sabato 19 agosto 2017   | intoscana.it
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Il passaggio segreto

Avevamo i grembiuli bianchi, noi femminucce. Mia madre aveva pensato bene di farci ricamare sul petto le mie iniziali, in blu. Con caratteri classici, rotondeggianti, proprio come quelli che si imparavano a scuola. Ne andavo fiera, distinguendomi dagli altri. Mia nonna si assicurava che il bianco del mio grembiule fosse sempre impeccabile. Strofinava a mano, nel lavatoio, passando il sapone con forza sul cotone che – all’epoca – era ancora buono. E poi lasciava che asciugasse, nell’ombra del giardino di casa nostra, quando ancora c’era un po’ di felicità.

Gli anni Ottanta non erano malvagi. Scuola mia era una grande struttura di epoca fascista. Non che nessuno me l’abbia detto mai ma si riconosceva dall’architettura, lineare, rigorosa. Priva di qualsiasi ammennicolo creativo. Nella mia aula il sole entrava da grandi finestroni, altissimi. Avevamo imparato a contare grazie ai tappi smerigliati dei succhi di frutta e a scrivere riconoscendo le lettere dai cartelloni che la maestra aveva attaccato al muro, proprio dietro la sua cattedra. Ad ogni lettera dell’alfabeto corrispondeva un disegno, un oggetto. “A” come Albero, “B” come banco, C come Casa, D come Dado. E così via.

Lei aveva la veste nera che le aderiva perfettamente al personale di donna che non si era mai sposata. Non aveva fianchi da mamma insomma. Sembrava perfetta. I capelli biondi cotonati, le mani affusolate, gli occhi di ghiaccio di chi viene dal Nord ma ama il mare. Ci ha raccontato la sua storia miliardi di volte, Laura Mondo. Era nata a Pola, in Istria. E ogni volta che parlava della sua città natale ci teneva a ribadire con un senso di nazionalismo  importante – che non ho mai più sentito nella voce di nessuno  – che lei si sentiva italiana. Anzi, lo era. Così si trasferì a Trieste, la città della Bora. Studiò, divenne maestra. Girò l’Italia, come tocca a chi decide di fare questo mestiere. Poi arrivò in Toscana e divenne la mia maestra.


Se un giorno avrò mai un figlio penso che vorrei per lui una maestra così. Anzi, vorrei proprio lei. E una scuola come quella che ho fatto io, buona a insegnarti le cose migliori, a saltare la cavallina nell’ora di ginnastica. A cantare, quando era tempo di fare musica. A scoprire che forma aveva il mondo, su quelle cartine geografiche gigantesche, appese ai muri bianchi e imponenti. I continenti sembravano schiacciati e l’America non era così lontana.

Era l’epoca dei Kinder Brioche e della Girella, di Barbie e Ken, dei Righeira e di Luis Miguel. Le mie compagne andavano pazze per i Duran Duran e gli Europe. Madonna era già un mito. Io ascoltavo Luca Barbarossa e lo immaginavo a suonare la chitarra a Piazza Navona. “Cioè” era il giornalino con la copertina adesiva che non poteva mancare a casa di ogni bambina che si avviava verso l’adolescenza.

L’ora di ricreazione era scandita da un lungo suono della campanella. Vibrante. Potente. Il gigantesco portone della scuola si apriva mentre correvamo verso il giardino. Io scappavo sempre sul retro, sperando che il nonno fosse venuto a trovarmi. E lui c’era. Eravamo divisi dalla cancellata ma riusciva comunque a far passare le sue mani grandi attraverso la ringhiera e accarezzarmi le guance calde. Non mi ricordo cosa ci dicevamo in quei brevi incontri, so solo che avevamo un segreto speciale. Avevamo scoperto che in un punto della cancellata mancava un paletto. Riuscivo a passare benissimo attraverso quello spazio celato al mondo. Così potevo uscire, abbracciarlo e tornarmene dentro dopo qualche secondo. Era un segreto da niente ma per me era una strada verso la libertà. Se avessi avuto mai bisogno di scappare quello sarebbe stato il mio passaggio segreto. Lui mi salutava alzando le mani fin quando non mi vedeva scomparire, correre dietro l’angolo, salire i gradini tre alla volta e tornare in aula.

Casa sua era a dieci, venti metri dalla scuola. Ci separava la chiesa di Santa Maria. Le chiese, sopratutto quella, non mi sono mai piaciute. Non sopportavo andare a catechismo, ingoiare sermoni da chi crede di avere in mano la verità. Non sopportavo il prete che mi confessava e, a otto anni, mi chiedeva quali fossero i miei peccati. Ci pensavo su. Beh, erano tutti peccatucci di poco conto. I rifiuti ai miei genitori quando mi chiedevano di andare in cantina a prendere le bottiglie d’acqua e a me faceva fatica fare le scale. Un pizzicotto a una compagna che non voleva giocare. Qualche piccola bugia, forse. Lui mi invitata a pregare per espiare i miei peccati. Tre Ave Maria, cinque Padre Nostro. Amen. Sciorinava la mia pena come se fosse una ricetta contro l’influenza. Con quella freddezza che solo i medici sanno avere quando hanno da dire a qualcuno che deve morire.

A quel prete, a quella chiesa che non sentivo come la casa di tutti, preferivo il Bar dove mio nonno andava a giocare a carte e il giardinetto davanti casa sua, dove portavamo Pippo, il barboncino di mia nonna a prendere aria e a fare i suoi dovuti bisogni. Preferivo quei posti fumosi dove c’erano i flipper e si potevano mangiare gelati con cinquecento lire o forse anche meno. Lì c’era più vita. Sana, succosa, divertente. Imperfetta sicuramente. Ma era luminosa anche in mezzo al fumo dei vecchi. Ai biliardi che vedevano correre morbide palle pesanti, cadere birilli in mezzo al panno verde. Al giardino dove c’era la mia pista di pattinaggio, il vento a cui vai incontro quando sei sulle rotelle e la velocità sembra la cosa più bella mai provata. Una gamba, poi l’altra. Avanti, con il pattino pesante che diventa improvvisamente leggiadro, leggero.

A casa mi aspettava il Sussidiario, per imparare la Storia. I Greci, i Sumeri. I Romani. Mi piaceva. Soprattuto il Medioevo. Quel periodo di luci e ombre che mi assomiglia un po’. Mi ci immedesimavo nella Storia, come in una battaglia tra Guelfi e Ghibellini. Come in un film o quando leggi un libro e ti immagini i personaggi. Adoravo le lotte tra i Papi e gli Imperatori. Io stavo sempre per l’Imperatore. Ambizioso, passionale, carnale. Umano.

