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Archivio

Lacrime e novalgina

Riscrittura #18

Orgoglio baldracco

autore: dielleemme

Orgoglio baldracco mentre gli apri la patta e lo guardi negli occhi da sotto le ciglia sapienti, ormai non temi il suo turgore né il suo imbarazzo, fatina che eri con le tue mutande di cotone turchino quando ti pensavi unica e cara, quando ti toccavi solo da fuori, e via via con l’età le carezze andavano più giù e il cotone si trasformava in pizzo, poi in velo, poi in filo, e le tue ritrosie scomparivano una a una, e via il diadema e via le scarpe, via via ci prendevi gusto, ci aggiungevi il tatto, la vista e persino all’odore ti sei abituata, ti faceva schifo e guardati ora, il naso troppo vicino alla bocca per non sentire la tua stessa sbornia, c’è un’età per tutto, una per negarsi, una per promettersi, una per concedersi, una per regalarsi, una per pretendere, una per supplicare, e tu con orrore le indovini tutte già da ora, e allora stanotte ti togli scarpe e freni, che senso avrebbe rallentare, dammelo subito, fammelo ora, stanotte che ho la scusa dell’alcool, stanotte che tutti mi toccano e nessuno mi prenderà se non sto attenta, amore mio turgido, dimmi tutte le bugie che puoi, dimmi che sono magica, burattino imbranato che ancora credi ci sia bisogno di mentire, supplicami ancora un po’, dimmi persino che m’ami, domani ingoierò lacrime e novalgina, stanotte ingoierò te.

Morire un po’

Riscrittura #17

Il monologo interiore di un Pinocchio adolescente

autore: Srecko Jurisic

«Di me a me stesso»
Gabriele D’Annunzio

«Contributo alla critica di me stesso»
Benedetto Croce

«Sono un ragazzo assemblato perché m’hanno regalato un sogno…»
Per molti è la demenziale parafrasi del noto pezzo di un dj romano fallito dell’inizio anni Novanta indossante un anacronistico fez. Per me è un mantra che ripeto in momenti di massima intimità come questo. Mentre defeco e fisso le piastrelle dal disegno floreale che stanno a dieci metri dal mio proverbiale naso, a mezzo metro dal resto della mia testa. O anche mentre, in camera mia, nottetempo tiro le freccette contro l’immagine di un giornalista di quint’ordine di nome Lorenzini che si faceva chiamare Collodi e la cui capacità di inventare favole era inversamente proporzionale a quella dei creatori di Shrek.
Il Babbo e la Fata turchina sono in camera loro. Fanno l’amore. E lo fanno adducendo la stessa scusa di quando ero ancora piccolo. Dicevano: «Pinocchio, tu gioca con gli amichetti che la mamma e il babbo vanno a morire un po’ in camera» e poi si chiudevano a chiave in camera da letto. Io uscivo per strada piangendo. Minchia, mica è bello che i genitori ti dicano che vanno a «morire un po’».
Ricordo, una volta, che passava un signore anziano con la chiazza di piscio sui pantaloni e, vedendomi piangere, si fermò e mi chiese: «Che ti è successo, buratt… bambino?». Gli spiegai la faccenda e lui mi disse: «Guarda, facciamo così: io ti sollevo sulle spalle così puoi vedere dalla finestra se sono ancora vivi, dai». Io ero tutto coglione e contento e dissi: «Sì, sì!». Mi ricordo tale e quale che quando mi alzò, io guardai e lui mi chiese cosa vedevo gli risposi: «La mamma è morta e il papà si muove ancora un po’…». Si mise a ridere.
Capite? Quelli fornicavano selvaticamente e a me dicevano che se ne andavano a morire. Loro toccavano il cielo con un dito, anzi no, con un clito e io immagazzinavo traumi infantili. E la cosa bella è che lo fanno ancora oggi che ho ventun’anni, con la stessa scusa. Il vecchio dalle mutande sporche spende la metà della pensione in Viagra, per farselo ergere a ottantacinque anni suonati. Lei, la “manodifata” turchina, si compra il lubrificante a base di glicerina perché non si bagna come una volta quando, nella notte, sentivo l’accento toscano del buon vecchio Geppetto arrotarsi sull’incipit manzoniano: «Cara, sei bagnata come “quel ramo di lago di Como che volge a mezzogiorno”». Lo so che usano ’sta roba perché la tengono nell’armadietto del bagno e se vuoi prendere il filo interdentale, la devi vedere per forza.
Per questo motivo non ho un buon rapporto con il sesso. Perché per tutto il periodo dello sviluppo ho subito queste psico-prepotenze puberali.
I miei amichetti nel frattempo apprendevano “tutto quello che volevate sapere sul sesso e non avete mai osato chiederlo” o dalle riviste per adulti su carta patinata o, in casi rari, nelle conversazioni “da uomo a uomo” col proprio babbo (che non era mai un falegname sfigato ma un poliziotto, un pompiere, un ragionie…) che nel casi di estrema apertura mentale dava ai figli persino i preservativi con la faccia di Vieri sulla confezione (slogan pubblicitario: «Fai anche tu un goal alla velina!»).
I miei amichetti si facevano anche le seghe di gruppo. A me, invece, le pratiche onaniste procuravano solo dolore e frustrazione perché l’unica parte del mio corpo rimasta ancora di legno a causa di certi ritardi nello sviluppo (c’era anche il testicolo che si ostinava a non voler scendere) era proprio il batacchio e farsi una sega significava riempirsi il palmo della mano di schegge di miglior legno toscano.
I miei amichetti se lo misuravano coi pollici prendendomi per il culo: c’era sempre lo stronzo di turno che portava il metro da falegname per misurare il mio coso suscitando l’ilarità generale. Il mio coso era ligneo e un po’ anonimo, tipo quello di Ken, il ragazzo in PVC di Barbie, (la gnocca in PVC pittata con colori velenosi in Cina), ma il mio era meglio perché io almeno ce l’avevo. Un po’ ci somigliava perché anch’io ero privo di dettagli: niente cappella, prepuzio o roba simile. E, francamente, mi vergognavo come un cane ad andare da un falegname per farmi piallare il pistillo…
I miei amichetti facevano la colletta per andare con la nigeriana “acne uorld cempijon” sotto il ponte della circonvallazione e la nigeriana dava a me i loro soldi per farsi fare da me col naso mentre la lecco.
I miei amichetti col cazzo che erano miei amichetti…
Sono qui, al cesso. Sempre più un pugnettaro punk. Con la faccia impassibile. Un numero di Tex sullo sciacquone. Un cappello a punta. Un naso che se fossi ricco e famoso dovrei assicurare. Vene da sforzo sulla fronte imperlata di sudore. A cagare da un buco di culo di legno annerito fissando i fiori sulle piastrelle antistanti e pensando che:
a) l’equivalente di Pinocchio da grande è Frankenstein
b) se i miei anziani genitori si dannano l’anima per scopare come dei procioni, è solo perché gli rode il fegato e vogliono fare un figlio, un figlio vero, prima di tirare le cuoia.
c) che a cena mio padre, il buon Mastro Geppetto, mentre con la lingua toglieva un pezzo di basilico dall’unico dente in suo possesso, mi ha detto: «Che cazzo ti lamenti? Sei l’unico stronzo sulla faccia della terra che per farsi un lifting invece che dal chirurgo andrà dal restauratore di mobili antichi» per poi ridere con un ruttino come intermezzo.
Mi consolo col fatto che ieri sera, in tivù, a Quark hanno detto che «il legno è un materiale nobile» e che l’alitosi nel Rinascimento veniva considerata un’arma di seduzione.

Le termiti e quello

Riscrittura #16

Come usarlo

autore: mrka

Come andò che Maestro Ciliegia, falegname,
trovò un pezzo di legno, che piangeva
e rideva come un bambino.

