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Voglia di Natale

natale

Ho voglia di Natale. Di quando il mondo si ferma e non ce n’è per nessuno. Di negozi chiusi, di poche auto, di serenità. Vera o presunta. Di luci che brillano ovunque e ti finiscono gli occhi, di diapositive da proiettare dopo il pranzo a ricordare ieri. Ho voglia di risate che sanno di famiglia e di quegli abbracci che sono più calorosi del solito. E di te che mi apri la porta mentre fuori è inverno e sei bella come sempre anche quando cucini. Prepari i crostini e la maionese mentre pian piano arrivano gli altri. A casa tua c’è calore anche se non c’è il caminetto, se non c’è un fuoco che colora d’arancione. E di rosso. Noi insieme – nonostante tutto, nonostante le litigate, la rabbia, il risentimento, le improvvise gelosie, le incomprensioni e le paure– ci siamo sempre divertiti. Come quando hai preso in affitto quella casa al mare sopra la rosticceria del Lido. Ero piccola ma lo ricordo come se fosse adesso. L’umidità penetrava aggressiva tra i fili di lana del maglione lavorato ai ferri da Zia Tina e gocciolava lungo le mattonelle della cucina. Il riscaldamento non funzionava. Ma le risate, sotto ai pannolani pesanti, di notte quando ancora non c’erano i piumoni, non ce le toglieva nessuno. E quelle lenzuola di cotone così fredde che ci stringevamo tutti quanti per trovare un po’ di tepore. Quella casa di fortuna, una grande fregatura. Eppure eravamo felici. Felici con niente. Era Natale. Le mareggiate regalavano pezzi di legno dalle forme più strane, adagiati sulla battigia, corrosi dal salmastro, domati dall’acqua. Io li raccoglievo, mentre mio padre mi teneva per mano. Tu eri lì, con Jacopo stretto al seno, piccolo piccolo. E poi Monica, Betty, la mamma, il nonno e i suoi lunghi cappotti, quelle mani grandi che alzava al cielo per salutare le persone, per catturare il vento. C’era nebbia e le luci parevano immense, a tratti dense e poi leggere. Impalpabili. I grandi dicevano che il Natale fa tristezza. A me invece sembrava bellissimo. Eravamo tutti insieme. C’eri tu.

Senza titolo

Un calcio sacrilego al destino perfetto

L’Arno è sporco e ghiacciato. Per questo alzo gli occhi verso Ponte Vecchio, per non vedere l’acqua  che cammina melmosa. E’ un po’ come me. Anch’io tiro passi lenti, pesanti  come se fossi coperto di fango e detriti. Trascino la mia valigia con dentro tutta la mia vita. Ci ho infilato qualche foto. Una in cui sono in prima elementare con il grembiule nero ed il colletto bianco, in  un’altra ho la bocca sporca di gelato. Poi c’è quella in braccio a mia nonna, appoggiato sui quei seni che paiono la Cupola di Santa Maria del Fiore, così perfettamente tondi e  pieni. Universali e caldi che mi ci addormentavo sempre. Nel trolley che mi porto dietro verso la stazione di Santa Maria Novella c’è un quaderno, con i  miei fumetti. Con i miei sogni di ragazzo che ho ingabbiato nei quadretti di quelle pagine. C’è la camicia  stirata da mia madre, che sa di appretto. C’è la foto di Mirò, che mi ha lasciato  urlando come un’istrice impazzita,  perché sono “un animale invertebrato pronto a strisciare come un serpente a sonagli per il successo”. E’ stato il suo nome a farmi innamorare di lei. Mirò, sapeva di colore. Proprio come un quadro. Chissà che cosa direbbe adesso. Se solo mi vedesse camminare a piedi, senza il mio autista, trascinando una valigia da venti euro cinese, con ai piedi un paio di All Star onsunte riesumate in soffitta. Ma ancora buone. Comprate negli anni novanta, blu elettrico. Ci cammino bene. E avverto un senso di leggerezza inaudito. Il resto del mondo l’ho buttato via stamani, dopo aver chiuso la valigia. L’orologio di casa mia segnava le 10,26. Ho sceso le scale tre, quattro, cinque volte diretto verso i contenitori della Caritas, quelli dove si mettono i vestiti per i poveri. Li ho riempiti. 10 scarpe di Gucci. 5 di Hogan. 3 di Ferragamo, quelle che ho fatto più fatica a gettare. E poi i completi, le cravatte, caterve di camicie. So di non aver fatto cosa buona ma ho buttato anche il mio Mac. L’Iphone invece adesso credo sia appoggiato sul letto del fiume d’argento, proprio sotto Ponte Santa Trinita. Prima ho voluto scattare una foto. Alla mia città. L’ultima. Prima di partire. Pluff.

