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Archivio per Settembre, 2010

L’altalena


All’ultima fila di ombrelloni, vicino al tavolino da ping pong, ci sono le altalene. Mio nonno mi ci porta sempre. Mi solleva, mi aggiusta sulla seduta di legno corroso di mare. Io afferro le catene, strette strette, come mi dice sempre lui. “Non lasciarle mai, per nessun motivo”- si raccomanda. Ha il cappello in testa, le merit infilate nel costume.

“Sei pronta?” – mi chiede.

“Sì, nonno. Fammi volare!”.

Lui si porta dietro le mie spalle strette di bambina, cotte di sole. Prende le catene tra le mani. Cigolano. Sento che mi porta indietro, per darmi la rincorsa. Poi mi lascia andare. E io volo. Dapprima piano, poi sempre più forte. Fletto le ginocchia, come mi ha insegnato il nonno, così riesco a tagliare l’aria ed andare sempre più alto. Arrivare lontano mi piace. Quando l’altalena fa sempre più rumore e vedo gli altri bambini in fila ad aspettare il loro turno. Sono più piccoli di me. A loro è vietato volare così alto. Io invece riesco a rasentare il cartellone pubblicitario della Coca Cola, in cima all’altalena.  Fletto le ginocchia sempre meno, per rallentare la velocità e pian piano, fermarmi. La sabbia brucia, come l’acqua di mare negli occhi. E allora, mano nella mano con il nonno, salto da un ombra all’altra, salto file di ombrelloni, fino ad arrivare al mio. In prima fila.

Zia Tina fa l’uncinetto. Mia nonna si unge, che il sole così attacca meglio. Io sto sulla sdraio, seduta. Aspetto la mia merenda. La focaccia del mare è la più buona del mondo, sa di sale ed è morbida di olio. La nonna la compra all’alimentari del Lido, sulla strada che taglia l’Italica, ne strappa un pezzo da bambini e me la porge. Io la finisco veloce, perché la rivoglio sempre due volte. Le bibite si bevono con la cannuccia, nelle bottiglie di vetro che ci soffi dentro e gonfiano come l’acqua della pasta quando bolle.  Quando faccio merenda i miei mi dicono di stare all’ombra. E la sabbia, all’ombra, diventa buona. Sarà per questo che la mamma mi distende l’asciugamano a terra e io, accovacciata di lato, allungo le mani per toccarla, per sentirla fresca, sulla pelle.

La mia estate profuma. Quando dalla città, prepariamo l’auto per andare al mare io riesco già a sentirne l’odore. Sa di legna, appoggiata sulla battigia, di coltellacci a riva, di telline da tirare su con la rastrelliera. E sa di more, quelle da raccogliere sulle Muretta, nei giorni che non si va sulla spiaggia. Io e Nicola ci arrampichiamo per prenderle, riempiamo i ciottoli di latta, le laviamo con l’acqua ghiaccia di Camaiore. E le mangiamo, seduti in una poltrona in due, davanti alla tv. Dalla zia Jone, al mare, si beve l’acqua dal ramaiolo. E’ ammaccato dal tempo, appoggiato al muro, sul lavabo di marmo. Io voglio sempre bere per prima che non mi giovo degli altri. E allora corro veloce, faccio scendere presto l’acqua, giù, a fontana. Fin quando, fredda da far rabbrividire lo stomaco, merita di essere bevuta. Mia mamma, quando mi vede fare così urla. Dice che mi un giorno o l’altro mi verrà una congestione. A me non interessa. Che può farmi un po’ di acqua tirata giù veloce?

Niente, in fondo io posso fare tutto. Posso correre, dalla chiesa, fino all’arco del Comune. Segnare quadrati a terra, sul cemento, con i sassi  e giocare zoppino. Arrivare fino alla casa delle due sorelle pazze, che la mamma mi ha detto di non avvicinarmi neppure se mi salutano. Fare i primi tre scalini esterni che conducono al portone e poi, con Nicola, scappare a gambe levate. Con il cuore in gola, che batte. Batte e ancora batte. A Camaiore sembra che ci sia racchiuso il mondo.

C’è il profumo della vita, il sole che alle due del pomeriggio ti toglie le forze e ti fa arrancare. C’è Macò, il down rinchiuso che urla, dalla finestra di camera sua e lo senti in tutto il paese. C’è ombra e luce.

L’ombra di Via Vittorio Emanuele, là dove c’è la chiesa, espongono i morti e ho paura solo a passarci. Là dove c’è la Misericordia, che anche quando ha il bandone ammezzato, ci si vedono le bare. Allora chiudo gli occhi e chiedo alla mamma. “Lo abbiamo sorpassato? Posso aprirli?”.  Le Muretta invece sono il sole, il cielo che lo guardi e ti viene di respirarlo tutto quanto. Sono le Apuane, che in certi giorni ti sembra di poterle toccare. Sono la mia famiglia, in posa, fuori casa che si stringe per fare la foto di gruppo con la polaroid.

Sono i miei ricordi. Oggi  così vicini da desiderare di poterli toccare di nuovo.

