Riscrittura #20
Al lavoro, Pinokkio!
autore: Sol Accursio
C’era una volta… un castello ed un re…. No, a dire il vero non c’erano affatto. C’erano però parecchi di quei casermoni di periferia uguali in tutte le grandi città. Di solito vanno dal grigio cemento al marrone sporco, con tracce di colori improbabili (righe ondulate giallo neon, strisce azzurro farmacia) messe di lì da architetti che non sapevano più che fare per dare a quei palazzi un tono meno da quartiere dormitorio, E c’era Amira, sedici anni, magra come un manico di scopa di quelli vecchi, di legno, con i ciuffi di saggina in fondo. Amira lavorava (in nero, ovvio) come aiutante da un panettiere. Le vecchiette, per una volta, non avevano nulla di male da dire sul foulard azzurro che le copriva con modestia il capo, dato che impediva che i capelli le finissero sul pane. ?Altro che religione, signora mia, è anche un fatto di igiene!? La famiglia di Amira veniva da Denizli, in Turchia, e professava la religione islamica. Amira professava solo una profonda fede in se stessa e nella propria sicurezza, attenta a non far nulla che mettesse in pericolo il futuro che desiderava. Un futuro di serenità e normalità e integrazione, e lavoro, e amici, e forse una vita come tante altre. Non la spaventava l’essere uguale, la spaventava essere diversa. La spaventava essere guardata con quello sguardo che conosceva ormai, ?vah là, l’araba? o ?la turchina? come la chiamava qualcuno con scherno insieme per la sua nazionalità e la sua esangue magrezza. Pinokkio no, non la prendeva mai in giro. E bella forza, anche lui un diverso, un fuoricasta, uno che le bande di ragazzoni che trattavano il rione come una loro colonia personale non si sarebbero abbassati nemmeno a salutare. Un disturbo alle articolazioni congenito, movimenti secchi, scattanti, pareva di legno. E poi mioddio quel naso, ma non lo sapeva l’idiota che esiste la rinoplastica? Ma già, con che soldi, quel morto di fame? Sedici anni anche lui, e la scuola lasciata per disamore allo studio indotto da compagni prepotenti e insegnanti stanchi, e perché la falegnameria del padre lo attirava troppo col suo odore di trucioli e segatura, il legno prendeva forma sotto le sue mani come per magia, con un tornio in mano era in grado di tornire una gamba bella come neanche Angie Dickinson aveva mai avuto. Gamba di sedia, ben inteso. Scontato che tra lui e Amira, dalla quale comprava ogni giorno quelle due rosette (una per sé, una per il babbo) che servivano per farsi al mattino un panino imbottito da portare in bottega e mangiare senza interrompere per troppo tempo il lavoro (pazienza la segatura sulle mani, il legno è materiale pulito), scorresse una certa simpatia. I fuoricasta si riconoscono sempre. Né bravi ragazzi (troppo diversi) né delinquentelli di quartiere: troppo normali per farsi accettare dagli strani, troppo strani per i normali. La sera, alla chiusura dei rispettivi negozi, la mezz’ora di chiacchiere seduti sui gradini dell’una o dell’altra scala del dedalo di cortili e palazzi era ormai diventata un’abitudine, e nessuno dava loro fastidio, nemmeno quei due gasati del Gatto e la Volpe,che venivano chiamati così perché sulle loro grosse moto smarmittate avevano fatto aerografare quei due ?animali totem?, senza avere nemmeno chiaro esattamente cosa fosse un animale totem. Diciamo che la spiritualità non era il loro forte, erano più ferrati in marche di birra e facili conquiste femminili, spesso più vantate che consumate. Due vite normali, quelle di Amira e di Pinokkio, nonostante non fossero persone comuni. Nessuno si stupì troppo quando decisero di sposarsi. Amira negli anni comprò la panetteria, e fece venire una cugina più giovane dalla Turchia per darle una mano alla cassa. Il fratello minore del Gatto, Roberto, sostituì Pinokkio come apprendista in falegnameria quando Geppetto si pensionò e lasciò il lavoro al figlio, che ormai era persino più abile di lui nel lavoro. Non ebbero bambini, perché le conseguenze della malattia congenita di Pinokkio includevano la sterilità. Furono comunque molto normali, e nonostante questo, molto felici.