Il treno è in ritardo. L’attendo sereno. Nessuno mi corre dietro oggi. Rido, pensando a cosa starà succedendo a Roma.  Lavoro lì ma faccio il pendolare così la sera me ne torno sempre a Firenze. Avevo cinque appuntamenti in un’agenda più fitta della programmazione di SkySport. Il primo alle 9 in punto. Colazione di lavoro. Mi aspettava il mio ufficio da 150 metri quadri, la mia segretaria, la borsa in picchiata, il traffico. Respiro a pieni polmoni, aspetto il regionale che mi porterà a Viareggio. E poi il pulmann, verso Camaiore. Lì c’è la casa di mio nonno, dietro le Muretta. Ho trentasei anni. Sono un uomo. Ma mi manca quel posto.
“Italo, Italo…ma sei proprio tu!”. Mi volto. E’ Matteo Francesconi. Con lui mi aggrappavo sulle Muretta a raccogliere le more. Giocavo a rimpiattino o con le biglie. Ricordo anche pallonate verso il cielo d’agosto, con il SuperTele blu e nero. E non poteva essere altrimenti. Lui era interista.
Gli rispondo con un cenno del capo e allargo le braccia. “Sono proprio io, in carne ed ossa”.
“Il ritorno del signor prodigo”.
“Eh sì, a volte ritornano”, dico io. E la voce la sento che mi viene a mancare, si fa sommessa come quando mio nonno mi rimproverava e correvo a nascondermi nell’angolo della stanza. Autocastigandomi ancor prima di sapere quale sarebbe stata la mia punizione.
“Allora?”- su su tira fuori la prole, dove l’hai nascosta? Mi chiede.
No  - mi dispiace  deluderti caro Matteo. Niente  figli, niente moglie e nemmeno un’amante. Sono libero come l’aria.
Oh, Italo Pezzini, non ci credo. Non è da te.
E invece lo è. Ribatto mentre la conversazione mi sta stufando.
Lui ridacchia. Mi racconta di sé anche se io non sono sinceramente interessato a come ha passato gli ultimi venti anni della sua vita.
“Mi sono sposato con la figlia del pizzaiolo. Ti ricordi Laura?”.
“No, non ho molta memoria. Mi spiace”.
“Ma sì che te la ricordi dai. Ci passava  triangoli di cecina e di pizza di nascosto da suo padre.  E non te la ricordi l’indigestione di Scarpaccia? Se ancora oggi vedo una torta di zucchine potrei morire all’istante. Comunque adesso abbiamo due figli. I figli sono la cosa più bella vita, dovresti provare ad averne almeno uno. E’ una gioia che non si può descrivere. Certo i problemi sono tanti, tirare avanti oggi è diventata dura. Però ce l’ho fatta a comprare casa, vicino al Prado. Trent’anni di mutuo. Fortuna che mi ha aiutato un po’ mio suocero. E non ti ho detto dove lavoro! Insegno alle scuole medie. Sai quelle dove abbiamo studiato anche noi. Pensa tu i casi della vita  eh Italo?”.
“Eh, sì i casi della vita. Scusa ma devo proprio andare, sono di fretta. Devo ritirare delle carte e partire”.
“E dove vai?”.
“Ancora non lo so”.
Faccio un breve saluto a Matteo Francesconi con la mano e proseguo per la mia strada. Muovo le  chiavi  nella tasca dei pantaloni e penso che gli amici d’infanzia siano un ricordo che deve rimanere tale. Ritrovarli dopo tanti anni ti genera solo delusione. Meglio lasciarli inchiodati a una foto di terza media, con l’apparecchio ai denti e la camicia che gli esce  dai pantaloni. La sua effimera felicità mi disgusta.