Il sapore della felicità

Le barche erano intrise di salmastro, strisce d’azzurro corrose dal sole . Il legno si bagnava di mare nei punti dove il bianco smaltato aveva ceduto. Io me ne stavo disteso in quella conchiglia allungata che dondolava tra le onde, ancorata al piccolo porticciolo naturale di fronte al castello. Correvo lì al mattino presto, quando ancora i taxi di mare non partivano. Così potevo starmene accovacciato nell’umidità del giorno che arrivava, con le gambe che cercavano spazio tra i remi appoggiati nel pagliolo. Portavo le braccia incrociate dietro la testa, all’altezza della nuca, a mò di cuscino. Guardavo il cielo e, poco più in là, il Castello Aragonese. Così grande, massiccio che pure i flutti di mare potevano farsi male quando si infrangevano ai suoi piedi. Da lì potevo ascoltare il mondo. Con una musica che mai più ho avuto modo di sentire. I gozzi che sciaguattavano come lavandaie nei fiumi, le finestre che si aprivano cigolando di mattino presto, i primi passi, strusciando sull’asfalto del ponte erano dolci suoni per le mie orecchie di bambino. Ogni tanto chiudevo gli occhi per sentirli meglio. Mi concentravo e riuscivo ad avvertire anche il battito d’ali dei gabbiani che planavano dall’ala est del Castello, volavano in mare. Pescavano. A volte scappavo dal letto della nonna e correvo nella notte al porticciolo. Volevo vedere le stelle cadere nel mare. Quando tutto è buio, così buio che mi faceva timore. E il mare era nero. Ma in più punti le luci lo facevano tremolare, come quando la luce elettrica ci abbandonava improvvisa ed a casa accendevamo le candele. Le mura tremolavano anche loro. Io mi divertivo, mi eccitavo, l’adrenalina saliva potente. Le candele erano il gioco inaspettato che cambiava faccia alla noia della notte. Fatta per dormire anche quando non ne hai voglia. E la faccia della mamma diventava arancio e se passavo le mani vicino alla fiamma, l’ombra delle dita diveniva gigante. La notte al porticciolo le stelle facevano oscillare l’acqua.

Il Castello sembrava affondare nel buio. Sprofondare nel mare. Avevo così tanta paura delle mie fantasie che aspettavo con ansia l’arrivo del giorno. Il cielo tinto di rosa, striato di blu cobalto e poi il sole. Rimanevo disteso fin quando non avvertivo l’odore del pane uscire dal forno del Boccia. Tutti, dal porto al ponte, facevano lunghe file per il filone da un chilo. Io mi presentavo quando ancora la bottega non era aperta. Mi affacciavo al laboratorio e il Boccia passava la mano infarinata sui miei capelli. Mi porgeva un panino che scottava come il sole di Ferragosto ed io, solo ringraziando con un gesto della testa, correvo via. Forte, fortissimo. Come se nelle mani avessi nascosto il tesoro di Sant’Anna. Come se i fantasmi delle Clarisse del Castello mi inseguissero per i vicoli del borgo. Le gambe mi portavano fin quando il fiato teneva. Le salite di Cartaromana non mi intimorivano. Arrivavo in alto, là dove potevo riposarmi nel verde, guardando il mare divenuto piatto come una tavola. Calmo. Il mio cuore invece saltava come un canguro impazzito. Le mani rosse stringevano ancora il panino del Boccia. Mi sedevo, su una pietra che rinfrescava i pensieri, addentando il primo boccone del giorno. Sapeva di farina buona e di sale. L’aria era quella dell’isola. Corsi verso casa prima che la nonna si svegliasse. Prima che i taxi di mare portassero i turisti a vedere i sassi multiformi spuntare dal mare come magiche ninfe.

Il giornalaio in piazza aggiustava le locandine. Passai dal retro del piccolo giardino dove la nonna aveva piantato due alberi. Un arancio e un limone che, come diceva sempre lei, non potevano mancare in una casa dell’isola verde. Dormiva. I capelli raccolti, le rughe appoggiate morbide sul viso. Lasciai i vestiti salati sulla sedia, dove li avevo riposti la sera prima. Andai a letto vestito solo delle mutande bianche di cotone che mi lasciavano il segno perché erano strette. Quel giorno mi addormentai pensando che da grande avrei vissuto così. Respirando a pieni polmoni le cose semplici della vita. Provando ad udire passi, battiti d’ali, penne biro su fogli a quadretti, ascoltando il rumore della carta dell’ortolano quando c’infila a forza il chilo e mezzo di pesche. Innamorato del suono della mattina, di spiragli di sole appoggiati sul pavimento. Di odore di bucato e profumo d’acqua ghiaccia sul viso. Di pane caldo e di farina sui capelli che spesso attaccavo al cuscino.

E stanotte mi addormento, con l’azzurro delle barche del porticciolo negli occhi, in una città del centro Italia, così rumorosa da non avvertire neppure un suono diverso dall’altro. Penso che domani partirò, mi dico. Nella tasca della mia giacca ho sempre un biglietto del treno, pronto per essere obliterato anche se oggi non serve più.

Posso partire, ripeto. Un gozzo, là nel mare forse mi aspetta ancora.