammelo ora, stanotte che ho la scusa dell’alcool, stanotte che tutti mi toccano e nessuno mi prenderà se non sto attenta, amore mio turgido, dimmi tutte le bugie che puoi, dimmi che sono magica, burattino imbranato che ancora credi ci sia bisogno di mentire, supplicami ancora un po’, dimmi persino che m’ami, domani ingoierò lacrime e novalgina, stanotte ingoierò te.

Morire un po’

Riscrittura #17

Il monologo interiore di un Pinocchio adolescente

autore: Srecko Jurisic

«Di me a me stesso»
Gabriele D’Annunzio

«Contributo alla critica di me stesso»
Benedetto Croce

«Sono un ragazzo assemblato perché m’hanno regalato un sogno…»
Per molti è la demenziale parafrasi del noto pezzo di un dj romano fallito dell’inizio anni Novanta indossante un anacronistico fez. Per me è un mantra che ripeto in momenti di massima intimità come questo. Mentre defeco e fisso le piastrelle dal disegno floreale che stanno a dieci metri dal mio proverbiale naso, a mezzo metro dal resto della mia testa. O anche mentre, in camera mia, nottetempo tiro le freccette contro l’immagine di un giornalista di quint’ordine di nome Lorenzini che si faceva chiamare Collodi e la cui capacità di inventare favole era inversamente proporzionale a quella dei creatori di Shrek.
Il Babbo e la Fata turchina sono in camera loro. Fanno l’amore. E lo fanno adducendo la stessa scusa di quando ero ancora piccolo. Dicevano: «Pinocchio, tu gioca con gli amichetti che la mamma e il babbo vanno a morire un po’ in camera» e poi si chiudevano a chiave in camera da letto. Io uscivo per strada piangendo. Minchia, mica è bello che i genitori ti dicano che vanno a «morire un po’».
Ricordo, una volta, che passava un signore anziano con la chiazza di piscio sui pantaloni e, vedendomi piangere, si fermò e mi chiese: «Che ti è successo, buratt… bambino?». Gli spiegai la faccenda e lui mi disse: «Guarda, facciamo così: io ti sollevo sulle spalle così puoi vedere dalla finestra se sono ancora vivi, dai». Io ero tutto coglione e contento e dissi: «Sì, sì!». Mi ricordo tale e quale che quando mi alzò, io guardai e lui mi chiese cosa vedevo gli risposi: «La mamma è morta e il papà si muove ancora un po’…». Si mise a ridere.
Capite? Quelli fornicavano selvaticamente e a me dicevano che se ne andavano a morire. Loro toccavano il cielo con un dito, anzi no, con un clito e io immagazzinavo traumi infantili. E la cosa bella è che lo fanno ancora oggi che ho ventun’anni, con la stessa scusa. Il vecchio dalle mutande sporche spende la metà della pensione in Viagra, per farselo ergere a ottantacinque anni suonati. Lei, la “manodifata” turchina, si compra il lubrificante a base di glicerina perché non si bagna come una volta quando, nella notte, sentivo l’accento toscano del buon vecchio Geppetto arrotarsi sull’incipit manzoniano: «Cara, sei bagnata come “quel ramo di lago di Como che volge a mezzogiorno”». Lo so che usano ’sta roba perché la tengono nell’armadietto del bagno e se vuoi prendere il filo interdentale, la devi vedere per forza.
Per questo motivo non ho un buon rapporto con il sesso. Perché per tutto il periodo dello sviluppo ho subito queste psico-prepotenze puberali.
I miei amichetti nel frattempo apprendevano “tutto quello che volevate sapere sul sesso e non avete mai osato chiederlo” o dalle riviste per adulti su carta patinata o, in casi rari, nelle conversazioni “da uomo a uomo” col proprio babbo (che non era mai un falegname sfigato ma un poliziotto, un pompiere, un ragionie…) che nel casi di estrema apertura mentale dava ai figli persino i preservativi con la faccia di Vieri sulla confezione (slogan pubblicitario: «Fai anche tu un goal alla velina!»).
I miei amichetti si facevano anche le seghe di gruppo. A me, invece, le pratiche onaniste procuravano solo dolore e frustrazione perché l’unica parte del mio corpo rimasta ancora di legno a causa di certi ritardi nello sviluppo (c’era anche il testicolo che si ostinava a non voler scendere) era proprio il batacchio e farsi una sega significava riempirsi il palmo della mano di schegge di miglior legno toscano.
I miei amichetti se lo misuravano coi pollici prendendomi per il culo: c’era sempre lo stronzo di turno che portava il metro da falegname per misurare il mio coso suscitando l’ilarità generale. Il mio coso era ligneo e un po’ anonimo, tipo quello di Ken, il ragazzo in PVC di Barbie, (la gnocca in PVC pittata con colori velenosi in Cina), ma il mio era meglio perché io almeno ce l’avevo. Un po’ ci somigliava perché anch’io ero privo di dettagli: niente cappella, prepuzio o roba simile. E, francamente, mi vergognavo come un cane ad andare da un falegname per farmi piallare il pistillo…
I miei amichetti facevano la colletta per andare con la nigeriana “acne uorld cempijon” sotto il ponte della circonvallazione e la nigeriana dava a me i loro soldi per farsi fare da me col naso mentre la lecco.
I miei amichetti col cazzo che erano miei amichetti…
Sono qui, al cesso. Sempre più un pugnettaro punk. Con la faccia impassibile. Un numero di Tex sullo sciacquone. Un cappello a punta. Un naso che se fossi ricco e famoso dovrei assicurare. Vene da sforzo sulla fronte imperlata di sudore. A cagare da un buco di culo di legno annerito fissando i fiori sulle piastrelle antistanti e pensando che:
a) l’equivalente di Pinocchio da grande è Frankenstein
b) se i miei anziani genitori si dannano l’anima per scopare come dei procioni, è solo perché gli rode il fegato e vogliono fare un figlio, un figlio vero, prima di tirare le cuoia.
c) che a cena mio padre, il buon Mastro Geppetto, mentre con la lingua toglieva un pezzo di basilico dall’unico dente in suo possesso, mi ha detto: «Che cazzo ti lamenti? Sei l’unico stronzo sulla faccia della terra che per farsi un lifting invece che dal chirurgo andrà dal restauratore di mobili antichi» per poi ridere con un ruttino come intermezzo.
Mi consolo col fatto che ieri sera, in tivù, a Quark hanno detto che «il legno è un materiale nobile» e che l’alitosi nel Rinascimento veniva considerata un’arma di seduzione.