La porta di casa cigola. Camaiore invece è silenziosa. Nella corte si respira la solita aria austera. I ritratti del bisnonno Jacopo e della  Piera Magnaghi sono appesi alle pareti, più scuri e tetri del solito. Il mio stemma di famiglia invece è  sempre in salottino, in bella vista. Vicino alla scrivania in radica ed ai libri di latino. Il mio destino era già scritto in quei libri. Non avevo scelta, ancor prima di nascere. Dovevo essere un uomo di successo,  proprio come poi sono diventato, degno discendente di una famiglia di potenti. Ricco. Nobile. Sfacciatamente stronzo, forse. Proprio come mi accusa Mirò. Lei che viene dalla campagna, cresciuta tra le spighe di grano e gli olivi. Così figlia della terra che pulisce il piatto con le dita e poi se le porta alla bocca. La prima volta che le vidi fare quel gesto rabbrividii. Lei se ne accorse. E continuò. Amava sfidarmi.
Corro veloce fino in soffitta. Al terzo piano. Dovevo prendere ancora due cose, prima di scappare. Perchè è questo che sto facendo. Sto scappando. C’è polvere di anni. Tutto è grigio fumo. E la polvere la vedo chiaramente, in controluce.
In un angolo c’è un fustino cilindrico di Dixan, degli anni Ottanta. Dentro so già cosa c’è, al posto del detersivo. Ma lo apro comunque, come se dovessi scartare un regalo di Natale. Tolgo il coperchio rotondo, coperto da tre dita di laniccio e affondo le mani nel mio tesoro. Decine e decine di soldatini giacciono nel fustino chissà da quanti anni. Eppure sembrano nuovi. Ne prendo in mano tre o quattro e tutto torna a parlare. Di pomeriggi di bambini, passati a costruire barricate, a giocare alla guerra. Pomeriggi di spari e di bombe, di eroi che battevano il nemico, di elicotteri che facevo roteare in aria e poi discendere a terra, per salvare  gente immaginaria che chiedeva aiuto, dal basso delle campagne.
Il silenzio di Camaiore ricordava la guerra. All’epoca ero un grasso bambino che tentava inutilmente di arrampicarsi sulle mura fatte di grosse pietre, chiare come il marmo delle cave di Michelangelo, a Carrara. Su quelle mura, mi raccontava mia madre, si rannicchiavano i partigiani, con i loro fucili tra le mani. Morivano per la libertà. Non ho mai saputo cosa si poteva vedere al di là di quelle pietre. Tutti riuscivano ad arrivare alla cima e poi sedersi, gustarsi il panorama. C’era riuscita pure mia cugina, due anni più piccola di me ma decisamente più agile. La invidiavo mentre mi invitava a raggiungerla. La guardavo dal basso, mentre il vento le muoveva i capelli lisci e lo sguardo vivace pareva brillare come fa l’asfalto a luglio, quando sembra bagnato. I miei occhi hanno immaginato tante volte cosa potesse esserci là dietro. Distese infinite di papaveri rossi, tanti quanti erano i partigiani morti in guerra, uccisi dai tedeschi cattivi. Oppure un grande lago, posato  dolcemente ai piedi delle montagne. Nell’acqua rifletteva il verde degli alberi, delle foglie mosse dal libeccio. Poco lontano dal lago c’era una grande casa di campagna, una scala di legno di fortuna appoggiata ad un fico. Delle grandi vasche di pietra dove donne inginocchiate lavavano immense lenzuola bianche. Le mani forti si immergevano nell’acqua ghiaccia, si tuffavano nel bucato come audaci delfini. E riemergevano rosse come il fuoco che ardeva nei camini, d’inverno. Se mi concentravo riuscivo pure a sentire gli odori di quella casa, quella che immaginavo potesse esserci dietro le mura di Camaiore. Ancora oggi non so cosa ci sia oltre quei grossi massi. I miei occhi non sono mai andati oltre la mia immaginazione.

Smuovo i  soldatini nella mano, mentre mi guardo intorno. Cerco dell’altro. Ci sono tante scatole, riposte in maniera ordinata avvolte da lunghe ragnatele fitte come nebbia.  Le faccio fuori con la mano, con una zampata degna di leone. Sono diventato vorace di ricordi.  Mi siedo a terra ed apro i cartoni, uno ad uno. Tante cose non mi dicono niente. Una vecchia radio, un frullatore, serviti mai usati, posate d’argento. Non ci sono libri. A casa di mio nonno i libri non sono fatti per essere tenuti in soffitta. “Il sapere deve stare sempre a portata di mano” –  mi diceva indicandomi la libreria a parete del salotto.