Sentite, vi scrivo adesso, da questa stanzina che piglia luce dal sottoscala. Sono Pinocchio, sì. vedo quasi la vostra maraviglia, ma del resto nelle vostre case abiterà sicuramente un fascio di fogli di carta trattenuto da una copertina azzurra. In cima ci sono io, una sagoma nera in corsa con un tramonto di raggi a carbone. Lo sapete, la mia storia è un piglia piglia di grilli e piedi sul caldano, potrei dilungarmi in dettagli ma ora non ho punta voglia di mettermi sul palchetto, schiarirmi la voce e raccontare. Sono anziano, le domande dei bambini iniziano a darmi una certa uggia. oh, certo, gli applausi mi garbano ancora e mi fanno bene al colorito, ma è una vita intera la mia, una vita di racconti di cataste e pezzi di legno, di fughe e inseguimenti.
Ho dovuto raccontare sempre la stessa storia, ripetere lo stesso copione smunto e falso. Sapete, ho desideri annaffiati e defilati, adesso. Cianfrusaglie, minuzie, cose semplici, ad esempio vorrei tanto fumare una sigaretta ogni tanto, anche mezza. sapete, sono un burattino di garbo. Una mezza sigaretta senza bruciarmi. Ma parliamo di cose importanti.
Cari lettori, ci sono tre capitoli segreti nel libro che mi ha reso famoso.
Con grande dispiacere del mio nonno sono sono stati interamente censurati dai fratelli Rispoli di via del proconsolo, nel lontano 1883.
La storia del pisellino di carne mi ha perseguitato per anni.
Oh, gente, nessuno stupore, perdonerete tutti la mia volgarità, ma devo spiegarvi bene questa faccenda, nei particolari.
Vedete, nessuno mi ha mai dato buoni consigli , nessuno mi ha mai spiegato il funzionamento e l’utilità del mio pisellino di carne. scusate, scusate sempre la volgarità.
Non ho intenzione di scrivervi niente a proposito delle parabole gialle fatte spuntare da dietro le colline, come arcobaleni itterici, nei miei tentativi di controllo della pipì.
Il gatto mi diceva: - mettilo dentro le crepe dei muri il tuo pisellino, infilalo nelle fessure e poi zum zum e scium scium, sarà bellissimo, sentirai tutta la musica dei pifferi, come sotto il gran tendone dei burattini, vedrai aperture di luci e fuochi. Rosso, vedrai tutto rosso, punteggiato di viola con esplosioni di biancospino, pioggia di lucciole e odore di sandalo. Se non lo infilerai nei tronchi, nei buchi fatti dai picchi, o dentro i paioli di fuoco, quando l’acqua si leva in chiarore fumante, se non lo farai, diventerai come me, perderai tutti gli occhi-.
Così per anni, zum zum scium scium e il mio piccolo pisellino sempre più rigato di sangue, usciva sporco di resina, pieno di bozzi e bolle.
Ah, cari lettori, vi scrivo adesso la verità, e perdonate queste brutte parole, questa crudezza e questa sconvolgente novità.
La vera tragedia di Pinocchio non è mai uscita allo scoperto, vi hanno fatto inasinire, anno dopo anno. Vi hanno raccontato una storiella rassicurante, fatto dormire in pace, fra libri illustrati da far vedere ai bambini. Vi hanno detto: tutto procede, siamo pieni di zecchini, ottimismo, ottimismo.
Così diceva quella volpe assassina:- vai sotto l’albero, vai sotto la grande quercia, troverai tante corde, dovrai legarle alle punte dei rami e fare un bel nodo scorsoio intorno al tuo pisellino. solo così i rami si apriranno, vedrai quali fiori brillanti, quanti grappoli di monete d’oro sulle foglie scosse dal vento. zin zin zin zin. sarà tutto un tintinnare di moneta-.
Gente, ve la racconto adesso la vera storia di Pinocchio, ora finalmente ho imparato.Sapete, prima avevo saltato la scuola.
La fatina mi dava cinque pasticchine azzurre al giorno:- prendi, prendi. così il pisellino diventerà lungo e resistente e potrai aiutare il babbo nel tagliare gli altri pezzi di legna. Taglierai tutto con il pisellino, senza faticare. Prendi la mia mano, caro, tieni il mio aiuto, Pinocchio!.-
Come diventò brutta la fatina, iniziò a perdere i capelli a ciocche, a coprirsi di rughe e smanie. Come mi ungeva la fatina!. Massaggi, olio puzzone, balsamo. Aveva mani sempre fredde e quanto le piaceva guardare me e quel dannato di Lucignolo, povero ragazzo.
Ci faceva diventare sudati e trafelati, ci chiudeva in questa stanzetta per giorni interi.
Cari lettori, vi dovrei svelare troppi misteri, spiegare le censure, dire chi ha cambiato il finale, giustificare il mio essere ancora di legno.
Sono vecchietto, lo sapete, un vecchio burattino. Ho legno fragile, legno abitato da bestiole.
Mi mangiano il naso, si arrampicano sulle gambette. La mia mano è stanca, questa confessione è diventata lunga e sono pieno di termiti operaie con le ali strappate.
Vorrei davvero continuare le mie memorie ma questi insetti hanno la brutta abitudine di divorarmi, divorare tutto tranne il mio molle pisellino di carne.
Mi rimane la forza per chiedervi aiuto.
Scrivetemi cari lettori, scrivetemi numerosi. il mio indirizzo è conosciuto in tutto il mondo, sono come Babbo Natale, ma in fondo basta la dicitura Caro Pinocchio. spiegatemelo voi, amici. ditemi come usate il vostro pisellino, sono vecchio ma imparo in fretta, acciderboli!

(ma anche il vostro è fatto di carne, vero? e non si allunga quando dite le bugie, vero?)

con amore,
Vostro Pinocchio.

Asino, legno, sangue

Riscrittura #15

È troppo bello diventare carne

autore: Synesius

Per nulla carnale quella trasformazione da ino a ino - da burattino a bambino - proprio per niente, forse perché, quando sei predestinato a trasformarti da qualcosa di così preciso in qualcosa di altrettanto preciso, e quando il desiderio dei padri si realizza in maniera così compiuta e perfetta (non solo per i figli, ma anche per gli stessi genitori), allora non rimane che perdersi in uno sbrigativo luogo comune, vissuto e narrato, un qualcosa di asettico e, appunto, per nulla carnale.
Quando le cose stanno in quel modo, la metamorfosi non può che avvenire di notte, lontana da occhi morbosi e curiosi, sì, anche dai tuoi.
Allora non puoi fare altro che svegliarti in una cameretta da ragazzo di buona famiglia, vestirti con abiti da prima comunione, e guardarti allo specchio, sorridendo davanti ai capelli castani e agli occhi celesti - tutta roba nuova, mai messa prima.

Già, alla fine ho studiato. Sì, ho un lavoro. E sì, ho una famiglia, una moglie amorevole e un figlio, in carne e ossa fin da subito. Mio padre? Sì, lui è ancora vivo. Gode di perfetta salute. Intaglia cornici per le fotografie di mia madre, il più grande bluff della sua vita. E anche della mia, perché lei è morta per davvero. A forza di giocare con apparizioni e finte tombe, se n’è davvero andata.
Certo, mio padre vive con me e la mia famiglia. Certo, da quel giorno in cui sono diventato un ragazzo in carne e ossa non ho più avuto sbandate, di nessun tipo.
D’altra parte, quando non ci si accorge nemmeno - come è accaduto a me - che la propria natura sta cambiando in maniera totale e radicale, è quasi impossibile tornare indietro. Occorrebbe una forza di volontà prometeica, che io non possiedo.