Chissà la Maestra per chi tifava. Non ha mai dato a vederlo.

Laura Mondo conservava da anni i quaderni dei suoi alunni migliori. E ce li mostrava, di anno in anno. Erano quaderni vecchi di vent’anni, con la carta ingiallita dal tempo. Ma l’inchiostro rosso della maestra era ancora acceso. C’erano scritti i voti, in fondo ad ogni compito. Bravissimo o Bravissima, a volte con il punto esclamativo alla fine. Se c’era quello vuol dire che avevi fatto il massimo. Era un dieci e lode anche se i numeri, negli anni Ottanta, non si usavano più. Dalla prima alla quinta elementare prese anche alcuni dei miei quaderni. Io ne ero felice. Pensavo a quando sarei andata alle medie e lei li avrebbe mostrati orgogliosa ai nuovi alunni. In realtà noi fummo la sua ultima classe. Decise di smettere di insegnare. E io rimasi molto delusa. I miei quaderni eccellenti non li avrebbe mai visti nessuno.

betsey clark italian notebooks
La vecchia Seicento bianca di Laura Mondo, con la carrozzeria perfetta e la targa nera, non sarebbe più rimasta parcheggiata per l’intera mattina davanti alla scuola. La sua Aula l’avrebbe presa un’altra insegnante, più giovane, di cattedra fresca. I nostri disegni, appesi al muro, a colorare quelle pareti tanto bianche sarebbero stati staccati ad uno ad uno, come ogni anno. Archiviati, come sempre.

Old Fiat 600

Oggi al posto della mia scuola che, nel frattempo, è rimasta chiusa per anni e anni c’è la Biblioteca Comunale. Ci sono entrata un paio di volte. Solo per rivedere la mia classe, scorgere quella finestra grande, vicino al mio banco. Adesso lunghi scaffali incrociano gli occhiali di qualcuno che è lì per studiare. Sento ancora le risate di Marina, vicino a Gabriele. Alessio e Serena erano al banco dietro di loro, lei solare, lui intelligente e silenzioso. Io ero in un banco a tre, tra Antonella e Sandrino, dispettoso come nessuno. Ma vivace, simpatico. Lisci capelli neri corvini, piccoli denti bianchissimi. Era interista. Poi c’era Marco, biondo e magro, con il cognome della più grande industria dolciaria italiana. Era il mio amico del cuore o almeno le nostre mamme avevano deciso così. Litigavamo sempre su chi doveva tenere Ken, nei pomeriggi a casa mia. Quando invece andavo nella sua villa sulle colline, scappavamo nel parco, alla ricerca di chissà quale mistero che poteva nascondersi tra mura imponenti e pietra serena. A casa sua a merenda, alle cinque del pomeriggio si prendeva rigorosamente il the con il latte. Io preferivo le lunghe fette di pane e nutella che ci preparava la mamma di Filippo, quando il giovedì eravamo a studiare da lui.

Strano ripensarci oggi, a tutto questo. Ai miei compagni. Alla mia maestra. A quella scuola trasformata in biblioteca. La cancellata tra il cortile delle elementari e la pineta è ancora lì. Mi dà emozione. Vorrei andarci, adesso. Infilare la mano nello spazio antico, tra le inferriate mancanti di un paletto dove riuscivo a far passare il corpo di bambina, di nascosto dall’Insegnante. Per abbracciare mio nonno. Sorridergli. Sentire suonare la campanella.  Correre verso la libertà. Così, semplicemente felice.

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Voglia di Natale

natale

Ho voglia di Natale. Di quando il mondo si ferma e non ce n’è per nessuno. Di negozi chiusi, di poche auto, di serenità. Vera o presunta. Di luci che brillano ovunque e ti finiscono gli occhi, di diapositive da proiettare dopo il pranzo a ricordare ieri. Ho voglia di risate che sanno di famiglia e di quegli abbracci che sono più calorosi del solito. E di te che mi apri la porta mentre fuori è inverno e sei bella come sempre anche quando cucini. Prepari i crostini e la maionese mentre pian piano arrivano gli altri. A casa tua c’è calore anche se non c’è il caminetto, se non c’è un fuoco che colora d’arancione. E di rosso. Noi insieme – nonostante tutto, nonostante le litigate, la rabbia, il risentimento, le improvvise gelosie, le incomprensioni e le paure– ci siamo sempre divertiti. Come quando hai preso in affitto quella casa al mare sopra la rosticceria del Lido. Ero piccola ma lo ricordo come se fosse adesso. L’umidità penetrava aggressiva tra i fili di lana del maglione lavorato ai ferri da Zia Tina e gocciolava lungo le mattonelle della cucina. Il riscaldamento non funzionava. Ma le risate, sotto ai pannolani pesanti, di notte quando ancora non c’erano i piumoni, non ce le toglieva nessuno. E quelle lenzuola di cotone così fredde che ci stringevamo tutti quanti per trovare un po’ di tepore. Quella casa di fortuna, una grande fregatura. Eppure eravamo felici. Felici con niente. Era Natale. Le mareggiate regalavano pezzi di legno dalle forme più strane, adagiati sulla battigia, corrosi dal salmastro, domati dall’acqua. Io li raccoglievo, mentre mio padre mi teneva per mano. Tu eri lì, con Jacopo stretto al seno, piccolo piccolo. E poi Monica, Betty, la mamma, il nonno e i suoi lunghi cappotti, quelle mani grandi che alzava al cielo per salutare le persone, per catturare il vento. C’era nebbia e le luci parevano immense, a tratti dense e poi leggere. Impalpabili. I grandi dicevano che il Natale fa tristezza. A me invece sembrava bellissimo. Eravamo tutti insieme. C’eri tu.