“Vedi questa fila? Ci sono i libri che dovrai leggere in questa estate”.
Mi obbligò a farlo davvero ma non fu una punizione come credevo. Tutt’altro. Il primo libro l’ho letto sulle rive del Teneri, il torrente di Camaiore. Era un pomeriggio di giugno del 1981, avevo sei anni. Non ho mai visto tanto verde vibrante di sole come in quei giorni. Mio nonno teneva su un cappello di paglia e portava un paio di pantaloni blu che tirava su fino al ginocchio. D’intorno qualche uomo pescava.
“Vieni qua”- mi disse – siediti qui, vicino a me. Mi tolse le scarpe e lui fece lo stesso. Dai, adesso è il momento di infilare quelle zampe nell’acqua. Forza ” – mi esortò.
L’acqua era fredda.  Ma dopo qualche minuto il mio corpo si era già temperato. Mi spiegò che proprio lì, sul Teneri, si era tanto divertito da giovane, quando scappava  da suo padre.
“Il latino non mi andava giù sai, non l’ho mai digerito” – mi confessò. Così venivo qua, di corsa. Mi sentivo libero.
Ma tu, adesso devi leggermi una favola – mi disse. Ecco qua. Mi mise tra le mani un libro di Jean de La Fontaine. Era più grande di me. La copertina verde smeraldo, le scritte grandi,  le illustrazioni colorate che prendevano tutta una pagina.
Ma non possiamo pescare?  - gli chiesi. Siamo in mezzo ad un torrente, qui si pesca, non si legge.
E chi l’ha detto questo? Tu adesso inizi a leggere, poi peschiamo.
Tu mi prendi in giro, nonno. Non hai portato la canna da pesca. Lui rise. Leggi – mi intimò. Dopo ti ho detto che pescheremo. Che fai non credi a tuo nonno?
Non risposi ed iniziai il racconto.
Allora? Italo,  sto aspettando.
Nonno, sto leggendo.
A voce alta, Italo. A voce alta.
Un po’ mi vergognavo di dover leggere a voce alta. A pochi metri da noi c’era chi pescava,  sulla riva opposta c’era un uomo che ci guardava strano. Ma non mi pareva il caso di contraddire ancora mio nonno. E iniziai a leggere.
«Un corvo aveva rubato un pezzo di formaggio ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quel formaggio.
Si fermò ai suoi piedi e cominciò a far grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, dicendo che nessuno era più adatto di lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz’altro , se avesse avuto la voce”.
La voce, Italo. Chiudi quelle “c”.
Ripresi a leggere. “Se avesse avuto la voce”.
Il nonno fece segno con il capo che stavolta la mia dizione era quella giusta e continuai.
“Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la  voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere il formaggio. La volpe si precipitò ad afferrarla, soggiungendo: “Se poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe proprio altro, per diventare re”.
Bene, bravo Italo. Passò veloce la sua mano sui miei capelli, arruffandoli.
Cosa hai capito di questa favola?
Lo guardai inebetito. Ero talmente impegnato a leggere bene e pronunciare con la giusta dizione ogni parola che avevo perso il senso di quello che avevo appena letto.
Lo guardai, impaurito. C’era solo l’acqua a fare rumore.
Puoi rileggerla se vuoi. Lo feci, ma in silenzio. Con gli occhi.
Poi guardai mio nonno che invece osservava il cielo. Aveva le mani appoggiate sull’erba, appena dietro la schiena.
“Non bisogna fidarsi di chi ti fa i complimenti” – dissi, poco certo di aver dato la risposta giusta.
“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – dice un vecchio proverbio – ma c’è dell’altro. Ci vuole cervello, piccolo. Sarà il tuo miglior compagno durante tutta la vita. E questi, disse poi – indicando il libro che tenevo saldo sulle ginocchia per non farlo cadere in acqua – sono importanti sai per sviluppare quella scatolina che tieni dentro questa capoccia”.
Io diventai rosso. Lui rise.
Adesso peschiamo. Dimenticai il mio imbarazzo e corsi in piedi. Il nonno camminava scalzo sui massi, Avevamo le gambe affogate in venti, venticinque centimetri di acqua. Erano giorni di secca.
Attento a non scivolare che poi tua mamma e tua nonna ci fanno lessi a tutti e due.
Sghignazzai forte, portandomi una mano a nascondere un sorriso birbante. Il nonno avvicinò le mani, a conchino, come quando devi bere e raccogli così l’acqua sotto al getto delle  fontane. Le calò vicino ai massi, immergendole fino a metà dell’avambraccio. Le tirò poi fuori, improvvisamente. Niente, la pesca non era andata a buon fine. Poi le portò di nuovo nell’acqua, mossa di correnti nervose. Quando le portò di nuovo fuori aveva uno sguardo soddisfatto. Guarda qua. In mano aveva dei bruscoli neri che si muovevano con una minuscola coda. Sembravano delle virgole in grassetto.