Talvolta ripenso alla mia prima metamorfosi, perché - ma chi lo ignora? - quella da burattino a bambino fu la mia ultima metamorfosi, e non certo la prima.
Sono i soli momenti in cui fremo ancora per qualcosa, in cui mi sembra di avere vissuto e di essere stato vivo.
Fu quando, da burattino, mi trasformai in asino da soma.
Ancora adesso sento il fragoroso prurito alle orecchie, che mi aveva assordato quanto avevano cominciato a diventare due spazzole sempre più lunghe. E la vertigine del non saper più stare ritto su due gambe, e lo stupore di vedere le mie due braccia trasformarsi in zampe, e il viso che si allungava fino a diventare un muso, e il pelo grigio e nero sulla schiena, e la vergogna di sentire la spinta della coda che spuntava da dietro.
E il raglio finale, disperato e grottesco.
Com’era incredibile sentirsi imprigionati in un corpo che non era il proprio, che assurdità pilotarlo dovendo sottostare alle limitazioni motorie di un quadrupede erbivoro, amato dai tafani e disprezzato dagli umani.
Anche se il vero sommovimento accadde all’interno.

All’interno sentivo, limpido come il filo di una lama, l’rlo delle ossa che si facevano e il fluire di un sangue non mio, ma di me, il tessuto muscolare in tensione per un nonnulla e i tendini in una trazione conseguente; avvertivo i miracoli della digestione farsi largo dentro di me; il cuore - ma subito in gola - ho sentito, e un buco nello stomaco, non appena ho avuto stomaco e cuore.
E poi anche il cervello ho sentito, quel limitato e univoco pensiero volto al cibo, al sonno e ai bisogni corporali. A come evitare di ricevere troppe frustate e allo stare bene.

Poi ci fu l’incidente.
Zoppo, inservibile, insensibile come soltanto un animale destinato a diventare copertura per tamburi sa essere, quando mi gettarono in mare con un sasso appeso al collo si compì il cruento miracolo dei pesci che divorarono le mie carni non mie sputando, alla fine, un osso di legno. E il legno si sa, galleggia.
Così tornai burattino, e fu allora che il mio destino si compì, perché non mi sarei dovuto fermare. Avrei dovuto continuare a vivere trasformandomi in ogni forma vivente, visitando altri paesi monotematici insieme a personaggi discutibili. È troppo bello diventare carne, e io ormai me lo sono dimenticato.

La sottile tecnica del sorriso

Riscrittura #14

Sempre la stessa storia

autore: Carlo Cannella

Su il sipario. Si comincia. La rappresentazione fa parte di un ciclo di rivisitazioni delle favole italiane. E’ stata programmata dall’amministrazione comunale di Ascoli Piceno in collaborazione con il “Teatro di Samarcanda” una manica di falliti che campa grazie ai sussidi degli enti pubblici e ai corsi di dizione.
Per una volta assessori e consiglieri comunali sono riusciti a mettere da parte le diatribe di schieramento, prestandosi come attori per la messa in scena di “Pinocchio”. Tutti insieme appassionatamente, insomma, uniti dal buon cuore. L’incasso della serata sarà devoluto all’”Associazione Annibal Caro”, per un progetto teso a finanziare l’irrigazione dei terreni improduttivi nell’Africa sub-sahariana.
A godersi lo spettacolo, comodamente seduto in prima fila, c’è il sindaco. Per un’ora buona l’ingegner Piero Celani va avanti a ridacchiare e a battere le mani convulsamente. E’ un atteggiamento tipico di chi ha a cuore la felicità del popolo, perché si sa, il popolo è minorenne. Non capisce un accidente, non s’ingegna. Se non gli si spiega come funziona la tecnica del sorriso, come si fa ad esser contenti anche sfibrandosi dalla mattina alla sera con i martelli pneumatici e le fornaci di mattoni, il conglomerato bituminoso e i camion da 40 tonnellate guidati per giorni e giorni attraverso i labirinti dell’Occidente, poi finisce che perde la pazienza e s’incazza. E se la gente s’incattivisce, si badi bene, è un problema grosso. Va a puttane il sistema economico, mica chiacchiere. Da un momento all’altro le persone cominciano a ingarbugliarsi la vita con i complotti, le rivincite e l’invidia. A rivendicare diritti a non finire, come l’università per i figli e la ripartizione degli utili d’impresa. Può succedere perfino che non trovino più il tempo per desiderare una casa come Dio comanda, arredata con ogni sorta di stupidaggine, il salottino di pelle, il televisore al plasma, la playstation 3. Magari non resta loro nemmeno un minuto per indebitarsi fino al collo e spendere la vita a finanziare le banche e i loro affari, e quando dico affari dico riciclaggio di denaro sporco, dico giochetti finanziari, traffico di droga e di armi. Solo a pensarci vengono i brividi, è normale, eppure sembra che certe faccende funzionino davvero bene.
Ma questi sono discorsi che non c’entrano niente con la letteratura. Qui quello che dovevo fare è raccontarvi una storia. Dunque, dicevo… Tutto sembra andare per il meglio, fino a quando Pinocchio esce dalla pancia della balena trascinandosi dietro Geppetto per il collo. La presa è salda e sicura, il vecchietto ha perso i capelli bianchi posticci e ha il respiro strozzato. Allora il sindaco salta in piedi come una molla.”Ma Pinocchio che cazzo fa?”, dice rivolto ad Amedeo Ciccanti, senatore della Repubblica, che in quanto Mastro Ciliegia è uscito di scena da un bel pezzo e gli siede accanto con il naso ancora mezzo dipinto. “Pinocchio?” risponde, “e che ne so, esce dalla balena, mi sembra.”
Pinocchio è interpretato dal consigliere dimissionario Carlo Cannella, 44 anni, in orbita Rifondazione Comunista. Non che valga la pena di sbandierarlo in giro, uno come lui, che alle bandiere non ha mai creduto, ma a ben vedere la storia è sempre quella, prima o poi tutti si calano le braghe, non si capisce bene perché, ma è la vita, succede. E’ secco e rachitico. Ad esser cattivi da proprio l’dea di un burattino. Non solo. E’ un ex cavatore, un ex cantante punk, un ex venditore di bibbie. Insomma ha fatto di tutto senza cavarne mai un ragno dal buco. Una volta ha pure partecipato a “Lascia o raddoppia”, solo che non ha raddoppiato un cazzo. Niente, zero assoluto.
Geppetto cerca di divincolarsi dalla sua ruvida presa. Senza fortuna. E’ bianco come un cencio, ha lo sguardo vitreo e l’espressione cadaverica. A suo merito c’è da dire che finora ha interpretato la parte del falegname alla grande. Certo, per lui è facile, dopo tutto ha sempre campato facendo l’assessore alla cultura, alle scene dovrebbe esserci portato per natura. Si chiama Andrea Maria Antonini, ma a dispetto del nome aristocratico, uno si mette a ridere appena ci sbatte gli occhi contro. La sua somiglianza con il bambolotto della Michelin è a dir poco imbarazzante. Forse per spirito di rivalsa, nella vita ha sempre fatto la parte del cattivo. Allo stadio ha recitato spesso da teppista, rigorosamente in curva fra gli ultrà. Da qualche tempo indossa con orgoglio la maglia numero sette di Paolo Di Canio. Ovunque. Anche in bagno, dicono, ma certo sono malignità da ultima spiaggia. Per farla breve un fascista fino al midollo, su questo ci si può mettere la mano sul fuoco.
La gente fa fatica a crederci, si guarda stupita, pensa a uno scherzo, però il sindaco insiste: “Ma Pinocchio che cazzo fa, che cazzo fa?”
Pinocchio scaraventa Geppetto giù dal palcoscenico, con gran fragore di ossa, ecco quello che fa, poi prende a rimboccarsi le maniche della camicia e a infervorare il pubblico con i discorsi.