Senza titolo

Un calcio sacrilego al destino perfetto

L’Arno è sporco e ghiacciato. Per questo alzo gli occhi verso Ponte Vecchio, per non vedere l’acqua  che cammina melmosa. E’ un po’ come me. Anch’io tiro passi lenti, pesanti  come se fossi coperto di fango e detriti. Trascino la mia valigia con dentro tutta la mia vita. Ci ho infilato qualche foto. Una in cui sono in prima elementare con il grembiule nero ed il colletto bianco, in  un’altra ho la bocca sporca di gelato. Poi c’è quella in braccio a mia nonna, appoggiato sui quei seni che paiono la Cupola di Santa Maria del Fiore, così perfettamente tondi e  pieni. Universali e caldi che mi ci addormentavo sempre. Nel trolley che mi porto dietro verso la stazione di Santa Maria Novella c’è un quaderno, con i  miei fumetti. Con i miei sogni di ragazzo che ho ingabbiato nei quadretti di quelle pagine. C’è la camicia  stirata da mia madre, che sa di appretto. C’è la foto di Mirò, che mi ha lasciato  urlando come un’istrice impazzita,  perché sono “un animale invertebrato pronto a strisciare come un serpente a sonagli per il successo”. E’ stato il suo nome a farmi innamorare di lei. Mirò, sapeva di colore. Proprio come un quadro. Chissà che cosa direbbe adesso. Se solo mi vedesse camminare a piedi, senza il mio autista, trascinando una valigia da venti euro cinese, con ai piedi un paio di All Star onsunte riesumate in soffitta. Ma ancora buone. Comprate negli anni novanta, blu elettrico. Ci cammino bene. E avverto un senso di leggerezza inaudito. Il resto del mondo l’ho buttato via stamani, dopo aver chiuso la valigia. L’orologio di casa mia segnava le 10,26. Ho sceso le scale tre, quattro, cinque volte diretto verso i contenitori della Caritas, quelli dove si mettono i vestiti per i poveri. Li ho riempiti. 10 scarpe di Gucci. 5 di Hogan. 3 di Ferragamo, quelle che ho fatto più fatica a gettare. E poi i completi, le cravatte, caterve di camicie. So di non aver fatto cosa buona ma ho buttato anche il mio Mac. L’Iphone invece adesso credo sia appoggiato sul letto del fiume d’argento, proprio sotto Ponte Santa Trinita. Prima ho voluto scattare una foto. Alla mia città. L’ultima. Prima di partire. Pluff.

Il treno è in ritardo. L’attendo sereno. Nessuno mi corre dietro oggi. Rido, pensando a cosa starà succedendo a Roma.  Lavoro lì ma faccio il pendolare così la sera me ne torno sempre a Firenze. Avevo cinque appuntamenti in un’agenda più fitta della programmazione di SkySport. Il primo alle 9 in punto. Colazione di lavoro. Mi aspettava il mio ufficio da 150 metri quadri, la mia segretaria, la borsa in picchiata, il traffico. Respiro a pieni polmoni, aspetto il regionale che mi porterà a Viareggio. E poi il pulmann, verso Camaiore. Lì c’è la casa di mio nonno, dietro le Muretta. Ho trentasei anni. Sono un uomo. Ma mi manca quel posto.
“Italo, Italo…ma sei proprio tu!”. Mi volto. E’ Matteo Francesconi. Con lui mi aggrappavo sulle Muretta a raccogliere le more. Giocavo a rimpiattino o con le biglie. Ricordo anche pallonate verso il cielo d’agosto, con il SuperTele blu e nero. E non poteva essere altrimenti. Lui era interista.
Gli rispondo con un cenno del capo e allargo le braccia. “Sono proprio io, in carne ed ossa”.
“Il ritorno del signor prodigo”.
“Eh sì, a volte ritornano”, dico io. E la voce la sento che mi viene a mancare, si fa sommessa come quando mio nonno mi rimproverava e correvo a nascondermi nell’angolo della stanza. Autocastigandomi ancor prima di sapere quale sarebbe stata la mia punizione.
“Allora?”- su su tira fuori la prole, dove l’hai nascosta? Mi chiede.
No  - mi dispiace  deluderti caro Matteo. Niente  figli, niente moglie e nemmeno un’amante. Sono libero come l’aria.
Oh, Italo Pezzini, non ci credo. Non è da te.
E invece lo è. Ribatto mentre la conversazione mi sta stufando.
Lui ridacchia. Mi racconta di sé anche se io non sono sinceramente interessato a come ha passato gli ultimi venti anni della sua vita.
“Mi sono sposato con la figlia del pizzaiolo. Ti ricordi Laura?”.
“No, non ho molta memoria. Mi spiace”.
“Ma sì che te la ricordi dai. Ci passava  triangoli di cecina e di pizza di nascosto da suo padre.  E non te la ricordi l’indigestione di Scarpaccia? Se ancora oggi vedo una torta di zucchine potrei morire all’istante. Comunque adesso abbiamo due figli. I figli sono la cosa più bella vita, dovresti provare ad averne almeno uno. E’ una gioia che non si può descrivere. Certo i problemi sono tanti, tirare avanti oggi è diventata dura. Però ce l’ho fatta a comprare casa, vicino al Prado. Trent’anni di mutuo. Fortuna che mi ha aiutato un po’ mio suocero. E non ti ho detto dove lavoro! Insegno alle scuole medie. Sai quelle dove abbiamo studiato anche noi. Pensa tu i casi della vita  eh Italo?”.
“Eh, sì i casi della vita. Scusa ma devo proprio andare, sono di fretta. Devo ritirare delle carte e partire”.
“E dove vai?”.
“Ancora non lo so”.
Faccio un breve saluto a Matteo Francesconi con la mano e proseguo per la mia strada. Muovo le  chiavi  nella tasca dei pantaloni e penso che gli amici d’infanzia siano un ricordo che deve rimanere tale. Ritrovarli dopo tanti anni ti genera solo delusione. Meglio lasciarli inchiodati a una foto di terza media, con l’apparecchio ai denti e la camicia che gli esce  dai pantaloni. La sua effimera felicità mi disgusta.