Cosa sono? chiesi un po’ deluso.
Sono girini.
Girini? Non sapevo minimamente cosa fossero. Erano esseri non contemplati tra le conoscenze acquisite nei miei primi sei anni di vita.
Sono rane, mi spiegò mio nonno – vedi dopo un po’ di tempo spunteranno le gambe, poi si formerà la testa ed il resto del corpo.
Lo guardavo affascinato. Sapeva rendere interessante qualsiasi cosa. I libri più belli che ho letto in vita mia, sono stati quelli delle mie estati. Decine e decine di romanzi che divorano con le gambe immerse nell’acqua del fiume, con le fronde degli alberi che facevano ombra alle pagine e muovevano le parole. Mi immedesimavo nei personaggi, gioivo e soffrivo con loro e loro con me. Mi vestivo delle loro vite e poi correvo in bici fino al mare. Mi tuffavo e nuotavo oltrepassando le secche. Poi mi mettevo a pancia in su. Galleggiavo con le braccia aperte. Sentivo l’acqua che per metà mi prendeva il corpo e lasciava libera l’altra  metà. Guardavo il cielo e immaginavo. Facevo il morto a galla. Anche questo me l’aveva insegnato mio nonno.
Si chiamava come me, Italo. Mentre aprivo e richiudevo le scatole in soffitta pensavo a cosa avevamo in realtà in comune io e lui, oltre al nome. Una famiglia che oggi non ho più, forse. Li ho persi uno ad uno senza neanche accorgermene. Falcidiati dal tempo. A volte quando mi chiamavano ed ero preso dal lavoro, dalle telefonate, dalle riunioni o semplicemente dal niente di cui mi ero circondato mi disturbavano. Tutti i parenti che mi chiamavano li giudicavo solo una gran scocciatura. Mia zia, mia nonna, perfino mia madre.  Soprattutto mia madre. Chiunque mi scocciava. Pure le donne che mi ritrovavo nel letto al posto di Mirò. Se da bambino non mi stancavo mai di quel facevo da adulto sono diventato l’opposto. Tutto mi stanca. Guardo i soldatini a terra, vicino al fustino di Dixan. Avevo quelli e mi bastavano. Poi è arrivato il successo, il lavoro, i riconoscimenti, il denaro. E non mi bastano mai. Ho incominciato a correre fino a rimanere senza fiato. Sono sempre arrivato a vincere. Sempre il primo della classe, il primo sul lavoro, il primo con le donne. Ma quando arrivo ho bisogno di partire di nuovo. Appena raggiungo l’apice non mi sento appagato. Sono nervoso, stizzito, incazzato come nessuno. Tiro un calcio alle scatole, qua in soffitta. Un calcio sacrilego ad un’infanzia troppo perfetta e ad un presente che non mi dice niente. Mi lascio cadere all’indietro. Le gambe incrociate come gli indiani. Le braccia aperte come quando facevo il morto a galla. Sopra di me, però, niente cielo. Solo vecchie travi pesanti. Respiro forte. Mi manca l’aria. Chiudo gli occhi. E poi li stringo fino a farmi male. Spero che quando li riaprirò sarà tutto diverso. “Che cazzo stai facendo Italo?”. “Cazzo fai in sto porco mondo zozzo come acqua marcia che trovi sui marciapiedi quando piove? – Cazzo, cazzo, cazzo. Lo ripeto più volte tanto che il concetto mi entri chiaro in testa. Batto i pugni sul pavimento gelido mentre il buio non mi risponde. Piango. Stizzito come quando facevo le bizze da bambino. Piango e non so fermarmi. Credo di avere un mostro nello stomaco che mi urla dentro ed ha voglia di uscire. Mi sta sbranando. Io sto vaneggiando.
Ho la febbre. Ho fame. Ho paura.

Fiorentina, “Nessuna passione è inutile, nessun amore è sprecato”

Nessuna passione è inutile, nessun amore è sprecato scriveva  Paulo Coelho ne La Strega di Portobello. Andrebbe spiegato a chi dice speriamo di vincere domenica contro la Juve così “la smettono di rompere le balle”. Andrebbe spiegato a chi parla di progetto ma non regala sogni. A chi pensa che Fiorentina – Juventus sia solo una toppa per riparare a una stagione grigia come il cielo di Milano. A queste persone vorrei regalare un pò di colore viola scuro sul cuore. Vorrei fargli provare per un attimo il brivido di emozione che serpeggia dallo stomaco alla gola quando parte l’inno viola al Franchi. Siete mai stati in Curva? Avete mai sentito il freddo attanagliarvi le membra mentre si perde e si contano i minuti sperando di pareggiare i conti? Avete mai pianto per una maglia che sentite incollata al corpo come una seconda pelle?


Non sta certo a me dare risposte, è vero.
Però quei brividi, quel freddo, quella gioia, quell’emozione li ho provati e per me la Fiorentina anche così piccola, provinciale e grigia è una passione che non è certo inutile. E l’amore per la tua squadra non è mai sprecato. Sarà per questo che la rabbia mi ribolle come una pentola a vapore adagiata sul fornello sentendo freddezza, assenza di fervore, complicità. Una Fiorentina senza enfasi enfasi, agitazione, tormento, speranza, attesa. E’ rabbia.

Fiorentina – Juventus non è una partita come tutte le altre, mettetevelo in testa voi che calcate quel campo che è sacro, quell’erba verde appoggiata ai piedi di Fiesole, proprio sotto la Torre di Maratona.

Quel campo ha visto tante battaglie. Ha visto persone, vittorie e sconfitte. Ha sentito la pesantezza dei tacchetti, la potenza di un goal, la gioia di uno stadio impazzito quando si è vinto, con la Juve in casa, l’ultima volta. Era il 1998. In campo c’era il Re Leone. Sembra una vita fa. Sembra un’altra storia. Quando “correva” il pallone e si “rincorreva” una passione, quando segnare era amore. E niente era sprecato. Neppure quei sogni che vengono definiti “pallosi”. Pallosi sì, ma veri, sanguigni, forti, sinceri.

Non basta uno sciarpone viola al collo per dimostrare che la Fiorentina non è una passione sprecata. Non basta un buon markerting per far innamorare i tifosi. Firenze è passionale. E anche criticona, è vero. E’ lamentosa. Esigente. Ma è sincera. Innamorata.  Ed è Viola. Viola scuro.