“Cos’è tutta questa fretta di trasformare un ciocco di legno in un uomo in carne e ossa, eh?? Cos’è se non voglia di normalizzare tutto, perfino la materia inanimata? Prima di tirare in ballo i bei pensieri sulla grandezza dell’umano, cristo, uno dovrebbe farsi un’idea di come hanno ridotto questo povero ragazzo. Pinocchio, dico. Non è più il burattino irriguardoso e ribelle di una volta, che se ne frega degli ammonimenti del grillo e affancula il padre e la fata, bensì un servo docile e obbediente, pronto a spaccarsi le ginocchia nei confessionali per un pezzo di pane. E’ così. Da burattino faceva l’anarchico. Oggi, da uomo, il servo sciocco. Lo trovate ovunque il potere abbia bisogno di manovalanza spiccia, di muscoli forti e bocche cucite. Non è paradossale? Continuiamo a raccontarci la sua storia all’infinito, sempre la stessa, sempre con la mente rivolta al passato, il gatto e la volpe, il paese dei balocchi, il campo dei miracoli e bla bla bla, nessuno che s’interessi a ciò che ha combinato come essere umano. Perché è lì che finisce la storia, no? Diventa un bambino. Ma poi? Che fine ha fatto? Che combina? Ve lo dico io, perdio. Indossa l’uniforme. E’ il gendarme, la guardia carceraria, che lontano da sguardi indiscreti ed elegantemente democratici si diverte a tirar calci agli extracomunitari e agli occupanti di case, che manganella ai cortei con piacere sadico, che spara per ammazzare a ogni lancio di estintore. E’ il giudice che vende le sue sentenze al miglior prezzo. E’ il giornalista che spende cinquemila parole per raccontarci frivolezze sui divi dello spettacolo. E’ in Iraq, al servizio di qualche compagnia privata che fa il lavoro sporco, oppure alla guida di un bombardiere da 600 milioni di dollari, mentre rade al suolo interi villaggi e si accanisce con le torture su popolazioni inermi. Ecco dove. Una volta li avrebbe mandati tutti a cagare. Una volta. Adesso è un’altra storia. E’ stato addomesticato, fa quello che gli dicono, è un servo come tanti.
E detto questo si sfila il naso di legno, il cappellino di tela verde con la visiera trasparente, la camicia rossa con i ricami dorati e  i bottoncini di madreperla, manda affanculo il pubblico e se ne va.

E adesso spara

Riscrittura #13

Piombo

autore: molecole

Spara cazzo, spara a quel cazzo di coso prima che ci raggiunga e ci prenda le balle a morsi. Che cazzo vuol dire non riesco a prendere la mira? No, sono gia a tavoletta fottuto cretino più di così non va, pensa a sparare, spara! Ho detto schiaccia quel fottuto grilletto e rimanda quella dannata cosa al suo creatore. Mi frega niente se ti fa impressione, devi solo sparare, capisci? Devi solo spappolargli il cervello prima che lui venga a strapparti il tuo, maledetto legnoso imbecille. Dovevo dare ascolto a ronni, dovevo lasciarti marcire come un ratto in quella cazzo di fogna dalla quale ti ho ripescato. Avrei dovuto lasciare che quelli della curva stravinski ti facessero il culo. Smettila immediatamente di sbavare sui miei sedili di pelle porca puttana, che cazzo ti viene in mente di farti prendere dal panico? Adesso? Molla immediatamente il ferro o ci lasceremo la pelle. Quello ci raggiungerà e ti piallerà il sacro pendente con un solo gesto. Me ne sbatterebbe il cazzo se non fosse che poi strapperà la mia pelle cm per cm per il solo fatto di essermi fatto trovare insieme a te. Ma come ho fatto a lasciarmi incastrare in questa storia? Quando è iniziato tutto questo? Dalla coca? Da quei due loschi spaccini dai quali mi hai portato? Girerà tutto liscio, ricordi di averlo detto? Di loro ci possiamo fidare. Ricordo distintamente di averti sentito pronunciare queste esatte parole. Non mi sembra che sia andata esattamente così. Mi hai rigirato come solo un burattino fetido e fallito come te avrebbe potuto fare. Senti? Riesci a sentire l’odore della bestia che si avvicina? Quel misto di bruciaticcio e cane bagnato non è un ristagno d’acqua nel canale di scolo e nemmeno un cazzo di cadavere nel mio bagagliaio. No cazzo, è l’odore della morte che si avvicina. E’ l’odore dei nostri peggiori incubi. E pensare che non volevo nemmeno venirci in questo cazzo di paese dei balocchi. Ti basta uscire un po’ dal centro per trovare solo barboni stracciosi e baldracche sessantenni. Io dovrei essere su una spiaggia a contare soldi non a guidare come se non ci fosse un domani facendo il conto alla rovescia dei secondi che mi rimangono da vivere. Spara, spara adesso porca puttana e fagli provare il piombo al posto del fuoco. Ma dico ti sei visto di profilo? Hai mai pensato di farti dare un’aggiustatina a quella faccia di cazzo che ti ritrovi? Quel giro sul trapano a colonna di vasquez non ti ha fatto niente bene e non guardarmi che non sopporto i tuoi occhi. Possibile che non ne esistano di migliori? Sembrano gli occhi dei cani di pezza del luna park. Ti sei mai chiesto come mai la tua credibilità in questo ambiente non è mai decollata? Ma porco cazzo, ti sei visto con quel cappello in testa? Dovresti essere condannato a morte solo per quel cappello. Giuro che se usciremo vivi da questa merda di faccenda ti ucciderò con le mie stesse mani. Ti brucerò a fuoco lento. Di te non rimarrà altro che un mucchietto di cenere biancastra sul quale piscerò e vomiterò. Non venirmi a dire che è tutto un rischio calcolato, non cercare di darmela a bere con le tue solite palle sui metodi e sugli approcci. No, non somiglio affatto a quella checca sfondata del grillo parlante, smettila una volta per tutte con questa storia e, giusto perché tu lo sappia, mi sono scopato la tua fata turchina ieri sera. Credevi forse che un tale bocconcino potesse stare con uno dotato di una naso simile? No, non ti dà personalità. Ti fa sembrare il testa di cazzo che sei. Ti parlo così perché mi va, perché te lo meriti, perché sei un inutile nodo di ciliegio lasciato seccare al sole. Hai fatto un cazzo di errore brutto merdoso e hai messo nei casini l’unica persona che ti ha sempre parato il culo. Perché non hai lasciato che se la sbrigassero quei due cazzoni del gatto e la volpe? Non_sono_tuoi_amici, possibile che non l’abbia ancora capito? Ti si è per caso rinsecchita la mano? Spara a quella macchina cristosantissimo, non possiamo farci raggiungere. Se sei ancora vivo lo devi solo ed esclusivamente al fatto di avere al tuo fianco un fottuto asso del volante. Cerca di collaborare. Fai la tua parte e falla bene e forse riuscire ad uscirne. Uscirne con stile dici? E’ gia tanto se non finirai a fare la controfigura del bastone del fottuto commissario rex.
E adesso spara pinokkio, spara.

Dal buen retiro

Riscrittura #12

El mas grande mentiroso

autore: benty

Isla de los Baloques - agosto 2007

Mi avvicino con circospezione al lussuoso resort. Mi è stato indicato da una fonte certa che desidera, per motivi di sicurezza personale, restare avvolta nel mistero. Prometto discrezione, sapendo bene di mentire. D’altronde è già successo di dire bugie quando mi ha chiesto le generalità e la testata su cui l’intervista sarebbe dovuta comparire. Le menzogne giocano un ruolo importante in questa storia, ne sono il leit motif. E’ il mediatore e faccendiere conosciuto come il Grillo Parlante che non esita a metterci in contatto con l’ufficio stampa del desaparecido più famoso del mondo, il grande menzognero. Ovviamente dietro la pretesa di anonimato e di una lauta ricompensa.