Vent’anni dopo (o giù di lì)
“Colombina, Arlecchino, Pulcinella, tutti presenti? Pinokkio, dove si è ficcato quel deficiente? Sempre in ritardo, sempre a cazzeggiare, è la volta buona che lo licenzio!!”
Mangiafuoco, lo chiamavano i dipendenti dietro le sue spalle, ma lui lo sapeva, lo sapeva da anni, e ne andava segretamente orgoglioso, credendo che avessero paura di lui. Il soprannome era nato perché il suo carattere bilioso gli dava una perenne acidità di stomaco e un’alitosi da stargli ben alla larga, soprattutto quando, come al solito, vociava come uno straccivendolo, altro che Direttore del Personale, la classe quello lì non sapeva nemmeno con quante esse si scrive. E il privilegio di non timbrare il cartellino, di farsi gli orari a suo piacimento non lo rendeva certo più simpatico, visto che un minuto di ritardo bastava a qualunque dipendente della sua ditta di legnami pregiati per prendersi una memorabile, e maleodorante, lavata di capo.
Pinokkio era già davanti al timbro, con in mano il suo bravo cartellino in truciolato di pino “che di plastica son buoni tutti, è dai dettagli che si vede l’eccellenza della nostra azienda!” (come era solito pontificare Rossano LaBarba, altrimenti detto Mangiafuoco). L’orario di ingresso al lavoro era già superato di 4 minuti, e Pinokkio sapeva cosa lo aspettava. Decise che tardi per tardi, sarebbe andato in bagno a fumare (di nascosto ben inteso, “una sola scintilla in una ditta di stagionati e pregiati legnami può mandare in cenere milioni in merce… anche tanti posti di lavoro!” diceva con malizia il cerbero) un’ultima sigaretta che gli rilassasse il sistema legnoso, pardon, nervoso, prima dell?inizio del turno.
L’odore di fumo richiamò Azzurra, l’impiegata che lavorava al bancone in fronte al suo, sottile come una fatina e così pallida da sembrare cianotica, ma nessuno glielo faceva notare, sapendo del suo passato di anoressica non sarebbe stato delicato puntare il dito sui rimasugli delle sue nevrosi.
“Pinokkio, ma sei matto, vuoi perdere il lavoro? Corri in laboratorio, che oggi Mangiafuoco è più inacidito del solito.”
Pinokkio sfrigolò la mezza sigaretta nel cesso, e giocherellando con la scatola di fiammiferi che teneva inconsapevolmente ancora in mano si avviò alla postazione di lavoro.
“Ah, finalmente, il signorino, eccolo qui, mi raccomando, con calma, che l’orario di lavoro è un?optional! Cos’hai in mano? Di nuovo a fumare, incosciente? Ma ci vuoi mandare tutti in rovina?”
“Sì.” Rispose semplicemente lui, e accese un fiammifero sotto la lunga, fulva barba del principale che iniziò a correre qui e là per il laboratorio, nella vana ricerca di una bottiglietta di minerale, un bicchier d’acqua, uno straccio per spegnerla. Sfortuna volle che lo straccio fosse intriso di mordente per il legno. Il laboratorio divampò in un attimo.
La mattina dopo Pinokkio, tranquillo nella propria casetta, intingendo nel caffelatte biscotti biologici integrali che sapevano vagamente di segatura (ma li comprava perché al babbo piacevano tanto), leggeva sul giornale dell’incomprensibile sciagura. Un sorriso pieno di schegge gli affiorava agli angoli della bocca. La giornata era ancora lunga, e libera davanti a lui.