Una Firenze che non ama i colori annacquati. Ricordatevelo domenica quando scenderete in campo con una maglia sul petto che, per chi sta sugli spalti, vale più di un contratto milionario. Ricordatevelo quando di fronte a voi correranno uomini con la maglia a strisce, in bianco e nero.

No, Fiorentina – Juventus non è una partita come tutte le altre. Annusate l’aria fuori dal Franchi. Guardatevi intorno. Ascoltate la Fiesole. E giocate per una maglia che non è un amore sprecato. Per Firenze non lo è mai stato.

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Le prime sere di primavera

Le prime sere di primavera allentano i pensieri. Si fanno lunghi, così che tu possa analizzarli nel profondo. Sono pensieri buoni, da assaporare gustandoseli tutti in questa notte che di buio non ha niente. La lampada dell’Ikea fa luce solo sullo schermo del pc e fuori non fa freddo. E’ solo primavera, finalmente. Ogni anno, quando aprile sta per arrivare, le giornate si fanno più lunghe e l’aria profuma di nuovo, mi sento una persona diversa. Come una crisalide che esce dal guscio. Che ha voglia di diventare farfalla. E volare. E’ una bella sensazione. Sono quei giorni in cui puoi sognare, sono una chiacchierata che ti rasserena, un bicchiere di vino con gli amici. Sono una canzone da cantare. Sei tu.

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La mia estate del ‘69

C’è freddo che arriva da un maledetto spiffero tagliente e non mi fa dormire. Sono giorni che mi dico che l’aggiusterò ma poi, da coglione quale sono, me ne dimentico sempre. Così rimango a tremare con la pelle di gallina che mi fa sembrare più un piccione spennato pronto per essere cucinato che semplicemente quel che sono, un bischero in mutande davanti ad una finestra umida. Guardo fuori mentre Bryan Adams canta Summer of 69 dentro YouTube, che lo stereo di una volta non va più di moda nemmeno a casa mia.

Faccio scorrere un finto plettro su una finta stratocaster che credo di avere tra le mani. Ma mimo soltanto. Eppure mi pare di sentirla vibrare mentre canto a squarciagola una canzone che miliardi di volte mi ha accompagnato in auto sulle strade della notte. D’improvviso, quando la canzone finisce e la carica di adrenalina svanisce, galleggiano i ricordi. E penso a YouTube, all’Iphone, alla musica sul cellulare. Musica come vuoi, quando vuoi e per quanto tempo desideri. Wow mi verrebbe da dire ma poi, riflettendoci su mi è tornato alla mente quando, da ragazzino, stavo a ore con il dito premuto sul rec dello stereo per registrare una canzone appena uscita alla radio. E in quegli anni la musica per me era come una ragazza alla quale ancora non hai dato il primo bacio.  Non vedevi l’ora di ascoltarla quella canzone, perché non ti bastava canticchiarla solitario, la volevi sentire. E quando scorrevi tutte le frequenze AM ed FM e la beccavi all’inizio della prima nota, era il top. Potevi registrarla e ascoltartela milioni di volte, ancor prima che uscisse il disco. Troppo più bello, non c’è che dire.

In quegli anni accadeva spesso che andassi al negozio di dischi sotto casa di mia nonna. Dentro c’era un simpatico ragazzo dai capelli rossi. A lui canticchiavo qualche pezzo sentito in radio e del quale non ricordavo il titolo. Uscivo sempre dal negozio con un 45 giri e un 33. Ero soddisfatto, soprattutto quando nel long playing, c’era una bella copertina con tutti i testi. La musica, allora, era più magica. O forse sono solo io che sono vecchio, con la pelle rattrappita dal freddo ed una finestra rotta che mi congela la ghiandola del buonumore.

Ci penso quando, sempre dal famigerato YouTube parte Vasco. Canta “Odio il lunedì”. E la mia donna balla, davanti al computer. Mi sorride ed ho voglia di lei. Mi sento uno scemo del duemila. In boxer. Riprendo la mia finta stratocaster in mano e mando al diavolo tutti i ragionamenti sconclusionati degli ultimi venticinque minuti. “Chi troppo pensa poco vive” – rimugino ancora filosofeggiando prima di mandare tutto al diavolo e cantare la mia estate del 69. Anche senza premere il Rec.