Il posto è incantevole e sorge in riva a una spiaggia caraibica da cartolina. Bodyguard minacciosissime mi attendono all’ingresso, mi perquisiscono scrupolosamente e solo dopo un’ anticamera di mezz’ora mi guidano finalmente all’interno, verso un chiosco di legno e canne vicino alla riva, da cui si diffonde una musica reggae latinoamericana. Gli sgherri restano nei paraggi, armati fino ai denti.
Prima dell’appuntamento ho dovuto faxare le domande per la previa approvazione, (alcune erano state censurate) e mi è toccato firmare una liberatoria in cui mi impegno a non rivelare luoghi e nomi. Di nuovo mento deliberatamente: di nomi eccellenti coinvolti in questa storia nient’affatto sconosciuta ne farò molti.

Lui è il mito della mala, lo spietato dal cuore di legno, quello che l’ha fatta franca, scomparso nel nulla da anni, su cui sono stati girati film, scritte canzoni e versati fiumi d’inchiostro, di cui si dice sia protetto addirittura dalla CIA.
Ora è seduto davanti a me. Sta beato su una sedia a dondolo di vimini, occhiali scuri, barba ispida di qualche giorno, sigaro in bocca. Una mora strepitosa, che per top indossa solo una ghirlanda di orchidee a fingere di coprirle i seni abbronzati, gli porge sorridente un cocktail, si volta e fa per andarsene. Lui gli molla una pacca sul culo, a mo’ di ringraziamento. Lei scoppia in una risatina e poi trotterella di nuovo verso il bar.
Lui scuote la testa compiaciuto.”Nunca me han gustado las figas de legno, eheh,” poi mi guarda da sopra gli occhiali, fa cenno al mio accompagnatore di allontanarsi, e mi dice “Sientate amigo, que quieres tomarte?. Dopo un po’ torna una bionda formosa, gonnellino giropassera, petto scoperto, generosamente strusciato addosso al sottoscritto, mi porge il mio Daiquiri, e mi molla un bacio sulla guancia, sussurrandomi in un orecchio ‘Salud’. La più famosa marionetta del mondo adesso ride scompostamente del mio imbarazzo, devo essere arrossito e sto sudando copiosamente. Sarà la temperatura tropicale, il solleone, o che mi trovo davanti alla leggenda che in molti cercano inutilmente di stanare da una vita.

Allora signor Pinocchio. Lei è il più famoso burattino del mondo, un mito per grandi e piccini. La sua storia è stata ispiratrice di grandi opere e sconfina spesso nei racconti di fantasia. Com’è cominciato tutto ?

“Intanto yo no soy un jodido burattino, y tampoco soy una puta marioneta. Claro?! Esta è estada la primera mentira de Collodi”

Il suo tono si fa minaccioso. Poi mi spiega con calma, con il suo fastidioso pesante accento spagnolo, frutto di decenni di esilio sudamericano.

“Los burattinos son vuoti para dentro, amigo. Son de estoffa, y los mueven las manos de los burattineros. Non tienen una personalidad. Por exemplo un burattino è uno como Bush, que los mueve las manos de las lobby del petrolio. Sin volontad suya. Compriendes? La marionetas invece tiene fili y se muove solo si hay algun que deciden, desde ariba, como ti devi muovere. Dejame pensar… Uno como Bush è una marioneta, che las lobby de las armas lo mueven como quieren. Yo no soy nada d’esto. Yo soy el grande Pinocchio, me cago en la puta. Todo comincia con un trafficante di organi e un ingegnere genetico, Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto, quello della pecora Dolly, te acuerdas?”?

Faccio di si con la testa, e prendo appunti.

“Geppetto era todo altro que un padre amorevole, come quel bugiardo de Collodi andava scrivendo. Me havian siempre dentro de un laboratorio per fare certi experimientos, tentavano di scoprire il modo di reproducir organos humanos, me tenian in condicciones absurde por un niño, compadre. Siempre al puto frio, embottido de farmacos, te acuerdas que me quemei las piernas, mi ho bruciado le gambe ? Tentavo solo di riscaldarmi. Poi sono riuscito a escappare”

Fu a quel punto che incontrò il suo mentore, Mangiafuoco ?

“Si. Da lui feci esperiencia en la calle, comenciando con piccoli furti, spaccio, racket; lui me ha ensiniado mucho. E como vedi en mi vida ho fatto muchas malas cosas, ma las mentiras, quelle no amigo, esta è una mentira de Collodi. Bettino Mangiafuoco fu mi vero padre, no el puto Geppetto”?

Poi il grande salto, dalla microcriminalità alla grande finanza, riciclaggio di denaro sporco, frodi assicurative, una scalata vertiginosa, traffico di stupefacenti internazionale, i primi omicidi, la crescita e il consolidamento di un impero prima delle costruzioni, poi televisivo, il coinvolgimento nei più grandi crack degli ultimi decenni, dal banco Ambrosiano al Lloyd, dalla Parmalat di Tanzi alla Cirio di Cragnotti.
Ci fu un altro incontro importante, se non sbaglio.

“Si, veo que has estudiado bien compadre. Durante mi actividad de usuraio ho conoscido el Gatto e la Volpe, due banchieri milanesi, i ?furbetti del quartierino? los llamavan. Furono eles que me metian en contacto con los politicos, con el gobierno, los servicios segredos deviados y la mafia tambien. Desde aì cominciai a essere el Grande Pinocchio, l’intoccabile?”

I vostri affari andarono avanti per un po’ con reciproca soddisfazione, avviaste anche una Joint venture assieme, la Miracles Fields inc., società finanziaria con sede alle isole Cayman, intestata a un prestanome, una presunta innocente casalinga, meglio conosciuta come la Fata Turchina, che in seguito venne implicata in un traffico di prostitute. Qual era il vostro rapporto?

“La fata, la llamavo asì porque en la cama, a letto, sabia lo que hacia compadre, era magica, de verdad la mejor. Y tambien una vez me ha salvado la vida, despues de una fiesta con demasiado cocaina. Si ancora vivo è solo por ela?”

E’ proprio da questo brutto episodio venne fuori la storia del naso che si allunga mi pare.

“Que si, una broma, un escherzo, decian che mi naso se allungava porquè Pinocchio tomava mucha coca, ma no tenìa nessuna relacion con las mentiras. Pinocchio no dice mentiras, nunca?”

Ora il “grande mentiroso” sembra nostalgico, il suo sguardo sicuro fissa il mare e sembra soffermarsi un attimo, e ripensare a momenti felici di tanto tempo fa. Ma non abbiamo troppo tempo, le guardie del corpo da lontano guardano nervosamente i loro orologi, devo incalzarlo.

Dopo seguì la prigione, quattro mesi in gattabuia, implicato anche in un paio di attentati ai danni di giudici del pool antimafia. Fu proprio un magistrato, detto il Contadino di Montenero, che riuscì a metterla dentro, in catene per una banale storia di assegni a vuoto. Come riuscì a uscirne indenne, con la fedina penale immacolata anche quella volta?

“Porque yo no digo mentiras compadre, jà te lo ha dicho, solo por eso. Al Contadino de Montenegro de las Besachas, il magistrado del escandalo Manitas Lindas, quello che ha fatto fuera Bettino Mangiafuego y todo su clan, sono riuscito a promettergli un posto da ministro de la Justicia. Non fu strano que el cabron dejò la magistratura poco dopo mi escandalo y luego empiezò su carrera en politica? Todos sabìan, nessuno hablava compadre! Y despues el mentiroso, para todo el mundo, quien es? Yo, solamente Pinocchio es el puto mentiroso, me cago en la hostia!?”