La porta di casa cigola. Camaiore invece è silenziosa. Nella corte si respira la solita aria austera. I ritratti del bisnonno Jacopo e della  Piera Magnaghi sono appesi alle pareti, più scuri e tetri del solito. Il mio stemma di famiglia invece è  sempre in salottino, in bella vista. Vicino alla scrivania in radica ed ai libri di latino. Il mio destino era già scritto in quei libri. Non avevo scelta, ancor prima di nascere. Dovevo essere un uomo di successo,  proprio come poi sono diventato, degno discendente di una famiglia di potenti. Ricco. Nobile. Sfacciatamente stronzo, forse. Proprio come mi accusa Mirò. Lei che viene dalla campagna, cresciuta tra le spighe di grano e gli olivi. Così figlia della terra che pulisce il piatto con le dita e poi se le porta alla bocca. La prima volta che le vidi fare quel gesto rabbrividii. Lei se ne accorse. E continuò. Amava sfidarmi.
Corro veloce fino in soffitta. Al terzo piano. Dovevo prendere ancora due cose, prima di scappare. Perchè è questo che sto facendo. Sto scappando. C’è polvere di anni. Tutto è grigio fumo. E la polvere la vedo chiaramente, in controluce.
In un angolo c’è un fustino cilindrico di Dixan, degli anni Ottanta. Dentro so già cosa c’è, al posto del detersivo. Ma lo apro comunque, come se dovessi scartare un regalo di Natale. Tolgo il coperchio rotondo, coperto da tre dita di laniccio e affondo le mani nel mio tesoro. Decine e decine di soldatini giacciono nel fustino chissà da quanti anni. Eppure sembrano nuovi. Ne prendo in mano tre o quattro e tutto torna a parlare. Di pomeriggi di bambini, passati a costruire barricate, a giocare alla guerra. Pomeriggi di spari e di bombe, di eroi che battevano il nemico, di elicotteri che facevo roteare in aria e poi discendere a terra, per salvare  gente immaginaria che chiedeva aiuto, dal basso delle campagne.
Il silenzio di Camaiore ricordava la guerra. All’epoca ero un grasso bambino che tentava inutilmente di arrampicarsi sulle mura fatte di grosse pietre, chiare come il marmo delle cave di Michelangelo, a Carrara. Su quelle mura, mi raccontava mia madre, si rannicchiavano i partigiani, con i loro fucili tra le mani. Morivano per la libertà. Non ho mai saputo cosa si poteva vedere al di là di quelle pietre. Tutti riuscivano ad arrivare alla cima e poi sedersi, gustarsi il panorama. C’era riuscita pure mia cugina, due anni più piccola di me ma decisamente più agile. La invidiavo mentre mi invitava a raggiungerla. La guardavo dal basso, mentre il vento le muoveva i capelli lisci e lo sguardo vivace pareva brillare come fa l’asfalto a luglio, quando sembra bagnato. I miei occhi hanno immaginato tante volte cosa potesse esserci là dietro. Distese infinite di papaveri rossi, tanti quanti erano i partigiani morti in guerra, uccisi dai tedeschi cattivi. Oppure un grande lago, posato  dolcemente ai piedi delle montagne. Nell’acqua rifletteva il verde degli alberi, delle foglie mosse dal libeccio. Poco lontano dal lago c’era una grande casa di campagna, una scala di legno di fortuna appoggiata ad un fico. Delle grandi vasche di pietra dove donne inginocchiate lavavano immense lenzuola bianche. Le mani forti si immergevano nell’acqua ghiaccia, si tuffavano nel bucato come audaci delfini. E riemergevano rosse come il fuoco che ardeva nei camini, d’inverno. Se mi concentravo riuscivo pure a sentire gli odori di quella casa, quella che immaginavo potesse esserci dietro le mura di Camaiore. Ancora oggi non so cosa ci sia oltre quei grossi massi. I miei occhi non sono mai andati oltre la mia immaginazione.

Smuovo i  soldatini nella mano, mentre mi guardo intorno. Cerco dell’altro. Ci sono tante scatole, riposte in maniera ordinata avvolte da lunghe ragnatele fitte come nebbia.  Le faccio fuori con la mano, con una zampata degna di leone. Sono diventato vorace di ricordi.  Mi siedo a terra ed apro i cartoni, uno ad uno. Tante cose non mi dicono niente. Una vecchia radio, un frullatore, serviti mai usati, posate d’argento. Non ci sono libri. A casa di mio nonno i libri non sono fatti per essere tenuti in soffitta. “Il sapere deve stare sempre a portata di mano” –  mi diceva indicandomi la libreria a parete del salotto.

“Vedi questa fila? Ci sono i libri che dovrai leggere in questa estate”.
Mi obbligò a farlo davvero ma non fu una punizione come credevo. Tutt’altro. Il primo libro l’ho letto sulle rive del Teneri, il torrente di Camaiore. Era un pomeriggio di giugno del 1981, avevo sei anni. Non ho mai visto tanto verde vibrante di sole come in quei giorni. Mio nonno teneva su un cappello di paglia e portava un paio di pantaloni blu che tirava su fino al ginocchio. D’intorno qualche uomo pescava.
“Vieni qua”- mi disse – siediti qui, vicino a me. Mi tolse le scarpe e lui fece lo stesso. Dai, adesso è il momento di infilare quelle zampe nell’acqua. Forza ” – mi esortò.
L’acqua era fredda.  Ma dopo qualche minuto il mio corpo si era già temperato. Mi spiegò che proprio lì, sul Teneri, si era tanto divertito da giovane, quando scappava  da suo padre.
“Il latino non mi andava giù sai, non l’ho mai digerito” – mi confessò. Così venivo qua, di corsa. Mi sentivo libero.
Ma tu, adesso devi leggermi una favola – mi disse. Ecco qua. Mi mise tra le mani un libro di Jean de La Fontaine. Era più grande di me. La copertina verde smeraldo, le scritte grandi,  le illustrazioni colorate che prendevano tutta una pagina.
Ma non possiamo pescare?  - gli chiesi. Siamo in mezzo ad un torrente, qui si pesca, non si legge.
E chi l’ha detto questo? Tu adesso inizi a leggere, poi peschiamo.
Tu mi prendi in giro, nonno. Non hai portato la canna da pesca. Lui rise. Leggi – mi intimò. Dopo ti ho detto che pescheremo. Che fai non credi a tuo nonno?
Non risposi ed iniziai il racconto.
Allora? Italo,  sto aspettando.
Nonno, sto leggendo.
A voce alta, Italo. A voce alta.
Un po’ mi vergognavo di dover leggere a voce alta. A pochi metri da noi c’era chi pescava,  sulla riva opposta c’era un uomo che ci guardava strano. Ma non mi pareva il caso di contraddire ancora mio nonno. E iniziai a leggere.
«Un corvo aveva rubato un pezzo di formaggio ed era andato a posarsi su di un albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quel formaggio.
Si fermò ai suoi piedi e cominciò a far grandi lodi del suo corpo perfetto e della sua bellezza, dicendo che nessuno era più adatto di lui ad essere il re degli uccelli, e che lo sarebbe diventato senz’altro , se avesse avuto la voce”.
La voce, Italo. Chiudi quelle “c”.
Ripresi a leggere. “Se avesse avuto la voce”.
Il nonno fece segno con il capo che stavolta la mia dizione era quella giusta e continuai.
“Il corvo, allora, volendo mostrare che neanche la  voce gli mancava, si mise a gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere il formaggio. La volpe si precipitò ad afferrarla, soggiungendo: “Se poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe proprio altro, per diventare re”.
Bene, bravo Italo. Passò veloce la sua mano sui miei capelli, arruffandoli.
Cosa hai capito di questa favola?
Lo guardai inebetito. Ero talmente impegnato a leggere bene e pronunciare con la giusta dizione ogni parola che avevo perso il senso di quello che avevo appena letto.
Lo guardai, impaurito. C’era solo l’acqua a fare rumore.
Puoi rileggerla se vuoi. Lo feci, ma in silenzio. Con gli occhi.
Poi guardai mio nonno che invece osservava il cielo. Aveva le mani appoggiate sull’erba, appena dietro la schiena.
“Non bisogna fidarsi di chi ti fa i complimenti” – dissi, poco certo di aver dato la risposta giusta.
“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – dice un vecchio proverbio – ma c’è dell’altro. Ci vuole cervello, piccolo. Sarà il tuo miglior compagno durante tutta la vita. E questi, disse poi – indicando il libro che tenevo saldo sulle ginocchia per non farlo cadere in acqua – sono importanti sai per sviluppare quella scatolina che tieni dentro questa capoccia”.
Io diventai rosso. Lui rise.
Adesso peschiamo. Dimenticai il mio imbarazzo e corsi in piedi. Il nonno camminava scalzo sui massi, Avevamo le gambe affogate in venti, venticinque centimetri di acqua. Erano giorni di secca.
Attento a non scivolare che poi tua mamma e tua nonna ci fanno lessi a tutti e due.
Sghignazzai forte, portandomi una mano a nascondere un sorriso birbante. Il nonno avvicinò le mani, a conchino, come quando devi bere e raccogli così l’acqua sotto al getto delle  fontane. Le calò vicino ai massi, immergendole fino a metà dell’avambraccio. Le tirò poi fuori, improvvisamente. Niente, la pesca non era andata a buon fine. Poi le portò di nuovo nell’acqua, mossa di correnti nervose. Quando le portò di nuovo fuori aveva uno sguardo soddisfatto. Guarda qua. In mano aveva dei bruscoli neri che si muovevano con una minuscola coda. Sembravano delle virgole in grassetto.