La cittadella del business: e il calcio dov’è?

scudetto68-69

Mio padre Cecchino era fuori dal bar Marisa e io, come ogni pomeriggio,sono passato a salutarlo. Sono venticinque anni che è in pensione. E non c’è stato un giorno in cui, alle tre e mezza in punto, non si sia messo a discutere di Fiorentina insieme ad altri quattro vecchi come lui. Io li chiamo “Le suocere del calcio”. Si inerpicano in discussioni babeliche dalle durata di ore, fin quando il sole cala e gli ricorda che è l’ora di cena. E’ un pazzo lo so. Tanto che mi ha chiamato Violinto. “Questo nome l’ho sognato la notte prima che tu nascessi – rammenta sempre– è bellissimo, sembra il nome di un goleador brasiliano”.
Quel giorno, fuori dal bar Marisa, non mi sono tolto neppure il casco. “Vieni babbo, si prende un caffè veloce, c’ho furia”.  L’ho portato davanti al bancone. Non sapevo come dirglielo. Gli avrei dato una coltellata al cuore, come se avessi dovuto confessare un tradimento. Ho ingurgitato il caffè velocemente, in silenzio.
“Ma a te, di preciso ti garba più Mutu o Gilardino?” – mi ha chiesto come se mi avesse tirato un missile da fuori area.
“Oh babbo, a me garba Quagliarella”.
“Ma quello è del Napoli. Non ti far sentire, bischero!”.
Mi ha preso per un braccio, portandomi di nuovo fuori. “Ce li hai cinque minuti?”
Con l’indice destro ho indicato il casco ancora sulla testa. “Devo andare”.
“Facciamo il giro dello Stadio a piedi, prenditi una pausa”. E si è incamminato senza nemmeno aspettare la mia risposta.

Quando ci siamo trovati davanti alla Curva Fiesole stavo quasi per dirglielo ma le parole mi si sono fermate nella gola. E sono rimaste lì, incancrenite dalla paura.
“Quest’anno si fa la Champions. Ci vai a Monaco?”.
“No babbo, non ci vado”. Mi sono inventato una storia sui biglietti che non si trovavano, sul fatto che forse dovevo lavorare e che comunque, per scaramanzia, avrei preferito non andarci.
“Vieni qua” – ha detto, tirandomi il piumino. Mi ha portato fuori dall’entrata della Maratona.
“Lo vedi quel pennone?”.

“Oh babbo, ancora non sono cieco. Lo vedo, lo vedo. Ma cos’hai oggi? Il giro dello stadio, il pennone della Maratona, ci manca solo che mi porti ai campini a vedere l’allenamento”.
“Lì sotto quel pennone, ti ho portato a vedere le prime partite. Eri piccolo, piccolo. Sbagliavi tutti gli attacchi dei cori, la bandiera era più grande di te. Ma quando facevamo goal strillavi come una checca impazzita. E tua madre, quando tornavamo a casa, mi rimproverava. Ogni volta perdevi la voce”.
Si èstrofinato la mano sopra agli occhi, guardando in alto, la Maratona. Poi ha preso  il portafogli. Lo ha aperto e mi dato un biglietto. “Champions League”.  Bayern Monaco – Fiorentina.
E’ stato lì che mi è venuto da piangere. Finalmente ho sputato fuori  tutto quello che non gli avevo ancora confessato.
“Babbo, stai zitto cinque minuti per favore. Babbo, ho perso la fede”.
“E che vuoi che sia. Io non l’ho mai avuta!”.
“La fede per la Fiorentina, babbo”.
“Violinto oggi sei parecchio strano, ma sei sicuro di stare bene?”.
Lo sapevo che non avrebbe capito. Lui che tutti i pomeriggi se ne stava davanti un bar a parlare di Baggio e Batistuta, di Chiarugi e Montuori, di Pontello e Cecchi Gori, non avrebbe mai potuto capire.
“Babbo, io sotto il pennone della Maratona ci ho lasciato il cuore. L’ho lasciato in quella Curva che guarda Fiesole e mi ha fatto innamorare tante volte. Ho pianto babbo, sai quante volte ho pianto? Quando abbiamo vinto, quando abbiamo perso, quando ci hanno buttato in C e contavo le stagioni della risalita, quando il Mondo ci ha riportato in A. Ma ora, babbo, non piango più”.
Lui mi guardava attento. In silenzio. Immobile come una statua di sale.