Pinocchio scaglia a terra il suo bicchiere. Immediatamente una delle cameriere in topless prende ramazza e secchio e pulisce il piancito di legno cosparso di frammenti di vetro.
Ufficialmente fu scagionato perchè iniziò a collaborare con la Giustizia italiana, divenne il superpentito storico che, con le sue rivelazioni, fece crollare un’intera classe politica, e fece imprigionare i capi delle cosche mafiose e dei clan camorristici. Che ovviamente decretarono la sua fatwa. Cosa le aveva promesso lo Stato Italiano per convincerla a dire la verità?

“Compadre, non vedi aqui acerca? No queria mucho. Queria desaparecer, aqui, una isla tropicale, mujeres lindissimas, una vida tranquila, protegida, al sol y al mar, unos cocktails, con mucha mucha pasta, molti soldi. Tambien vivo como un topo, no puedo salir deste paraiso. Estè è el precio de la verdad. Y por decir la verdad, el puto Collodi me ha passado como el mas grande mentiroso de la historia. Ahora yo te pregunto compadre, quien es el mentiroso aqui? Qual è la puta mentira y qual è la putissima verdad? Pinocchio ha dicho solo la verdad, por eso ahora me quieren muerto. Y por descreditar me este Collodi escreve la mentira que YO, Pinocchio, soy el mas grande mentiroso. Compriendes el paradosso?”?

Molti credono anche che il suo pentimento fu dovuto alle pressioni della Fata, si narra che a lei promise di smetterla con quella vita da boss ricercato, di ?diventare un bambino buono?. C’è del vero?

“Si, mas una vez, esta è verdad tambien. Yo la queria mas de mi vida esa mujer?

Adesso il grande bugiardo ha una gota legnosa solcata da una lacrima.

Anche i boss mafiosi sapevano di questo vostro legame speciale, per questo, non riuscendo ad arrivare a lei uccisero la Fata Turchina in un agguato, le tagliarono la testa e la buttarono nella spazzatura, in una discarica del napoletano.

“No me hables de esto, mi corazon ancora me duele, fa molto male?”
Quando entrò in scena Lucignolo?

“Despues de la muerte de mi Fata Turquina, encominciò un periodo de grande depresion por mi. Pasava de un bar a l’otro, tomando copas de rum y mucha cocaina, estava diventando un alcolisado y drogadito. Hasta que encontrei Lucignolo, un angel, un amigo, un hermano. Me ayudò mucho en este altura, hasta que decidimos de transferirci juntos aqui, en la ?Isla de los baloques?, protegidos por los servicios segredos americanos. Tambien Lucignolo fuè caluniado por Collodi, como el niño malo. Ahora se llama Lucignolo un programma de mierda en TV. La verdad mas una vez è differente. Lucignolo ha salvado mi putissima vida, Luci è un santo”?

E tutto il resto della storia di Collodi? Lei che diviene un asino? Il Pescecane dove incontra Geppetto?

“Todas mentiras. Collodi me ha desfrutado y yo no ha visto un dollaro per los derechoa de mi biografia. Collodi era solo un escritor al soldo della lobby de las televisiones, que se enventò toda esa estoria, el mas grande bugiardo, que se ha arriquido con mi nombre y ha echo mi reputacion una mierda en todo el mundo?.”

Ci salutiamo con un abbraccio, accampo scuse per non accettare il suo invito a fermarmi qualche giorno in quel posto da fiaba. Le guardie del corpo mi accompagnano alla porta. E’ un uomo solo questo Pinocchio, un uomo vero, non un burattino manovrato da chissachì.
Un uomo imprigionato da una vita difficile, da scelte sbagliate, dalle bugie altrui e dalle sue verità scomode, spacciate al mondo per infami menzogne.

Mamma, tu non lo sai

Riscrittura #11

Pedagogia da discount

autore: emisola

- Non dire bugie o ti crescerà il naso.

- Ascolta la voce della tua coscienza, non schiacciare il tuo Grillo Parlante come uno scarafaggio.

- Fa’ attenzione, il mondo è pieno di Gatti e di Volpi.

Questo resta di Pinocchio, solo questo, tante frasi fatte, tanti luoghi comuni.

Mamma, io non ho mai detto bugie non perché credevo alla storiella del naso allungabile, ma perché non ne sono mai stata capace, se solo ci provavo c’era quel rossore diffuso sulle guance, quella voce inceppata a tradirmi, a tradire la grossa grassa bugia sulle mie labbra.
Mamma, io non ho mai detto bugie, ma ho imparato a tacere.
Mamma, crescendo nei miei silenzi mi sono scoperta vivere dentro la Grossa Grassa Bugia di questo mondo.

Mamma, i grilli li ascolto gridare giù nel fossato umido nelle notti d’estate, li ascolto da quando ero alta qualche pollice e nemmeno arrivavo al bancone del bar sul litorale dove vendevano quelle caramelle gommose. I grilli li ascolto senza capire la loro lingua, senza decifrare i loro messaggi criptati. A volte mi sembra facciano solo un gran baccano. A volte, invece, muovendo le mie labbra al ritmo delle loro gole recito Mallarmé: “Le grillon a une voix ‘une’, non décomposable en matière et en esprit, il est ‘la voix sacrée de la terre ingénue’ et cela parce que son cri n?est pas penetré du neant des mots”. *
Gli scarafaggi non li ho mai schiacciati per rispetto, per la fascinazione e l’attrazione che suscitano in me.
Mamma, tu non lo sai - tu non sai così tante cose… - ma uno scarafaggio può vivere anche nove giorni senza testa. Amputa la testa ad uno scarafaggio e lui sopravviverà cieco. Questo mi fa amare gli scarafaggi, questo per anni mi ha fatto desiderare di essere uno scarafaggio.

Un Gatto è un Gatto. Una Volpe è una Volpe.
Lo so, Mamma, le favole sono fatte di metafore, sono venate di allegorie, ma io mi fermo alla lettera, lascia che io recuperi fra tutti i sovrasensi solo il senso letterale. Che io spogli il tuo corpo invecchiato da tutte le sue rughe, la tua bocca da tutti i suoi luoghi comuni stantii.
Un Gatto è un Gatto, è un batuffolo di pelo in cui spesso ho affondato le mani per trovare sollievo, è artigli che spesso si sono aggrappati alla mia pelle per gioco, per dispetto, per rabbia, per tutte le volte che trascinavo il gioco, per tutte le volte che, sfibrata, lo annoiavo.
Una Volpe è una Volpe, un animale buffo, con buffe orecchie e una buffa coda. I libri rigurgitan di volpi parlanti, c’è quella del Piccolo Principe dalla vocina flebile, c’è quella delle favole di Esopo o forse era Fedro, c’è la renarde di Char che è un senhal di Donna.
Io non ho mai visto una Volpe, l’ho sempre guardata su alcuni libri illustrati.
Madre, un giorno vorrei incontrarla una Volpe sul mio sentiero.

* “Il grillo ha una voce ‘intera’, non scomponibile in materia e in spirito, è ‘la voce sacra della terra ingenua’ e questo perché il suo grido non è penetrato dal nulla delle parole.”