Cosa sono? chiesi un po’ deluso.
Sono girini.
Girini? Non sapevo minimamente cosa fossero. Erano esseri non contemplati tra le conoscenze acquisite nei miei primi sei anni di vita.
Sono rane, mi spiegò mio nonno – vedi dopo un po’ di tempo spunteranno le gambe, poi si formerà la testa ed il resto del corpo.
Lo guardavo affascinato. Sapeva rendere interessante qualsiasi cosa. I libri più belli che ho letto in vita mia, sono stati quelli delle mie estati. Decine e decine di romanzi che divorano con le gambe immerse nell’acqua del fiume, con le fronde degli alberi che facevano ombra alle pagine e muovevano le parole. Mi immedesimavo nei personaggi, gioivo e soffrivo con loro e loro con me. Mi vestivo delle loro vite e poi correvo in bici fino al mare. Mi tuffavo e nuotavo oltrepassando le secche. Poi mi mettevo a pancia in su. Galleggiavo con le braccia aperte. Sentivo l’acqua che per metà mi prendeva il corpo e lasciava libera l’altra  metà. Guardavo il cielo e immaginavo. Facevo il morto a galla. Anche questo me l’aveva insegnato mio nonno.
Si chiamava come me, Italo. Mentre aprivo e richiudevo le scatole in soffitta pensavo a cosa avevamo in realtà in comune io e lui, oltre al nome. Una famiglia che oggi non ho più, forse. Li ho persi uno ad uno senza neanche accorgermene. Falcidiati dal tempo. A volte quando mi chiamavano ed ero preso dal lavoro, dalle telefonate, dalle riunioni o semplicemente dal niente di cui mi ero circondato mi disturbavano. Tutti i parenti che mi chiamavano li giudicavo solo una gran scocciatura. Mia zia, mia nonna, perfino mia madre.  Soprattutto mia madre. Chiunque mi scocciava. Pure le donne che mi ritrovavo nel letto al posto di Mirò. Se da bambino non mi stancavo mai di quel facevo da adulto sono diventato l’opposto. Tutto mi stanca. Guardo i soldatini a terra, vicino al fustino di Dixan. Avevo quelli e mi bastavano. Poi è arrivato il successo, il lavoro, i riconoscimenti, il denaro. E non mi bastano mai. Ho incominciato a correre fino a rimanere senza fiato. Sono sempre arrivato a vincere. Sempre il primo della classe, il primo sul lavoro, il primo con le donne. Ma quando arrivo ho bisogno di partire di nuovo. Appena raggiungo l’apice non mi sento appagato. Sono nervoso, stizzito, incazzato come nessuno. Tiro un calcio alle scatole, qua in soffitta. Un calcio sacrilego ad un’infanzia troppo perfetta e ad un presente che non mi dice niente. Mi lascio cadere all’indietro. Le gambe incrociate come gli indiani. Le braccia aperte come quando facevo il morto a galla. Sopra di me, però, niente cielo. Solo vecchie travi pesanti. Respiro forte. Mi manca l’aria. Chiudo gli occhi. E poi li stringo fino a farmi male. Spero che quando li riaprirò sarà tutto diverso. “Che cazzo stai facendo Italo?”. “Cazzo fai in sto porco mondo zozzo come acqua marcia che trovi sui marciapiedi quando piove? – Cazzo, cazzo, cazzo. Lo ripeto più volte tanto che il concetto mi entri chiaro in testa. Batto i pugni sul pavimento gelido mentre il buio non mi risponde. Piango. Stizzito come quando facevo le bizze da bambino. Piango e non so fermarmi. Credo di avere un mostro nello stomaco che mi urla dentro ed ha voglia di uscire. Mi sta sbranando. Io sto vaneggiando.
Ho la febbre. Ho fame. Ho paura.

L’essenziale. A Nitrodi


Il mare, in lontanza mi bagnava gli occhi. L’osservavo all’ombra di piante di fico, di rosmarino, mentre il profumo dell’alloro e del mirto carezzavano l’aria. Il sole si faceva sentire sulla pelle cosparsa dell’acqua sacra ad Apollo. Sgorgava dal tufo dell’isola verde, a due passi dai lidi, in piena campagna.Quel giorno c’era quella sorta di silenzio che ti fa apprezzare i suoni, il bisbigliare sommesso della gente, il rumore delle ciabatte che strusciano a terra. Passi lenti che mi portarono alle fonti di Nitrodi, all’acqua medicamentosa, buona per la pelle, miracolosa per la mente.