Ho continuato, come un fiume in piena, come l’Arno che abbatte i livelli di guardia la stagione di pioggia. “Io andavo a lavorare d’estate per comprarmi l’abbonamento. Sacrificavo le mie uscite per seguire la Fiorentina in trasferta. Rompevo il salvadanaio per le partite extra, per la Coppa Italia. Per non lasciarla mai sola la mia Fiorentina. E babbo, io la Fiorentina l’ho sempre amata. Anche quando mi deluso. L’ho amata quando era bella e quando era brutta. In A, in B e in C2. Ho anche rubato dal tuo portafogli, per comprarmi la sciarpa nuova, per avere la maglietta del Bati. Ho rubato anche dalla cassettiera della nonna. Le ho preso diecimila lire nell’86 per andare a Torino, teneva i quattrini tra gli asciugamani e le mutande. Ho inventato balle alle mie fidanzate e poi sono volato allo stadio. Ma il calcio, babbo, era un’altra cosa. Sì, c’era il business anche prima. Ma c’era anche il pallone, c’erano i goal, c’erano gli stadi pieni, si correva intorno al Franchi per allenarsi. Di pomeriggio sotto al sole, potevi vederti gli allenamenti ai campini. La Fiorentina, per me, era roba di casa, babbo. Sai che ti dico? Io non voglio vincere per forza. Al diavolo la Cittadella, i mega centri economici, violachannel e la proprietà vincente, la Fiorentina non è un’impresa. La Fiorentina è amore, è passione pura. E’ sentimento. E’ musica per i miei orecchi. E’ scrosci di acqua fresca sul viso al mattino. E’ godimento. Babbo, ma ti ricordi quanta gente c’era allo stadio, come si stava fitti, fitti? D’inverno quell’essere così vicini ci aiutava a scaldarci. Io ero innamorato babbo, la Fiorentina l’amavo quasi quanto la mì donna. Ma adesso, adesso no. Quel brivido l’ho perso. La pelle delle scarpe dei Della Valle, babbo, non sarà mai viola. Capisci quel che voglio dire?”.
Lui mi guardava in silenzioso rispetto.
“La Fiorentina, Violinto. E’ come una moglie. Sai quante volte ti fa incazzare? Ma la ami lo stesso. Può calare la passione, puoi volgere l’occhio altrove, prenderti una cotta per una più bella, tradirla. Ma poi, la sera a casa, torni sempre da lei”.
“Innamorato sì, babbo. Ma bischero no. Il calcio adesso lo lascio alle tv, ai soldi facili, all’apparenza. Vado a vedere giocare Alessandro, al campino di Lastra a Signa. Scapoli contro Ammogliati. Almeno i goal, babbo, son tutti veri. Entro gratis, bevo una birra e guardo chi vince la Coppa del Nonno. Qualche sera ti invito, babbo”.
Poi l’ho abbracciato,velocemente. Ed ho guardato il pennone della Maratona. Nessuna bandiera viola sventolava lassù, in alto.

Mio padre non ha proferito parola. Ha semplicemente stracciato il biglietto, in quattro parti. Senza pensarci troppo su. Un biglietto da ottantacinque euro del settore ospiti.  Insieme ci siamo incamminati verso il Marisa. Là, ancora discutevano di chi fosse il miglior attaccante degli ultimi trent’anni.

Brandelli di cuore

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Muove il vento le foglie del mio giardino e la loro ombra sul pavimento di casa le fa assomigliare ad acqua increspata. Sembrano foglie di limoni baciate di sole e il cielo mi appare come un’immensa distesa di mare. Sono in città e agosto sta finendo. Le mie ferie sono concluse, il frigo è vuoto e l’amore è ancora troppo lontano, almeno quanto la prossima estate. Guardo fotografie a colori che diventano dettagli da poter ingrandire sullo schermo del portatile, per ricordare meglio cosa ne è stato di ieri. Sul tavolo di casa finte margherite galleggiano in un vaso pieno zeppo di sabbia e mi ricordano che dovrei passare davanti ad uno specchio e spogliarmi delle cazzate che mi grondano addosso come pioggia insolente.

Ho solo ventisei anni. E i miei genitori quando sono nata hanno avuto la geniale idea di chiamarmi Gioia. Peccato che io, a differenza ciò che speravano per me, non sono affatto felice. Non so nemmeno cosa sia la gioia. Conosco piuttosto la malinconia devastante e impetuosa, vivo una felicità fatta di attimi, che non conosce spazi duraturi ma solo sfavillanti momenti di breve durata. Che non superano il tempo di un film, di una cena, dei fuochi arficiali. Che non vanno oltre il tempo di un esame, di una vacanza, di un sogno. E poi puf! Diventano niente. Crollano come fondamenta deboli, si sgretolano come la pelle bruciata dal sole.

“Gioia tesoro – legati quei capelli che ti si riversano sugli occhi. Hai un’aria così trasandata”. Sento la voce di mia madre, appena affacciata sul terrazzo. Annaffia le piante, getta via le foglie secche. Passo un dito al centro della montatura degli occhiali, per avvicinarli di più al naso. Per vederci chiaro mentre gli occhi affogano di lacrime. La voce di mia madre mi irrita in quel giorno così perfetto. Sarebbe un giorno bellissimo se solo fossi felice. C’è il fresco, il sole, c’è un aria bella da respirare. Ho ventisei anni. Ventisei. Che faccio qui, immobile di paura, avara di sogni? Aspetto un amore troppo lontano perché possa tornare. E mi accontento di niente, lasciando che il vento asciughi le guance bagnate e che il tempo rimetta insieme brandelli di cuore spenti di battiti.

“Gioia, cosa vuoi per cena stasera?”. Gioia? Gioia?!”.

Ho fame di felicità. Ma questo, mamma, non posso dirtelo.

Questo racconto mi è stato ispirato da due parole scritte da un amico di Facebook: Luca La Rocca. Vuoi vedere il suo profilo? Clicca qui!

Per la foto ringrazio Bimba81, andate a vedere il suo album su Flickr: cliccate qui!!!