Il tuo 5% in loop

Riscrittura #10

Fast Forwarding Pinocchio

autore: Caino

“Legami che tanto spacco tutto lo stesso”

Tutte queste migliaia di volte che non sono servite a niente, non sono più da secoli “C’era una volta.”
Se guardi il mio naso, sai che ti sto dicendo la verità.
Se questa videocassetta sta per ricominciare, potresti uscire dal reparto ‘Videocassette per Bambini’, sgambettare dritto in ‘Video per Adulti’. Dovresti girare a destra, di fronte al commesso che ti ha fatto l’occhiolino appena siete entrati, poco prima di fissare le gambe di chi ti ha accompagnato.
Quel commesso si chiama “Duncan”.
Il vero nome del reparto in cui ti trovi ora, colonne ripiene di DVD e VHS di cartoni animati, era ‘Intrattenimento per le Progenie di Madri Fedifraghe.’
Non ‘Videocassette per Bambini’.
Poi il capo reparto è stato denunciato da una madre cattolica praticante.
Guarda il mio naso, piccolo, e questa è la verità.
Questo che è l’ultimo giorno della settimana, tu potevi dormire fino a tardi perché oggi non vai a scuola, ma tua madre sta tenendo in mano questa custodia e ti sta dicendo: “Non trovi sia spiritoso?”
Dice: “Hai mai visto una volpe parlare con un gatto? Hai mai visto che un burattino possa diventare di carne e ossa? Hai già visto Pinocchio?”
Tu ascolti, e magari ieri ti eri fatto la tua prima sega. Per quanto è attenta tua madre, potresti aver iniziato a trovare più divertente la masturbazione che le favole.
Dovresti dirle: “In fondo a destra, passato il commesso “Duncan”, reparto ‘Video per Adulti’.
E per quanto sei grande tu, adesso, potresti essere mio padre. Io sono nato con una sega. E tra tutte le bobine della mia storia, tutti i capitoli dei DVD, il multinangolo, il widescreen, il dolby surround, le versioni postmoderne, nessuno ha mai detto: “Ma tuo padre Geppetto, quella sera, non poteva farsi una sega?”
Sul mio naso, ora, non ci starebbe neppure un colibrì rachitico, per quanto è vera questa storia.
Tua madre insiste e dice: “Secondo me Pinocchio è una grandissima fiaba”, mentre tu sei ancora qui, in questo supermercato, a farti convincere se comprare la VHS della mia vita.
Quello al centro della copertina, guance rosse, pantaloncini corti marroni sul ginocchio, bretelle da frocetto, nasino piccolo a punta, quello sono io.
Sono Pinocchio, e ti sto parlando.
Tua madre tiene in mano la mia faccia e ha gli occhi sull’altra mano, quella che tiene un paio di calze a rete di zucchero.
Come se qualcuno dovesse mangiarle le gambe.
Come se potesse essere dolce, per davvero.
Il mio naso è sempre uguale perché non ti ho raccontato neppure una stronzata. Non ancora.
Se questa videocassetta sta per cominciare, io ne ho già le palle piene.
C’è solo una cosa che puoi imparare dalla mia storia. Quello che vorrai essere nella vita probabilmente non lo sarai. Oppure lo sarai soltanto per pochi avvolgimenti. Sarai di legno per un tempo proporzionale al novantacinque per cento della tua vita. E il cinque per cento lo salterai per un incidente, per una macchina che sbanda, per un alce in mezzo alla strada, per un tumore.
Perché salterà la corrente all’ospedale e il tuo respiratore si fermerà.
Tua madre, che ora sbuffa e ti sta implorando di andare, stasera ti dirà: “Sentilo a volume alto, il dvd di Pinocchio, almeno ti godrai il full immersion della qualità digitale, vivrai meglio i colori?”
I colori non c’entrano nulla con l’audio. Ma lei ti dirà: “Se lo tieni abbastanza alto, non sentirai nient’altro”.
E così non sentirai quelle vocine, quei “gemiti”, e non sentirai tua madre con tuo zio, o con il vicino di casa. Magari tutti e tre spariranno sotto la voce di Geppetto, mentre godono.
Se guardi il mio naso, sai che ti sto dicendo la verità.
Trattieni quelle lacrime. Fammi questo favore.
Perché nella mia storia c’è una balena che continua a vomitarmi.
Un insetto che continua a parlarmi.
Una volpe e un gatto, un bambino di nome “Lucignolo”, che continuano a consigliarmi.
Tutte queste migliaia di volte, ti dico che non sono servite a nulla.
Faccio sempre gli stessi errori.
Dimmi “C’era una volta”, e io scoppio a ridere.
In fondo io sto peggio.
La mia storia è stata riprodotta in serial, in film, in cartoni animati, in rappresentazioni teatrali, in musical, in recite scolastiche, e il mio naso è finito in qualsiasi orifizio di un corpo umano.
Occhi-orecchie-naso-fiche-culi.
Ma questa storia non vuole sapere di consumarsi, di smagnetizzarsi da tutte le bobine che la raccontano.
“C’era una volta” sempre, ogni volta. E’ immortalità.
E tua madre, al supermercato, ti sta ancora dicendo: “Ok, allora decido io. Prendiamo questa?”.
Se adesso sei di nuovo a casa, tua madre è scappata al piano di sopra con un uomo che non hai mai visto, se lei ti ha strappato di mano il telecomando e ha messo il volume al massimo, allora la mia storia sta per srotolarsi.
Ma ti dico io come inizia.
E come va a finire.
Solo che tu dovresti farmi il favore di guardare gli ultimi cinque minuti di questa videocassetta, metterli in loop, e per farmi essere quel bambino che ho desiderato diventare per due milioni di volte, in tutte le salse.
Qualcuno mi ha rappresentato come uno zombie. Qualcuno come un killer.
Qualcuno ha pensato che io sarei una metafora di insegnamento.
Tu invece puoi fare questa bella cosa: metti in loop il mio cinque per cento di vita realizzata e non farmi partire da capo.
Permettimi di essere in anticipo e per più tempo quello che diventerò comunque.
Invece che sperare nel 5% di vita che sarà il tuo successo, invece di rincorrere qualcosa, dovresti aiutare a realizzare il sogno di qualcun altro.
In fondo, sai che tra i noi due io sono l’unico che avvererà sicuramente il proprio desiderio.
Questo, succede ogni volta che rivivo la mia storia.
Ogni volta è il Mio Gran Finale.
Ogni volta divento un Bambino. E il pubblico piange. Padri compresi.
Ogni volta non spero più. Faccio finta. Tanto sarò un bambino, comunque. Sempre.
Puoi chiamarlo “destino”.
Oppure “tasto play”.
Tu spera pure nel cinque per cento di vita in cui potenzialmente potresti realizzare ogni speranza. Forse morirai prima, forse fallirai e il tuo cinque per cento sarà peggiore di tutto il resto.
Questo perché tu non sei Pinocchio.
Non sei un pezzo di legno marcio. Non sei il parente di una barca che affonda, di una chitarra sfasciata su un palco, non sei il parente di una cagata di tarlo.
Tu non vivi una storia dettata, nata per l’happy ending strappalacrime.
Se guardi il mio naso sai che sto dicendo la verità.
Io non posso fallire.
Io realizzo sempre il mio desiderio.
Il mio naso è sempre piccolo uguale a prima.
O forse non cresce perché sono Lucignolo e queste sono solo cazzate.