Era mattina presto quando arrivai a Buonopane. Mi convinse ad andarci un vecchio contadino che trovai vicino al Castello Aragonese. Vendeva pomodori “parcheggiati” su di una vecchia Ape. Qualche bottiglia di vino bianco, i capperi sotto sale. La pelle avvizzita dal sole, gli occhi infossati ma brillanti come i riflessi del mare ad agosto. “Buonopane è famosa per il forno del Boccia e per l’acqua delle ninfe, disse. Non c’è altro ma andateci – continuò l’ischitano, indicandomi la strada. Tirate a dritto dopo l’acquedotto, salite lungo il versante sud dell’isola, qualche metro e sarete arrivata”.

Buonopane era vicina, è vero ma lontana anni luce dal brulicare di Ischia Porto, dei taxi, della gente con i trolley al seguito, dei cappellini delle vecchie, dei motorini dei giovani che guizzavano veloci tra curve ed auto. Buonopane era come se fosse un pezzo di mondo a parte. Dove anche il silenzio è sacro. E l’acqua di Nitrodi era davvero speciale. Unii il palmo delle mani, come se fossero una conchiglia. Bevvi più volte. Chiusi gli occhi, distesa su di un telo del colore del cielo.

Il profumo della natura si mischiò a quello della brace di un ristoro vicino alla fonte. Lunghi tavoli di legno vuoti sotto il sole di mezzogiorno. Lasciai la frutta che avevo portato con me. Mi diressi verso la baracca. I vestiti leggeri, umidi, freschi dell’aria di campagna. Mi sedetti. Presi un tavolo all’aperto, così da godere dello spettacolo dei limoneti, delle piante d’arancio, dei fichi succosi. Delle viti rigogliose che erano il vanto dell’isola verde. Quella giornata semplice non la dimenticherò. Il pane caldo appena uscito dal forno, le pesche tuffate nel vino freddo, l’armonia dell’essenziale. Di quell’acqua che scivolava morbida sulla pelle. Di quel poco che mi riempie l’anima.

Fiorentina, “Nessuna passione è inutile, nessun amore è sprecato”

Nessuna passione è inutile, nessun amore è sprecato scriveva  Paulo Coelho ne La Strega di Portobello. Andrebbe spiegato a chi dice speriamo di vincere domenica contro la Juve così “la smettono di rompere le balle”. Andrebbe spiegato a chi parla di progetto ma non regala sogni. A chi pensa che Fiorentina – Juventus sia solo una toppa per riparare a una stagione grigia come il cielo di Milano. A queste persone vorrei regalare un pò di colore viola scuro sul cuore. Vorrei fargli provare per un attimo il brivido di emozione che serpeggia dallo stomaco alla gola quando parte l’inno viola al Franchi. Siete mai stati in Curva? Avete mai sentito il freddo attanagliarvi le membra mentre si perde e si contano i minuti sperando di pareggiare i conti? Avete mai pianto per una maglia che sentite incollata al corpo come una seconda pelle?


Non sta certo a me dare risposte, è vero.
Però quei brividi, quel freddo, quella gioia, quell’emozione li ho provati e per me la Fiorentina anche così piccola, provinciale e grigia è una passione che non è certo inutile. E l’amore per la tua squadra non è mai sprecato. Sarà per questo che la rabbia mi ribolle come una pentola a vapore adagiata sul fornello sentendo freddezza, assenza di fervore, complicità. Una Fiorentina senza enfasi enfasi, agitazione, tormento, speranza, attesa. E’ rabbia.

Fiorentina – Juventus non è una partita come tutte le altre, mettetevelo in testa voi che calcate quel campo che è sacro, quell’erba verde appoggiata ai piedi di Fiesole, proprio sotto la Torre di Maratona.

Quel campo ha visto tante battaglie. Ha visto persone, vittorie e sconfitte. Ha sentito la pesantezza dei tacchetti, la potenza di un goal, la gioia di uno stadio impazzito quando si è vinto, con la Juve in casa, l’ultima volta. Era il 1998. In campo c’era il Re Leone. Sembra una vita fa. Sembra un’altra storia. Quando “correva” il pallone e si “rincorreva” una passione, quando segnare era amore. E niente era sprecato. Neppure quei sogni che vengono definiti “pallosi”. Pallosi sì, ma veri, sanguigni, forti, sinceri.

Non basta uno sciarpone viola al collo per dimostrare che la Fiorentina non è una passione sprecata. Non basta un buon markerting per far innamorare i tifosi. Firenze è passionale. E anche criticona, è vero. E’ lamentosa. Esigente. Ma è sincera. Innamorata.  Ed è Viola. Viola scuro.

Una Firenze che non ama i colori annacquati. Ricordatevelo domenica quando scenderete in campo con una maglia sul petto che, per chi sta sugli spalti, vale più di un contratto milionario. Ricordatevelo quando di fronte a voi correranno uomini con la maglia a strisce, in bianco e nero.

No, Fiorentina – Juventus non è una partita come tutte le altre. Annusate l’aria fuori dal Franchi. Guardatevi intorno. Ascoltate la Fiesole. E giocate per una maglia che non è un amore sprecato. Per Firenze non lo è mai stato.

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Le prime sere di primavera

Le prime sere di primavera allentano i pensieri. Si fanno lunghi, così che tu possa analizzarli nel profondo. Sono pensieri buoni, da assaporare gustandoseli tutti in questa notte che di buio non ha niente. La lampada dell’Ikea fa luce solo sullo schermo del pc e fuori non fa freddo. E’ solo primavera, finalmente. Ogni anno, quando aprile sta per arrivare, le giornate si fanno più lunghe e l’aria profuma di nuovo, mi sento una persona diversa. Come una crisalide che esce dal guscio. Che ha voglia di diventare farfalla. E volare. E’ una bella sensazione. Sono quei giorni in cui puoi sognare, sono una chiacchierata che ti rasserena, un bicchiere di vino con gli amici. Sono una canzone da cantare. Sei tu.

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La terrazza sul mondo

La mia terrazza sul mondo è qui. Non ce n’è un’altra, non potrebbe essere altrimenti. Solo qui l’orizzonte si confonde con il mare tanto da entrarne in simbiosi, come se avesse voglia di  fargli l’amore.
Da qui hai l’impressione di volare come se niente avesse peso. Fluttuare in dolci pensieri, discendere, riprendere quota, gustarsi il panorama.
Parliamo io e te, mentre il profumo della bouganville è prepotente e sincero. Si mischia a quello dei limoni che scendono fino alla strada, arroccati sui tornanti. Precipizi nel blu che non fanno paura. I colori di questo posto mi piacciono. Ti prendo per mano e ti trascino per farti vedere in lungo e in largo il giardino. Tu hai la cartina tra le mani, per decidere la strada da prendere e arrivare al porto, dove ci sono i marinai. Dove partono gli autobus pieni di turisti e la piazza della città pullula di cappellini variopinti per ripararsi dal sole.
Ho voglia di farti una, due, dieci foto. Ho voglia di rubare quel sorriso che hai oggi, fermarlo, dargli il sapore dell’infinito. Le foto servono a questo, a rubare attimi al tempo. A fermare gli stati d’animo, riempirli di eternità.
“Vorrei rimanere qui per sempre” – ti dico. E appoggio la testa sulla pietra fresca. Davanti solo azzurro. Tu non dici niente. Almeno non con le parole. Ma mi guardi come nessun altro ha mai saputo guardarmi. Sei dolce, adesso.
“Dopo due giorni scapperesti”- mi rispondi. “Può essere” .- replico mentre schiudo gli occhi. Sospiro. “Mi piacerebbe aprire un negozio di ceramiche. Così starei in mezzo ai colori tutto il giorno. Avrei tempo per due chiacchiere con i turisti. Avrei tempo per respirare quest’aria”.
“Sai cosa mi piace di questo posto?”
“Spara” – mi dici mentre fai la faccia attenta. Il sole ti si appoggia sugli occhi.
“La semplicità. La semplicità è straordinariamente affascinante sai“. Mi alzo dalla panchina. Appoggio le mani salde alla ringhiera della terrazza e ti guardo. E continuo. “Ci ho pensato stamani, quando facevamo colazione in giardino, con il caffellatte. Dietro di te conche di fiori, una bella giornata, il versò. Il tempo che poteva scorrere lento. Mi basta questo mi sono detta. La città mi uccide, mi uccidono i miliardi di auto che vagano lombricanti nel niente, le lancette dell’orologio che corrono  i cento metri, l’ufficio, il cellulare, la carriera. Vorrei solo te, un cavalletto per dipingere, una coca cola per quando mi prende sete, il mare, una playlist che viaggia a seconda del mio umore”.
Tu mi baci. Perchè i baci, come le fotografie, rubano attimi al tempo. Sai di zucchero filato, profumi di torte alla mela appena uscite dal forno, tu sai di buono.
“Andiamo” – ti dico . E prendiamo la strada più lunga, quella che passa dai limoneti, con il giallo che brilla sotto il sole. Centinaia di scalini portano verso il mare. E’ faticoso scendere un’intera collina a piedi ma solo così si possono vedere scorci fantastici. Solo così si ha la sensazione che quello che hai davanti sia solo tuo e di pochi altri. Questo mi piace davvero. Svegliarmi al mattino e vedere i colori cambiare con la luce che varia. Avere scorci solo per me. Mille sguardi diversi, diecimila finestre sul mondo. Voglio vedere sbocciare il fiore nel mio giardino che ieri ancora era chiuso, voglio assaporare ciò che mi sta intorno. Solo qui posso farlo. Questo è il mio posto nel mondo, la terrazza dell’infinito è casa mia. Il biglietto di ritorno lo regaliamo al mare penso. E lascio che l’acqua lo inghiotta, lo trascini negli abissi come se fosse pesante come un masso. Un gesto. Ed ho dato concretezza a un sogno. Da domani dipingerò ceramiche per i turisti.
Ti guardo. Tu sorridi. Ho fatto la scelta giusta. E continuo a scendere verso il mare, felice, sotto il sole di settembre.

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L’equazione perfetta


Ti prendo per mano e ti porto davanti alla ferrovia. Chiudi gli occhi ti dico, qui passano i treni dell’estate. Quelli che puoi scendere di macchina perchè la barra del passaggio a livello starà giù per molto. Ti appoggio il cappellino sulla testa e guardo avanti. Prova ad ascoltare ti dico, lo senti? Sta arrivando. Mi emoziono come quando avevo cinque anni, perchè i treni mi sono sempre piaciuti. Perchè tu mi hai insegnato ad amarli.

I viaggiatori sono persone migliori delle altre. L’ho imparato conoscendoli. Sono persone  che sanno guardare oltre perchè hanno visto tanto. Sono come te. Tu sei l’uomo migliore che abbia mai conosciuto. Sei quello che mi faceva giocare al flipper del bar di domenica mattina. Quello che mi faceva salire su quelle sedie che c’erano nei bar negli anni ottanta, dove la struttura era tenuta insieme da fili di plastica rossi o blu. Le sedie della mia infanzia. Erano gli anni delle cinquecento lire di carta, del gelato con la faccia della pantera rosa o di quello con il bastoncino alla liquirizia. Te lo ricordi? Tu te ne stavi in giardino a giocare a carte prima di andare a pranzo, nella tua casa di fronte alla chiesa. C’era Pippo con noi, il barboncino nero. E io starnutivo, quando c’era il sole. “Salut! Bon die!”, mi dicevi. E le tue mani erano grandi come quelle di nessun altro. Riuscivano a tenere aperte come un ventaglio le tredici carte del ramino. Tu mi hai insegnato a vincere, a giocare d’astuzia, a far credere che stai messo male all’avversario e poi chiudere in mano. Adesso potrei anche batterti sai? Tu mi guardi e capisco che una partitina te la faresti anche prima di cena. Il treno passa e mi smuove i capelli. Tante carrozze, tantissime. E’ una vecchia locomotiva che schiaccia le rotaie cotte dal sole e se ne va.

L’aria del mare mi rilassa i pensieri mentre torniamo in auto e partiamo. Prima, seconda, terza. E la strada va. Guardo le tue braccia magre e lunghe, le ginocchia che ballano mentre l’autoradio suona le canzoni che ti piacciono. Io guido e tu canticchi. E batti le mani sulle gambe. Vorrei dirti che ti amo. Ma il nostro è un amore che non ha bisogno di parole. Le Apuane sono lì,  si avvicinano. E Camaiore sembra un bocciolo di rosa accoccolato tra i boschi verdi, brillanti nella quiete dell’ombra. Si può sentire l’acqua del Teneri scorrere, lì dove i girini forse ci sono ancora.

E’ tutto come vorrei con te. E’ tutto come vorrei quando ci sei. Sei l’equazione perfetta. Tu che riesci a finire tutte le parole crociate e sbucci le pesche come io non riuscirò mai a fare. Tu che segni i numeri di telefono sulla confezione di fiammeri, che sei intelligente e brillante. Tu che sei tutto, anche oggi che non ci sei. “Mi porti a Pontremoli domani?” Ti chiedo a bruciapelo. Voglio mangiare i testaroli al pesto. Mi guardi e annuisci. “Prima vinci questa partità però” – mi rispondi. E’ un sì sottinteso. Nella taschina della polo blu a righe verdi hai già i nostri due biglietti del treno. Sai già che andremo al ristorante dove si fermano i camionisti, chè li si mangia bene. “Di te mi fido” – ti dico mentre calo la chiusura e tu hai ancora tutte le carte in mano. Ti aggiusti gli occhiali e incroci le gambe, come fanno le donne. “Sei la migliore di tutte, l’ho sempre saputo” – mi rispondi. Ti abbraccerei sai. Ma non lo faccio. Ma tu rimarrai sempre l’uomo che mi ha fatto sentire importante. E tu per me sarai sempre l’uomo dei treni. Il mio grande, unico viaggiatore.