Scambi a freddo

Riscrittura #9

La consegna

autore: Giancarmine Di Matola

Io credo alle fiabe, alle favole e a tutte le storie, deve essere per forza così visto che le stramaledico tutti giorni; e anche questa volta non fa eccezione.
Io sono Pinocchio, e la mia follia sta tutta nel mio nome.
La sveglia digitale che suona alle quattro del mattino ha qualcosa di sinistro, forse è colpa delle cifre che proietta sulla parete, sembrano ragni mostruosi in attesa di saltarmi addosso.
Mi alzo e vado in bagno ma è sempre troppo presto per capirci qualcosa.
Con le braccia tese sul lavandino mi scruto allo specchio la faccia dura e legnosa, le spaccature e le cicatrici sono profonde crepe che arrivano fino in fondo alL’animo.
Il nasone e il cappellaccio a punta hanno perso il loro fascino simpatico e scanzonato.
Anche la Fata Turchina s’è svegliata, anche lei è orribile a vedersi. Entra nel bagno e si siede sul bidet per pisciare, nel frattempo si accende una sigaretta. La puzza di fumo, urina e mestruo è insopportabile, poi spegne la sigaretta nell’assorbente impregnato di sangue e umori maleodoranti, lo avvolge e lo butta nel cesso intasandolo.
Anche lei ha perso il suo fascino magico e incantato.
Mi vesto alla buona e senza pensarci, di mattina presto eseguo solo ordini dettati da altri, questo mi permette di non pensare al lavoro e alle cose che faccio: un po’ come un cane che si morde la coda, solo che un burattino non ha coda. Il letto di Geppetto è ancora vuoto, e tempo che esca per sistemare le cose. In strada è ancora buio. Prendo l’auto, una qualsiasi, la forzo e vado all’appuntamento. La proprietà non mi interressa, io sono per la condivisone di cose, affetti e sentimenti, ai tempi delle fiabe era così ma al giorno d’oggi nessuno riesce più a reggerlo. La società ci ha sostituito con modelli inarrivabili, l’unica cosa che riusciamo a condividere sono solo le frustrazioni e i fallimenti. Percorro strade poco illuminate fino al mio lavoro, dove ad attendermi c’è il capo in persona: Mangiafuoco.
Oggi consegna speciale, perciò dovrò essere veloce e discreto. Parcheggio l’auto davanti al “Garage dei burattini“. L’autoparco è ancora chiuso, batto forte il pugno sul portone e dopo un po’ mi aprono il Gatto e la Volpe.

Pinocchio, sei in ritardo!” mi dicono all’unisono come due pappagalli ammaestrati, più che scagnozzi sembrano due rappresentanti di commercio.
Anche loro hanno perso il loro fascino malizioso e disonesto.

“Non sono in ritardo perciò andate a farvi fottere!” i due si eclissano mentre avanzo nel buio più assoluto, in mezzo al piazzale c’è una grossa limousine nera, al volante qualcuno sta fumando una sigaretta. La portiera si apre e la punta incandescente compie una parabola ellittica fino al pavimento di gres, la sua mole è impressionante e fa fatica a scendere, poi mi acceca con la luce di una torcia elettrica.

Pinocchio, sei in ritardo!” mi fa Mangiafuoco teso come una corda, la camicia e bagnata ed è sudato da far schifo, come sempre in queste occasioni.
Anche lui ha perso il suo fascino pauroso e inquietante.
“Non sono in ritardo perciò vaffanculo!” gli ribatto a muso duro, ma so che lo dice solo per fare scena, per mantenere alta la tensione.

“Il percorso è memorizzato nel navigatore satellitare, quando arrivi a destinazione consegna il pacco e vai via” dice scandendo le parole una per una. Io annuisco e mi metto al volante.
Il navigatore inizia a dettarmi le prime istruzioni mentre imbocco lo svincolo autostradale:

“percorrere l’autostrada per cinquanta chilometri”
“percorrere l?autostrada per venti chilometri”
“uscire allo svincolo e girare a destra”
“percorrere la statale per dieci chilometri

Per non pensare a ciò che faccio seguo istruzioni dettate da altri, anche quelle di un navigatore dall’irritante voce del Grillo Parlante.
Al buio la campagna toscana fa ancora più paura, sembra un immenso tappeto di moquette dove vengono seppellite le azione più riprovevoli e malvagie. Come la polvere nascosta sotto il tappeto. La strada sale su per una collina piena di ville fantastiche, dopo un po’ il navigatore dice di fermarmi davanti a quella che sembra la più grande e bella. Abbasso il finestrino vicino ad un citofono pieno di interni. Ne digito uno a caso. Un faro alogeno mi illumina, permettendo ad una telecamera a circuito chiuso di riconoscermi, poi il lungo silenzio viene rotto dall’apertura dell’enorme cancello in ferro battuto. La targa in bronzo posta in alto si spezza in due, la frase incisa in corsivo è ancora ben visibile.
“Benvenuti a Villa Balocchi“.
Attraverso un lungo viale alberato fino allo spiazzo antistante la villa in stile coloniale. Una finestra al primo piano si illumina e una figura in vestaglia mi fa un cenno con la mano, io lampeggio due volte con gli abbaglianti. Scendo dall’auto e apro il bagagliaio, la luce di cortesia mi rivela il suo contenuto.
Dall’interno prelevo il pacco: una ragazzo completamente nudo e ammanettato, imbavagliato e avvolto in un sacco di plastica trasparente, chiusa da una cerniera che lo percorre in senso verticale. Il lunghi capelli tinti di biondo, il rossetto sbavato sulle labbra e il rimmel sciolto sugli occhi non m’ingannano: anche conciato così riesco a riconoscerlo. E’ Lucignolo; il complice di tutte le mie malefatte, l’unico vero amico che abbia mai avuto.
Anche lui ha perso il suo fascino sfrontato e sfacciato.
Mi carico il fagotto sulle spalle fino alla porta principale, lo zerbino di velluto rosso mi dà un sinistro benvenuto. La porta di legno massello è socchiusa. Entro; e nella penombra del salone d’ingresso scarico il pacco sul grande tappeto persiano. In cima alla scalinata di marmo di Carrara Il Padrone del Carro annuisce soddisfatto. Con la mano destra si stringe la preziosa vestaglia di seta mentre con l’altra sorseggia del bourbon da un bicchiere di cristallo.
Più che maniaco depravato sembra un dandy capitato li per caso.
Anche Il Padrone del Carro ha perso il suo fascino cattivo e maligno.
In un angolo del salone sento dei lamenti strozzati in gola, mi avvicino e ci trovo Geppetto. Ha la faccia tumefatta e ferite lacero-contuse su tutto il corpo, forse anche fratture e bruciature.
Anche lui ha perso il suo fascino bonario e rassicurante.
Da quando Lucignolo lo ha lasciato Il Padrone del Carro è impazzito dalla rabbia. Un giorno mi ha chiesto di riportaglielo e per convincermi ha fatto rapire e torturare Geppetto, così ho tradito l’unica persona che mi abbia trattato come un bambino vero. Ora lo rimando tra le braccia di quell’infame aguzzino.
Mi chiedo se ne vale la pena.
Mi chiedo se riuscirò a sopportarlo.
Carico Geppetto sulle spalle e prima di andare via do un ultimo sguardo a Lucignolo, che all’interno del sacco ansima gonfiando e sgonfiando la plastica. Questo lavoro non ha niente di normale: ho bisogno di istruzioni, di qualcuno o qualcosa che mi dica cosa fare e che non mi faccia pensare.
Per fortuna in auto il navigatore satellitare fa sentire la voce del Grillo Parlante.
Il ritorno all’autoparco è veloce, ci metto sempre meno dell’andata, come se scaricare la merce rendesse l’auto leggera e sollevata da angosce, ma questo a me non succede mai. Geppetto è sul divano posteriore che dorme un sonno pieno di incubi. Nell’autoparco non c’è nessuno, probabilmente Mangiafuoco è già al corrente di tutto ed è andato a dormire tranquillo. Parcheggio la limousine, prendo Geppetto e vado via.
Ormai albeggia, l’auto che ho preso per andare al lavoro non c’è più, forse è stata rubata o forse sono io che non riesco a trovarla, ne forzo un’altra e torniamo a casa. La Fata Turchina è nel letto che guarda televendite di medicinali antidepressivi, la cenere della sigaretta accesa cade sulle lenzuola sporche lasciando piccoli crateri.
Metto Geppetto nel suo letto.
Ho il dubbio che in questa casa non ci sia mai stato un bambino, e nemmeno un burattino, credo che sia solo il frutto di una allucinazione collettiva. Mi spoglio e mi metto al letto avvolgendomi nella pesante coperta, perché quando ritorno dal lavoro ho sempre freddo.
Tanto freddo.