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Era settembre

Sei bella, non c’è che dire. Sei bella mentre mi guardi, con la pelle che brilla di sole e le rughe morbide appoggiate sul volto. Sei bella con quel cappellino da spiaggia e le sopracciglia curate, con le labbra rosse di ciliegie, brillanti come il mare che ami. Sembri una lucertola, con gli occhi socchiusi vicino al cielo di agosto. E’ il 2008 e la tua sedia da regista è  sulla spiaggia, ‘che a te non sono mai piaciute le sdraio ed i lettini. Ogni tanto mi guardi e poi sorridi mentre ti faccio una foto. Ne faccio tre o quattro perché oggi mi piaci proprio tanto. La collana verde risalta sull’abbronzatura che sembra essere nata con te e credo  che oggi, sia uno di quei giorni nei quali potresti far girare il mondo sopra a un dito.

Ti chiedo perché ti sei truccata per venire sulla spiaggia e tu mi dici che devi incontrare una vecchia conoscenza, la proprietaria di un hotel del Lido. Mi dici anche che lei ha ti ha sciorinato, nell’ultima vostra telefonata, tutti i successi ottenuti negli ultimi anni da lei e dai suoi figli. “Vuoi farti vedere in forma anche tu eh?” ti chiedo mentre mi fai cenno di sì con la testa.

Non ne hai bisogno sai – vorrei risponderti – che tu sei una delle donne più affascinanti sulla faccia della terra anche senza aver vinto mai niente. Lo so che tu avresti voluto che la tua creatività fosse esplosa anche fuori dalle mura di casa, che il talento fosse divenuto un lavoro, che le poesie che scrivi potessero dare un senso vero alle parole ed essere “ascoltate” da qualcuno”.

Ma non ti dico niente.

Così parliamo del più e del meno. Tiri fuori un pezzo di focaccia dalla borsa, come quando avevo cinque anni e me la porgi, strappandone un pezzo. C’è anche la frutta mi dici, prendila, è fresca. Appoggi la mano sul mio braccio e mi accarezzi, con il dito pollice che si muove a destra e sinistra, con movimenti regolari. Al polso hai l’orologio di tuo padre, non te ne separi mai e io lo guardo mentre le lancette dorate luccicano sotto il sole delle tre e mezza.

Luccicavano anche dalle foto scattate in quel giorno e che ho riguardato  ieri sera, ingrandendole più volte ed in più punti per ricordarmi meglio di te, oggi che non ci sei più. Per perdermi su ogni espressione, particolare, su ogni accenno di sorriso, sui tuoi occhi che con uno sguardo dicevano tutto. Mancava solo la tua voce, ma tu eri lì comunque, io lo so. Ti ho detto buonanotte e ti ho mandato tre baci, come mi hai chiesto l’ultima volta. Era settembre.

A Tecla.

A te, che piaceva tanto questa “Canzone”

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Oje vita, oje vita mia

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Il calcio, i goal e gli inni intonati dai tifosi sono da mettere nella top ten della cose più belle della vita. Ma il fatto buffo è se ti salgono i brividi vedendo una tripletta,  guardando esultare un attaccante ventitreenne dell’Uruguay mentre uno stadio pullula di gente innamorata, felice, estasiata. La cosa buffa è se quell’attaccante non è quello della tua squadra del cuore e se lo stadio non è l’Artemio Franchi di Firenze ma il San Paolo di Napoli.

Strano ma vero, ieri sera, in una delle gare più esaltanti di questo campionato di Serie A gli azzurri di Mazzarri sono riusciti a far salire brividi di gioia a chiunque li abbia visti giocare contro una Juventus che era l’ombra di se stessa. Ma parlare di demeriti serve a poco quando il calcio racconta belle favole, passione, impegno, rinascita.  Napoli con mille problemi,  Napoli immersa nella spazzatura, Napoli che oggi sembra essere baciata dal sole anche quando piove, rinasce sull’erba di uno stadio.  E lo fa con un calcio che innamora dopo venti  lunghi anni. Gli spalti gremiti di pubblico sono un’eccezione che fa bene agli occhi di chi guarda mentre ovunque, in Italia, si vede solo cemento a vista, gradoni vuoti. Sessantamila spettatori hanno intonato ‘O surdato ‘nnamurato e anche a me,  da Firenze, seduta comodamente sul divano di casa mia davanti ad un televisore, è salita l’emozione, come se fossi sta lì.

Ho ripensato , come in un contropiede inaspettato, all’ultimo batticuore provato per la  mia Fiorentina, batticuore non dovuto certo né alla mega rimonta contro il Brescia di ieri né agli anni del “grande progetto” Della Valle,  bensì alla serie A riconquistata nel 2004,  in uno spareggio da cardiopalma contro il Perugia. A guidare quella squadra fatta di nomi che tutti facciamo ancora oggi fatica a ricordare, c’era Emiliano Mondonico, uno che la Fiorentina l’amava davvero. In campo scendeva ogni domenica la passione mentre si inseguiva un sogno, mentre il pallone scivolava a terra per  90 minuti di adrenalina pura. A differenza del Napoli quella non era una bella Fiorentina ma aveva qualcosa in comune con la squadra di Mazzarri: il cuore.

Quando una squadra ha piedi, cervello e cuore ha già tutto.  Ma se ai primi due togliamo l’ultimo, togliamo l’essenza vera del calcio, quella che porta ancora i  tifosi più appassionati  a popolare gli stadi, invece di guardare il calcio di Sky reso spettacolare dalla regia televisiva.  Il calcio senza i tifosi ha poco senso di esistere ed a parte la tripletta di quel talento esplosivo che è Edison Cavani, la pelle d’oca l’hanno data proprio quelle sessantamila anime in tripudio che cantavano Oje vita, oje vita mia. Non lo facevano con questa gioia sfrenata nella voce,  dai tempi di Maradona. E mentre a Firenze si fischia una squadra fantasma, non rimane altro che sognare con le vittorie altrui. Là dove il cuore, oltre al progetto, conta ancora qualcosa.